venerdì 21 gennaio 2022

Tonga raccontata

 

L’isola dove si va per sparire e si finisce col ritrovarsi
di Melania Mazzucco
La cenere grigia che ricopre le case e le coste di Fafaa, Nomuka e Pangai, le palme divelte di Tongatapu, il buco nel cuore dell’isola squarciata dall’esplosione del vulcano Hunga, sono le uniche immagini che sono riuscita a reperire in questi giorni di ossessive ricerche sul web. Perché a Tonga devo un dono. La fotografia dei ragazzini di Foa — conosciuti mentre la attraversavo in bicicletta un pomeriggio di ottobre del 2006 — è sempre stata davanti a me, in tutti questi anni. E adesso mi chiedo che ne è di loro.

Non sapevo — e non so — come raccontare Tonga. Se dico un arcipelago di 170 isole perdute nell’immensità del Pacifico, evoco un paradiso esotico per turisti, e mistifico la realtà. Se dico che è lontana — perché è agli antipodi rispetto all’Italia (e all’Europa) — è un’illusione ottica: nella carte geografiche australi, che rappresentano per noi il mondo alla rovescia, figura ad appena tre ore di aereo da Auckland. Più appropriato dire che è un’eccezione nella storia del Pacifico: l’unico Stato sempre governato da una monarchia locale. “Scoperta” dagli olandesi nel 1616, dimenticata dopo il passaggio di Tasman, visitata da Cook nel 1763, grazie alla precoce conversione del suo re Taufa’ahau, nel 1831, non è mai stata una colonia: non è diventata francese come Tahiti o le Fiji, né americana come Samoa o tedesca come le Marianne. Ha mantenuto la sua indipendenza, anche se fa parte del Commonwealth e guarda all’Inghilterra. Si circola a sinistra, nelle scuole i bambini imparano l’inglese. I tongani emigrano in America e Nuova Zelanda, i rimasti vivono di rimesse, in un tempo dilatato e come sospeso. È proverbiale la loro lentezza. Alcuni coltivano noci di cocco in latifondi di proprietà giapponese, la maggior parte i propri orti e campi intorno a casette di un solo piano. I maiali, i tacchini e le galline che scorrazzano sull’erba finiscono arrostiti nei superbi banchetti della domenica. Molte isole minori sono deserte. I locali le raggiungono in canoa, per pescare molluschi e mai mai. I pochi turisti sono prevalentemente neozelandesi e australiani. Velisti, sub e pacifici osservatori di balene nel gruppo delle Vava’u, surfisti solitari a Tongatapu. Le spiagge bianche sono abitate solo da granchi e paguri, andare al mare è passatempo da bianchi. Le tongane si bagnano vestite come le musulmane, perché la religione conta in una società conservatrice. Il cristianesimo ha sottratto al peccato i loro corpi (i costumi sessuali degli autoctoni rappresentarono una gioia per i marinai e uno shock per gli esploratori del Pacifico, e i missionari si incaricarono di abolire lo scandalo). La chiesa ha requisito la danza — principale espressione artistica locale. Ma le messe sono feste di musica, cori e canti.

Le isole dei quattro gruppi che compongono il regno sono distanti perfino tra loro, l’oceano è infido, gli attracchi incerti e le navi rare — per lo più cargo. Ci si muove volando. Tempo fa, con aerei che sembravano degli Anni ’40 (ma in realtà rifatti su quei modelli per compiacere l’anglofilia del re). Passeggeri e bagagli si pesano alla partenza, insieme. Si paga l’eccesso a chilo. Un sistema pratico per determinare il carico del velivolo. Inoltre necessario per la stazza degli abitanti. Colossali quasi tutti (i tongani più celebri sono un lottatore e il rugbista Malakai Fekitoa: il rugby è lo sport nazionale). Ma molti in sovrappeso per l’abuso di corned beef — carne in scatola venduta negli spacci dei cinesi.
A Tonga i cinesi e gli indiani si trasferiscono per commerciare, gli occidentali per archiviare il passato e inventarsi un’altra vita. Come l’unica vittima identificata, l’inglese Angela madrina dei cani randagi. Ho incontrato italiani che avevano aperto ristoranti e minialberghi — resort di tipo maldiviano non ce n’erano, l’arcipelago difendeva la propria diversità e solo a Fafà se ne trovava uno adatto alle lune di miele; oppure campeggi ecologici con bungalow privi di elettricità, dalle cui fragili pareti filtravano scrosci di pioggia (nelle cartoline c’è sempre il sole, ma ai tropici piove, e molto). Un ex manager neozelandese aveva acquistato per 99 anni a Vava’u un’isola il cui perimetro percorrevi in 15 minuti: nella casa di legno viveva con la moglie, la figlia campionessa di kite-surf e un cane che abbaiava alle balene di passaggio. Un imprenditore divenuto donna si era ritirato in un’isola remota delle Niuas. L’omosessualità è illegale, ma nella cultura tongana sono ben accolti i fakaleiti — maschi che vestono e vivono da donne. Da 28 anni organizzano un concorso di bellezza transgender, Miss Galaxy Pageant. L’ultimo si è tenuto a luglio 2021 e ha incoronato Lavenda Mosay. Ma adesso ricordo soprattutto Hans. Un barbuto cuoco tedesco che per decenni aveva lavorato sulle navi da crociera ed era riuscito a prendere in affitto un pezzo di terra a Foa, nelle Ha’apai. Sognava di andarci a vivere con la moglie. Ma aveva lottato per anni con la burocrazia e la natura — impedimenti, uragani, inefficienze e avversità di ogni tipo. E quando finalmente aveva finito la casa, la moglie era morta. Ma lui si è trasferito lo stesso a Foa. Ha costruito qualche bungalow sulla spiaggia di Houmaleia, assunto ragazzi e ragazze del posto, che stavano per emigrare in America, e ormai era parte del paesaggio, benvoluto come se ci fosse nato. Ho pranzato col re di Tonga nel suo giardino.

Re Taufa’ahau Tupou IV era morto da venti giorni (le isole ancora parate a lutto, con drappi viola), il nuovo re George Tupou V girava le isole con la sua auto nera — un taxi londinese Anni ’50 — per farsi conoscere dai sudditi. I bambini lo aspettavano sul bordo delle strade, con la divisa della scuola e una bandiera in mano. È arrivato nella semplice casa di Hans con una ristretta corte di due uomini e una donna, abbigliati col costume locale (la gonna di foglie). Gli ho detto che era il mio primo re. Lui — con ineffabile humour — ha risposto che non ero la sua prima scrittrice. Aveva studiato a Cambridge e Oxford e all’Accademia militare di Sandhurst. Non rimpiangeva l’Inghilterra. Anche se ereditava un paese quasi privo di risorse, lambito dalla povertà di tutti i tropici (alla periferia della capitale si nascondeva una bidonville), depauperato dall’emigrazione e politicamente inquieto: pochi giorni dopo la mia partenza esplose la rivolta popolare, con manifestazioni inneggianti alla democrazia, degenerate in saccheggi e incendi. Nuku’alofa fu in parte distrutta. Per placare i tumulti fece ricorso a soldati e poliziotti australiani e neozelandesi e arrestò centinaia di oppositori. Solo poco prima della morte revocò lo stato di emergenza.
Del passato glorioso di Tonga restano siti archeologici, ruderi di tombe reali, enigmatiche strutture in pietra corallina. Il resto è mito e leggenda: gli ammutinati del Bounty respinti dai battaglieri abitanti di Tofua, memorie di sopravvissuti a naufragi, racconti sugli indigeni che praticavano il cannibalismo per introiettare il potere dell’avversario sconfitto. Usanze estirpate, come gli dèi Tangaloa e Maui.
Ho conosciuto però uno stregone. Si è presentato così lui stesso — forse per impressionare la donna bianca. Stavo camminando sulla scogliera lungo la costa sud, dove onde alte come la muraglia cinese si insinuano nelle fenditure della roccia ( blowholes) ed esplodono in geyser di trenta metri. Lui — sui quarant’anni, alto e massiccio come tutti i tongani — si avvicinò, mi scrutò e mi compianse per il problema che stavo affrontando. Una malattia, certo psicosomatica, di cui mi disse anche la causa. Mi propose un rito liberatorio, per guarirmi.
È una profezia come quella dell’indovino a Terzani, ho pensato. Farò quello che dice, e un giorno scriverò di lui. Ma non l’ho fatto, neanche quando si è compiuta. A Tonga ero andata per sparire — come gli altri bianchi. Le connessioni erano rarissime e costose, vivevamo senza. Ma in realtà, come quasi tutti, lì mi sono ritrovata. Per questo mi lascio tentare dal pensiero magico. Tonga è sparita nella nube di vapore, fulmini e gas per il risveglio dei suoi dèi estinti. Ma dissipata la cenere potrà essere ritrovata.

giovedì 20 gennaio 2022

Incredibile



Per quelli che ancora credono alle fandonie che siamo un popolo arretrato, che non sappiamo fare nulla. Mannaggia! Non avessimo Salvini, il Pregiudicato e Sora Cicoria, e i corrotti,  glielo spiegheremo noi cosa significa costruire le strade che ancora resistono da duemila anni! Mortacci loro!

A volte stupisce

 Quante volte abbiamo ascoltato il refrain "i ricchi si arricchiscono sempre più, soprattutto durante le guerre, le pestilenze, le pandemie" e lo abbiamo considerato alla stregua del canonico dialogo in ascensore del tipo "oggi fa freddo, ma domani cambia"? 

Essendo in pandemia da quasi due anni gli studi di serie organizzazioni, confermano tale mostruosità, senza che nessuno, neppure tra i reietti, s'azzardi a dire o fare qualcosa. E per qualcosa non intendo una rivoluzione, no. Ma almeno uscire per strada, intasare tutto, fermare il mondo e le sue incredibili e per certi versi stupefacenti, contraddizioni. 

Breve sunto: chi ha tanto, vedendo calare introiti e agii si lamenta, piagnucolando nel tentativo di azzannare ulteriormente la torta già largamente ingurgitata. 

Piangono gli industriali, dimenticandosi degli oramai ritenuti obsoleti rischi d'impresa ed affini, vedasi l'aumento dell'energia; piangono i commercianti, si lagnano le grandi organizzazioni turistiche; in ogni dove è un lamento costante, minaccioso, da parte di chi dovrebbe, visto il momento, accontentarsi di quello che, con fatica, riesce ad introitare, e che non può essere paragonato quantitativamente col tipico guadagno degli anni passati, ma che nella quasi totalità dei casi dovrebbe permettere di vivere in dignità, senza considerare il concetto che tutto ciò che è giace nei granai, prima o poi dovrebbe essere pure smazzato.

Ed invece i poveri sono sempre più poveri, aumentando di numero. L'articolo che vi posto è tratto dall'Internazionale di questa settimana, e spiega in modo drammatico l'attuale situazione mondiale. 

Consiglio di leggerlo, meditandolo attentamente. A volte questa tipologia di dati, riesce ancora a stupire per l'eclatante disparità.   

di Giovanni De Mauro 

Nei primi 21 mesi della pandemia il “surplus personale” di Jeff Bezos, il fondatore della Amazon, è stato di 81,5 miliardi di dollari, equivalenti “al costo completo della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale con il prezzo per dose fissato al costo di produzione del vaccino a mRna di Pfizer e stimato dai ricercatori dell’Imperial college di Londra”. 

È uno dei tanti dati presentati da Oxfam nel suo nuovo rapporto e conferma una tendenza in corso da tempo, accelerata da quella che Oxfam chiama la “variante miliardari”: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. In due anni i dieci uomini più ricchi del pianeta hanno più che raddoppiato la loro ricchezza (da 700 a più di 1.500 miliardi di dollari) e se di colpo perdessero il 99,999 per cento delle loro fortune resterebbero comunque più ricchi del 99 per cento di tutti gli abitanti del pianeta. 

Nello stesso tempo altri 163 milioni di persone sono finiti sotto la soglia di povertà: entro il 2030 le persone che vivono con meno di 5,50 dollari al giorno saranno 3,3 miliardi. Anche in Italia, dice sempre Oxfam, la pandemia ha aumentato la distanza tra ricchi e poveri, un divario attenuato solo in parte dagli interventi adottati dal governo nei mesi scorsi. Ma è sul mercato del lavoro che si concentra l’attenzione del rapporto, perché è “profondamente disuguale e genera, in modo strutturale, povertà da decenni”. 

Tra i motivi di allarme ci sono la crescita di occupazioni in settori a bassa produttività e con salari insufficienti; la prevalenza nel tessuto produttivo di piccole e piccolissime imprese con una propensione all’innovazione mediamente molto debole; le strategie competitive delle imprese italiane basate sulla compressione del costo del lavoro; la deregolamentazione contrattuale; la perdurante diffusione del part-time, quasi sempre imposto e non scelto da lavoratori e lavoratrici.  

Ci risiamo!


Pedofilia, quasi 500 vittime nella diocesi di Monaco. Accuse a Ratzinger: "Comportamenti erronei in quattro casi”

di Paolo Rodari

Sono almeno 497 le persone che hanno subito abusi sessuali nell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga dal 1954 al 2019, secondo il rapporto commissionato dalla diocesi tedesca allo studio legale Westpfahl Spilker Wastl e reso noto quest'oggi.
Per lo più si tratta di giovani vittime di sesso maschile, il 60 per cento dei quali in età compresa fra 8-14 anni. Le persone coinvolte negli abusi sessuali come artefici sono almeno 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone dell'ambito scolastico.
Per la diocesi il dossier costituisce "una pietra miliare nell'ulteriore processo di gestione degli abusi sessuali", ma l'operato dei vescovi che si sono succeduti prima dell'attuale arcivescovo, il cardinale Reinhard Marx, fra questi anche Joseph Ratzinger, vescovo dal 1977 a 1982, si prospetta lacunoso. Quest'ultimo, in particolare, viene accusato di comportamenti erronei in quattro casi, relativamente al periodo in cui era arcivescovo. Ma, secondo quanto riferisce Martin Pusch leggendo il rapporto, il Papa emerito ha affermato in una dichiarazione scritta di non aver commesso errori di comportamento per tutti i quattro casi indicati. Sono invece due gli errori commessi dal cardinale Marx, relativi a due abusi avvenuti nel 2008.

Le dimissioni dello scorso giugno di Marx, poi respinte dal Papa, manifestano quanto sia esplosiva la situazione: Marx voleva farsi da parte proprio per le coperture che i suoi predecessori hanno dato ai crimini di pedofilia. Francesco gli ha chiesto di rimanere al suo posto.

Da giorni in diocesi non si parla d'altro. Una settimana fa, tra l'altro, è stata la testata Die Zeit a tirare fuori un decreto extragiudiziale del tribunale ecclesiastico del 2016 nel quale si accusa Ratzinger di non aver fermato l'operato di padre Peter H., accusato di ventitré casi di abusi sessuali su minori tra gli 8 e i 16 anni commessi tra il 1973 e il 1996.

E anche se l'attuale segretario particolare di Ratzinger, Georg Gänswein, ha smentito categoricamente - Benedetto XVI non era a conoscenza degli abusi commessi dal religioso, ha detto - dell'operato del Papa emerito, come di quello degli altri vescovi, si parla per forza di cose. Gli altri presuli che si sono susseguiti a Monaco sono: i ministeri di Michael von Faulhaber, Joseph Wendel, Julius Doepfner, Friedrich Wetter e infine Reinhard Marx.

La diocesi tedesca commenterà i dati soltanto il 27 gennaio prossimo. Spetta ad essa, del resto, parlare: il dossier, infatti, è stato commissionato dalle stesse gerarchie nel febbraio 2020. Tutto iniziò nel dicembre 2010. Già allora la diocesi pubblicò un primo report. Oggi, però, si sono aggiunte ulteriori denunce. Di qui il nuovo report.
La diocesi ha voluto il report per portare alla luce quanto non va e nello stesso tempo prendere le misure affinché gli errori del passato non si ripresentino. In queste settimane, intanto, è nato un nuovo centro di contatto e consulenza per le vittime: psicologi e psicoterapeuti, con molti anni di esperienza nei servizi di consulenza nella stessa diocesi, alcuni dei quali specializzati sulle questione relative agli abusi sessuali, saranno disponibili dal lunedì al sabato nelle prime due settimane dopo la pubblicazione. 
È un primo passo per cercare di sanare una ferita difficilmente rimarginabile. Un primo passo su una strada, quella della lotta alla pedofilia, che per la Chiesa è ancora in gran parte da percorrere.

Menoquattro

 


Marco sul Topastro

 

Mi sono quasi commosso a leggere questa prima parte di "biografia" di Marco su Amato. Perché fondamentalmente il Topastro non l'ho mai digerito e pensarlo al Quirinale mi porta ad ingoiare pastiglie. Tra l'altro, da anni il Topastro ingurgita circa un trentamila euro di pensioni varie.

Amato e le prove d’amore
di Marco Travaglio
Nel 1986-’87 l’Iri vende l’Alfa Romeo. Si fanno avanti la Fiat e, con un’offerta molto più vantaggiosa, l’americana Ford. Nel Psi prevale, giustamente, il partito Ford. Ma Amato rovescia gli equilibri e li porta sulla Fiat, che si aggiudica per un pezzo di pane l’unica azienda concorrente rimasta sul mercato interno. Ricorderà Craxi in un fax molto allusivo inviato nel 1995 ai Cobas dell’Alfa di Arese (parti civili nel processo di Torino a Cesare Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito al Psi): “Amato, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si occupò certamente della vicenda, mentre non se ne occupò, che io ricordi, l’intero partito. Di ritorni economici… a partiti o soggetti singoli non so nulla. Certamente non ne ebbe il partito…”. L’allora vicesegretario Psi Giulio Di Donato, davanti ai pm torinesi, dipingerà Amato come uno zerbino ai piedi di Romiti: “La sezione locale e aziendale di Pomiglianod’Arcoera orientata con maggior favore verso la cessione alla Ford. Anche il Pci locale aveva questa posizione, così come i sindacati. Poi venni chiamato dall’on. Amato, che mi disse che la soluzione Fiat era di gran lunga migliore, sotto il profilo politico, dell’opzione Ford”. E Fiat fu.
Debiti e presidenzialismo. Negli anni del governo Craxi (1983-’87) Amato è il più ascoltato consigliere economico- giuridico del premier. E i risultati non si fanno attendere. Nel 1983 il debito pubblico è, tradotto in euro, di 234,1 miliardi; nell’84 è già salito a 284,8, nell’85 a 346, nell’86 a 401,4 e nell’87 a 460,4. Raddoppiato in cinque anni. Siccome – diceva Totò – “il talento va premiato”, dal 1987 all’89 il Dottor Sottile viene promosso a ministro del Tesoro nei governi Goria (di cui è pure vicepremier) e De Mita, che portano il debito al nuovo record di 589,9 miliardi. Un disastro che costringe il governo De Mita a una sanguinosa stangata da 49 mila miliardi per colmare il buco che lo stesso Amato ha contribuito a scavare. Nel 1989 Andreotti torna al governo e Amato al Psi: vicesegretario vicario di Craxi e grande architetto della “Grande Riforma” costituzionale. È lui, al 45° congresso di Milano, quello dei “nani e ballerine” (copyright Rino Formica) e della piramide del geometra Filippo Panseca, a rilanciare il suo pallino di Repubblica presidenziale, con l’elezione diretta del capo dello Stato: un trono su misura per Bettino. Il potere smisurato di Amato nella pochette di Craxi attira invidie e maldicenze. Qualcuno insinua che lo sgusciante “Topolino” flirti con Eugenio Scalfari e il gruppo Espresso–Repubblica-De Benedetti, bestie nere del Capo, alla vigilia della “guerra di Segrate” con Silvio Berlusconi per il controllo della Mondadori.
Il 27 luglio 1989 Amato scrive un’imbarazzante lettera a Bettino per giurargli eterna fedeltà e piatire altri e più alti incarichi: “Caro Presidente, ti sono molto grato per la tua offerta rinnovata di collaborazione. Sarà al centro della riflessione su cosa dovrò fare da grande. Vorrei intanto pregarti di riflettere tu su una cosa, di cui mi giungono voci (imprecise, ma inevitabilmente tali quando ci sono dubbi e sospetti non affrontati apertamente e lasciati alla perfidia dei corridoi; è stato comunque De Michelis a parlarmene). Cancella l’idea che io sia legato al giro di Repubblica. È infondato. Solo con i loro giornalisti economici, come con quelli degli altri, ho avuto rapporti da ministro del Tesoro. Per il resto, ti ho sempre detto tutto… Ho incrociato Scalfari a qualche rara cena, quasi sempre e cioè due o tre volte a casa di Elisa Olivetti. Non c’è altro. E chiunque capisce che Scalfari, dopo avermi bistrattato quando ero al Tesoro, ha ora usato disinvoltamente la mia uscita per criticare te… Ti auguro solo di avere dagli altri la lealtà assoluta che hai sempre avuto da me e che continuerai ad avere, insieme a una sicura amicizia, qualunque cosa io abbia a fare da grande”.
Funeral Party. Nel 1990 salta fuori una mazzetta di 270 milioni di lire al Psi sull’appalto per la nuova Pretura di Viareggio, passata per le mani dei socialisti locali e approdata almeno in parte nelle casse romane del partito. I compagni viareggini scaricano la colpa su un compagno morto: il senatore ed ex sottosegretario Paolo Barsacchi, che non c’entra nulla ma non può smentirli. Purtroppo per loro è sopravvissuta la vedova, Anna Maria Gemignani, che non intende accettare lo scaricabarile dei compagni vivi. Insomma minaccia di andare dai magistrati per fare nomi e cognomi. Il 21 settembre riceve una chiamata di Amato e, intuendone l’oggetto, aziona il registratore: per 11 minuti e 49 secondi, il vicesegretario Psi la esorta all’aurea virtù del silenzio, con la sua inconfondibile vocetta melliflua. Amato: “Anna Maria, scusami, ma stavo curandomi la discopatia, ma vedo che questa situazione qui si è arroventata… La mia impressione è che qui rischiamo di andare incontro a una frittata generale per avventatezze, per linee difensive che lasciano aperti un sacco di problemi dal tuo punto di vista… Troverei giusto che tu direttamente o indirettamente entrassi in quel maledetto processo e dicessi che quello che dicono di tuo marito non è vero. Punto… Ma senza andare a fare un’operazione … ‘quello non è lui, ma è Caio, quello non è lui ma è Sempronio’. Hai capito che intendo dire? Tu dici che tuo marito in questa storia non c’entra. Questo è legittimo. Ma a Viareggio hanno creato questo clima vergognoso, è una reciproca caccia alle streghe, io troverei molto bello che tu da questa storia ti tirassi fuori”. Gemignani: “Giuliano, io voglio soltanto che chi sa la verità la dica”. A: “Ma vattelapesca chi la sa e qual è. Tu hai capito chi ha fatto qualcosa?”. G: “Io penso che tu l’abbia capito anche te”. A: “Ma per qualcuno forse dei locali sì, ma io non lo so… Ma questo non è un processo contro Paolo, ma contro altri…”. Quel “per qualcuno dei locali forse sì” fa pensare che qualcosa Amato sappia. Ma quando viene convocato dai giudici, che hanno ricevuto il nastro dalla vedova, giura di non sapere nulla. Alla fine comunque la manovra col morto fallisce, grazie anche alla tenacia di Annamaria, che ignora i consigli di Amato. Il 13 dicembre 1990 i veri colpevoli della tangente vengono condannati, e sono tutti vivi: Barsacchi viene scagionato e riabilitato. Quando il Fatto pubblicherà la telefonata e l’audio, Amato scriverà a Repubblica per minimizzare: “Non avevo affatto invitato la signora a non fare i nomi di coloro che le risultavano colpevoli”, ma solo “a non fare i nomi di persone su cui non aveva alcun indizio di colpevolezza, pur di salvaguardare la memoria di suo marito. Il tribunale ne prese atto e finì lì”. Mica tanto. Nella sentenza il Tribunale di Pisa parla anche di lui: la telefonata alla vedova mirava a scongiurare “una frittata, intendendo per tale un capitombolo complessivo del Psi”. E si domanda come mai “nessuno di questi eminenti uomini politici come Giuliano Vassalli (ministro socialista della Giustizia, ndr) e Amato stesso si siano sentiti in dovere di verificare tra i documenti della segreteria del partito per quali strade da Viareggio arrivarono a Roma finanziamenti ricollegabili alla tangente della Pretura”. Non vedo, non sento e comunque non parlo.
Fiat, Amato sicuro. Nel 1992, dopo aver regalato nel 1987 l’Alfa Romeo alla Fiat a prezzi di saldo, lo Stato prepara un altro dono al gruppo Agnelli-Romiti: 3 mila miliardi di fondi pubblici per il nuovo stabilimento di Melfi, in Basilicata. I retroscena li racconterà l’allora vicesegretario Giulio Di Donato al gup Francesco Saluzzo nel processo Romiti. Gup: “Le è mai capitato di parlare con Balzamo (lo scomparso tesoriere del Psi, ndr) dei canali di finanziamento del partito?”. Di Donato: “Mah, in maniera molto generica: Balzamo non rivelava le fonti del finanziamento, né di quello lecito né di quello non lecito. Credo che lui avesse un rapporto di questa natura con il vicesegretario vicario Amato”. G: “Lei cosa sa di contatti con Romiti?”. D: “Un mese e mezzo prima delle elezioni (dell’aprile ’92, ndr) ci fu una visita di Romiti al quinto piano di via del Corso… Penso che abbia parlato con Craxi e con Amato. Balzamo mi disse 48 ore più tardi che dopo quell’incontro i rapporti di sostegno finanziario dalla Fiat erano molto migliorati (il 12 marzo 1992, arrivò su un conto estero del Psi una mazzetta Fiat di 4 miliardi, ndr)”. G: “Romiti con chi aveva rapporti, nel Psi?”. D: “Più che direttamente col segretario, penso con Amato. Dico questo perché, sulla strategia degl’investimenti della Fiat nel Mezzogiorno, io espressi perplessità e ho trovato sempre un contraddittorio in Amato e in Acquaviva… L’ultima grande questione che ha impegnato a livello politico è stato l’investimento di Melfi… circa 3 mila miliardi. Nel ’92 la situazione si era bloccata… Ci voleva un rifinanziamento con nuova legge di Bilancio”. G: “Ci furono pressioni della Fiat sul governo?”. D: “Da Fiat presumibilmente ce ne sono state: doveva costruire lo stabilimento e doveva incassare i soldi… Ricordo che si è discusso di questo problema con Amato: io ero perplesso. Dicevo che gli investimenti nel Mezzogiorno avevano finanziato grandi complessi industriali che non avevano creato indotto, e si erano risolti nelle solite cattedrali nel deserto. Amato invece aveva una considerazione completamente diversa: ‘Sì, vabbè, ma si deve realizzare, si deve fare’…”. E i soldi arrivarono: quelli del contribuente, alla Fiat; quelli della Fiat al Psi.

Amaca

 

Salvate il fesso social
di Michele Serra
È ricoverato per Covid uno dei No Vax che esultò per la morte di Sassoli, sostenendo (con zero informazioni, zero ragioni) che fosse morto di Covid. Un po’ come il fanatico religioso che, invocando la folgore sui malvagi, ne viene incenerito un istante dopo. Gag comica per eccellenza.
Alla luce dei fatti si tratta di un fesso grave, forse incurabile, liquidabile con un sorrisetto di circostanza: non fosse che il fesso ha più di trentamila follower su Telegram, collettore fognario della comunicazione social. Perché, a differenza del fesso mite, il fesso odiatore, il fesso bullo, il fesso macho, ha ottime probabilità di avere successo. Ometto il suo nome, anche se oramai non c’è giornale che non l’abbia fatto: con il risultato che rischia, questo fesso cubitale, di aumentare il suo traffico social, vuoi per curiosità, vuoi per ostilità, vuoi perché gli eserciti dei suoi simili non vedono l’ora di manifestargli fratellanza.
Come se ne viene fuori, da questa catastrofe?
Come frenare questa corsa al suicidio non dico della ragione, dico della realtà? Davvero non lo so, con l’aggravante personale che, a catastrofe in corso, l’unica cosa che sono stato capace di fare è mettere, tra me e la catastrofe, la maggiore distanza possibile: mi sono reso, rispetto ai social, più irraggiungibile di Tonga.
Ma la mia, me ne rendo conto, è la politica dello struzzo, perché il problema è tragico ed è un problema di cultura e di ragione (ovvio), ma anche di difesa degli ultimi, dei più esposti. Quante sono le vittime di Telegram?
Quante brave persone comuni sono diventate, sui social, fessi seriali, o mostri verbali, o delinquenti morali, e quante speranze ci restano, altruisticamente, di recuperarli a una vita normale?