Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 16 gennaio 2022
Racconto dal migliore
Una cena da Noma, il miglior ristorante al mondo
di Laura Taccari
Per il Noma, grazie». Dallo specchietto retrovisore noto che le pupille del tassista si accendono, come destate da un prolungato torpore. Mi fissa per alcuni secondi, quindi scivola in un’espressione di approvazione. Nell’abitacolo scende un’aurea solenne, che subito il mio accompagnatore sdrammatizza. «Non staremo esagerando? In fondo stiamo andando in un ristorante!». E io, forte dell’empatia dimostrata dal driver, ribatto: «No, questo non è un semplice ristorante».
Alcune portate del menù invernale del Noma in alto l’anatra selvatica, uno dei main course del menu. Ambientato in un ex deposito di bombe, porta la firma dello studio danese di Bjarke Ingels. Foto di Ditte Isager
È iniziato così il mio viaggio nella capitale danese verso l’olimpo della gastronomia terrestre. Dall’hotel Villa Copenhagen sono undici minuti, una virgola lunga poco più di cinque chilometri in direzione sud est. Percorriamo una delle arterie della città, Andersen Boulevard, la seguiamo anche quando salta sul canale, diventa ponte, approda nell’isola di Amager e risale verso la roccaforte hippie della città, Christiania. I palazzi a mattoncini lasciano spazio a scampoli di prateria incolta. «Amo questo quartiere», mi racconterà poi lo chef quarantaquattrenne René Redzepi. «È talmente variegato, è il posto migliore per fare una passeggiata, siamo tutti vicini di casa». Avvisto una piccola folla che si muove sul ciglio della strada e alcune luci colorate che illuminano la notte scandinava.
Uno dei dessert: midollo di renna caramellato. Foto di Ditte Isager
Ci siamo. Saluto con sincera gratitudine e scendo. Mi affido invano agli effetti calmanti del tè rooibos, aromatizzato con sciroppo di mela cotogna, nell’abbraccio di una serra abitata da nasturzi e da una comitiva di italiani ciarlieri. Parlano serenamente del più e del meno, mentre io cerco di processare ogni sfumatura di verde e terracotta. Sì, forse sto esagerando ma no, questo non è un ristorante.
Cosa mi ha condotto a volare fino a questo vecchio deposito di bombe lambito da onde cobalto? Non tanto la terza stella Michelin che il Noma si è appena aggiudicato, né tanto meno il titolo di miglior ristorante al mondo, secondo The World’s 50 Best Restaurants, dopo tutto è la quinta volta che lo chef è chiamato a ritirare questo premio. A spingermi fin qui sono stati gli sguardi di chi ha vissuto quest’esperienza prima di me, la loro rassegnazione per non essere capaci di trovare le parole giuste per descriverla. «Dovresti andarci almeno una volta nella vita», finivano per ripetere tutti. E così, eccomi qui, a percorrere il giardino disegnato dal paesaggista olandese Piet Oudolf, a infilarmi sotto al tunnel tempestato di corna e a superare serre illuminate, dove alcuni ragazzi longilinei si adoperano tra i banconi con l’aria di chi custodisce segreti. Scopriremo poi, durante il tour post cenam, che lì vicino René sperimenta e mette alla prova i piatti: la chiamano la test-room, a metà strada tra laboratorio scientifico e ufficio stile con tanto di moodboard appesi alle pareti.
Toc-toc e la porta si apre su una cabina nel bosco, progettata dallo studio danese di Bjarke Ingels. Mi accoglie una tribù di giovani adulti in T-shirt blu e grembiule antracite: «Welcome!». Mi sento un’eletta, tra questi milleduecento metri quadrati, compreso il regno dedicato alla fermentazione, dove ogni giorno si sperimentano tecniche innovative e si coniano nuovi esemplari di garum vegetale (un condimento originariamente a base di pesce, inventato dagli antichi romani).
Quando René arriva al nostro tavolo, anche lui in T-shirt blu e grembiule antracite, ci chiede: «Come va a Milano?». Ha il volto di un bambino e il carisma di una rockstar. «Siete già stati al Loste café? È di Stefano, è stato a capo della nostra pasticceria per molti anni, merita un grande successo. Buona cena!». Estraggo un cucchiaio di cervello di renna dal teschio, è la prima delle diciannove portate del menù della stagione invernale, il cui nome, Game and Forest (da 380 euro), evoca sì derive selvatiche ma non lascia immaginare gli estremismi culinari che ci attendono. Come il Yellow Beet Sashimi, ventaglio di barbabietola dorata, arrostita con olio di rosa, prugna, accompagnata con pesto di formiche, il Bear dumping, babà salato con fondo d’orso o il Duck Brain, sempre servito direttamente dalla testa dell’animale. E ancora, pollini, veli di lievito madre, midolli di renna caramellato, petali di origano messicano (specie dalle foglie carnose e croccanti di cui lo chef è fan). La degustazione di vini è ammirevole, ma il pairing di succhi svela miscellanee di sapori estasianti (il mio preferito è a base di angelica, betulla, mirtilli chiari). Tutto viene impiattato tra i fuochi a vista, sotto la meticolosa regia del capo chef. La cucina è divisa in base alla temperatura dei cibi: freddo, tiepido, caldo e la pasticceria è un mondo a parte. È una coreografia ipnotica, una danza di sguardi e arti. Più proseguo nella sfilata di sapori mai assaporati, più comprendo che a nutrirmi non sono tanto le porzioni di proteine eccentriche e vegetali mai udite.
Al Noma ci si arricchisce di idee, di gesti, di valore umano. Di quel ritmo che scandisce l’opera e che finisce per entrarti dentro. Ogni portata è un rituale, le pietanze sono adagiate su nidi, ramage di foresta e ceramiche artigianali avant-garde. Non vengono solo servite ma raccontate, spesso dagli stessi cuochi e spesso da ragazzi arrivati dall’Italia (paese verso cui René nutre un’empatia peculiare). Capita che si debba usare le mani, leccare il cucchiaino, sgranocchiare una zampetta. È come andare avanti e indietro sui binari del tempo: in un momento ti senti agli esordi dell’antropogenesi e subito dopo, a bordo di una navicella, visitando galassie inesplorate dell’arte culinaria. Più che una cena, è un viaggio sentimentale che conduce dritti tra le meraviglie di un altro mangiare, sovversivo, immaginifico, illuminante. «Sì, almeno una volta nella vita».
Per capire meglio
di Marco Travaglio
Falsa testimonianza sulla P2. “Il Berlusconi ha dichiarato il falso… con dichiarazioni menzognere e compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza” (sentenza definitiva di amnistia per falsa testimonianza sulla sua iscrizione alla loggia P2. Corte d’Appello di Venezia, 23 ottobre 1990).
Finanziamenti illeciti per 21 miliardi a Craxi. “Le operazioni societarie e finanziarie prodromiche ai finanziamenti estero su estero da conto intestato alla All Iberian al conto Northern Holding (di Bettino Craxi in Svizzera, ndr) furono realizzate in Italia dai vertici del gruppo Fininvest spa, con il rilevante concorso di Silvio Berlusconi quale proprietario e presidente” (sentenza definitiva di prescrizione per Berlusconi sui finanziamenti illeciti a Craxi nel 1990-’91, dopo la condanna in primo grado. Corte di Cassazione, 22 novembre 2000).
Corruzione del giudice per Mondadori. “Privato corruttore” (sulle tangenti pagate dagli avvocati Fininvest Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora al giudice Vittorio Metta, poi condannato con loro per la compravendita della sentenza che annullò il lodo Mondadori e consegnò a Berlusconi il primo gruppo editoriale italiano. Sentenza di prescrizione per Berlusconi della Corte d’Appello di Milano, confermata dalla Corte di Cassazione il 16 novembre 2001).
Corruzione giudiziaria del testimone David Mills. “Il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni (nei processi Guardia di Finanza e All Iberian, ndr) si incentra nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti… Si era reso necessario distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero e la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Pier Silvio Berlusconi” (sentenza di prescrizione, dopo due condanne per corruzione giudiziaria, a carico dell’avvocato David Mills, pagato da Fininvest 600mila dollari per testimoniare il falso su Berlusconi, anche lui in seguito prescritto. Corte di Cassazione, 25 febbraio 2010).
Frode fiscale sui diritti tv Mediaset. “Berlusconi fu l’ideatore e il beneficiario del meccanismo del giro dei diritti che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo… Il sistema organizzato da Silvio Berlusconi ha permesso di mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere, conti correnti intestati ad altre società che erano a loro volta intestate a fiduciarie di Berlusconi… sistema che consentiva la disponibilità del denaro separato da Fininvest e occulto” (sentenza definitiva di condanna a 4 anni per le frodi fiscali da 368 milioni di dollari sui diritti Mediaset, di cui 7,3 milioni di euro sopravvissuti alla prescrizione. Corte di Cassazione, 1° agosto 2013).
Prostituzione di Ruby&C. “È acquisita la prova certa che, presso la residenza di Arcore di Silvio Berlusconi e nell’arco temporale… 14 febbraio-2 maggio 2010, vi fu esercizio di attività prostitutiva che coinvolse anche Karima El Mahroug” (sentenza definitiva di assoluzione, dopo la condanna in primo grado per concussione e prostituzione minorile. Corte di Cassazione, 10 marzo 2015).
Compravendita di senatori. “Nel giugno 2006 deve ritenersi avvenuta tra il Berlusconi e l’ex senatore Sergio De Gregorio una pattuizione, propiziata anche dall’intervento del Lavitola, nella quale, a fronte della promessa e della successiva erogazione di euro 3.000.000, era stata dedotta l’attività parlamentare del De Gregorio… (per) realizzare l’aspirazione del Berlusconi a far cadere il governo Prodi… Un vulnus all’immagine del parlamentare… idonea a inficiarne la correttezza e la dignità, a fronte dell’indebita retribuzione” (sentenza definitiva di prescrizione per Berlusconi, condannato in primo grado e prescritto in appello per aver corrotto il senatore Idv Sergio De Gregorio. Corte di Cassazione, 2 luglio 2018).
Patto mafioso e finanziamenti a Cosa Nostra. “Tra il 16 e il 29 maggio 1974 veniva concluso l’accordo di reciproco interesse tra Cosa Nostra, rappresentata dai boss mafiosi Stefano Bontate e Mimmo Teresi, e l’imprenditore Silvio Berlusconi, realizzato grazie alla mediazione di Dell’Utri… Prevedeva la corresponsione, da parte di Berlusconi, di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione a lui accordata da parte di Cosa Nostra palermitana… Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa Nostra palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro… Oggettiva prosecuzione sino al 1992 dei pagamenti effettuati da Berlusconi… a Gaetano Cinà, diretto emissario del capo del sodalizio mafioso, Salvatore Riina… Dell’Utri, assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto di protezione stipulato nel 1974, protrattosi da allora senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa… ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante… alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso… del suo rafforzamento e della sua espansione” (sentenza di condanna definitiva per Marcello Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Corte di Cassazione, 9 maggio 2014).
Sono travagliato!
Ma non era lui il buono?
di Marco Travaglio
In attesa che B., il prossimo Capodanno, ci racconti a reti unificate la barzelletta della mela, dobbiamo accontentarci di quelle di Enrico Letta. “Sorpreso” e “deluso” per la candidatura al Quirinale del padrone di suo zio, spiega di non poterlo votare perché “è un leader di partito”, dunque “divisivo”, e invita Salvini e Meloni a levarlo di mezzo. Lui è fatto così: se, puta caso, assiste a una rapina in banca, chiama il 113 per denunciare alcuni divisivi in fuga. Del resto, se chiedete in giro un commento su B. al Colle, tutti vi risponderanno che sarebbero fieri di farsi rappresentare nel mondo da un vecchio puttaniere pregiudicato, che per vent’anni ha finanziato la mafia e frodato lo Stato per poi denunciarlo a Strasburgo perché tortura gli innocenti, ma purtroppo è un leader di partito, quindi è divisivo, dunque pazienza: meglio Vallanzasca, che non ha partiti quindi è unitivo. Ma ciò che più ci affascina è l’idea che debbano essere Salvini e la Meloni (o il suo impiegato Gianni Letta, il famoso capo della Resistenza interna) a liberarci del loro alleato ed ex premier per non “deludere” il Pd e i suoi derivati. Tipo Repubblica, che dopo 10 anni riesuma l’antiberlusconismo e tuona contro i “vassalli” Matteo e Giorgia. Come se toccasse a loro combatterlo. E come se non fosse stato Letta jr. nel 2013 a governare con lui.
A questo punto noi, gente semplice, rischiamo la labirintite. A furia di leggere i giornaloni e di ascoltare i pidini, avevamo capito che nel centrodestra il buono fosse B., noto “argine” moderato, liberale ed europeista contro i due cattivi sovranisti, populisti, fascisti, razzisti. Ce l’avevano spiegato De Benedetti, Scalfari, Folli, Franco, Veronesi (Sandro) e giù giù tutti gli altri, ben felici che B. desse una mano a lor signori nei governi Monti, Letta, Renzi. Un anno fa erano tutti intenti a riabilitarlo, nella speranza che salvasse l’Italia dal putribondo Conte, ma pure dagli orridi Salvini e Meloni, con la “maggioranza Ursula”: quella che nel 2019 aveva eletto la Von der Leyen alla guida della commissione Ue (M5S, Pd-Iv, LeU e FI). Poi agli Ursuli si aggiunse pure la Lega e nacque il governo Draghi, senza che nessuno – neppure Grillo – notasse nel Caimano-Psiconano la minima magagna. Ora, d’improvviso, gliele rinfacciano tutte. L’altra sera, nella telefiera del tartufo, c’era persino chi sprizzava sdegno per l’ex Cirielli sulla prescrizione, dopo aver massacrato per tre anni Bonafede che l’aveva rasa al suolo. Che ha fatto di male B. in così poco tempo? Semplice: Frankenstein s’è imbizzarrito ed è sfuggito al controllo di quanti si illudevano di usarlo, mentre è sempre stato lui a usare loro. Già nel 2011 diceva a Lavitola: “Me ne vado da questo paese di merda”. Lui l’aveva capito, gli altri no.
Grande Amaca!!!
Lo ha sentito dire nei box
di Michele Serra
Non si pretende dagli sportivi che siano degli intellettuali. A volte capita, ma è un incidente, un di più, un regalo della sorte. Nella norma, lo sportivo ha il privilegio (invidiabile) di non avere bisogno di parlare per essere degno di ammirazione. Il suo linguaggio è il linguaggio del corpo, delle traiettorie, dei riflessi, del talento balistico, geostatico, dinamico. La vittoria, per compiersi, non ha bisogno di tante chiacchiere.
Questo privilegio, che rende il campione caro agli dèi e agli uomini, deve essere ignoto al motociclista Marco Melandri, che ha sentito il bisogno di annunciare sui social di avere contratto volontariamente il Covid pur di ottenere il Green Pass senza vaccinarsi (chissà come sono contenti di saperlo quelli che l’hanno preso senza volerlo, stupidi che sono, avendo come esito l’ospedale o l’obitorio).
Correda la notizia, il Melandri, con un lungo post nel quale mette in fila una specie di riassunto perfetto dello scemenzario social. Dopo avere spiegato alla scienza che “il vaccino non è un’alternativa valida” (aggiornatevi, medici e scienziati, telefonate a Melandri, si leva il casco e vi spiega per bene che cosa dovete fare), ecco la lettura politica della situazione: “Sfruttano questa cosa dei vaccini per metterci uno contro l’altro e nel frattempo inseguono il vero scopo: per esempio le bollette raddoppiano”.
Melandri, guardi che una belinata del genere nemmeno Povia, che pure non è tra le nostre letture abituali, l’aveva mai detta. Ma come le è venuto in mente, il nesso tra il virus e le bollette? L’ha letto su Telegram? È un suo spontaneo ragionamento? Glielo hanno riferito ai box? Me se un giorno arrivasse da lei un medico, uno scienziato, un infermiere, e le dicesse: scenda dalla moto, Melandri, il suo Gran Premio lo corro io perché sono più bravo di lei, lo manderebbe diritto affanculo oppure no?
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