venerdì 25 febbraio 2022

Interessante

 

Se le nostre vite fossero virtuali 

di Farhad Manjoo (giornalista del New York Times)

Immaginate i vostri bisnonni che, da adolescenti mettevano le mani su una novità rivoluzionaria: il primo gioco che permetteva d’immergersi completamente nella realtà virtuale. Non degli sciocchi occhialoni, più un dispositivo stile Matrix, un’elegante bandana imbottita di elettrodi in grado di collegarsi direttamente con il sistema percettivo del cervello di chi la indossava, sostituendo qualunque cosa vedesse, sentisse, toccasse, annusasse o addirittura gustasse con nuove sensazioni generate da una macchina.

Il marchingegno ha avuto un enorme successo, le bandane magiche ben presto sono diventate parte imprescindibile della vita quotidiana, di fatto i vostri bisnonni si sono conosciuti in Bandanalandia, e i loro figli, i vostri nonni, sono entrati in contatto con il mondo esterno solo raramente. Le generazioni successive – i vostri genitori, voi – non ci sono entrate mai. Tutto quello che avete conosciuto, l’intero universo che chiamate realtà, vi è stato fornito da una macchina.

È il genere di scenario bizzarro a cui continuo a pensare quando rifletto sull’ipotesi della simulazione, cioè l’idea, molto discussa negli ultimi tempi tra esperti di tecnologia e filosofi, che il mondo intorno a noi possa essere una finzione digitale, qualcosa di simile al mondo simulato di un videogioco.

L’idea non è nuova. Esplorare la natura profonda della realtà è un’ossessione dei filosofi dai tempi di Socrate e Platone. Dopo Matrix queste idee sono diventate anche un caposaldo della cultura pop. Ma fino a qualche tempo fa l'ipotesi della simulazione riguardava gli studiosi. Perché dovremmo prendere in considerazione la possibilità che la tecnologia riesca a creare simulazioni indistinguibili dalla realtà? E anche se una cosa del genere fosse possibile, che differenza farebbe per noi, paralizzati nel presente, dove la realtà sembra fin troppo tragicamente reale? Per queste ragioni mi sono tenuto alla larga dai molti dibattiti sull’ipotesi della simulazione che ani- mano le comunità di esperti di tecnologia dai primi anni duemila, quando Nick Bostrom, un filosofo di Oxford, ventilò l’idea in un saggio. Ora un nuovo, straordinario libro del filosofo David Chalmers – Reality+. Virtual worlds and the problems of philosophy mi ha trasformato in un simulazionista accanito.

Dopo aver letto il libro e parlato con il suo autore, ho cominciato a credere che il prossimo mondo di realtà virtuale un giorno potrebbe essere considerato reale come la realtà reale. Se succederà, la nostra attuale realtà sarà immediatamente messa in dubbio: dopo tutto, se siamo riusciti a inventare mondi virtuali significativi, non è plausibile che possa averlo fatto anche qualche altra civiltà chissà dove nell’universo? Ma se questo è possibile, come possiamo sapere di non essere già nella sua simulazione?

La conclusione sembra inevitabile. Forse non siamo in grado di dimostrare che ci troviamo in una simulazione, ma come minimo è una possibilità che non possiamo escludere. E forse c’è dell’altro: Chalmers sostiene che se ci troviamo in una simulazione non ci sarebbe motivo di pensare che questa sia l’unica. Proprio come molti computer oggi utilizzano lo stesso software, molte macchine diverse potrebbero usare lo stesso modello di simulazione. Se così fosse, i mondi simulati sarebbero di gran lunga più numerosi di quelli non simulati, il che significa– a livello puramente statistico – che non solo sarebbe possibile, ma addirittura probabile che il nostro mondo sia una delle tante simulazioni. Chalmers scrive che “le probabilità di essere delle simulazioni sono almeno il 25 per cento o giù di lì”.

Chalmers insegna filosofia alla New York University e ha passato gran parte della sua carriera a riflettere sul mistero della coscienza. È noto per aver coniato la frase “il difficile problema della coscienza” che, grosso modo, è una definizione della difficoltà di spiegare perché una certa esperienza è percepita in quel modo dall’individuo che ne sta facendo esperienza (non vi preoccupate se vi gira la testa: non è un caso se si chiama “difficile problema”).

Chalmers dice di aver cominciato a riflettere sulla natura della realtà simulata dopo aver usato dei nuovi visori di realtà virtuale ed essersi reso conto che la tecnologia è già abbastanza sviluppata per creare situazioni che sembrano reali.

La realtà virtuale oggi sta avanzando così rapidamente che sembra ragionevole ipotizzare che il mondo al suo interno un giorno possa essere indistinguibile da quello esterno. Secondo Chalmers potrebbe succedere entro un secolo. Personalmente non sarei sorpreso se ci arrivassimo nel giro di qualche decennio.

In qualunque momento accadrà, lo sviluppo di una realtà virtuale realistica sarà un terremoto, per ragioni al tempo stesso pratiche e profonde. Quelle pratiche sono evidenti: se le persone potessero spostarsi facilmente tra il mondo fisico e mondi virtuali che sono percepiti esattamente come la realtà fisica, quale dovremmo considerare reale?

Potreste sostenere che la risposta è chiaramente il mondo fisico. Ma perché? Oggi quello che succede su internet non rimane su internet. Il mondo digitale è così profondamente radicato nella nostra vita che i suoi effetti rimbalzano nella società. Dopo che tanti di noi hanno passato buona parte della pandemia a lavorare e socializzare online, sarebbe sciocco affermare che la vita su internet non è reale.

Lo stesso varrebbe per la realtà virtuale. Il libro di Chalmers – che viaggia piacevolmente attraverso l’antica filosofia cinese e indiana passando per Cartesio fino a raggiungere i teorici moderni come Bostrom e le sorelle Wachowski, creatrici di Matrix – è un’opera di filosofia, quindi naturalmente si addentra in un’esplorazione sfaccettata delle differenze tra realtà fisica e virtuale.

Il risultato è questo: “La realtà virtuale non è la stessa cosa della comune realtà fisica”, ma poiché i suoi effetti sul mondo non sono sostanzialmente diversi da quelli della realtà fisica “è una realtà autentica”. Perciò non dovremmo considerare i mondi virtuali come fughe immaginarie: quello che succede nella realtà virtuale “succede davvero”, dice Chalmers, e quando sarà abbastanza reale, potremo viverci una vita “pienamente significativa” .

A me sembra evidente. Esistono già parecchie prove del fatto che le persone possono costruire realtà sofisticate partendo da esperienze che vivono su internet attraverso uno schermo. Perché non dovrebbe essere così in un’internet immersiva?

Questo ci porta a cosa c’è di profondo e inquietante nell’avvento della realtà virtuale. La commistione tra realtà fisica e digitale ha già sprofondato la società in una crisi epistemologica, una situazione in cui persone diverse credono a versioni diverse della realtà basate sulle comunità digitali in cui si ritrovano. Come affronteremmo questa situazione in un mondo digitale molto più realistico? È possibile che il mondo fisico continui a funzionare in una società in cui tutti hanno uno o più alter ego virtuali?

Non lo so. Non ho molte speranze che possa funzionare senza problemi. Ma le possibilità che ci spaventano sottolineano l’importanza di riflessioni apparentemente astratte sulla natura della realtà nell’epoca della realtà virtuale.

Dovremmo cominciare a riflettere seriamente sui possibili effetti dei mondi virtuali adesso, prima che diventino troppo reali per farci sentire a nostro agio.


Dialoghi

 


Già!

 

L’amaca
Chi sono i veri pazzi
di Michele Serra
Il pacifismo ideologico e ipocrita, il pacifismo ingenuo e parolaio, il pacifismo dei fraticelli, dei panciafichisti, dei fricchettoni con le loro insopportabili collanine: come era bello. Com’era bello il pacifismo infantile, ignaro del mondo, che nei talk show adulti scafati smontavano in quattro secondi. Com’era bello il pacifismo retorico, che opponeva parole risapute all’evidenza delle cose, alla ripetizione bruta dell’istinto di dominio che regola, dall’alba dei tempi, la storia dell’umanità. Com’era bello sapere che esisteva almeno un frammento del mondo (un corteo, una petizione, una bandiera appesa a un balcone) nel quale la guerra, che è la regola, era invece considerata una schifosa eccezione. Ci manca, in queste ore di lucida sopraffazione, con lucidi commenti di lucidi commentatori, qualche residua traccia di quella vaneggiante, imbarazzante utopia, “fate l’amore non la guerra”, che pretendeva la più gigantesca riconversione economica e politica della storia umana, dirottare gli ormoni dagli arsenali ai materassi. Se ci manca la visione – come dicono i politici – la colpa è della nostra paura di essere giudicati ingenui, o matti, come capitò a Francesco quando si denudò di fronte al padre e a tutta Assisi, e di rimbalzo come capita a questo Papa rimasto solo al mondo a gridare “pace!”. Ma lo sappiamo bene, in cuor nostro, che il vero pazzo è Putin, che pazzo è il nazionalismo in ogni sua forma (“nostra patria è il mondo intero”, cantavano gli anarchici a fine Ottocento), che da pazzi è stato, dopo il crollo dell’Urss, fronteggiare quelle rovine con una chiostra di missili, mentre gli oligarchi rubavano il più grande bottino della storia umana senza che nessuno, dalle nostre parti, avesse da ridire: perché gli oligarchi sono compagni di affari, e gli affari sono sacri. Prima di esitare a dire “pace”, la domanda è dunque: chi sono i veri pazzi?

Niente da aggiungere

 

Zitti e Mosca
di Marco Travaglio
L’attacco criminale di Putin all’Ucraina è un post scriptum degli imperialismi del XX secolo, totalmente fuori sincrono rispetto al comune sentire delle opinioni pubbliche mondiali. Non solo per le nuove generazioni che la guerra, fredda o guerreggiata che fosse, l’hanno letta sui libri di storia, ma anche per quelle che l’hanno vissuta e poi archiviata. Per questo lascia la gente senza parole e rende false e vuote le parole dei governanti che ne sono prodighi. Quelli che menano le danze, Putin e Biden, sono due cascami del Novecento che stanno per compiere 70 e 80 anni, formattati mentalmente nel vecchio mondo che ora rispunta dalla tomba come gli zombi. Con una differenza: Putin parla a un popolo che non dimentica nulla, tantomeno la sua vocazione nazionalista ancora frustrata dal crollo dell’Urss e dalle provocazioni dell’Occidente che ha fatto di tutto per umiliarlo, violando l’impegno di non allargare la Nato a Est; Biden parla a un popolo che non ricorda quasi nulla, salvo i tributi di sangue pagati a far guerre in giro per il mondo, perdendole drasticamente tutte dal 1945. Quindi la guerra non toglie consensi a Putin (a meno che la perda), ma ne toglierebbe parecchi a Biden (che già ne ha pochi) col rischio che ne approfitti la terza potenza, quella tragicamente più al passo coi tempi: la Cina. Quanto a noi, cittadini della cosiddetta Europa, pagheremo il solito tributo di soldi per conto terzi, passando da uno stato d’emergenza (sanitario) a un altro (bellico). Con l’aggravante – per noi italiani – di doverci pure sorbire il cinepanettone delle Sturmtruppen in servizio permanente effettivo, che trasformano le peggiori tragedie nell’eterna commedia all’italiana.
“Noi l’avevamo detto”. È il mantra dei Nando Mericoni a mezzo stampa (“Pronto-Amerega-me-senti?”), che da tre mesi si calano l’elmetto sul capino e rilanciano ogni giorno le veline della Cia sull’invasione russa “tra oggi e domani” e ora, dopo aver fatto e rifatto lo stesso titolo fasullo, si vantano di averci azzeccato. Come se il compito dell’informazione fosse ripetere cento volte una fake news sotto dettatura (“oggi piove”) e poi, quando la centunesima volta si avvera, fingere che fosse sempre stata vera (“visto che oggi piove?”). E come se drammatizzare urlando “Al lupo! Al lupo!” non fosse il modo migliore per sdrammatizzare: un regalo al lupo che, quando arriva, non ci crede o non si scandalizza più nessuno. Ora semmai qualcuno si chiede come mai l’amico americano, se sapeva tutto da mesi, ha lasciato l’Ucraina così impreparata e sola dinanzi all’attacco.
“Legalità internazionale”. Bei tempi quando qualche governo poteva insegnarla agli altri.
Oggi non ci sono “buoni” titolati a dare lezioni ai “cattivi” russi, visto che Usa e Ue si sono macchiati di guerre illegali e criminali (peggio ancora se avallate dall’Onu) in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia e via bombardando.
“Ci vorrebbe l’Europa”. Fa il paio col “non ci sono più le mezze stagioni”. L’Europa politica e militare non è mai nata per non dispiacere al residuato bellico della Nato (a 31 anni dalla fine del Patto di Varsavia), con alleati indecenti come la Turchia (impegnata a sterminare i curdi nel silenzio degli atlantisti). Finché accetteremo che lo Zio Sam faccia casini in giro lasciandoci il conto da pagare, in termini di migranti (Libia e Afghanistan), terrorismo (Iraq), affari mancati (Cina) e bollette (Ucraina), resteremo il vaso di coccio fra due potenze che si rafforzano a scapito nostro. E piangere sull’Europa che non c’è non sarà solo inutile: sarà ridicolo.
“Tremenda vendetta!”. Posto che, in base ai trattati, la Nato non può inviare truppe in Ucraina, la reazione sarà in forma di parole e di sanzioni. Le parole abbondano e mettono tutti d’accordo. Ma Putin lesnobba, anzi le capitalizza agli occhi del suo popolo e del suo establishment(che l’altroieri era tutt’altro che allineato e coperto). Altra cosa sono le sanzioni, che per la Ue escludono gas e banche, per gli Usa no. Su questo conta Mosca: quando si passerà dalle parole ai fatti, il fronte occidentale si rivelerà pura finzione.
“Abbasso i putiniani!”. La caccia agli amici di Putin scatenata dai giornaloni e dal Pd c’entra poco con la guerra in Ucraina e molto con le guerricciole da buvette di Montecitorio: serve a screditare Salvini (che con e sulla Russia ne ha dette e fatte di tutti i colori, ma Putin manco lo conosce) e Conte (reo di un approccio multilaterale in politica estera, peraltro in linea con la tradizione diplomatica italiana, da Moro ad Andreotti, da Prodi a D’Alema allo stesso Frattini). Altrimenti sul banco degli imputati ci sarebbe anzitutto B., quello dei festini con l’amico Vlady nella dacia e a villa Certosa, delle sceneggiate a base di lettoni e plaid trapuntati, delle leccatine alle democrazie-modello di Putin e Lukashenko. Invece è tutto prescritto, in vista del campo largo di Letta (zio e nipote).
“Finché c’è guerra non si tratta”. È la linea di Biden, dunque di Draghi. Ma quando si dovrebbe trattare: in tempo di pace? I negoziati servono quando si combatte, per ottenere tregue e poi trattati. E a mediare non è adatto chi è intruppato in una fazione. Perciò servirebbe, in Europa, qualcuno che tenga una postura più terza e meno appiattita sugli Usa. O almeno che si levi l’elmetto, guardi al di là del proprio naso e scopra ciò che è ovvio dalla notte dei tempi: gli amici te li puoi scegliere, i nemici no.

Idiota!

 


Nel frattempo, mentre il mondo è sotto choc, gli indefessi idioti continuano a svolgere il ruolo di idioti, come questo in foto che fino a poco tempo fa osannava Putin come un meraviglioso statista. Che sia tornato Morisi a consigliargli queste buffonate?

giovedì 24 febbraio 2022

Distogliersi dal baratro

 


Venti di guerra, latrati dei soliti imbecilli intenti a far guerra per la loro ignoranza e per ingigantire i forzieri degli armaioli, autentici signori di questo pianeta in mano a dei pazzi! 

E allora urge distogliersi, calmarsi. 

Lo faccio attraverso una narrazione schietta di quello che sto sperimentando in questi giorni. 

Si, lo ammetto: non avevo mai usato il forno a microonde sino a pochi giorni fa. Vi sembrerà strano ma è la pura verità. Il posizionarvi il contenitore dentro ed estrarlo dopo un minuto riscaldato, provoca in me la stessa sensazione dei primi che, ammaliati, videro la lampadina accendersi, illuminando quello che fino al giorno prima era strettamente delegato alla candela. 

Ma c'è di più: da tempo immemore vivo la giornata in stile "Ricomincio da capo" il film dove Bill Murray ripete all'infinito il giorno della marmotta, il 2 febbraio. Soprattutto al mattino con la lettura dei giornali, le abluzioni, l'uscita frettolosa dal portone, la strada per arrivare al bar, con il saluto ai soliti ignoti, l'operatrice ecologica che tutte le mattine mi guarda avvolta dal suo cappello di lana, il signore che perennemente in pantaloncini corti cammina per combattere i trigliceridi, il signore anziano che canticchia a mezza voce dirigendosi dal tabacchino per i soliti due pacchetti di sigarette fini, e che poi ritrovo al bar e risaluto con il canonico "di nuovo", e lo stesso bar dove dopo il buongiorno si scivola via con il rito del caffè e della striscia di focaccia come se non fosse un domani diverso, e poi a chiudere la paglia e la partenza per il lavoro. 

Ma ieri è arrivata lei, la friggitrice ad aria e tutto d'incanto è mutato per imprimere quel frizzantino di libertà, probabilmente fittizio, motore per agguantare, scorgendola, la novità nel giorno apparentemente uguale ai precedenti dodicimila. 

E la scaletta modificata, il copione stravolto m'inondano di quella pace e rilassatezza basilare per non soccombere alla quotidianità.

Vado con ordine, come se leggessi una sceneggiatura: 

Sveglia al solito verso le cinque perché, come dice Francesco, solo i ribaldi oziano troppo a letto. (non chiedetemi chi è Francesco, perché mi rattristerei troppo!) 

Decaffeinato e lettura dei giornali, normalmente almeno cinque. Per farsi un'idea dei fatti e non cadere nell'allocchismo.

Verso le sei, quale gesto di overture, mezzo bicchiere di acqua tiepida con mezzo limone spremuto (fatelo anche voi. Una famosa oncologa lo consiglia come protezione dell'apparato digerente verso i mali che immaginate) e tre noci (le noci fanno bene, le mangia pure Chicco Mentana tutte le mattine. Le mangiasse il Kazzaro ad esempio, eviterei di emularlo.) 

Alle sei e dieci, estrazione della focaccina surgelata con inserimento nella friggitrice per 6 minuti a 170 °C. Una volta cotta perfettamente me la sbocconcello alla grande davanti al pc continuando nella rassegna stampa (da quel momento avverto le prime note echeggiare nel mio inconscio dell'Inno alla Gioia del grande Ludovico (non mi chiedete chi è Ludovico perché sarebbe come sopra con Francesco))

Inserimento cuffie per buona musica, che ritengo oramai inutile quale sia, e verso le 6:20 estrazione dal freezer di una brioche surgelata, che la friggitrice ad aria preparerà croccantemente in 15 minuti alla temperatura di 180 °C. 

Verso le 6:35 risolini alla Ragioniere depressurizzanti la gioia eruttante dall'Io in preda a un godimento estremo. Spremuta con due arance e la metà del limone rimasta. 

Esplosione di giubilo con briochina e spremuta attori principali. Al termine caffè (uso il Borbone sia deka che normale in cialde compostabili) e, lo so che sbaglio ma al momento non posso farci nulla, Paglia Regale fumata in rigorosa Seduta in defecatio mode. Successivamente abluzioni ed uscita di casa imitando evoluzioni in ascensore tipiche della compianta Fracci alla Scala.

E soprattutto da oggi combatterò l'apatia che m'affloscia a ripetere le stesse cose ogni dì. Cercherò di introdurre novità, magari mangiando anche la fritturina alle 6 del mattino, per inviare un va a dar via le ciap alla routine sonnecchiosa, anticamera della depression!  

   


Nell'idiozia

 


Anche oggi, come ieri, e, chissà, nel futuro, se ci saremo ancora, dimostriamo a noi stessi la pervicace e latente idiozia. Affidiamo cioè alle armi tutti quegli egoismi che ci fanno ripiombare nella condizione primitiva, come se il bello della maestosità del Creato, dell'arte, della cultura, dello scambio interpersonale di emozioni, di scrigni unici di noi stessi, non fossero serviti ad una mazza. 

Siamo così stupendamente imbecilli da permettere a pochi di arricchirsi producendo mezzi in grado di auto-distruggerci, delegando loro addirittura il previlegio di decidere per noi il futuro di tutti, istruendoci e muovendoci come se fossimo delle marionette, mentalmente e umanamente peggiori del signore in foto, un illuminato al nostro confronto.