mercoledì 19 gennaio 2022

Sono come tutti gli altri?

 

La “diversità” grillina ha retto pochi anni È la disfatta meritata della presunzione

di Michele Serra

Per una (modesta) vicenda di fondi pubblicitari non chiari destinati al suo blog, Beppe Grillo è sotto inchiesta. Il nome stesso del reato, “traffico di influenze illecite”, lascia intendere la zona d’ombra sulla quale la Procura di Milano indaga. Si tratta di quel vischioso viluppo di rapporti tra economia, politica e media che oscilla tra il lobbismo, il vassallaggio, la compravendita di favori e simpatie. Stabilire dove è il reato, dove la mollezza etica, non è mai facile.

Per utile paradosso, lo strale destinato a Grillo rimbalza anche da un’altra inchiesta, quella della Procura di Firenze sulla fondazione Open di Matteo Renzi. Questo per dire che non conviene mai imputare agli altri ciò che potrebbe essere imputato a te stesso. E anche per dire che finalmente, con generale sollievo (forse anche dei grillini), la storia del grillismo approda al suo esito naturale, che è la politica come bene comune e al tempo stesso come male comune. In una parola sola: come problema comune.

Quando si va alla guerra, è difficile conservarsi innocenti. Troverete in altra parte del giornale ampio resoconto tecnico-giudiziario dell’accaduto. Qui posso solo riferire ciò che mi ha maggiormente colpito nella vicenda. Il finanziatore illecito, o comunque non trasparente, è un armatore, il signor Onorato, boss della Moby, compagnia di navigazione in fallimento. Degli undici milioni, diciamo così, di elargizioni amichevoli, solamente due erano destinati alla politica.

Oltre che al blog di Grillo, i soldi sarebbero andati alla Casaleggio Associati, alla fondazione di Matteo Renzi e alla fondazione di Giovanni Toti, più qualche briciola al Pd e a Fratelli d’Italia. Gli altri nove milioni erano destinati ad attività di rappresentanza, appartamenti costosi e auto di lusso: il signor Moby avrebbe dunque speso in Aston Martin e in Maserati molto di più di quanto stanziato per ingraziarsi il ceto politico, compreso il capo carismatico del partito di maggioranza della diciottesima legislatura.

Tangentopoli, almeno quantitativamente, fu davvero un’altra cosa. Questo la dice lunga sulla perdita di peso, e di potere, della politica. Con un paio di convention aziendali, ai tempi d’oro, Grillo portava a casa gli stessi quattrini che il signor Moby oggi avrebbe elargito al suo blog, secondo l’accusa, in cambio di una buona parola presso i suoi gruppi parlamentari (sarebbe questo il “traffico di influenze illecite”).

È molto dubbio che l’interessamento parlamentare dei cinquestelle avrebbe portato giovamento alla causa della navigazione marittima. Non è in dubbio, invece, la perdita di indipendenza, di prestigio, in fin dei conti di potere, che il passaggio di Grillo dallo show business alla politica gli ha inferto, fino a trascinarlo nella fangosa routine giudiziaria, come un qualunque sottosegretario o assessore, di quelli che pigliava per i fondelli ai tempi d’oro.

L’aggravante è che proprio sulla intemerata battaglia alla corruzione, al malaffare, alla connivenza, Beppe Grillo aveva fatto leva per avviare la sua clamorosa parabola politica.

Due erano i cavalli di battaglia del suo movimento, entrambi difficilmente criticabili: la lotta contro la corruzione (onestà! onestà!) e la virtuosa selezione “dal basso” di una nuova classe dirigente immacolata e di vigorosi ideali. Molti di costoro sono andati a ingrossare le fila del gruppo misto, enorme agglomerato di fuorusciti di tutti i partiti, e sono tra i maggiori indiziati nella campagna acquisti di Berlusconi – speriamo in via di fallimento – per il Quirinale.

Di altri, rimasti nel folto esercito grillino in Parlamento, è lecito sospettare una lealtà molto labile alle indicazioni dei vertici: potrebbe prevalere, dicono le cronache, il bisogno di conservare il seggio, chiamato con spregio “poltrona” quando il potere era solo un nemico da abbattere, e oggi sudato posto di lavoro per carneadi di ogni regione e ceto sociale.

Si chiude un cerchio, dunque: ed è bastata una sola legislatura per chiuderlo. La “diversità” grillina ha retto pochi anni, a differenza dei decenni occorsi, per auto-sopprimersi, alla “diversità” comunista, più sostanziosa perché più sudata, studiata, istruita.

È puro cinismo compiacersi del fallimento dei tentativi di moralizzazione. Ma è pura stupidità non leggere, nel disfacimento strutturale del grillismo, la meritata sconfitta dell’improvvisazione e della presunzione. Che alla politica non fanno meno danni dell’immoralità.

Quale tra i due?


 

Dai che è alle corde!

 


Oh Peter la porta è aperta!

 

Farmacisti: l’ultima lobby che ostacola le cure in pandemia
DI PETER GOMEZ
Mercoledì 12 gennaio la Commissione Affari costituzionali del Senato ha dimostrato agli elettori che una volta toccato il fondo ci si può sempre mettere a scavare. Così con 13 voti contrari e 11 favorevoli sono stati respinti due diversi emendamenti al decreto Milleproroghe, presentati da M5S e LeU, per permettere anche alle 4.000 parafarmacie italiane di eseguire tamponi molecolari e antigenici. Il tutto per la gioia (si fa per dire) di milioni di cittadini costretti in questi giorni a stare in fila al freddo per ore davanti alle farmacie aspettando il test.
Se gli emendamenti fossero passati, nel giro di poco tempo le attese si sarebbero ridotte di molto visto che, secondo le stime, le parafarmacie sono in grado di coprire il 20% della capacità diagnostica nazionale.
Il governo aveva dato parere favorevole al primo dei due emendamenti, la cui bontà era stata sostenuta in aula dal relatore del Milleproroghe, Nazario Pagano, di Forza Italia. Tutto il centrodestra ha però votato no e ha avuto la meglio grazie all’appoggio di Italia Viva. Il forzista Pagano si è invece sdoppiato: prima si è dimostrato d’accordo con la proposta del M5S sponsorizzata dall’esecutivo e poi ha voltato le spalle a quella analoga di LeU. Di fatto si è ripetuta una scena penosa già vista altre quattro volte in Parlamento dove sempre, quando qualcuno ha chiesto di far fare gli esami Covid anche in parafarmacia, la norma è stata respinta.
Secondo molti osservatori la contrarietà del centrodestra e di Italia Viva è dovuta alla presenza nelle file del partito di Berlusconi di Andrea Mandelli, presidente dell’Ordine dei farmacisti (molti di loro stanno facendo profitti da record) e vicepresidente della Camera. Alle accuse di lobbismo giocato sulla pelle e i portafogli dei cittadini, il relatore forzista del Milleproroghe Pagano ha risposto sdegnato: “Giuro di non aver subito pressioni da Mandelli. Ma credo che siano legittime tutte le opinioni, comprese quelle di chi, come Mandelli, ritiene che le parafarmacie non debbano essere chiamate a svolgere un ruolo non consono alla loro natura di attività commerciali”.
Comunque stiano le cose, il risultato del voto è francamente disgustoso. Chi nega di aver subito pressioni o di aver voluto fare un favore a una categoria particolarmente ben organizzata e quindi in grado, al momento opportuno, di spostare pacchetti di voti, sostiene, tra l’altro, che le parafarmacie vadano escluse perché non fanno parte del Sistema sanitario nazionale. Detto in altre parole, secondo chi si oppone, una volta eseguiti i test sarebbe possibile comunicarne l’esito alle aziende sanitarie. Lo afferma anche la senatrice di Italia Viva, Annamaria Parente, secondo la quale, solo pochi negozi “sono nelle piattaforme che gestiscono le tessere sanitarie” e per questo sarebbe necessario “creare una piattaforma parallela su dati sensibili”.
“Fatti chiari” si è allora informato. E ha capito che le obiezioni sollevate sono o infondate o risibili. Ovunque nelle parafarmacie i farmaci da banco si acquistano presentando il codice fiscale e le medicine vengono tracciate. Gli eventuali aggiornamenti software necessari sono molto semplici e proprio per questo il governo era favorevole all’emendamento. La verità è insomma un’altra. Ed è la solita: pure davanti alla pandemia, tra i parlamentari non scompare il vizio di fare i liberisti solo con il fondo schiena degli altri. Anche perché loro i tamponi li fanno gratis, al caldo e senza fila, in un centro medico convenzionato.

Robecchi

 

Il Caimano. Il problema non è solo lui. Ma la classe politica che gli somiglia
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Tra le cose che mi appassionano meno, insieme all’hockey su prato e al porno gotico giapponese, c’è la corsa al Quirinale, che sembra una partita a scacchi tra persone che non hanno mai visto una scacchiera e credono che sia una tovaglia a quadretti. Per mesi ha tenuto banco l’allarme su Silvio Buonanima al Colle, la sua foto nei tribunali (sceglierei quella dove fa le corna) e, visto che le Scuderie del Quirinale sono famose nel mondo, avrebbe nel caso bisogno di uno stalliere. Eppure – perdonate il paradosso – l’autocandidatura ora-sì e ora-no di Berlusconi contiene elementi di commedia all’italiana più che notevoli. Sgarbi telefonista che chiama in giro per trovare pesciolini da chiudere nella rete, per dire del ridicolo. O un condannato per bancarotta – Denis Verdini – che tesse la sua tela, al domicilio non ci sta, e si vede in pizzeria a Roma con peones e seconde file, con la scusa che deve andare dal dentista. Il quale (Verdini, non il dentista) è tra l’altro il quasi-genero di Salvini, amico fraterno di Renzi, insomma gli mancano solo il boia di Riga e mister Magoo e poi finisce l’album.
“Ha messo fine alla guerra fredda”, Berlusconi. E questo l’ho letto su una pagina di giornale (suo), e in effetti anch’io avevo interpretato in quella chiave la sua storica frase da statista: “La patonza deve girare”. Chiaro obiettivo geopolitico che metterebbe fine alle dispute tra grandi potenze (oddio, dai tempi del sequestro di Elena di Troia si direbbe il contrario, ma…).
Va bene, è probabile che Silvio non ce la farà e questo apre nuove speranze, e porta nuove iatture, perché il rischio è che chiunque venga eletto Presidente, verrà salutato come “Uh, meno male che non è Silvio!”, anche se magari avrà la statura politica e morale di un cotechino senza lenticchie. E però, paradosso per paradosso, una cosa va detta. Se il Presidente deve somigliare alla classe politica del Paese – non per appartenenza partitica, ma per risultati ottenuti, dignità e visione di futuro – in fondo Silvio Nostro non è così fuori dalla realtà. Dopotutto stiamo parlando di un Paese dove nel pieno di un’esplosione spaventosa della povertà si vota allegramente per negare un contributo sulle bollette ai meno abbienti, dove il salario minimo è considerato un attentato al sacrosanto liberismo, si riducono le tasse a chi guadagna il triplo della media nazionale, dove un’eventuale patrimoniale viene letta alla stregua di un comunicato delle Br, e tutta la stampa e la propaganda in coro parlano dei poveri come di gente che si fa le pippe sul divano a spese nostre. Be’, mi fa orrore il nichilismo, ovvio, ma un Paese dove su Ponte Vecchio, patrimonio dell’Umanità, compare la scritta dello sponsor, è più culturalmente vicino a Berlusconi che a chiunque altro.
C’era un tempo (forse, ricordo vagamente) dove uno poteva “buttarsi a sinistra”, ma ora fa prima a buttarsi al fiume, visto che proprio da sinistra (oddio, il Pd…) si plaude alla “straordinaria ripresa economica”, fatta di numeretti (più sei, più sei e due, più sei e cinque…) che non finiscono però nelle tasche di cittadini e lavoratori. Intendo: non è che facendo la spesa senti gente che si rallegra di aver maggiore potere d’acquisto, e festeggia il boom economico con le lacrime agli occhi come il ministro Brunetta. Anzi. Metafora per metafora, se tra socialismo e barbarie si sceglie barbarie – da anni, con pervicacia e furore, con gusto, con sberleffo – Silvio ci sta, con tutte le scarpe, anche se ovviamente si spera di no.