domenica 27 febbraio 2022

Servi ignobili

 


Uno dei più ignobili vassalli del Bastardo Russo, ras tra i bastardi incarogniti che pullulano la sfera, fervente e convinto che solo i soldi e le marchette possano portare felicità, ed in questa epoca stracciona e pregna di bambolotti danzanti sulle macerie di tutto ciò che ci distingueva dal resto del regno animale, un codardo di simili proporzioni ha avuto vita facile; ebbene questo folletto ha appena lasciato la sua blasonata squadra in mano ad una fondazione benefica, presagendo l'aria nuova delle restrizioni, al solito figlia di quella messinscena tipica degli omuncoli dediti al brigantaggio più squallido e riverente verso i potenti come il Bastardo Sovietico, ansimante e godereccio degli introiti senza fine che serventi come Abramovich gli recapitano proni e slinguazzanti, obnubilandogli la verità oramai messa in soffitta da questo capitalismo tecno-rapto, che cioè l'eccedenza non fermerà il treno verso la fine dell'esistenza, e per il Bastardo speriamo sia il più breve possibile, che diventi presto sterco per la terra, possibilmente anche domani.

Mentre un popolo fiero e vitale è assediato dalla schizofrenia di un parassita dell'umanità, incensato tempi addietro su queste lande da Pregiudicati e Cazzari, Bibitari ed Avvocati del Popolo, dai Dibba girovaganti e dai fascisti camuffati, guidati da quella caciottara attualmente negli States a riverire il Sommo Idiota Biondastro pronto a ritornare in corsa per la mazzata finale al pianeta, occorre che tutti gli uomini di buona volontà introspettivamente si domandino se debba o no terminare quel servilismo parassita rivolto ai cosiddetti potenti universali, come quello in foto, cioè per dirla come Gaber 

"E visti alla distanza non siete poi tanto diversi dai piccoli borghesi che offrono champagne e fanno i generosi, che sanno divertirsi e fanno la fortuna e la vergogna dei litorali più sperduti e delle grandi spiagge della Sardegna" (Quando moda è moda); se non sia arrivato il momento di riprendersi la scena, di punire le ingiustizie, di non far finta che quelli accatastati nelle spelonche disseminate sulla terra, che chiamiamo banche - vedasi non ultimo il Credit Suisse - non siano soldi sporchi, frutto di angherie e misfatti alle spalle della quasi globalità dell'umanità. 

Se non sia arrivato il momento di far comprendere all'élite che ci dirige, che le regole tendenti ad affossare la sperequazione, attuale regina incontrastata della storia, dovranno rigidamente essere rispettate, da chiunque; che il tempo del lasciar fare, del soprassedere è finito; che l'inutile circo, che molti chiamano ancora Onu, dovrà essere completamente rifondato, sbaragliando stantie norme al servizio di quel burocratismo internazionale, rotore di questo vergognoso ed inqualificabile sistema prevaricatore i diritti dell'essere umano.  

Quanti Putin dormienti abbiamo attorno a noi, supportati dalle risorse di miriadi di gnomi all'Abramovich, pronti ad innescare processi degenerativi, minanti ideali sociali al servizio del bene comune?  

"Direi che non è più tempo di fare mischiamenti,

Che è il momento di prender le distanze

Che non voglio inventarmi più amori

Che non voglio più avervi come amici, come interlocutori.

Sono diverso e certamente solo

Sono diverso perché non sopporto il buon senso comune

Ma neanche la retorica del pazzo

Non ho nessuna voglio di assurde compressioni

Ma nemmeno di liberarmi a cazzo

Non voglio velletarie mescolanze con nessuno

Nemmeno più con voi

Ma non sopporto neanche la legge dilagante del "fatti i cazzi tuoi". (G.Gaber) 

L'Amaca constata

 

Putin c’era anche prima
di Michele Serra
A metà settembre del 2021, meno di sei mesi fa, in Russia si è votato per il rinnovo della Duma (il Parlamento). Il titolo di questo giornale era: “Russia, al via le elezioni parlamentari ma gli oppositori sono in carcere o in esilio”. A cominciare dal più popolare di essi, Aleksej Navalnyj, prima avvelenato dai servizi segreti e poi, scampato alla morte, arrestato.
Due domande. La prima, che rivolgo prima di tutto a me stesso, è quale rilievo mediatico, quale appoggio intellettuale, quale solidarietà politica abbiamo destinato, per lunghi anni, alle tante persone che in Russia, per essersi opposte a Putin, sono entrate in carcere o sono state costrette all’esilio. A parte Navalnyj e, perché facevano spettacolo, le Pussy Riot, non sapevamo nemmeno i loro nomi.
La seconda è come sia stato possibile che governanti e partiti politici europei, specialmente dell’area cosiddetta sovranista, ma non solo, abbiano potuto intrattenere affabili relazioni con Putin, qualcuno indicandolo come una guida per il mondo, senza che questa intesa con un tiranno (se volete un eufemismo, un autocrate) provocasse scandalo o almeno innescasse una discussione politica radicale, profonda, di quelle che si chiamano “valoriali”.
Azzardo una possibile risposta alla prima come alla seconda domanda. La de-ideologizzazione della politica, la sua quasi-riduzione al solo campo dell’economia, ha prodotto una specie di disarmo ideale che ha impedito di dividersi, discutere, infine votare sulle questioni fondamentali: la libertà, la democrazia e la pace prima di ogni altra. Il risultato è che solo il rumore dei cingoli e delle bombe ha aperto gli occhi degli europei su Putin. E non è una frase polemica. È una triste constatazione.

sabato 26 febbraio 2022

Mentre a due passi...


Alba di un giorno nuovo, che si preannuncia radioso, frizzante, la Luna che accarezza il palazzo difronte; ma il pensiero va a loro, a quegli amici che a centinaia di chilometri hanno dormito nelle metropolitane, immersi nella paura per l'attività criminale di un pazzo rancoroso e nazista; ai bimbi che si son visti trasformare la loro giovane vita in un misterioso teatro di paure, di rimbombi simili ai tuoni ma col cielo sereno, con la terra che trema, che si staranno domandando come mai non si vada più al parco, a correre, a ridere al sole. Penso a loro e mi rattristo. Soprattutto per l'idiozia e la malvagità che regnano sovrane attorno a noi. 

Putin, te lo dico all'alba, in piena sincerità: vaffanculo! 
 

A volte gli anniversari

 


venerdì 25 febbraio 2022

Ops!




Interessante

 

Se le nostre vite fossero virtuali 

di Farhad Manjoo (giornalista del New York Times)

Immaginate i vostri bisnonni che, da adolescenti mettevano le mani su una novità rivoluzionaria: il primo gioco che permetteva d’immergersi completamente nella realtà virtuale. Non degli sciocchi occhialoni, più un dispositivo stile Matrix, un’elegante bandana imbottita di elettrodi in grado di collegarsi direttamente con il sistema percettivo del cervello di chi la indossava, sostituendo qualunque cosa vedesse, sentisse, toccasse, annusasse o addirittura gustasse con nuove sensazioni generate da una macchina.

Il marchingegno ha avuto un enorme successo, le bandane magiche ben presto sono diventate parte imprescindibile della vita quotidiana, di fatto i vostri bisnonni si sono conosciuti in Bandanalandia, e i loro figli, i vostri nonni, sono entrati in contatto con il mondo esterno solo raramente. Le generazioni successive – i vostri genitori, voi – non ci sono entrate mai. Tutto quello che avete conosciuto, l’intero universo che chiamate realtà, vi è stato fornito da una macchina.

È il genere di scenario bizzarro a cui continuo a pensare quando rifletto sull’ipotesi della simulazione, cioè l’idea, molto discussa negli ultimi tempi tra esperti di tecnologia e filosofi, che il mondo intorno a noi possa essere una finzione digitale, qualcosa di simile al mondo simulato di un videogioco.

L’idea non è nuova. Esplorare la natura profonda della realtà è un’ossessione dei filosofi dai tempi di Socrate e Platone. Dopo Matrix queste idee sono diventate anche un caposaldo della cultura pop. Ma fino a qualche tempo fa l'ipotesi della simulazione riguardava gli studiosi. Perché dovremmo prendere in considerazione la possibilità che la tecnologia riesca a creare simulazioni indistinguibili dalla realtà? E anche se una cosa del genere fosse possibile, che differenza farebbe per noi, paralizzati nel presente, dove la realtà sembra fin troppo tragicamente reale? Per queste ragioni mi sono tenuto alla larga dai molti dibattiti sull’ipotesi della simulazione che ani- mano le comunità di esperti di tecnologia dai primi anni duemila, quando Nick Bostrom, un filosofo di Oxford, ventilò l’idea in un saggio. Ora un nuovo, straordinario libro del filosofo David Chalmers – Reality+. Virtual worlds and the problems of philosophy mi ha trasformato in un simulazionista accanito.

Dopo aver letto il libro e parlato con il suo autore, ho cominciato a credere che il prossimo mondo di realtà virtuale un giorno potrebbe essere considerato reale come la realtà reale. Se succederà, la nostra attuale realtà sarà immediatamente messa in dubbio: dopo tutto, se siamo riusciti a inventare mondi virtuali significativi, non è plausibile che possa averlo fatto anche qualche altra civiltà chissà dove nell’universo? Ma se questo è possibile, come possiamo sapere di non essere già nella sua simulazione?

La conclusione sembra inevitabile. Forse non siamo in grado di dimostrare che ci troviamo in una simulazione, ma come minimo è una possibilità che non possiamo escludere. E forse c’è dell’altro: Chalmers sostiene che se ci troviamo in una simulazione non ci sarebbe motivo di pensare che questa sia l’unica. Proprio come molti computer oggi utilizzano lo stesso software, molte macchine diverse potrebbero usare lo stesso modello di simulazione. Se così fosse, i mondi simulati sarebbero di gran lunga più numerosi di quelli non simulati, il che significa– a livello puramente statistico – che non solo sarebbe possibile, ma addirittura probabile che il nostro mondo sia una delle tante simulazioni. Chalmers scrive che “le probabilità di essere delle simulazioni sono almeno il 25 per cento o giù di lì”.

Chalmers insegna filosofia alla New York University e ha passato gran parte della sua carriera a riflettere sul mistero della coscienza. È noto per aver coniato la frase “il difficile problema della coscienza” che, grosso modo, è una definizione della difficoltà di spiegare perché una certa esperienza è percepita in quel modo dall’individuo che ne sta facendo esperienza (non vi preoccupate se vi gira la testa: non è un caso se si chiama “difficile problema”).

Chalmers dice di aver cominciato a riflettere sulla natura della realtà simulata dopo aver usato dei nuovi visori di realtà virtuale ed essersi reso conto che la tecnologia è già abbastanza sviluppata per creare situazioni che sembrano reali.

La realtà virtuale oggi sta avanzando così rapidamente che sembra ragionevole ipotizzare che il mondo al suo interno un giorno possa essere indistinguibile da quello esterno. Secondo Chalmers potrebbe succedere entro un secolo. Personalmente non sarei sorpreso se ci arrivassimo nel giro di qualche decennio.

In qualunque momento accadrà, lo sviluppo di una realtà virtuale realistica sarà un terremoto, per ragioni al tempo stesso pratiche e profonde. Quelle pratiche sono evidenti: se le persone potessero spostarsi facilmente tra il mondo fisico e mondi virtuali che sono percepiti esattamente come la realtà fisica, quale dovremmo considerare reale?

Potreste sostenere che la risposta è chiaramente il mondo fisico. Ma perché? Oggi quello che succede su internet non rimane su internet. Il mondo digitale è così profondamente radicato nella nostra vita che i suoi effetti rimbalzano nella società. Dopo che tanti di noi hanno passato buona parte della pandemia a lavorare e socializzare online, sarebbe sciocco affermare che la vita su internet non è reale.

Lo stesso varrebbe per la realtà virtuale. Il libro di Chalmers – che viaggia piacevolmente attraverso l’antica filosofia cinese e indiana passando per Cartesio fino a raggiungere i teorici moderni come Bostrom e le sorelle Wachowski, creatrici di Matrix – è un’opera di filosofia, quindi naturalmente si addentra in un’esplorazione sfaccettata delle differenze tra realtà fisica e virtuale.

Il risultato è questo: “La realtà virtuale non è la stessa cosa della comune realtà fisica”, ma poiché i suoi effetti sul mondo non sono sostanzialmente diversi da quelli della realtà fisica “è una realtà autentica”. Perciò non dovremmo considerare i mondi virtuali come fughe immaginarie: quello che succede nella realtà virtuale “succede davvero”, dice Chalmers, e quando sarà abbastanza reale, potremo viverci una vita “pienamente significativa” .

A me sembra evidente. Esistono già parecchie prove del fatto che le persone possono costruire realtà sofisticate partendo da esperienze che vivono su internet attraverso uno schermo. Perché non dovrebbe essere così in un’internet immersiva?

Questo ci porta a cosa c’è di profondo e inquietante nell’avvento della realtà virtuale. La commistione tra realtà fisica e digitale ha già sprofondato la società in una crisi epistemologica, una situazione in cui persone diverse credono a versioni diverse della realtà basate sulle comunità digitali in cui si ritrovano. Come affronteremmo questa situazione in un mondo digitale molto più realistico? È possibile che il mondo fisico continui a funzionare in una società in cui tutti hanno uno o più alter ego virtuali?

Non lo so. Non ho molte speranze che possa funzionare senza problemi. Ma le possibilità che ci spaventano sottolineano l’importanza di riflessioni apparentemente astratte sulla natura della realtà nell’epoca della realtà virtuale.

Dovremmo cominciare a riflettere seriamente sui possibili effetti dei mondi virtuali adesso, prima che diventino troppo reali per farci sentire a nostro agio.


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