venerdì 6 maggio 2022

L'Amaca

 

Lo scandalo della mediocrità

DI MICHELE SERRA

Per giocare con la morte bisogna conoscerne il peso. La sola cosa interessante da sapere, a proposito del trio “P38-La Gang” che si è esibito a Reggio Emilia cantando le gesta delle Brigate Rosse, è se il loro gioco sia spensierato (nel quale caso si tratta di tre stupidi, e il caso è chiuso) oppure cosciente.

In questo secondo caso l’arte, vera o presunta, non può essere un alibi, e i tre pitrentottini per primi non possono non saperlo o non capirlo.

Se scrivo un inno allo stupro, in qualunque contesto, le stuprate e gli stuprati me ne chiederanno conto. Se scrivo un inno al sequestro e all’assassinio, i sequestrati e gli assassinati me ne chiederanno conto.

Non ci sono sconti possibili, di fronte alla sopraffazione, e se è vero che il mondo spesso appare come una somma di sole sopraffazioni, non è un buon motivo per iscriversi all’albo dei sopraffattori: questo, non altro, fu il crimine orrendo del terrorismo rosso.

Anche nel caso che il trio voglia richiamarsi all’ambiguità dell’arte, alla sua non corrispondenza ai canoni triti del buon senso, sappia, il trio, che per ambire all’ambiguità (o al sarcasmo, o alla seconda lettura) bisogna essere artisti per davvero. L’arte non è, in sé e per sé, un lasciapassare. Ci sono fior di coglioni che, avendo studiato da “provocatore”, credono che le loro coglionate siano provocazioni. Ma bisogna anche avere studiato da artista, averne il talento e lo spirito di sacrificio, per potersi permettere di parlare di rapimenti, omicidi, sangue. Lo scandalo dell’arte ha bisogno, per pretendere attenzione, di enorme lavoro, fatica, studio.

Altrimenti è solo uno scandalo — uno dei tanti — della mediocrità.

Rumiz

 

Un continente schiacciato fra due mondi

Requiem per l’Europa

DI PAOLO RUMIZ

Per una sera, smetto di ascoltare l’onnipresente Zelensky e mi concentro sulle tv russe e statunitensi. E lì arriva la sorpresa. Lo spettacolo di una dittatura e di una democrazia egualmente chiuse in una bolla fuori dalla realtà. Eccoti Dmitry Kiseliov, mezzobusto di regime, che ringhia di «colpire l’Inghilterra con ordigni nucleari», cui fa eco un popolo rancoroso, ignaro della realtà sul campo, che vede nell’Occidente la fonte dei suoi mali e urla di «bombardare Polonia e Germania ». Poi ecco Rachel Maddow, conduttrice Msnbc , così assatanata da far sembrare Biden un pusillanime. Una che esige che la Russia sia colpita più duramente, e subito. Intorno, un paese imbandierato di giallo-azzurro, bombardato dagli opinion makers, ma che non sa neanche dove sia Kiev, pensa chel’Ucraina sia un paese super-democratico e si sorprende se gli spieghi che fino a ieri gli Usa lo giudicavano corrotto e inaffidabile.

Pur nelle abissali differenze, sorprendono le somiglianze. Entrambi gli antagonisti guardano alla guerra come a un videogioco e alla terza guerra mondiale come a una cosa lontana. Ma soprattutto né l’uno né l’altro sembrano ricordare che fra le due potenze esiste una cosa chiamata Europa, intesa al massimo come una protuberanza dell’America. Forse non se ne sono mai accorti: e li capisco. Come accorgersi di una terra che non ha una sua politica estera né un suo esercito, e resta inchiodata al palo, in bilico tra le strategie di Washington e i rifornimenti di gas dal Cremlino? Un’alleanza incapace di agire in modo autonomo, forte e unitario?

E lì, per la prima volta, ho sentito il rischio che l’Europa unita sparisse davvero, o fosse già scomparsa,schiacciata fra due mondi che giocano alla guerra ignorando la sua presenza, in preda a un ebete sonnambulismo come nel 1914, quando si gettò nel baratro. Una percezione fisica. Come se dovessi prendere improvvisamente atto della fine di un’idea. Come se, dopo aver scritto un “Canto” per lei, la dea-madre che sta all’origine della nostra stirpe, oggi dovessi dedicarle un “Requiem”. Un epitaffio, dove non resta che consolarsi con la nostalgia dei padri fondatori, che nel ’45 concepirono il Sogno sulle sue rovine.

Ripenso a come, prima della Grande Guerra, i vecchi imperi hanno saputo trasformare in spazi- cuscinetto l’antica linea di faglia fra Baltico e Mar Nero, per impedire lo scontro tra le due Europe. E a come noi, al contrario, ce li siamo fatti smantellare, a partire dalla Jugoslavia, una terra plurale dove il disastro ha avuto il suo innesco – guarda un po’ – dalla rivolta di unaKrajina, parola che come “Ucraina” vuol dire “frontiera”. Ma la storia non insegna niente. L’America ha due oceani per tutelare la sua sicurezza. Noi no. Abbiamo a disposizione solo un’intercapedine di spazi neutrali, e proprio di quegli spazi ci priviamo, con la Nato che ora va a “proteggere” anche Svezia e Finlandia.

Quanto ti ho cercata, Europa, nelle nostalgie dei profughi dalmati, nelle ninne-nanne in tedesco della nonna, nel confine alle porte di casa e nella quotidiana intimità col mondo slavo! Da adulto, ti ho inseguita dal Libano all’Egeo in cerca del tuo mito; ti ho percorsa dall’Artico a Odessa, da Trieste a Kiev e Mosca, e da Berlino a Istanbul su treni d’inverno.

Mi sono affacciato dai Carpazi sulla pianura dove il sole arriva dagli Urali, ti ho seguita sul Danubio, il Niemen e il Guadalquivir. Dall’Irlanda al Monte Athos, ho bussato ai monasteri che ti hanno salvatadalla devastazione barbarica. Ho esposto la tua bandiera, ti ho dedicato libri. Ti ho narrata in un’orchestra sinfonica di giovani stupendi. Tutti figli tuoi, dalla Spagna alla Russia.

Esisti ancora, Europa? Non ti trovo più, tu che sei la mia essenza, la mia fede ma anche il mio infinito sconforto; sedimento di millenni, lingue, religioni, incubi, speranze e convulsioni, dai quali è nata, come per miracolo, l’Idea. Il tuo silenzio è assordante. Ti leggo come un corpo inerte, spezzato e subalterno. Un’alleanza incapace di pensare in grande, ossessionata dalla sicurezza, crocefissa da reticolati, dimentica delle guerre che hanno lacerato la tua carne. Quasi nessuno scatta in piedi al suono del tuo inno. Generi sbadigli. Sei una rovina nel vento, come un anfiteatro romano o una sinagoga vuota. Comunque vada a finire, l’Unione stellata uscirà a pezzi, stretta da una durissima recessione, ridotta a pura essenza strategica, con gli ultimi entrati nella Ue – gli ex comunisti del Patto di Varsavia – autorizzati a imporci una linea bellicista, non “per” l’Ucraina, ma “contro” la Russia. La fine di un mondo, quello in cui abbiamo creduto.

Le frontiere e le periferie sono formidabili sensori dei grandi eventi mondiali. Gli abitanti del mio villaggio tra Italia e Slovenia hanno già capito tutto. Piantano patate e carote più del solito, arano rabbiosamente spazi di campagna dimenticati da anni e tra i meli in fiore erigono legnaie enormi per il prossimo inverno. Cercano di riguadagnare l’autosufficienza perduta. Uno di loro, vedendomi passare, ha gridato: «Italiano, preparati! Non vedi come il cielo è diventato buio?». I contadini si attrezzano, mentre in città la gente parla. Passa dal menefreghismo all’insonnia, dall’aperitivo della sera alla visione spaventosa di un fungo nucleare.

Ma il vero pericolo non arriva dall’esterno. Viene da noi, da una balcanizzazione in cui ciascun paese europeo sta già consumando la sua Brexit, il suo personale divorzio da Te. L’Ue spende già ora il quadruplo della Russia in armamenti, ma è un nano strategico. Non ha un suo esercito e una sua politica estera. Avere un’armata con bandiera blu stellata non sarebbe una spesa, ma un risparmio. Noi, invece, abbiamo scelto di spendere ancora, e in ordine sparso. Risultato? Mendichiamo senza vergogna l’aiuto di paesi antidemocratici per trovare spiragli di via d’uscita. Invece di fare un salto in avanti, ci lasciamo dettare la linea da chi un anno fa ha scelto di smobilitaredall’Afghanistan senza nemmeno la cortesia di preavvertirci.

Chiediamocelo una buona volta: la nostra alleanza è fondata su valori o interessi? Su un progetto di vita o un antagonismo armato? Abbiamo favorito la secessione del Kosovo in nome della libertà o per piazzare una base militare nel cuore di uno stato russofilo come la Serbia? Eravamo consci del potenziale epidemico di quella scelta, che oggi autorizza Mosca a pretendere il Donbass? E ancora: siamo sicuri di mandare armi all’Ucraina per amore della sua indipendenza, se fino a ieri le abbiamo vendute alla Russia? Su quale principio universale si gioca l’accoglienza dei profughi ucraini, se milioni di altri rifugiati sono violentemente respinti o lasciati marcire nei gulag greci e turchi?

Mentre scrivo, la “Ocean Viking” con 295 naufraghi a bordo, aspetta da undici giorni l’autorizzazione allo sbarco, in piena emergenza sanitaria, col ponte intasato di corpi e di vomito. Intanto, sul mio confine, i profughi ucraini passano liberamente, senza obbligo della quarantena da Covid, che invece è richiesta agli africani anche se negativi al test. Non ci vergogniamo di una così lampante disparità di trattamento? E non ci viene da immaginare quali tensioni sociali potrà innescare la presenza dei migranti ucraini che noi facciamo sentire di Serie A e che domani potrebbero anche passare di moda?

Non ti riconosco più, Europa. La tua femminilità si è rattrappita, il tuo ventre è sterile. La tua gente è annoiata dalla pace e da vent’anni si lascia governare da paure. Prima l’Islam, poi il terrorismo, poi l’invasione dei migranti, poi la pestilenza virale. Ora, l’Ucraina. Una successione di emergenze monotematiche che ci travolgono sul piano emozionale, ma ci lasciano inerti, esposti a bruschi risvegli come chi ha dormito troppo. Una nevrosi da informazione che diventa amnesia totale, e pare fatta apposta per impedirci di leggere la realtà di una guerra globale per l’accaparramento delle risorse. Che prosegue imperterrita, mascherata da eufemismi.

Ho incontrato profughe ucraine. Madri disperate, ma fiere. Alcune hanno stentato a dirmi grazie per l’aiuto ricevuto e mi hanno fatto capire che, semmai, dovrei essere io a ringraziarle perché i loro uomini rischiavano la vita per me, “in difesa dell’Europa”. All’inizio mi sono offeso. Ma poi qualcosa mi ha avvertito che in quelle donne c’era una parte di ragione. Quel qualcosa diceva: ammettilo, sei figlio di una terra menefreghista, che non è più quella diBella ciao e non si batte più per la libertà di nessuno. Il disastro ucraino mi pungeva sul vivo. Mi rammentava la mancanza di un “noi”, di un simbolo che mi facesse sentire forte. Di una bella bandiera nella tempesta. Il segno di un’appartenenza comune di popoli, figli della stessa terra madre.f

Il vero pericolo viene da noi. Da una balcanizzazione in cui ciascun Paese sta già consumando la sua Brexit.

Sportivi d’oltralpe



A Marsiglia l’han presa bene…

Punti di vista

 


Moni

 

Sparatori di cazzate e battaglioni-talk
DITTATURA MEDIATICA - Tic e trucchi degli arruolati nella vulgata atlantista, auto-schierati dalla parte del “bene” contro il “male” Putin. Citazioni storiche a vanvera e ridicola difesa dei “nazisti” di Azov
DI MONI OVADIA
Il presidente della Russia Vladimir Putin, ha ordinato al suo esercito (una parte) di invadere l’Ucraina. Questa decisione ha scatenato una guerra criminale e devastante, come tutte le guerre in generale e in particolare quelle scatenate nel recente passato e, ancorché ignorate, anche quelle in corso in altri teatri di guerra.
Questo è un fatto certo e acclarato. A partire da questo fatto ciò che leggiamo, ascoltiamo, vediamo nei reportage dei media mainstream, con rare eccezioni, sono opinioni, interpretazioni, narrazioni, strumentalizzazioni, disinformazioni con vari gradi di deformazione. La vulgata occidental-atlantista ha provveduto con fulminea manovra a definire i perimetri del “bene” e del “male”. I buoni siamo noi occidentali, i cattivi, ça va sans dire, sono i “cosacchi” russi. Il cattivo dei cattivi, il mostro è Vladimir Vladimirovic Putin, definito di volta in volta, Hitler, pazzo, parkinsoniano, macellaio e via elencando. La predilezione va a Hitler. Il più grande criminale della Storia che, dall’inferno in cui speriamo si trovi, non fa che generare cloni: Ahmadinejad, Saddam Hussein, Gheddafi etc. Questi dittatori di basso livello, non più graditi alla Cia, sono stati di volta in volta indicati all’opinione pubblica come capaci di emulare l’imbianchino austriaco. Ora, questa ridicola consuetudine in termini irrituali si definisce: “Sparar cazzate a vanvera”. Il corredo di questo esercizio è fornito da giornaliste/i che con piglio da chi ha la verità in tasca, se la tirano da storici citando l’Anschluss, gli Accordi di Monaco e il Patto Ribentropp-Molotov per far credere che la sanno molto lunga.
Un altro vezzo diffuso è quello di assumere l’arietta stizzita e di squittire: “Concentriamoci sul presente!” se solo qualcuno fa notare che le guerre fatte dagli Usa sulla base di menzogne così spudorate da fare impallidire Pinocchio hanno causato centinaia di migliaia di morti civili innocenti. E non vale la pena di ricordare che proprio in questi giorni il regime turco membro della Nato, cane da guardia di folle di emigranti siriani per conto della Ue, sta massacrando i curdi come fa da decenni anche con armi chimiche, non ascoltano, fanno spallucce e tornano a concentrarsi sul presente, il loro… oops… quello definito tale dalla Casa Bianca. Chi poi osa indagare sulle ragioni vere di questo conflitto, si trova arruolato d’imperio fra gli agenti di Putin. Le panzane che vengono ammannite ai malcapitati lettori, ascoltatori e telespettatori sono innumerevoli, ma, a mio parere la più ripugnante è quella di accreditare la versione del battaglione Azov e risma simile, ovvero che sarebbero dei bravi giovanotti che si formano sulla lettura di Kant i quali hanno scelto la svastica e il cerchio nero occulto delle SS solo perché sono simboli runici. Questo in Ucraina, dove nel nome di quei simboli sono stati trucidati centinaia e centinaia di migliaia di ebrei, rom, comunisti, slavi non collaborazionisti anche dalle SS ucraine aggregate ai battaglioni degli sterminatori nazisti.
Fortunatamente anche nella casa madre dell’Occidente ci sono giornalisti che portano questo appellativo con onore.
Queste sono le opinioni sui nazisti ucraini di Lara Logan, celebre giornalista statunitense con trentacinque anni di carriera, di cui molti trascorsi come inviata di guerra, le esprime in un’intervista che si trova in Rete: “Vedi la disonestà quando si tratta del battaglione Azov, che è finanziato dagli Stati Uniti e dalla Nato. Puoi trovare le loro foto online con in mano la bandiera della Nato e la Svastica. Allo stesso tempo indossano un emblema che contiene il sole nero dell’occulto, che era un emblema delle SS naziste. E contiene anche simboli come il lampo delle SS. Questo è presente in tutto l’esercito ucraino. Puoi vedere quel sole nero dell’occulto sui loro giubbotti antiproiettile, perfino sulle divise delle soldatesse fatte sfilare davanti al mondo come esempio dell’indipendenza, dello spirito e della nobiltà ucraina. La Casa Bianca vuole che tu creda, che è solo un piccolo numero di soldati. Non è vero. Il battaglione Azov si è fatto strada uccidendo nell’Ucraina orientale. Non vogliamo ammetterlo. Questo è il motivo per cui la Crimea ha votato per l’indipendenza. Questo è il motivo per cui ha voluto stare con la Russia. Perché noi nei media e in Occidente non riconosciamo la realtà di ciò che sta succedendo… Sotto il profilo storico – spiega Lara Logan – l’Ucraina occidentale ha sostenuto i nazisti. Era un quartier generale delle SS. La Cia e Allen Dulles hanno dato l’immunità ai nazisti ucraini nei processi di Norimberga. Quindi c’è una lunga storia degli Stati Uniti e delle nostre agenzie d’intelligence che finanziano e armano i nazisti in Ucraina”. La Logan ha lavorato per CBS, CNN e da ultimo lavora per FOX news non per la Pravda.
Da noi e non solo da noi questa infame realtà non ha registrato grandi reazioni neppure da parte delle istituzioni ebraiche o sioniste sempre pronte a strillare all’antisemitismo a chi osi chiedere giustizia per il popolo palestinese, invece urlano allo scandalo e le gazzette fanno ghiotti titoloni per quella vecchia fola sulla possibile origine ebraica di Hitler gabellata stupidamente da Lavrov, probabilmente in risposta a chi pensa che essendo Zelensky ebreo non possa accettare nazisti nell’esercito del Paese di cui è presidente.
Poveri ingenui, non hanno capito che gli ebrei sono solo uomini, quindi un ebreo può far finta di non vedere, per convenienza o per miope calcolo. La spaventosa gravità in realtà risiede nella perversa distorsione del piano simbolico che è foriera di inimmaginabili catastrofi.

Libertà travagliata

 

Il Fronte dei Buoni
di Marco Travaglio
Washington. Appena nominata dall’amico Biden direttrice del Disinformation Governance Board del Dipartimento per la sicurezza interna Usa, una sorta di Ministero della Verità, Nina Jankowicz dichiara: “La derisione online di Kamala Harris è una minaccia per la sicurezza nazionale”. Chiunque prenda in giro sul web con battute, meme e sberleffi la vicepresidente Usa è un terrorista.
Kiev. Dopo aver messo fuorilegge 11 partiti di opposizione, imposto alle tv ucraine di trasmettere a reti unificate come un solo canale filogovernativo e postato su Instagram la foto in manette di Viktor Medvedchuk, capo del partito Piattaforma di Opposizione per la Vita arrestato dalla sua intelligence, il presidente Volodymyr Zelensky ha sguinzagliato il suo Servizio di sicurezza (Sbu) a rastrellare casa per casa gli ucraini che postano sui social frasi pro Russia: grazie a un emendamento alla legge marziale, essi possono essere arrestati per 30 giorni per collaborazionismo su semplici sospetti, senza neppure un mandato del giudice (solo a Kharkiv è capitato a 400 persone in due mesi). Se poi vengono accusati pure di terrorismo (merce tutt’altro che rara, in tempo di guerra e di propaganda), il loro avvocato difensore può essere tenuto all’oscuro di tutto.
Madrid. La polizia spagnola ha arrestato il giornalista investigativo, blogger e dissidente ucraino Anatoly Shariy, l’“Assange di Kiev”, su richiesta degli 007 di Zelensky, con le accuse di tradimento, odio, attentato alla sicurezza nazionale e intelligenza con forze straniere. Pluripremiato all’estero per le sue inchieste sulla corruzione e la povertà in Ucraina, dov’è da anni perseguitato con querele temerarie e minacce di morte, Shariy aveva ottenuto asilo politico dall’Ue e viveva in Olanda. Ora potrà essere estradato a Kiev, dove fonti governative commentano: “Il suo arresto è un’altra prova che i traditori presto o tardi saranno puniti”.
Roma. Mentre la commissione di Vigilanza e persino il Copasir diventano tribunali politici per vietare le tv a chi non la pensa come Biden&Johnson, dunque come Draghi&Letta, la Stampa spiega in un’intera pagina che il docente universitario Alessandro Orsini “non ha titoli accademici per parlare del conflitto” in Ucraina perché ha la cattedra di Sociologia e non di Guerrologia e Ucrainologia e perché tre o quattro colleghi rosiconi non sopportano che vada in tv e loro no. Invece il direttore Giannini e tutti gli editorialisti della Stampa (tipo Nathalie Tocci, che insegna ai benzinai e ai trivellatori dell’Eni) discettano di guerra in Ucraina senza una cattedra né uno sgabello, neppure di Agraria.
Dalle democrazie liberali per ora è tutto, linea alle dittature.

giovedì 5 maggio 2022

Pino e i perfetti ritratti

 


Schröder, che portò il gas russo al popolo (e i benefit a se stesso)

L’EX CANCELLIERE TEDESCO DELLA SPD - Orfano di padre, morto in guerra con la Wehrmacht, scalò i socialdemocratici fino ad arrivare a guidare il governo. Putin e Gazprom gli offrirono una vita dorata. Oggi però è malvisto anche nella sua Germania

DI PINO CORRIAS

Al bel tempo che fu, Vladimir Putin offrì a due stelle dell’Europa politica le chiavi della slot machine che a ogni giro del giorno suona le tre campanelle di Gazprom che pompa la linfa negli ingranaggi produttivi d’Occidente e in cambio incassa stratosferici guadagni per la gloria dello Zar e dei suoi oligarchi: un miliardo di euro al giorno, tutti i giorni dell’anno.

Il primo era Romano Prodi, ex presidente del Consiglio italiano, e pure ex presidente della Commissione europea. L’altro era Gerhard Schröder, ex cancelliere tedesco che aveva appena lasciato le chiavi della Germania alla irresistibile ascesa di Angela Merkel.

Prodi, che ha sempre avuto un angelo custode dossettiano, declinò con un “Per carità, no grazie”. Mentre Schröder, in perfetta etica protestante, per nulla scalfita dalle paturnie socialdemocratiche sul conflitto d’interessi, chiese l’essenziale: “Quanto?”.

Era il 2005. Stava convolando a nozze con la sua quarta moglie, penultima di cinque, e il quanto avrebbe agevolato l’imminente trasloco nella nuova vita, a 61 anni, evviva gli sposi. Il quanto lo fece sorridere: 600 mila euro l’anno dalla Rosneft, altri 250 mila dal consorzio Nord Stream 2, due ingranaggi societari del gas russo, più spese, capricci e premi. Che comprendevano l’uso dei jet della compagnia, l’apparato di sicurezza, la foresteria all’87esimo piano del grattacielo di cristallo di Gazprom a San Pietroburgo, un ufficio ad Hannover. Il tutto senza intaccare il suo vitalizio da ex Cancelliere: 9 mila euro al mese di pensione, più una segreteria e lo staff.

L’ingaggio avvenne in modalità calciomercato, coerente con la passione di Schröder per il suo Borussia, squadrone che lo annoverava tra le tessere oro della tribuna vip. Neanche il tempo di sfilarsi la maglia di Cancelliere che già gli offrivano quella di presidente del Consiglio di sorveglianza del gasdotto che aveva raddoppiato durante i suoi 5 anni di governo, 1998-2005, vedi mai le coincidenze. A onor del vero, Schröder tentennò il tempo di una doccia e quello di ricevere sul proprio cellulare la telefonata del suo amico Vladimir che non aveva tanta voglia di scherzare: accetti o mi devo offendere?

Due settimane dopo, Schröder – come un qualunque senatore di Rignano – si era già accomodato al cospetto del sultano, servitore del colosso energetico russo che nei successivi 17 anni ha reso sempre più indispensabile all’economia tedesca, italiana, europea, assecondato da tutto l’establishment dell’era Merkel, fino a garantire il 55 per cento del fabbisogno energetico della locomotiva tedesca. Il che ha voluto dire gas illimitato e a buon prezzo, ma anche dipendenza illimitata, che non è mai un buon prezzo. Specialmente da quando le spallate della Russia sono diventate sempre più perentorie, prima ai confini della Georgia, anno 2008, poi a quelli della Crimea, cancellati con l’annessione, anno 2014. Per diventare – tralasciando gli avvelenamenti dei dissidenti – la valanga di acciaio del 24 febbraio scorso, quando ha varcato quelli dell’Ucraina con il fuoco e le fiamme dei carri armati, dei missili, le fosse comuni. Guerra canaglia come tutte le guerre.

Con l’Europa che, da un giorno all’altro, si è ritrovata a recitare due parti nella tragedia: armare la resistenza ucraina, in nome del diritto dei popoli, e insieme finanziare l’aggressione russa, in nome delle rispettive catene produttive.

Schröder ha provato a fare il pesce in barile, “questa guerra è un errore”, ma aggiungendo che anche i cancellieri precedenti, Willie Brandt e Helmut Schmidt avevano varato gasdotti che passavano persino nel sottosuolo della Guerra fredda. Lui si è limitato a incrementarli per garantire i fatturati della manifattura tedesca e i pasti caldi all’intera Germania.

Dedicandogli una doppia pagina, il New York Times ha scritto che Schröder sta diventando un paria in patria. Il Parlamento tedesco vorrebbe revocargli il vitalizio. Mentre lo staff si è revocato da solo con dimissioni a catena. Ma se i suoi ex amici pensano di turbarlo con gli addii e gli attacchi, non hanno fatto i conti con la sua biografia di ferro. “Non faccio mea culpa. Non fa per me”.

Come il suo amico Putin, anche Gerhard viene dalla strada. Nasce nel 1944 in una famiglia povera della Bassa Sassonia, genitori segnalati come “elementi antisociali”. La madre analfabeta fa la donna delle pulizie. Il padre, soldato della Wermacht muore in battaglia in Transilvania senza avere mai visto l’ultimo nato dei suoi cinque figli battezzato Gerhard Fritz Kurt.

L’infanzia è una battaglia che combatte per strada. Lo raddrizzano il lavoro in un ferramenta e la scuola serale. Lo salva la politica. E poi gli studi di Giurisprudenza. Diventa segretario dei Giovani socialisti a vent’anni, avvocato a 27, deputato al Bundestag a 35. Si trasferisce a Hannover, poi a Berlino. Scala il partito. Nel 1998 vince le elezioni con i Verdi, battendo Helmut Kohl. Diventa Cancelliere promettendo lotta alla disoccupazione, protezione sociale, investimenti nelle imprese. Nei suoi cinque anni di governo si oppone agli interventi armati degli Usa in Medio Oriente e nel 2002 si sfila dalla “Coalizione dei volenterosi” voluta da Bush figlio che decide di invadere l’Iraq, spianando con fuoco e fiamme le città e i villaggi, come in ogni guerra canaglia, anche se dai divani occidentali non si vedevano i morti e le macerie.

Detestato da sempre dagli americani, Schröder è stato l’artefice del riavvicinamento della Germania con la Francia e specialmente con la Russia del suo amico Putin, “un impeccabile democratico”.

Oltre alla politica, ama le donne e il lusso. Veste italiano. Beve francese. Fuma cubano. Gioca con il suo passato da duro e per il suo congedo dal governo ha scelto My Way di Frank Sinatra come colonna sonora della festa.

Oggi che i tempi si sono fatti cupi, la velocità con cui si è messo al servizio di Putin fa crescere a tanti il sospetto che lo fosse anche prima. Ogni giorno riceve attacchi da stampa e tv. Il Borussia gli ha revocato la tessera oro. Persino il suo partito non vede l’ora di cancellare la sua ombra lunga. Che minaccia non tanto il passato, quanto il presente, visto che è stato proprio Olaf Scholz, l’attuale Cancelliere, il suo migliore allievo. E fino a ieri, il suo pupillo, che oggi vorrebbe voltargli le spalle, ma senza spegnere il gas.