mercoledì 30 marzo 2022

L'Amaca

 

Trent’anni di cecità
di Michele Serra
Il Medioevo lo si immagina esattamente così, come in questo pazzesco inizio di 2022: avvelenamenti, epidemie, despoti bellicosi, congiure di palazzo evocate (dal capo mondiale della democrazia!) come sola salvezza, eserciti in marcia, preti esaltati che levano la croce e benedicono la guerra nel nome di Dio. La tecnologia muta, in molto peggio, l’entità delle distruzioni.
E i media esaltano fino al parossismo lo spettacolo della morte. Ma è la struttura del potere a ricacciarci indietro di qualche secolo se è vero che basta un solo uomo, con pochi accoliti, a scatenare l’inferno.
Ci eravamo illusi? Ora il problema è proprio questo sentimento di impotenza, come se la realtà fosse questa, e il lungo periodo di pace che l’ha preceduta fosse stato solo un’illusione.
Come se non fosse un incubo, quello che stiamo vivendo, ma il risveglio da un lungo sogno, e da un lungo sonno. “Accecamento”, lo chiama Bernard Guetta su Repubblica di ieri.
Un accecamento durato trent’anni, dalla caduta del Muro a oggi.
Magari bastava guardare appena più in là del nostro naso per capire che, sotto la crosta esile della civilizzazione, il mondo era feroce e primitivo come è sempre stato.
Dall’impiccagione di Saddam all’esecuzione sommaria di Gheddafi, dall’assedio di Sarajevo alla distruzione di Aleppo e Grozny, e le persecuzioni delle minoranze etniche e religiose in Asia, il lungo martirio dell’Algeria, la segregazione delle donne afghane… Elenco approssimato per difetto di quanto poco pacifico, e poco conciliante, sia stato il mondo negli ultimi trent’anni. Se davvero ci fosse stata la globalizzazione, non avremmo potuto illuderci che il mondo fosse il nostro tranquillo cortile.

martedì 29 marzo 2022

Orsini dal Fatto Quotidiano

 

Ucraina. L’unica speranza è appesa alle sanzioni contro i bambini uccisi

DI ALESSANDRO ORSINI

La mia proposta di vincolare le sanzioni contro la Russia al numero dei bambini uccisi in Ucraina ha ricevuto alcune critiche, nessuna decisiva. La prima critica è che, nell’anno 2021, il numero di bambini uccisi nei bombardamenti in Yemen è aumentato rispetto al 2020. Questa obiezione è facilmente superabile. La mia analisi prende in considerazione il periodo 2016-2020. Non è metodologicamente corretto utilizzare i dati del 2021 per confutare un ragionamento relativo al 2016-2020. Nel mio articolo del 18 marzo su queste colonne, spiegavo che l’Onu ha inserito l’Arabia Saudita nella lista nera nel 2016, depennandola nel 2020. Questo è confermato. La seconda critica è che il numero dei bambini uccisi era verificato dall’Arabia Saudita stessa, ma, nel periodo 2016-2020, l’Onu ha elaborato un proprio report. La terza critica è che avrei trascurato di dire che l’inserimento nella lista nera dell’Onu non equivale a una sanzione. Questa obiezione è corretta in apparenza, ma non nella sostanza. Essere inseriti in quella tragica lista ha causato danni seri all’Arabia Saudita. Il governo inglese, ad esempio, ha sospeso la vendita di armi ai sauditi per effetto di una sentenza della Corte d’Appello del Regno Unito del 20 giugno 2019. Secondo i giudici, il governo di Theresa May non aveva condotto un’indagine adeguata per accertarsi che i sauditi non avrebbero utilizzato le armi inglesi in violazione del diritto umanitario internazionale (International Humanitarian Law). Dall’inizio dell’intervento saudita in Yemen nel 2015, fino al giorno della sentenza del 20 giugno 2019, il Regno Unito aveva esportato armamenti ai sauditi per 5,9 miliardi di dollari, inclusi aerei da guerra e bombe di precisione. Ricevuta la sentenza, il governo inglese ha deciso, in autotutela, di sospendere il rilascio di nuove licenze per l’esportazione di armi. La sentenza del 20 giugno 2019 ribaltava la precedente sentenza del 10 luglio 2017, con cui l’Alta Corte di Giustizia di Londra aveva dichiarato legale la vendita di armi ai sauditi da parte del governo inglese. Commentando la sentenza della Corte d’Appello del 20 giugno 2019 davanti al Parlamento, l’allora segretario di Stato per il Commercio internazionale, Liam Fox, disse che, sebbene il governo May fosse deluso dalla sentenza della Corte d’Appello, era costretto a rispettarla.

I miei critici non riescono a inquadrare bene la mia proposta perché trascurano alcuni fatti fondamentali. Il primo è che molti bambini e molti civili yemeniti vengono uccisi non dalle bombe saudite, bensì dagli Houthi. Il secondo fatto è che l’aumento dei bimbi yemeniti morti è dovuto alla recrudescenza del conflitto: recrudescenza scaturita, in larga parte, dal miglioramento delle capacità offensive degli Houthi, i quali hanno iniziato a colpire il territorio saudita ed emiratino più frequentemente, causando una veemente contro-reazione militare. Il fatto che il numero dei bimbi morti sia tornato a salire nel 2021 non implica che l’inserimento dell’Arabia Saudita nella lista nera abbia fallito nelle sue finalità. Significa, più precisamente, che un nuovo fattore – la crescita delle capacità offensive degli Houthi – è intervenuto all’improvviso alterando un equilibrio benefico per i civili. È ovvio che l’impennata dei bombardamenti da ambo le parti causi una crescita delle vittime civili. In conclusione, la mia proposta di vincolare le sanzioni contro la Russia al numero dei bambini uccisi in Ucraina è ancora l’unica speranza a nostra disposizione per salvare la vita di qualche bimbo, che poi è il senso profondo – io credo – della vita di ogni uomo. Nell’attesa che qualcuno proponga una soluzione migliore della mia, ringrazio chi ha dedicato il proprio tempo a verificare le mie tesi.

Booom!

 

Gramellini fa l’apologia del nazista di Azov: ‘giusto’ come Schindler

Continua la rivergination dei nazi, purché ucraini: il generale che offre la sua vita

DI DANIELA RANIERI

Prosegue la romantizzazione dei nazisti ucraini del battaglione Azov da parte dei nostri media bellicisti, e anzi sfiora vette liriche (speriamo) intoccate in altri Paesi. Vi abbiamo detto dell’intervista su Repubblica a un capitano dell’Azov che legge e cita Kant: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, omettendo le fosse comuni sotto di lui, come da rapporto Osce del 2016 che li indica come responsabili di uccisioni di massa, occultamento di cadaveri e torture. Ieri su Corsera c’era un bel ritratto del comandante del Reggimento Azov maggiore Projipenko, ultrà nero della Dinamo Kiev, che Zelensky ha appena proclamato eroe dell’Ucraina.

Sabato sera è andato in onda su Rai3 un elogio struggente di un altro soldato di Azov, il generale Vyacheslav Abroskin. Massimo Gramellini, campione dello storytelling glicemico, lo presenta così: “Soldato sanguinario che chiama ‘orchi’ i russi e ne ha già uccisi a grappoli senza pietà, sta difendendo Odessa, ma sua figlia adolescente è rimasta a Mariupol”, da dove racconta al papà “dei bambini che stanno al freddo al buio, che bevono l’acqua dei termosifoni e mangiano grano saraceno inzuppato con l’acqua sporca delle pozzanghere”. È l’antica tecnica del chiaroscuro: la ferocia del primo fa risaltare l’innocenza dei secondi. Ma c’è un “ma”. Il “terribile generale Abroskin”, dice Gramellini, sottolineando la parola terribile per preparare il colpo di scena, “ha ascoltato sua figlia in silenzio”, in silenzio: come fanno i virili eroi classici (Gramellini era presente?), “poi ha aperto la sua pagina Facebook e ha scritto una lettera ai russi”, che il conduttore solennemente legge. Per farvela breve, Abroskin offre la sua vita in cambio di quella dei bambini di Mariupol. Gramellini: “Questo generale è un guerriero fanatico, un violento, un simpatizzante nazista”, ma? “Ma è disposto a sacrificare la sua vita, e chissà quali torture gli farebbero prima di ucciderlo, per mettere in salvo quella dei piccoli sopravvissuti di Mariupol”. (Il programma si chiama Le parole, perché le parole sono importanti).

L’eroizzazione del “simpatizzante nazista” sarebbe completa, ma la musica cresce col pathos: “Non è un uomo buono. Gli ebrei lo definirebbero un ‘giusto’”. Sì. “Com’era Oskar Schindler”. Anche questa blasfemia tocca sentire dal servizio pubblico, dove il prof. Orsini non può parlare dietro compenso perché le sue analisi geopolitiche sono troppo “complesse” e quindi “filo-Putin”. Possibile, direte voi, che il ragionamento sia così pedestre da far passare per “giusto” un nazista, pur di tenere il punto contro i presunti “filo-Putin”? Sì: “I giusti possono anche avere delle idee sbagliate, ma i gesti non li sbagliano mai, perché non sono sordi al richiamo dell’umanità”.

Gramellini ha completato la scuola dell’obbligo. Dovrebbe sapere che Schindler non uccideva le persone, non le buttava nelle fosse comuni: le salvava. Che il senso dell’onore e il vitalismo misto allo sprezzo della vita e all’esaltazione del sacrificio sono marchi dell’ideologia nazi-fascista. Che essere nazisti non è “un’idea sbagliata”, ma un crimine condannato dalla Storia. E che la glorificazione del “gesto” sacrificale che annulla l’ideologia mortifera è precisamente la vile tecnica manipolatoria dei fascisti esaltati. Peraltro il nazista di Azov – questo consesso di giovani kantiani che lottano perché l’Ucraina “guidi le razze bianche del mondo in una crociata finale contro i popoli inferiori guidati dai semiti” (così proclama Biletsky, capo di Azov) – ha solo scritto un post, non si è consegnato ai russi in cambio della vita dei bambini (chissà se lo farebbe per i bambini di “popoli inferiori”). Tutta questa musica emozionale, questo groppo in gola del conduttore, questa maschia retorica di morte per un post su Facebook?

Tutto, pure un’orrenda guerra fratricida, viene piegato allo storytelling; l’apologia dei nazisti diventa storiella edificante, gradita al ceto medio che ingoia di tutto, sentendosi intriso di alto senso morale. La chiosa di Gramellini è incredibile: “Sarebbe più tranquillizzante pensare che ci sono solo i buoni e i cattivi, ma è proprio quando la vita ci mette sotto pressione che ci spogliamo dei pregiudizi delle ideologie. E scopriamo chi siamo davvero”. Simpatizzanti dei nazisti?

L'Amaca

 

Francamente me ne infischio
di Michele Serra
La sberla di Will Smith a Chris Rock (del secondo ignoravo l’esistenza fino a poche ore fa) ha avuto, per un giorno, più o meno lo stesso impatto mediatico della guerra in Ucraina. Qualcuno, giustamente, ha fatto notare che, con una carneficina in corso, non era il caso di mettere in scena una lite violenta davanti a una così vasta platea. Ma forse dovremmo anche riflettere sul fatto che la vastità di una platea viene decisa e alimentata da network e giornali che non sono gli esecutori neutrali della volontà popolare, ma ne sono, in buona parte, i suggeritori, se non gli artefici. I media non stanno a valle del nostro immaginario. Lo formano: stanno dunque a monte.
Gli Oscar sono un prestigioso, importante premio cinematografico americano, largamente monopolizzato, come è ovvio, dal cinema americano - che tanta parte ha avuto nell’immaginario mondiale dell’ultimo secolo - e dai suoi protagonisti.
Come tutti, mi interessa parecchio sapere chi ha vinto gli Oscar, anche per decidere quali film vale la pena vedere. Di tutto il contorno, francamente me ne infischio (battuta celebre di un celeberrimo film americano), e considero che il parossistico interesse dedicato dal resto del mondo alla serata degli Oscar, al di fuori e al di là dell’elenco dei vincitori e della consegna delle statuette, sia una manifestazione di imbarazzante provincialismo.
Il fatto che “tutti ne parlino” non corrisponde a un imperativo categorico; piuttosto, è l’alibi del conformismo. Si può scegliere perfino di parlare d’altro, ogni tanto. Non è vietato. Quanto a Chris Rock, se non avessi scritto il suo nome nella prima riga, l’avrei già dimenticato.

Provi più tardi!

 


lunedì 28 marzo 2022

Lo pensavamo ma...

 

Le false coincidenze per fare le guerre

IERI SERBIA, OGGI UCRAINA - Le fosse comuni allestite dalla Nato nel 1999 in Kosovo e le “notizie” tutte da verificare sulle stragi di civili nell’ospedale e nel teatro di Mariupol a ogni vagito di tregua: tutto cinicamente scontato

DI FABIO MINI

Tre “coraggiosi” leader europei arrivano nottetempo a Kiev, e fuori c’è il coprifuoco totale, per due giorni. Mentre parlano con il presidente Zelensky si susseguono boati come mai prima.

Le sirene fischiano e nessuno bombarda. Gli impercettibili progressi dei colloqui fra russi e ucraini svaniscono. Il segretario di Stato Usa Tony Blinken è in giro per l’Europa e il 9 marzo uno degli ospedali di maternità di Mariupol viene bombardato. È una strage di donne incinte e di bambini, dice Zelensky; è una montatura, dice il ministro degli Esteri russo Lavrov, forse anche perché in realtà ci sarebbero solo tre feriti e la città è in mano alle milizie che Mosca definisce naziste. I bambini trucidati si riducono poi a una bambina di 6 anni, morta di disidratazione. Lavrov si deve incontrare il 17 marzo in Turchia con l’omologo ucraino per il primo salto di qualità e di livello dei negoziati e il giorno prima, ancora a Mariupol viene bombardato il teatro nel quale si trovavano “migliaia di persone”, secondo i nostri giornali, in centinaia, secondo il sindaco; uccisi dai bombardamenti russi che sapevano che il teatro era un rifugio per i civili, secondo gli ucraini, o dagli ultras neo-nazisti ucraini della brigata Azov che ce li avevano messi apposta, secondo i russi. Alcune crepe nella narrazione di entrambi i campi compaiono subito, ma si presta poca attenzione quando dai “rifugi sotterranei del teatro distrutto” emergono un centinaio di persone incolumi e, quando, fortunatamente, le immagini del giorno dopo riprese da uno dei “rifugiati” che stanno organizzando l’evacuazione dell’edificio queste persone scendono dai piani alti del teatro verso l’uscita. E i bunker sotterranei? Poi arrivano altre notizie contrastanti. La verità si saprà alla fine della guerra e dipenderà da chi la vince. Intanto il mondo scandalizzato da una parte e rassicurato dall’altra continuerà a fornire armi ancora più efficaci agli ucraini: parola di Biden. Zelensky e le milizie possono stare tranquilli: la guerra continua.

Perché è tutto così cinicamente scontato? È semplice: per via delle coincidenze. Kosovo 1999, la situazione sul terreno sta volgendo a favore della Serbia. La polizia effettua rastrellamenti ed elimina i “patrioti”. Le accuse di eccidi s’intrecciano. La Serbia acconsente all’invio di una missione di verifica dell’Ocse. I Paesi membri dovrebbero darne 300, l’Italia ne ha pronti 130. Ne partiranno una decina. Il capo della missione, l’ambasciatore americano William Walker, si fida di più dei 90 forniti dalla Vinnell corporation. Tutta gente esperta di guerra: ex militari, operativi della Cia e polizie varie. Lo stesso Walker è un diplomatico esperto, ma sfigato, ovunque vada compaiono squadroni della morte, eccidi di civili e guerre. Prima dei colloqui “di pace” fra Nato e Serbia la polizia serba organizza un tour di giornalisti per assistere ad alcune operazioni antiterroristiche per il controllo del territorio. L’appuntamento è a Racak. Quando arrivano i giornalisti, vengono casualmente trovati in un fosso una cinquantina di corpi di civili. Walker si affretta a dire che è un massacro intenzionale dei serbi, “sono centinaia di vittime innocenti tra cui donne e bambini trucidati in una esecuzione di massa”, tuona la democratica segretaria di Stato Madelaine Albright. I colloqui parigini saltano: è guerra.

Pian piano si accerta che tra le vittime non c’erano né donne né bambini, che i corpi appartenevano a combattenti albanesi uccisi nel corso di mesi in varie parti del Kosovo e accatastati nottetempo nel fosso. Alcuni di essi sono stati opportunamente svestiti e rivestiti. Le ferite mortali di tutti sono incompatibili con una esecuzione di massa. Il freddo invernale ha conservato i corpi e comunque la storia dell’eccidio del giorno prima viene smontata. Ma gli ex-terroristi dell’Uck possono essere soddisfatti. La guerra della Nato li consacrerà vincitori. E le coincidenze continueranno. L’Ocse organizza e sorveglia le elezioni locali e ventotto esponenti del partito moderato vengono uccisi. Le chiese ortodosse saltano in aria ad ogni cambio di Rappresentante dell’Onu e comandante di Kfor; si annuncia la visita di Kofi Annan ed esplode un’autobomba nel centro di Pristina, un telecomando viene casualmente trovato in un appartamento già occupato dalle forze speciali inglesi. Arriva l’intero Consiglio di sicurezza e salta una ferrovia, arriva il segretario generale della Nato e sei bambini vengono presi a fucilate. Per due volte Onu e Nato bloccano le iniziative unilaterali di dichiarazione dell’indipendenza e si verificano altri eccidi e incidenti. Bisogna dire agli altolocati turisti di guerra, e qualcuno ci ha provato, di starsene tranquilli a casa. Perché ogni loro brindisi alla pace formulato dove si combatte coincide con i massacri. E dovrebbero essere più cauti quelli che evocano armi biologiche, attacchi chimici e porcherie del genere e le altre che la fantasia dei criminali riesce ad escogitare: perché in tutti i teatri di guerra appena se ne parla si avvera. Preveggenza? No, pura coincidenza.

E ci sono altre coincidenze: in Kosovo arriva la principessa Anna d’Inghilterra e non succede niente, arriva Wolfowitz mentre sta organizzando la guerra in Iraq e la Brigata inglese lascia le operazioni, subito dopo se ne va anche il reggimento russo; arriva una commissione del Senato americano per smantellare Camp Bondsteel, ma ci ripensa e non succede niente, arriva l’ex presidente Clinton per fare una conferenza a Pristina e non succede niente: il popolo albanese gli è grato per averlo liberato dalla dittatura e gli intesta un viale. Il Tribunale dell’Aja spicca un mandato di cattura per i kosovari responsabili di crimini contro albanesi e serbi, e non succede niente. Spariscono carteggi immani di prove documentali e della novantina di testimoni a carico non si presenta nessuno. Una ventina sono stati ammazzati e gli altri convinti a ritrattare. Per coincidenza, gli arrestati e accusati diventeranno ministri. La gente? La popolazione albanese è tutta compatta nell’odio verso la Serbia, i Roma, gli Ashkalia e le altre minoranze di “maiali”. È quasi compatta nella celebrazione della resistenza e dei patrioti. Erano non più di 2mila i combattenti adottati dalla Nato, ma dopo i bombardamenti se ne “imbucheranno” altri 23mila e qualcuno dell’Uck se ne lamenta. La prevista smilitarizzazione delle formazioni partigiane, non avverrà mai. Inizieranno invece le ritorsioni e le vendette personali. I 600mila profughi albanesi (sul milione di abitanti) che vengono evacuati per consentire i bombardamenti non si allontaneranno oltre la ventina di chilometri dai confini con Macedonia e Albania. Rientreranno quasi tutti. Gli altri, sparsi un po’ in tutto il mondo, rimarranno nei paesi ospitanti o saranno aiutati a rientrare. Come la Germania che ne incluse 160mila (ai quali alcuni dei Lander avevano rifiutato lo status di “rifugiato”) nelle liste di rientro obbligatorio. I serbi? Non ci sono quasi più, sono scappati dalla guerra e dalle vendette in 200mila. Le loro case sono occupate, le fabbriche distrutte, le cooperative abbandonate, in alcune parti del Paese i sopravvissuti sono protetti dalle forze militari. Il Battaglione greco deve proteggere una (di numero) nonna con nipotina a Mitrovica sud e scortarle per andare a comprare il pane e a scuola dall’altra parte del ponte. I reggimenti italiani da 23 anni devono proteggere quattro frati custodi del monastero di Decane e il Patriarcato di Pec. Vent’anni fa due suore ortodosse si ostinavano a coltivare cavoli nella campagna della Drenica. Nessuno le proteggeva. O forse sì.

Lezione

 

Questa guerra piace tanto a chi non l’ha mai vissuta
LA LEZIONE DEL CRISTO DI DONATELLO - La nostra generazione di potenti ci sta trascinando verso l’abisso perché l’abisso non sa che cosa sia. E perché ha scelto di essere terribilmente ignorante
DI TOMASO MONTANARI
Questa Europa in guerra è governata da una generazione che non sa cosa sia la guerra. Quella che si era trovata costretta a fare la Resistenza, aveva fondato su quell’esperienza lacerante un’idea di Europa radicalmente diversa. Alle Fosse Ardeatine si legge: “Qui fummo trucidati, vittime di un sacrificio orrendo. Dal nostro sacrificio sorga una patria migliore, e duratura pace tra i popoli”. Nessuna estetica del morire per la patria: il sacrificio era orrendo, la patria da cambiare. Il fine non negoziabile: mai più tornare indietro, mai più un’altra guerra. Come il Cristo risorto dell’ultimo Donatello, sui pulpiti di San Lorenzo: vincitore, ma disfatto. Un soldato anche lui sconfitto: un vincitore che con la morte non vuole, non può, avere più niente a che fare.
Il ripudio costituzionale della guerra, ben più di un rifiuto, nasce qua. In Costituente si dirà che è la scuola, non più l’esercito, il presidio della nazione. Nel Manifesto di Ventotene è senza appello la condanna degli stati-nazione: “La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo ‘spazio vitale’ territori sempre più vasti. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti”. E oggi vediamo coi nostri occhi che “basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere”.
La nostra generazione di potenti ci trascina verso l’abisso perché non ha vissuto la guerra. E perché ha scelto di essere terribilmente ignorante: convinta che bastassero finanza e tecnologia, ha rinunciato con disprezzo alla cultura umanistica. “Fare soldi per fare soldi per fare soldi”. Già: a che mai poteva servire conoscere Omero, leggere Erasmo, guardare Donatello? Eppure è lì che si trova la medicina contro il veleno della guerra. Lungo millenni di stragi inenarrabili, lì si è addensata la forza di pensieri e parole capaci di conservarci umani, resistendo nonostante tutto all’amore per la guerra. Proprio ciò che servirebbe al manipolo di tecnocrati e affaristi che ora gioca con i missili senza nemmeno il pathos della consapevolezza, senza provare un grammo di orrore per ciò che prepara.
Accostate il discorso di Draghi davanti a Zelensky (secco freddo cinico pedestre, senza un sussulto di responsabilità) all’inno omerico ad Ares (il Marte dei romani), anonimo capolavoro del pensiero antico, in cui si invoca il dio della guerra perché freni la guerra: “Ascoltami soccorritore dell’umanità … irradia di lassù la tua amica luce sopra le nostre vite, e la tua forza guerriera: così che io possa scacciare dalla mia testa l’odiosa viltà, e frenare quello slancio fallace del mio animo, e trattenere quella stridula voce nel mio cuore che mi provoca a gettarmi nella guerra agghiacciante. Tu, o beato, donami il coraggio: lasciami indugiare al sicuro nelle leggi della pace, e sfuggire così allo scontro con i nemici, al destino di una morte violenta”. Il coraggio della pace, la forza della pace: e la viltà della guerra, la debolezza di cedere ad essa. Quanto avremmo bisogno di queste parole, oggi: di questo modo di guardarci dentro. “L’inno – commenta James Hillman – risponde a questa antica domanda: come iniziano le guerre? Nella stridula voce nel cuore del popolo, nella propaganda della stampa, nei capi che vedono nemici ovunque e cercano pretesti per combattere. Slancio fallace e ondata di falsità si promuovono a vicenda, sicché siamo ingannati da un senso di urgenza e ci giustifichiamo con l’ipocrisia di nobili proclami”.
Non è forse quello che sta succedendo? Mandiamo armi convenzionali, ci prepariamo a quelle chimiche, rompiamo il tabù nucleare. Corriamo, a rotta di collo, ad aumentare la spesa militare. La retorica dell’eroismo sale, come una febbre maligna. Come la propaganda: Putin è Hitler, “vuole arrivare a Berlino”, anzi “a Lisbona”. L’Ucraina deve entrare nella Ue, anzi nella Nato: a un passo dall’apocalisse atomica. E via, in un folle crescendo che brucia, in pochi giorni, decenni di saggezza.
Così l’intera Europa sta al gioco paranoico del despota Putin, parla la sua stessa lingua, invoca lo stesso fuoco della guerra invece che la freddezza della pace – fatta di attesa, indugio, dialogo, ponderazione, mediazione, compromesso. E i peggiori sono i potenti che si dicono cristiani: “Essi reprimono e nascondono tutto ciò che potrebbe conservare la pace, esagerano ed esasperano tutto ciò che possa dare inizio a una guerra” – notava Erasmo, sgomento.
Intanto, gli ucraini combattono: lo fanno per i valori dell’Occidente, diciamo. Per noi. Noi: gli ipocriti. Noi che alimentiamo la guerra, invece di costruire la pace. Noi che ci diamo da fare perché la guerra si prolunghi. “Dulce bellum inexpertis”, diceva ancora Erasmo: solo chi non l’ha provata sul proprio corpo può desiderare che la guerra duri ancora.