Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 10 marzo 2022
L'affondo di Daniela
L’ultima nemesi di Salvini: Chi di maglietta ferisce…
DI DANIELA RANIERI
Per quanto in molti lo sperassero, era difficile credere che la parabola di Matteo Salvini sarebbe finita un giorno con un tonfo così grottesco, così tondo e perfetto, in ossequio a tutti i codici della commedia all’italiana (gli mancavano il colbacco e il caciocavallo appeso in spalla), davanti alla stazione di Przemysl, cittadina polacca ai confini con l’Ucraina, a 10 chilometri dai carrarmati di Putin. Già strideva il contrasto tra la sua figura – sempre abborracciata, mai autorevole – e l’atroce frangente storico; tra la missione che si era dato, “portare pace e salvare donne e bambini”, e il suo curriculum politico di seminatore d’odio, finito a servire l’acqua nel governo dei banchieri; ma il rifiuto del sindaco Wojciech Bakun di riceverlo, con la trovata drammaturgicamente perfetta di regalargli una maglietta con sopra stampata la faccia di Putin, ha fatto compiere uno scatto di chiusura ermetica alla sua vicenda. Il video dell’evento è per lui, bulimico di selfie, semplicemente micidiale.
La t-shirt, insieme alla felpa, è stata uno strumento della sua propaganda: superficie di messaggi basici per divoratori d’immagini social (“Basta uro”), usata per geolocalizzarsi con captatio benevolentiae delle pro-loco (“Bergamo”, “Gioia Tauro”), esternare ideologie e programmi (“Padania is not Italy”), additare nemici (“Basta Fornero”), esprimere solidarietà a tabaccai sparatori, lisciarsi polizia, “marò” e CasaPound, la maglietta è stata il manifesto elettorale di Salvini, che si è fatto muro, supporto del suo stesso messaggio per i collegamenti Tv. Quella tirata fuori con gesto teatrale dal sindaco polacco (pure lui di destra, del movimento xenofobo Kukiz’15), era un fac-simile della maglietta che Salvini indossò nel 2014 a Mosca, sulla Piazza Rossa, naturalmente a insaputa dello stesso Putin, facendosi immortalare quale turista-groupie dell’autocrate; e poi nel 2015, al Parlamento europeo, in chiave anti-Ue e anti-Merkel. Figuriamoci se Salvini studiava e aveva un’idea degli equilibri geopolitici: la smargiassata era a esclusivo beneficio degli italiani. La Lega, già padana, era adesso un movimento nazionalista, cellula del sovranismo europeo, affine all’America “great again” di Trump e adoratrice di Putin, cacciatore di tigri e “uomo forte” (da sempre, l’ultimo faro dei codardi).
La propaganda leghista consisteva nell’esposizione fisica e persino fisiologica del “Capitano”, impegnato nello sforzo diuturno di far parlare di sé, sfidare il buon senso e il buon gusto, dire sempre la cosa meno assennata, meno decente, in una regressione infantile di tutti i codici, “dacché i deficienti si innamorano dei modelli deficientemente ritenuti valevoli quali modelli” (Gadda). E arrivava fino a sporcare tutto ciò che è sacro, ferme restando le esibizioni esteriori di devozione alla Madonna, i baci a rosari, crocefissi e salamelle (uno degli emissari della Lega al confine ucraino è quel Grimoldi che nel 2010 fece un’interrogazione parlamentare per censurare nelle scuole i passi del diario di Anna Frank in cui la ragazzina ebrea morta a Bergen-Belsen descriveva “le sue parti intime”, troppo “dettagliati” per non “suscitare turbamento in bambini di scuola elementare”).
Il ministro dei Decreti sicurezza alternava bonomia paterna e odio; odio, beninteso, sempre rivolto ai deboli, giammai ai forti: ha fatto credere al ceto medio che se impoveriva la colpa era dei senza ceto; che i ladri erano i “migranti con l’iPad”, non i commercialisti dei partiti tra cui il suo, che ha rubato 49 milioni di euro allo Stato cioè a tutti, pure ai suoi elettori, intortati con la mitologia dei due sopraffattori a tenaglia, l’Europa e l’Africa, mentre la Russia di Putin – che già occupava la Crimea, toglieva libertà al suo popolo, eliminava giornalisti e dissidenti – era il Paese di Bengodi.
È stato un politico di destra a sbugiardarlo davanti al mondo come impostore (per soprammercato comico-kitsch, stavolta l’indumento parlante era un giubbotto decorato con gli sponsor della spedizione: quando si dice il fiuto per gli affari); uno per cui il senso della patria e dell’onore si esprime evidentemente anche rifiutando di ricevere un opportunista straniero che va a farsi propaganda sulla sofferenza di un popolo amico (“È insolente da parte sua”). Dopo l’auto-combustione del Papeete e il negazionismo della Covid, la fine di Salvini nella stazioncina polacca era un appuntamento col destino (mai sottovalutare gli scherzi del destino nelle stazioni in terra russa o quasi: Anna Karenina vi muore, e anche Tolstoj morì in una stazione, quella di Astàpovo, il cui orologio segna ancora oggi le 6:05), altro che, come dicono i suoi difensori con anacronismo struggente, “un agguato della sinistra e dei centri sociali”. Salvini non ha mai avuto onore, non ha mai avuto politica; ha avuto solo comunicazione, e di comunicazione politicamente perisce.
Distolti dalla tragedia.
L'unico giornale che porta all'attenzione le squallide manfrine dei soliti noti! Distolti come siamo da eventi tragici, nel parlamento italiano colgono la palla al balzo e si auto immunizzano a vicenda. Con Ronf Ronf Letta trai i più attivi.
No law zone
di Marco Travaglio
Commosso a favore di telecamera per l’eroica resistenza ucraina, il Partito Unico dell’Impunità Pd-Lega-FI-FdI-centrini approfitta della distrazione generale per combattere l’unica guerra che non comporta rischi, ma solo vantaggi: quella contro la Giustizia. In due mesi il Parlamento ha negato ai giudici l’autorizzazione all’arresto di Luigi “Giggino ’a Purpetta” Cesaro (senatore FI, imputato per camorra) e all’uso delle intercettazioni indirette di Cosimo Ferri (deputato Iv, sotto azione disciplinare al Csm per le cene con Palamara, Lotti&C.). Ha dichiarato insindacabile Carlo Giovanardi (ex deputato Ncd, imputato a Modena per “rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e minaccia o violenza a corpo dello Stato con l’aggravante di aver rafforzato l’associazione mafiosa”). Ha trascinato alla Consulta col conflitto di attribuzioni i pm di Firenze che hanno osato acquisire le chat di un privato cittadino a colloquio con Matteo Renzi (senatore Iv, imputato per finanziamento illecito nel caso Open). E ieri ha negato ai giudici di Roma l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni indirette di Armando Siri (senatore leghista, imputato per due corruzioni). In tutti questi casi, escluso quello di Giovanardi, il Pd ha votato col fronte centrodestra-Iv, lasciando soli 5Stelle e LeU (con i rispettivi ex) a votare contro.
Una mano sporca lava l’altra e trasforma il Parlamento in una fabbrica di abusi di potere incostituzionali. La Costituzione vieta di intercettare senza autorizzazione i membri del Parlamento, non chi da fuori parla con loro. Ma, vista l’abitudine di molti eletti di commettere reati e di parlarne con i complici, Camera e Senato si sono inventati un’“immunità contagiosa” che copre anche i non parlamentari. Il caso Siri è tipico: nel 2018 il sottosegretario leghista viene beccato sei volte al telefono con l’imprenditore Paolo Arata (legato a un finanziatore di Messina Denaro e intercettato) a parlare di norme e altri favori ai suoi affari nell’eolico: Conte lo caccia. Ieri il Senato, su richiesta del Pd, spacchetta le sei conversazioni in due voti: no alle prime due “per l’incerta e implausibile configurazione del requisito di necessità”; no alle altre quattro perché “la Procura poteva rendersi conto del coinvolgimento di un parlamentare e sospendere immediatamente le captazioni”. Due voti fuorilegge: sulla necessità di un’intercettazione decide il gip, non il Senato; ed è demenziale smettere di intercettare un soggetto intento a delinquere perché ogni tanto parla con un parlamentare (sennò a uno stragista, per evitare le intercettazioni, basterebbe fare il numero di un deputato). Mentre sproloquia di No fly zone, questa banda di impuniti si è già creata la No law zone.
L'Amaca
Così parlò il patriarca
di Michele Serra
Merita di entrare nella storia il discorso che il patriarca Kirill, capo di una delle svariate chiese ortodosse (quella russa), ha fatto in occasione della Domenica del Perdono. Alla faccia del perdono, le parole di Kirill accompagnano il suono dei cingoli dei carri armati come un salmo di guerra.
Non è il primo prete che benedice una guerra, ma lo ha fatto con una lucidità ideologica formidabile. I russi separatisti in Ucraina, ha detto, si ribellano al peccato. Non vogliono organizzare il Gay Pride, che è il test di ammissione per sottomettersi al “potere mondiale”. Non sorridete: Cirillo va alla sostanza delle cose. È un patriarca, lo dice la parola stessa, incarna il patriarcato. Lui è la Tradizione, con tutta la sua grandiosa suggestione. Muove guerra all’Occidente, insieme a Putin, perché ci considera corrotti, decadenti, debosciati.
Guardate, di questo si tratta, questo è lo scontro. Se non avessimo perduto gli ultimi trent’anni a parlare solamente delle variazioni dello 0,2 per cento del Pil, avremmo potuto accorgercene prima. Lo scontro è tra una libertà profonda, vera, rischiosa, e la Reazione, che non è uno scherzo, non è un dettaglio. La Reazione ha l’atomica, tanto per intenderci.
Dunque, Kirill ci pone una domanda molto seria: siamo disposti a combattere e a morire, noi debosciati occidentali, perché ogni persona sia padrona della propria vita, a costo di dare scandalo? Ponetevi, ma sul serio, la domanda. Non sono mai stato a un Gay Pride, ma quando vedo e sento quelli come Kirill sogno che un esercito al comando di Eurialo e Niso deponga il patriarca, e inalberi su Mosca la bandiera arcobaleno.
mercoledì 9 marzo 2022
Oltre i limiti
Chissà che ritorno d’immagine si staranno gustando tutte le società che hanno mandato il Cazzaro Universale sul proscenio della guerra a portare pace, dopo lustri trascorsi ad insufflare rancore e razzismo!
Chissà cosa li avrà convinti a partecipare alla madre di tutte le fetecchie, alla Caporetto mediatica che diverrà oggetto di studio per le generazioni che verranno!
Personalmente sono immerso in una torcida che apparentemente sembra senza fine!
Grazie Cazzaro per averci alleviato queste ore tenebrose!
L'Amaca
L’amico dell’amico Putin
di Michele Serra
Una prece per il Salvini, mandato giustamente al diavolo da un sindaco polacco (di destra) che gli rinfaccia la maglietta di Putin. Ma perché mai, nella puntigliosa lista degli “amici di Putin”, compare così di rado il Berlusconi, che di quella schiera fu il capofila? E non era un intellettuale dalle idee sbilenche, non un eccentrico leaderino di piccola taglia. Era il capo del governo italiano, acclamatissimo dai suoi elettori e da un esercito di giornalisti di complemento.
A parte il folklore (l’isba, la pelle d’orso, l’entourage femminile e tutte le amenità da maschi alfa che si danno grandi pacche sulle spalle), quanto di quella allegra alleanza si è tradotto in business e in accordi commerciali? Quanto della dipendenza energetica dell’Italia dalla Russia deriva anche da quegli anni, da quei continui viaggi a Mosca? Tiriamo pure una riga sopra eventuali conflitti di interessi (è una battaglia persa per sempre, quella). Stiamo parlando di una responsabilità politica che oltrepassa di molto la zona d’ombra tra interessi privati e ruolo pubblico.
Ce lo ricordiamo il gesto “spiritoso” del mitra puntato contro una giornalista russa che aveva fatto a Putin una domanda ritenuta sconveniente? No, non ci ricordiamo più niente. Oggi l’amico numero uno dell’amico Putin se la passa da liberale inossidabile, da europeista accanito, da atlantista di lungo corso. I suoi voti residui servono a far sembrare meno misero il cocktail centrista, e tanto basta per condonargli tutto. Ma alle dieci famose domande senza risposta che questo giornale rivolse a Berlusconi, ne aggiungerei una undicesima: quanto è costata e costerà, al nostro Paese, l’amicizia politico-economica dei governi Berlusconi con l’amico Putin?
martedì 8 marzo 2022
Daje!
di Andrea Scanzi
“Salvini, io non la ricevo. Venga con me al confine a condannare Putin”.
Sono le parole con cui il sindaco della città, Wojciech Bakun, si è rivolto a Matteo Salvini, dopo avergli mostrato una maglietta con il volto di Putin.
Mentre i soliti sparuti sottosviluppati italiano all’ultimo stadio lo difendono sui social, quest’uomo continua a collezionare figure di merda.
Daje Matte’!
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