lunedì 25 aprile 2022

Buon 25 Aprile!

 

Bandiera della pace alla finestra: resistiamo così all’anti-antifascismo
L’ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE - La reazione alla guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina ha tolto ogni inibizione
DI TOMASO MONTANARI
A casa nostra si mette il tricolore alla finestra due volte l’anno: il 25 aprile per la Liberazione dai nazifascisti, e il 2 giugno per la Repubblica, il voto alle donne, l’Assemblea costituente. Ma oggi alla finestra c’è la bandiera iridata della pace: perché un coro assordante cerca di trasformare il 25 aprile in una festa del nazionalismo armato.
È da un pezzo che, tra revisionismo di Stato, anti-antifascismo e rovesciamento della Costituzione, i valori della Resistenza non hanno nulla a che fare con quelli del pensiero unico dominante. Ma la reazione alla guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina ha tolto ogni inibizione: tutti coloro che fino ad oggi hanno sabotato il 25 aprile, ora provano ad appropriarsene. Dicono che la Resistenza fu un popolo in armi che resisteva all’invasore: non è vero, è stata una terribile guerra civile tra italiani che volevano (inseparabilmente) libertà e giustizia sociale, e italiani fascisti alleati della Germania nazista.
La Resistenza è stata tutto il contrario del nazionalismo. Carlo Rosselli, che andò a combattere contro i franchisti in Spagna, non lo avrebbe fatto in una guerra nazionale: scrisse che “siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. … Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi”. Tutto il contrario del mondo che prepariamo stando (non in condizioni di parità, come impone l’articolo 11) dentro una Nato che non costruisce pace, ma guerra. E viene linciato chi ripete che “si può e si deve discutere sull’opportunità e sulla moralità per l’Occidente – l’impero americano – di combattere contro i russi fino all’ultimo ucraino” (Lucio Caracciolo).
La Resistenza fu una libera scelta, non una coscrizione obbligatoria col fucile puntato alle spalle. Era una lotta dentro una guerra mondiale, non il suo innesco. “Ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino” (Carlo Smuraglia). Se lo fecero, fu per una rivoluzione democratica e sociale: quella contenuta nella Costituzione.
L’Anpi oggi viene crocifissa perché si ostina a difendere quel progetto politico: che nasce dall’orrore per le armi di chi pure dovette prenderle. Il ripudio della guerra è il cuore dell’eredità della Resistenza. Oggi si accusa di pavidità chi non cede all’alternativa diabolica tra perdere la vita o perdere la libertà: ma il nostro dovere è salvare gli ucraini da un vicolo cieco da cui si esce o morti, o schiavi. E invece di costringere i nostri governi “democratici” a portare con ogni mezzo Putin al tavolo delle trattative, armiamo gli aggrediti e contemporaneamente finanziamo (col gas) l’esercito dell’aggressore. Alimentando (dai due lati) il conflitto, neghiamo il ripudio della guerra e tradiamo Costituzione e 25 aprile.
Nel 1940 Piero Calamandrei scriveva che i suoi compatrioti erano i francesi che lottavano contro l’Italia fascista. In questo 25 aprile i miei compatrioti sono i costruttori di pace, i miei stranieri coloro che affidano il futuro alle armi.

domenica 24 aprile 2022

Il ritorno spezzino

 

Correva l'anno 2012 e, a parti invertite, la finta lotta per le elezioni comunali imperversava. Il Consociativismo spezzino dovrebbe essere materia di studio nazionale. La cosa pubblica viene gestita amorevolmente, una volta tu vai in comune io in fondazione e viceversa. Adesso tocca a loro e gli altri, per non infastidire troppo la riconferma, propongono una persona seria, ma poco conosciuta, in grado probabilmente di riconfermare il sindaco uscente al primo turno.
Ma tutto deve andare così, alla faccia di chi ancora crede alle favole ora concentrate in corso Cavour.
Ripropongo i dieci episodi di allora. Perché in fondo non è cambiato nulla.



IL Punto Travagliato

 

A che punto è la guerra
Cos’è successo in 2 mesi e cosa può accadere
DI MARCO TRAVAGLIO
Ci avevano detto che l’armata russa arretrava e quella ucraina avanzava, che Mosca aveva fallito la guerra lampo per prendere Kiev e l’intera Ucraina in tre giorni, insomma che Vladimir Putin col suo esercito sgangherato stava perdendo la guerra e Volodymyr Zelensky con le nostre armi e i suoi morti la stava vincendo: ora si scopre che Putin non s’era mai illuso su una guerra-lampo (in un Paese grande due volte l’Italia), non voleva né Kiev né l’intera Ucraina (né l’aveva mai detto), ma il Donbass e la striscia sul Mar Nero che lo collega alla Crimea; e l’intelligence britannica e Boris Johnson affermano pessimisti che, espugnata Mariupol, Putin può prendersi ciò che vuole e vincere.
Ci avevano detto che più armi inviavamo a Kiev e più gli ucraini si rafforzavano e i russi si indebolivano: invece i russi macinano terreno sempre più incattiviti e gli ucraini lo perdono sempre più indeboliti. Però noi continuiamo a inviare armi, armi, armi senza sapere (o almeno dire) a quale scopo.
Ci avevano detto che più sanzioni imponevamo a Mosca, più la Russia si avvicinava al default: invece il default russo è rinviato a data da destinarsi, mentre si avvicina quello ucraino (dato per certo dal Fondo Monetario Internazionale se Kiev non avrà subito 15 miliardi, in aggiunta ai 13,5 che già deve restituire); e Putin è sempre più popolare tra i russi, anche grazie all’effetto “uno contro tutti”.
Ci avevano detto che l’Unione Europea doveva bloccare subito l’import di gas e petrolio dalla Russia per impedirle di finanziare la sua sporca guerra; ora la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen avverte Joe Biden che l’embargo farebbe schizzare i prezzi di metano e greggio a tutto vantaggio di Mosca e la Bundesbank calcola che spedirebbe in recessione l’Ue (-180 miliardi, il 5% del Pil, per la sola Germania), con danni risibili per Mosca.
Ci avevano detto che mai e poi mai l’Ue avrebbe ceduto al diktat di Putin di pagare il gas in rubli, col sistema del doppio conto a conversione immediata di valuta: invece l’Ue lo sta accettando, per evitare che dal 1° maggio Mosca ci chiuda il rubinetto.
Ci avevano detto che la Nato con l’Ucraina non c’entrava: invece ha colto la palla al balzo dell’attacco criminale sferrato da Putin il 24 febbraio (secondo tempo della Guerra degli Otto Anni), per trasformare un conflitto regionale sul Donbass in una guerra mondiale da combattere per procura sulla pelle degli ucraini e sulle tasche degli europei.
Dopo due mesi di guerra, tutte le bugie delle opposte propagande si infrangono sull’evidenza dei fatti dappertutto, fuorché in Italia. Qui, in un eterno giorno della marmotta, siamo ancora fermi al falso dibattito su chi è l’aggressore e chi è l’aggredito, come se qualcuno avesse mai negato che l’aggressore è Putin e l’aggredita l’Ucraina. E come se ripetere ossessivamente quel mantra servisse a qualcosa: che so, a salvare la vita di un solo ucraino.
Se in Russia è vietato parlare di guerra, in Italia è proibito parlare di pace. Intanto, mentre i nostri politici e i nostri media combattono la loro guerra-farsa, la guerra vera ha cambiato natura: con la presa di Mariupol che spalanca la strada ai russi per completare il Risiko nell’Ucraina dell’Est e del Sud; e con l’entrata in campo della Nato, che per bocca del suo rintronato commander in chief teorizza il suo vero scopo di far durare il conflitto il più a lungo possibile in attesa della caduta di Putin. Però più passano i giorni, più aumentano i massacri (russi, ma non solo), il territorio ucraino intatto si assottiglia e cresce il rischio di un casus belli da guerra nucleare. Macron e Scholz si ribellano a questo scenario. Draghi invece tace e acconsente, da ossequiente cameriere di Biden: ma quando mai il Parlamento ne ha discusso e l’ha autorizzato a trascinarci in questa follia?
Come nota la rivista Foreign Affairs, cosa voglia Putin ormai si sa, mentre “curiosamente gli obiettivi occidentali sono molto meno chiari”. Così come quelli di Zelensky: “Quali condizioni il governo democratico dell’Ucraina è pronto ad accettare? Recupero di tutto il territorio perso negli ultimi due mesi e ritiro totale della Russia dal Donbass e dalla Crimea”, magari con la sua “adesione all’Ue e alla Nato”? Per azzerare questi due mesi di guerra occorrerebbe l’intervento diretto delle truppe e dell’aviazione Nato: cioè la terza guerra mondiale, che includerebbe l’uso di atomiche almeno “tattiche”. L’alternativa è un compromesso sui territori già persi e sulla neutralità dell’Ucraina, col ritiro delle sanzioni in cambio del ritiro dei russi. Ora che ci prova l’Onu con la missione di António Guterres martedì a Mosca, è solo di questo che dovremmo discutere: cosa vuole l’Ucraina e cosa vogliamo noi? La guerra mondiale, o qualcosa che somigli – con rispetto parlando – alla pace?