domenica 20 marzo 2022

Incontri


Simpatico siparietto stamani all’uscita di un bar: cammino gustandomi la prima giornata primaverile, quando vengo avvicinato da un ragazzo che, osservando che indosso la mascherina mi dice: “Guarda che all’aperto non si devono più indossare!” Mi trasformo nel Freddo di Romanzo Criminale e gli chiedo: “E tu chi cazzo saresti?” 
“Sono uno che lotta da due anni per la libertà contro questa dittatura sanitaria!” 
Non gli ho detto più nulla, l’ho solo guardato, probabilmente alla Terminator, visto che si è allontanato con passo spedito, girandosi di tanto in tanto per assicurarsi che non mi trasformassi in Hulk…

Marco Illuminante

 

L’amica geniale
di Marco Travaglio
A chi crede o vuole far credere che la guerra in Ucraina sia iniziata il 24 febbraio 2022 con l’attacco criminale di Putin e dimentica i 16mila morti in otto anni nel Donbass, gli accordi di Minsk sull’autonomia della regione russofona traditi da Kiev e altre cosucce, segnalo un fatterello che mi ha ricordato il lettore Angelo Caria. La protagonista è Victoria J. Nuland, oggi sottosegretario agli Affari politici di Joe Biden (democratico), ieri pedina-chiave dell’amministrazione di George W. Bush (repubblicano), che la promosse consigliere del suo vice Dick Cheney (2003-05) e ambasciatrice alla Nato (2005-08), e poi dell’amministrazione di Barack Obama (democratico), che nel 2013 la nominò Assistente del Segretario di Stato (John Kerry) per gli Affari Europei ed Eurasiatici. Moglie del superfalco neocon Robert Kagan, fervida sostenitrice delle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, nel dicembre 2013 la Nuland dichiara: “Gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita”. Poi vola a Kiev a promuovere la “rivolta di Euromaidan”: la sanguinosa protesta nazionalista che il 22 febbraio 2014, con l’ausilio di milizie neonaziste, caccerà il presidente eletto Viktor Yanukovich, filo-russo ma anche filo-Ue.
A fine gennaio, un mese prima del ribaltone, mentre Obama&C. inneggiano all’autodeterminazione degli ucraini, la Nuland si fa beccare da uno spione (forse russo, che pubblica il leak su YouTube) al telefono con Geoffrey Pyatt, ambasciatore Usa in Ucraina. Nella conversazione, tuttora in rete, i due già sanno che Yanukovich cadrà e decidono – non si sa bene a che titolo – chi dei suoi oppositori dovrà fare il premier e il ministro del futuro governo. La Nuland confida di aver esposto il suo piano di “pacificazione” dell’Ucraina al sottosegretario per gli Affari politici dell’Onu, l’americano Jeffrey Feltman, intenzionato a nominare un inviato speciale d’intesa col vicepresidente Usa Joe Biden e all’insaputa degli alleati Nato e Ue. “Sarebbe grande”, chiosa la Nuland. Che non gradisce come futuro premier ucraino il capo dell’opposizione, l’ex pugile Vitali Klitschko (“Non penso sia una buona idea”): meglio l’uomo delle banche Arseniy Yatsenyuk, che infatti andrà al governo di lì a un mese. Pyatt vorrebbe consultare l’Ue, ma la Nuland replica con una frase che è tutta un programma, infatti sarà il programma di Obama e Biden sull’Ucraina e sull’Europa: “Fuck the Eu!” (l’Ue si fotta!). La Merkel e il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy protestano perchè sono “parole assolutamente inaccettabili”. Ma non perché gli Usa decidono il governo e il futuro dell’Ucraina come se fosse una loro colonia. Già: come se fosse.

Aspesi e le finte nozze

 

Le non nozze dell’anno
di Natalia Aspesi
Qui bisogna usare la fantasia, immaginarsi un romanzo Harmony che parte da un classico dell’amore: l’anziano più o meno ricco, che incontra una signorina in cerca di sistemazione e che sa come confondergli le idee e farsi sposare, ma a questo punto intervengono gli eredi che fanno un tale minaccioso casino (in questo caso nella massima ombra) da riuscire a sventare l’assurdo evento. Tutti conosciamo anche nella realtà casi simili, e infatti perché non chiedersi che senso ha organizzare una semplice “Festa dell’amore” che i protagonisti avranno già vissuto tante volte, declassando un matrimonio vero in un evento senza senso quali le nozze simboliche? Dobbiamo essere grati a Silvio Berlusconi che in questo tempo di tragedia ci riporta al sorriso, al lato bello della vita, l’amore, la festa, la musica, lo champagne, i valletti, gli chef stellati, gli immancabili paccheri, la villa sontuosa, la ricchezza, la famiglia, un pomeriggio di fasto e pace, tra fontane e statue, seppure infestato da qualche caro amico non dei più probi e presentabili. L’uomo della politica, del denaro, delle leggi, dei processi, può averne fatti di tutti i colori ma quello dell’amore no, beniamino, protettore, munifico finanziatore di folle di giovani donne, meglio se giovanissime, anche adesso nella sua vecchiaia che lo costringe a portare sempre il cappello storto e a non muovere un muscolo della sua faccia affranta. E la povera onorevole Fascina? Si può sperare per lei che la improvvisata festa dell’amore a suggello di due anni di vero amore sia stata preceduta da momenti più riflessivi davanti ad avvocati e notai. E ci mancherebbe che non fosse così. A tutte le altre sì e a questa giovane deputata anche amica di famiglia, che lo rallegra accompagnandolo verso i 90, no?
Comunque sulla possibilità che la cerimonia doveva essere altra, più definitiva, si può fantasticare per via della chiesa, dei violini, dell’abito bianco con strascico, del bouquet di mughetti e della torta a tre piani. E Pier Silvio avrà certo paura della pandemia, ma per la nuova vita di papà neanche un minuto a festeggiare? Con i parenti di Silvio e della Marta, i sodali della politica e del resto, il Confalonieri che suona il piano e il neo non sposo a cantare con lui e per la sposa Gigi D’Alessio. C’era pure Salvini senza giubbotto da sponsor porta-male. Nell’epoca di Instagram ci sono molti “pare che”. E infatti “pare che” non ci saranno troppe testimonianze del festoso evento, ma si spera che non sia così: che ce ne frega di questa festa classicamente volgarotta se non possiamo vederne le immagini in gran quantità e quindi riderne? E i regali di non nozze? Possibile che l’amico Putin non abbia inviato un patriarca, una icona, un giubbotto blindato come il suo? E poi c’è un’altra pseudo notizia per romantici che ha cominciato a circolare: e se i due innamorati si fossero davvero sposati, ma in segreto, tanto per evitare l’apocalisse familiare?

L'Amaca

 

Il provincialismo dell’impero
di Michele Serra
L’adunata bellica di Putin, per quanto se ne è capito da quaggiù, sembrava soprattutto molto provinciale: cosa che per una potenza con brame imperiali stona parecchio. Dava un’idea di isolamento e di fatica culturale, con quelle vice-star di un vice-rock di imitazione, quelle presentatrici e vallette televisive di regime che sembravano hostess dell’Aeroflot, con tutto il rispetto per le hostess dell’Aeroflot, molte delle quali, conoscendo il mondo, avrebbero potuto dare qualche utile suggerimento per migliorare di molto la scaletta… Nei trent’anni trascorsi dalla fine dell’Unione Sovietica, a parte gli oligarchi, le loro magioni e i loro barconi che fanno sembrare Briatore un velista elegante, perché niente di “russo” (con l’eccezione della grande tradizione musicale, per altro ben viva anche sotto il comunismo) ha potuto imporsi nel mondo? A parte l’atomica e il gas, i carri armati e le risorse naturali, che cosa ha prodotto la Russia, di importante, di significativo, una volta liberata dalle gabbie dell’economia di Stato e dei piani quinquennali?
È questa la domanda che una classe dirigente illuminata avrebbe dovuto farsi. Ma è proprio sull’inedia e sulla frustrazione che una classe dirigente non illuminata, quella di Putin, può fare leva per consolidare il suo potere: il mito dell’uomo forte calza a pennello ai popoli deboli, e niente come una guerra può illudere un popolo di essere ancora potente.
Nelle grandi città russe esiste sicuramente una gioventù irrequieta e creativa, curiosa del mondo e non per questo “meno russa”.
Avranno visto con rabbia e ilarità il Putin Day televisivo. Dovremmo fare di tutto per non far sentire soli i veri patrioti russi, che sono in buona parte in galera, come accadde nelle dittature, per “attività anti-russe”.

Profumo

 


sabato 19 marzo 2022

Commento

 

Ho letto con attenzione l'articolo qui sotto riportato di Massimo Recalcati, e in parte lo condivido, in altri punti no.
Perché se da un lato è sacrosanto contrastare l'aggressione del Killer Russo, dall'altro occorrerebbe soffermarsi sul significato profondo del tanto abusato termine "democrazia", nel senso che, a mio parere, di democrazia in giro se ne trova ben poca, a cominciare dal nostro paese. Ciò che provoca miasmi dalla parte del carnefice di turno è l'eclatante oppressione dispotica di un popolo, quello russo, da troppo tempo caduto in mano di oligarchie immonde; le stesse che vengono altresì onorate e coccolate dal cosiddetto mondo occidentale, con tanto di decorazioni e medaglie in nome di quella minchiata popolare penetrata nei tessuti sociali più nascosti qual è "Si può essere, però creano posti di lavoro!"
E se è vero e reale il soffocamento della libertà imposto dall'Aguzzino Biondastro ex Kgb, perché non riflettere sul "subdolo" da sempre pregnante le cosiddette grandi democrazie, a partire dal faro della libertà retto attualmente da un sonnolento pensionato? E' vera democrazia tramare ed aizzare per consumare ordigni, onorando il patto coi veri signori del pianeta fabbricatori di morte per il vil denaro? Addestrare gli ucraini sul loro territorio come stelle&strisce hanno fatto nel sottobosco è un aiuto al mantenimento della pace?
E perché accusare chi della guerra non ne vuol sentire parlare come amico di Putin?
Se dico che reputo un'eclatante vergogna sapere che il mio paese democratico spenderà 38 miliardi di euro ogni anno in armi, rischio di passare per un "né né?"
Ma la domanda è un'altra: la volete smettere di rompermi i coglioni su tematiche che mai e poi mai mi vedranno al vostro fianco?
Bignamicamente: non sopporto l'idea che l'industria bellica vada protetta perché genera molta occupazione; aborro armi e trafficanti, le fiere espositive col monsignore che benedice il cannone, i cori da stadio ogni qualvolta Leonardo raggiunge obiettivi economici. Mi stanno sul glande ogni forma conclamata di ricerca di strategie per acquisire nuovi fazzoletti di terra, i summit con sfaccendati intenti ad arzigogolare sull'infiascamento dell'aria fritta, il sopruso plateale ma anche, e soprattutto, quello subdolo, antitesi di una sana democrazia. Non mi schiero con nessuno, perché ritengo gli schieramenti oramai anacronistici. Soffro e compartecipo chiedendomi perché il patrono di questa povera patria sia uno che predicava pace, pace, pace sempre e ovunque, alfiere com'era del "né né" che questo filosofo vorrebbe relegare a frescaccia. Siate coerenti: sostituitelo con Santa Barbara. Bum Bum!

Le incrostazioni dei né né
di Massimo Recalcati
Alcuni tra i più grandi esperti di geopolitica sembrano essere d’accordo nel condannare la guerra scatenata da Putin e nel ritenere senza speranza la resistenza ucraina. La sproporzione delle forze in campo non lascerebbe dubbi sulle sorti del conflitto.
Dunque meglio arrendersi subito e lasciare il campo alla diplomazia che prolungare la carneficina (come se sfuggisse il nesso evidente tra le sorti delle trattative e l’importanza della resistenza militare ucraina). Ne consegue che per alcuni di loro Zelensky sarebbe colpevole (quanto Putin?) di esporre il proprio popolo ad una carneficina insensata invece di arrendersi accettando le condizioni di pace imposte dal Cremlino.
Questo ragionamento è condiviso anche da una certa sinistra nel nome del pacifismo: prima una guerra si interrompe prima si arrestano le morti. Peccato però che il “né né” non può essere rifiuto di prendere le parti della Nato o della Russia perché Ucraina oggi non coincide con la Nato, ma con le vicissitudini di un popolo che rivendica con decisione e legittimità il suo diritto a non essere sottomesso. Tuttavia il discorso che reclama la fine immediata della guerra non sembra fare una grinza.
Ma la grinza c’è ed è qualcosa che può sfuggire anche alle più sottili analisi geopolitiche. In psicoanalisi si chiama forza del desiderio e, al di là dell’espressione forse un po’ retorica, concerne una dimensione della potenza che non è primariamente militare.
Ne abbiamo diversi ritratti, anche mitici. Uno tra i più noti è quello biblico di Davide che sfida il gigante filisteo Golia. Ricordiamo le parole minacciose con le quali questi si rivolge con arroganza al gracile pastore: «Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche». Non è difficile cogliere qui la prossimità del suo gergo con la più recente retorica putiniana. Ma Davide non arretra, né si lascia intimorire. E non sarà solo la scelta tattica della fionda a determinarne la vittoria.
C’è sempre in ogni lotta un fattore supplementare che esorbita le capacità militari e le arti strategiche. Non perché queste non siano necessarie per vincere («dateci armi, non consigli!», supplica Zelensky i suoi alleati), ma la forza di Davide è innanzitutto nella sua nuda fede, è davvero la forza indomabile del suo desiderio. È quello che forse Putin ha maggiormente sottovalutato. È quello che attraversa gli individui e i collettivi ogni qualvolta la decisione di combattere non è subita, imposta, genuflessa ad una causa estranea, ma scaturisce da un profondo sentimento di giustizia e di rifiuto del sopruso.
Questa forza è l’incalcolabile di questa guerra, la grinza che disfa i discorsi più lineari. I volti spauriti dei giovanissimi soldati russi fatti prigionieri non denunciano solo l’inadeguatezza militare dell’esercito di Putin, ma rivelano anche la ferocia fascista del suo regime: la menzogna situata sistematicamente al posto della verità. Ma, come noi invece, diversamente da quei poveri soldati, sappiamo bene, non si tratta né di un’esercitazione, né di un’operazione speciale di denazificazione di un territorio di confine, ma di una vera e propria guerra di invasione contro uno Stato sovrano e indipendente.
Questi ragazzi sono vittime dell’inganno dell’ideologia, simili in questo a quelli delle varie gioventù miliziane tipiche di tutti i regimi totalitari. Solo che in questo caso non abbiamo traccia di fanatismo, ma soltanto di paura. La Russia di Putin non è l’Unione Sovietica di Stalin. Questi ragazzi, in fondo, non solo mancano della formazione necessaria per combattere al fronte, ma non sanno nemmeno dove sono e per cosa combattono. L’accusa che una certa sinistra rivolge a Zelensky di non arrendersi non coglie questo punto elementare: un intero popolo di uomini e di donne si rivolta con la potenza della loro nuda fede contro l’oppressore non perché segue fanaticamente il suo leader, ma perché non vuole rinunciare alle sue libertà democratiche e alla sua identità. Il vero terrore di Putin non sono, infatti, le armi della Nato sul suo confine, ma l’incubo altamente contagioso della democrazia.
In questo senso la sinistra ideologica e populista — quella che Manconi ha recentemente definito come “sinistra autoritaria” — che non si schiera apertamente a fianco della resistenza del popolo ucraino, invocando la retorica del “né né”, perde l’occasione per mostrare la sua adesione alla democrazia contro ogni forma di dittatura, ivi compresa quella del popolo che, come sappiamo, è purtroppo una matrice archetipica, difficile da estirpare, della sua storia.
L’invocazione artefatta della “complessità” contro la sterile propaganda di coloro che vorrebbero distinguere senza indugi la democrazia da altre forme autoritarie di governo, l’equiparazione tra la democrazia americana e l’autocrazia putiniana, la critica alla Nato e all’Europa che finisce per attenuare di fatto le responsabilità criminali della Russia di Putin e del suo regime nell’avere provocato questa guerra, insomma tutta la retorica variegata dell’equidistanza, rivelano, in realtà, delle incrostazioni mnestiche profonde della sinistra ideologica e populista che le impediscono di aderire sino in fondo alla cultura della democrazia.

Grande Amaca

 

Il bunker preferirei di no
di Michele Serra
Il nostro futuro è nei bunker, come preconizza su questo giornale Marco Belpoliti con trattenuta ironia? Preferirei di no. Cedo il mio bonus governativo, quando sarà stanziato, ai bambini e a chi dovrà tenerli al petto, io voglio morire all’aperto così come ho prevalentemente vissuto.
Da anni leggo con ilarità e disgusto gli articoli sui rifugi antiatomici extra-lusso nei quali ricconi magari congelati in un sarcofago aspettano la resurrezione, con la mazza da golf in mano. Non sarò della partita. Mi è di grande sollievo saperlo.
Volendo, dispongo di una cantina seminterrata di genere fluid (è un poco cantina, un poco deposito degli attrezzi) che può reggere solo a un bombardamento leggero o maldestro. In compenso ci sono salumi e bottiglie quanti ne bastano per non morire di stenti, semmai di grande bouffe, e a pochi metri un arsenale di libri imponente, non basterebbero tre vite per leggerli.
Importante è non trascurare gli occhiali, ce ne vuole anche un paio (almeno) di riserva. In un leggendario episodio di Ai confini della realtà, televisione in bianco e nero, un tizio sopravvive all’ecatombe nucleare con una pila di libri, ma rompe gli occhiali ed è perduto.
Più in generale, volendo assecondare il pessimismo più nero, bisogna che la bomba ci trovi di ottimo umore. Mai dare ai padroni della guerra l’illusione che possano rovinarci la vita, o imprigionarci in una cappa di terrore.
Sia il bombarolo jihadista o il killer suprematista, sia il leader sadico o il generale servile che gli obbedisce, non devono vederci spaventati nemmeno per un attimo: per questo non voglio chiudermi in un bunker, voglio che vedano, i miei assassini, che scompaio ignorandoli.
Nota bene: non sono coraggioso. Orgoglioso però sì.