venerdì 7 gennaio 2022

Anto'

 

La casa brucia, in silenzio scappa Draghi
DI ANTONIO PADELLARO
Le immagini, abbastanza spettrali, dei ministri Speranza, Brunetta e Bianchi colti in diretta tv all’uscita di Palazzo Chigi – pallidi, stremati, impegnati a proclamare l’unanimità dell’esecutivo sull’obbligo vaccinale quando tutto il mondo sapeva dello strappo leghista – rendono inevitabile la battutaccia di un governo finito in mezzo a una strada. Una comunicazione improvvisata male e interpretata peggio, decisa quando “visto il clima elettrico si decide di far saltare la conferenza stampa” (Corriere della Sera). Un evidente infortunio mediatico nelle ore più ansiogene del picco Covid, destinato, secondo gli esperti, a trasformarsi entro la fine di gennaio in uno tsunami di contagi e terapie intensive. Ma, soprattutto, un clamoroso errore politico quando cioè il Paese aveva assoluta necessità di ascoltare la voce più autorevole e rassicurante sulle misure adottate, quanto mai emergenziali: quella del presidente del Consiglio. E, magari, in un luogo istituzionale acconcio e non con qualche battuta sbiascicata tra i passanti. Ci fu un tempo in cui la stampa del tutto va bene madama la marchesa si sdilinquiva davanti ai silenzi di Mario Draghi. Dal suono, signora mia, così armonioso e prestigioso perché bisogna essere davvero dei fuoriclasse per tacere così bene. Niente a che vedere, per carità, con l’esibizionismo compulsivo di quel Giuseppe Conte, con la sua mania di metterci la faccia nell’annunciare sciocchezzuole come il lockdown e, sempre, ma tu guarda, all’ora di cena. Ora che siamo davanti a provvedimenti così rigorosi e complessi, che pongono serissimi problemi di applicazione e perfino di legittimità costituzionale (“l’obbligo non si può imporre senza una revisione del consenso informato”, ha detto Andrea Crisanti a proposito dell’“improvvisazione” governativa) non sarebbe opportuno che i cittadini apprendessero direttamente dalla voce del premier il come e il perché delle misure adottate? E che cosa dobbiamo ancora aspettarci? Per essere pronti? Infatti, signor presidente del Consiglio, il suo “salvare vite” è un concetto troppo allarmante e vitale per affidarlo alle poche righe di un comunicato. Serpeggia uno stato di panico che va tenuto sotto controllo. Il Quirinale può attendere.

L'Amaca

 

Il bullo atomico
di Michele Serra
Il Salvini ha scoperto il nucleare, e manda in orbita tweet nei quali in due righe si scioglie ogni dilemma: il nucleare è “il futuro”, chi è contrario è “il passato”. È quel modo un po’ frescone, un po’ minaccioso, con il quale sui social si affrontano questioni sulle quali scienziati e filosofi si interrogano dall’alba dei secoli.
Tutti quei libroni polverosi, quelle relazioni accademiche, quegli studi di laboratorio, quelle sudate carte in base ai quali si formava il giudizio, sono roba vecchia. Se il Salvini decide che il nucleare è il futuro, è così e basta, almeno fino al prossimo tweet. Del resto ci è cresciuto in mezzo, a quel comunicare rudimentale, Twitter è il suo brodo, e dunque non si può pretendere, su questa e altre questioni, che si esprima come i presocratici, o incarichi un cenacolo di saggi di elaborare, per conto della Lega, un lunghissimo tweet, a puntate, che spieghi bene com’è la faccenda.
Quello che deve avere intuito, il Salvini, è che sul nucleare può buttarla in rissa, la sua modalità preferita, la sua cup of tea , direbbero gli inglesi. Tanto basta per attaccare briga a prescindere, prima ancora che suoni il gong.
Basta con le felpe, ora tocca all’amico atomo, amico dei capannoni e nemico della sinistra smidollata.
Bello, se ci pensate, è avere ancora la facoltà di scrivere su un giornale: io, a differenza del Salvini che è laureato a Chernobyl, non ho alcun titolo per poter dire se il nucleare di quarta generazione sia sicuro oppure no.
Conveniente oppure no. Prima che scoppi la rissa (e scoppierà, ve lo assicuro) è bello illudersi che se ne possa discutere, del nucleare, con le necessarie competenze, e a bassa voce. Ma non illudiamoci: non accadrà.

giovedì 6 gennaio 2022

Chapeau!!




Michele epifanio


L’amaca
Conversazione con un alce

di Michele Serra

Lo scatto di nervi di Macron contro i No Vax non si addice a un capo di Stato, ma esprime un sentimento largamente diffuso. Di fastidio se non di ripulsa nei confronti di chi antepone le proprie scelte, le proprie ansie o semplicemente i propri comodi (vedi il tennista Djokovic) al vincolo di responsabilità che ci lega gli uni agli altri, specie sotto emergenza. Difficile immaginare una divisione più netta e più drammatica tra “io” e “noi”: anche per questo la questione dei vaccini è diventata, in tutto il mondo, fortemente politica.
Non che il “noi” non possa essere opprimente. Lo è. Lo è come ogni famiglia, ogni caseggiato, ogni società, ogni raggruppamento che levi all’io almeno una parte della sua presunzione di illimitatezza. Così come non posso/devo suonare la batteria alle tre di notte, a meno che non abiti da solo su un cocuzzolo, non posso/devo entrare in un luogo pubblico senza essermi sottoposto a quella drastica riduzione del rischio di contagio che è il vaccino. È una questione di buona educazione, direbbero le vecchie zie.
Chi non comprende questa regola ha qualche problema a conciliare il proprio ego con l’esistenza degli altri.
Non per caso Macron ha definito i No Vax «non cittadini». Concetto, in Francia, di particolare severità. La cittadinanza è un insieme di diritti e di doveri, gli uni insignificanti senza gli altri. Prevede regole, molte delle quali noiosissime, senza le quali l’individuo deborda. Si chiama: vita sociale, è faticosa, aggrava di non poco il nostro percorso, ma infine è ciò che produce civiltà, reddito, cultura, progresso. È lecito non amarla, la società. Ma allora si va a vivere in una capanna di tronchi in Alaska, dove nessuno ti rompe le scatole però, bene che vada, puoi fare conversazione con un alce.

Era ora!



Finalmente! Era l’ora! Oltre alla multa si poteva aggiungere anche il pagamento delle spese sanitarie in caso di ricovero! Perché fondamentalmente ci siamo rotti i ciufoli di questi imbecilli!

Vergogne nazionali


Tamponi, l’indegna speculazione va fermata subito

DI SILVIA TRUZZI

Settanta. Ma anche novanta, centocinquanta. Perfino 172. Nell’orgia di numeri che da due anni ci fa girare la testa, la nuova cifra della vergogna è quella del costo dei test: la corsa al tampone molecolare, dato che i rapidi (lievitati a loro volta alla modica cifra di 15 euro) ha fatto salire i prezzi. L’obiezione che va per la maggiore tra i mercatari – la domanda fa il prezzo – vorremmo rispedirla al mittente con parole poco educate, che lasciamo all’immaginazione del lettore.

Se il governo ha deciso di calmierare il prezzo delle mascherine Fpp2 diventate obbligatorie per fare quasi tutto, il provvedimento che dovrebbe adottare subito (ed è già tardi) è calmierare il prezzo dei tamponi molecolari, oggetto di una speculazione disgustosa e immorale. Non c’è bisogno di ricordare che durante gli anni della pandemia le disuguaglianze sono aumentate, le famiglie si sono impoverite e che viste le condizioni attuali la negatività al Covid è requisito necessario per fare qualunque cosa: il tampone non è un capriccio, il sistema pubblico di tracciamento è andato in tilt e nessuno può permettersi le cifre assurde che abbiamo elencato all’inizio (soprattutto visto che non si tratta di un esborso una tantum, data l’esplosione di contagi che ci porta in continuazione a contatto con persone positive). E allora l’alternativa è restare chiusi in casa (e il lavoro?), svenarsi per il tampone o rischiare la salute propria e altrui.

Un paio di giorni fa, il presidente della Regione Toscana Giani ha annunciato un’ordinanza per “combattere e punire chi lucra sulla pelle delle persone” vendendo tamponi a prezzi “esorbitanti”. E che comminerà pure “una sanzione severa sia che la filiera del rincaro sia diretta che indiretta”. L’ordinanza prevede la perdita dell’accreditamento con la Regione per i laboratori che alzano i prezzi oltre una tariffa standard, anche se si appoggiano a intermediari per le prenotazioni. Il presidente Giani ha deciso dopo aver letto sul Tirreno la testimonianza di alcuni lettori che si sono visti proporre un tampone molecolare a 172 euro in un laboratorio di Firenze, dopo averlo prenotato online tramite il sito di una società milanese che fa da broker per alcuni centri di analisi in tutta Italia. Perché sì, ci sono anche i broker di tamponi: è il mercato bellezza. Gli spacciatori di questo servizio oggi essenziale si difendono sostenendo che è aumentato il costo del lavoro nei laboratori, vista la richiesta massiccia: e dunque gli straordinari li pagano i cittadini. Un manifesto di senso civico.

Tornando ai decisori, il governo dovrebbe prendere esempio dalla Regione Toscana, perché la pazienza dei cittadini si sta esaurendo. Vorremmo qui ricordare al presidente del Consiglio che le sue aspirazioni quirinalizie dovrebbero rafforzare il giuramento che ha fatto sulla Costituzione della Repubblica, che tutela la salute come “diritto fondamentale del cittadino”. La sanità pubblica è un vanto dell’Italia e mai come adesso è lo Stato a dover sostenere i cittadini, dopo due anni di indicibili sacrifici delle libertà personali, sofferenze psicologiche, economiche, sociali.

Non si diventa statisti con i complimenti dei giornali, ma pre-occupandosi del benessere della propria comunità: sarà bene che i migliori, i tecnici e i salvatori della patria si tolgano il completo da banchiere, impedendo ai mercati e alle le loro logiche, sane o perverse che siano, di strozzare un popolo già stremato. Non è una questione economica e forse nemmeno politica, è proprio una questione etica. Una democrazia degna di questo nome non si inginocchia davanti al dio denaro. Perché altrimenti i mercanti saranno sloggiati dal tempio a suon di contumelie. Altro che encomi a reti unificate.