mercoledì 5 gennaio 2022

Da L'Internazionale

 

Giovanni De Mauro

Tom Whitwell, giornalista britannico, racconta ogni anno le 52 cose che ha imparato nei dodici mesi precedenti. Eccone alcune del 2021. 

Ogni giorno un milione di persone carica delle foto di fondi del caffè nell’applicazione turca Faladdin e riceve una lettura personalizzata in 15 minuti. 

Il 10 per cento dell’elettricità statunitense è generato usando vecchie testate nucleari russe. 

Brevi sonnellini pomeridiani in ufficio portano a significativi aumenti di produttività, benessere psicologico e cognitivo. Al contrario, 30 minuti extra di sonno notturno non mostrano miglioramenti simili. 

La maggior parte dei ransomware (i virus informatici che bloccano l’accesso ai file degli utenti e chiedono il pagamento di un riscatto) è progettata per non installarsi sui computer che hanno tastiere in lingua russa o ucraina. 

I guadagni relativi delle donne aumentano del 4 per cento quando il loro capo diventa padre di una figlia. Negli anni trenta la gente non guardava i film dall’inizio alla fine: “Passeggiavi per strada ed entravi in sala a qualsiasi ora del giorno o della notte. Come se andassi a bere qualcosa in un bar”, ha raccontato Orson Welles. 

Fino al 1873 le ore giapponesi variavano in base alla stagione. C’erano sei ore tra l’alba e il tramonto, quindi in estate un’ora di luce era più lunga di un terzo rispetto a un’ora in inverno. 

I laboratori usati per produrre i semiconduttori devono essere mille volte più puliti di una sala operatoria, perché un singolo transistor è ora molto più piccolo di un virus. 

Ogni secondo nascono 200 volte più computer che esseri umani.

L’alfabeto khmer ha 74 caratteri, il che lo rende complicato da digitare sul telefono. Potrebbe essere il motivo per cui metà del traffico vocale di Facebook messenger proviene dalla Cambogia. 

La Cina apre una gigantesca fabbrica di batterie per auto elettriche ogni settimana, gli Stati Uniti una ogni quattro mesi. 

A Los Angeles si può noleggiare per 64 dollari all’ora un set fotografico che sembra l’interno di un jet privato e usarlo come sfondo per far finta di essere ricchi su Instagram. 

Figuraccia!

 


Robecchi!

 

L’autosorveglianza. Dopo il Covid, magari arriverà pure quella sul fisco
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Sono affascinato, devo ammetterlo, dal concetto di “autosorveglianza”, introdotto dall’ultimo decreto legge sul Covid. Immagino che voglia dire “arrangiatevi”, cosa che già facciamo in abbondanza e quindi bene, niente di nuovo. Non stupisce nemmeno che avvenga in ambito sanitario, in un Paese dove è più facile parlare col Papa che col medico di base, dove un tampone d’emergenza o controllo costa come una cena da Cracco, dove le regole sono interpretabili, eccetera, eccetera.
Che la parola compaia in un decreto legge (col trattino in mezzo, auto-sorveglianza) inquieta un po’, questo sì.
Mettetela come volete, ma l’autosorveglianza, in generale, rischia di darci grandi soddisfazioni. Contiene una retorica densa di senso di responsabilità e ragionevolezza (“Badi, buon’uomo! Io mi autosorveglio!”), e una prateria davanti di cose che si possono autosorvegliare, anche al di fuori dell’emergenza Covid. Se la cosa prende piede, tra un po’ qualcuno chiederà l’autosorveglianza fiscale, e qualcun altro dirà be’, sai, non è una brutta idea. Sappiamo come vanno queste cose. E se cerchi “sorveglianza” in Rete non ti esce subito Foucault, ma decine e decine di venditori di telecamere, sicurezza, anti-intrusioni, panoramiche del tuo salotto dal telefonino. Ecco, diciamo che sorvegliare ci piace di più che autosorvegliarci (Foucault torna sempre fuori), e prima qualche prova pratica la farei. Che so, un decreto in cui si dica: ehi, gente, niente multe per un mese, autoregolatevi il codice della strada! Un’orgia di doppie file, un’ordalia di lamiere. Oppure due turni di Serie A senza arbitri, “Oh, sul fuorigioco fate un po’ voi”. Delirio.
Ma posto che “autosorveglianza” significa “non riusciamo a sorvegliarvi” – a pensarci bene è strano che non abbiano trovato una parola inglese – verrebbe da dire che è meglio così. Al netto delle regole arabescate e ghirigoreggianti, è ovvio che uno si autoregola, cioè si arrangia. Chiede in giro, si informa presso le massime autorità del ramo, tipo il dottore che sta in tivù, o la cassiera del panettiere, o addirittura ascolta quel che gli dice il medico, se riesce a trovarlo. Si fa insomma, delle sue proprie regole, accettando la sua collocazione nella complicata scala sociale sanitaria del momento. Asintomatico con booster! Guarito da 120 giorni! Hurrà!
Ci autosorvegliamo tutto il tempo, peraltro, non andiamo al centro commerciale con un fucile a pompa, non prendiamo l’autobus nudi e riusciamo persino a non tirare i piatti al televisore durante certi dibattiti o interviste. Direi che fin qui la tenuta di nervi e la capacità di autosorveglianza degli italiani è stata persino strabiliante, oltre ogni più rosea previsione. Ora cerchiamo di autosorvegliarci – inteso come stiamo calmi – anche mentre leggiamo il decreto legge e la circolare del ministero della salute, che dicono cose diverse su come devono comportarsi gli autosorvegliati. Serve il tampone, quando ti sei autosorvegliato da asintomatico per cinque giorni? Non serve? È argomento di grande attualità nelle file per i tamponi, che intanto fatturano come la Krupp nel ’41. E il gioco dell’anno sarà sfuggire alla sorveglianza, dribblare quarantene, sminuire contatti, mentire, in modo da non cadere nel limbo dell’autosorveglianza. Per scoraggiante coincidenza, l’appello e l’incoraggiamento a sorvegliarsi da sé coincidono con la più grande matassa di regole che si sia mai vista, il più complicato origami di articoli e commi in cui le nostre vite siano mai rimaste impigliate.

martedì 4 gennaio 2022

Corresponsabile


Andrea Scanzi ha postato questa storia che m’addolora immensamente. Mi vergogno e avverto la corresponsabilità.


Fuggi dall’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani. Riesci ad arrivare insieme ai due figli piccoli  fino al confine tra Iran e Turchia.

Poi la tempesta di neve ti sorprende. I figli, di 6 e 7 anni, iniziano ad avvertire i primi effetti dell’ipotermia. E allora cerchi di salvarli. Ad ogni costo. Anzitutto dando loro i calzini perché possano usarli come guanti, cercando di proseguire il cammino avvolgendo i piedi con sacchetti di plastica.

I figli sono stati recuperati e salvati nel villaggio di Özalp. Lei, la madre, è morta assiderata. E con lei, una volta di più, è morta l’umanità. Ammazzata dall’assenza di giustizia, equità ed empatia.

Siamo alla fine.

Daniela e i giovani

 

Mattarella, la retorica che distrugge i giovani
DI DANIELA RANIERI
Nella speranza di non irritare l’ufficio stampa del Quirinale e di non attirarci, su sua imbeccata irridente, gli insulti dei corazzieri stampa+social, ci permettiamo una piccola critica su un passaggio del discorso di fine anno del Presidente Mattarella. Ricordando i giovani incontrati in questo settennato (“giovani che si impegnano nel volontariato, giovani che si distinguono negli studi, giovani che amano il proprio lavoro… giovani che emergono nello sport, giovani che hanno patito a causa di condizioni difficili e che risalgono la china imboccando una strada nuova”), Mattarella li ha esortati facendo sue le parole della lettera ai giovani del professor Pietro Carmina, vittima del crollo di Ravanusa: “Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete… caricatevi sulle spalle chi non ce la fa… Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare”. Parole poetiche sulla pagina, che calate nella realtà contengono una retorica insidiosa. L’idea che le cose per i giovani vadano male perché non si sporcano le mani e non rischiano abbastanza è uno dei capisaldi dell’ideologia ultraliberista, di più: ne è il software di funzionamento. Che l’inazione giovanile dipenda esclusivamente dalla loro volontà, e non dal fatto che un sistema sociale impedisce loro di “mordere la vita” perché è stato costruito a loro scapito, è un alibi che la classe dirigente gioca a suo favore per mantenere inalterati gli attuali rapporti di forza. Rapporti che le élite hanno disegnato negli ultimi 40 anni nella illusione (ma sarebbe meglio dire nella frode) che le forze del mercato, lasciate a sé stesse, avrebbero stabilito il peso sociale di ciascun individuo, inserito dentro un flusso di poteri che esso è perfettamente in grado di governare semplicemente “volendolo”.
È una ideologia manipolatoria e fallace costruita sulla grande impostura del “merito”, che ultimamente sposa la stucchevole retorica della “resilienza”. Che ne è dei giovani non meritevoli, che non emergono negli studi perché magari studenti-lavoratori? Che ne è di coloro che non possiedono resilienza, la qualità dei materiali di assorbire gli urti senza rompersi, perché sono esseri umani e non pezzi di PVC?
Se i giovani sono impietriti, respinti, impotenti, è perché la scuola è stata distrutta da anni di riforme aziendaliste; perché le condizioni di partenza non sono affatto uguali per tutti e l’assetto sociale cristallizza le disuguaglianze invece di ridurle. La retorica della resilienza presuppone che i giovani falliscono se non sono abbastanza assertivi, competitivi, performanti. Sono loro che non sanno risalire la china, perché il sistema sarebbe perfettamente in grado di sostenerli. In questo modo ogni disuguaglianza è stornata e messa in capo al carattere e al temperamento di ciascuno. Eppure la “docilità” dei giovani è andata bene al potere, quando sono stati costretti ad accettare la cosiddetta alternanza scuola-lavoro (che consiste nel farli lavorare gratis negli autogrill o simili, per proiettarli meglio nello sfruttamento futuro) o il Jobs act, con cui è stato distrutto lo Statuto dei Lavoratori.
Il loro volontariato è stato usato dal potere per stabilire che il sacrificio dei giovani non andasse mai pagato, idea che è stata esportata agli stage e ai tirocini, spesso indistinguibili dal lavoro dipendente, e infine anche al lavoro parcellizzato.
Che il merito non funzioni lo prova un dato: quanti laureati ci sono tra runner, corrieri, etc.? E i padroni, quelli che ce l’hanno fatta, si sono affermati per via di un superiore talento, o, invece, hanno potuto “imboccare una strada nuova” contando su capitali di partenza, fortuna dinastica, capacità di rischio? Intanto aumentano i lavoratori poveri, cioè persone che pur lavorando non hanno i mezzi per vivere dignitosamente; e dovrebbero anche amare il loro lavoro? All’elogio del mettersi in gioco e della voglia di fare segue sempre l’esplicita o implicita colpevolizzazione di chi “sta sul divano”, dei “bamboccioni”. È la retorica dello spaccarsi la schiena, secondo Renzi, che il reddito di cittadinanza lo chiama “di criminalità”, mentre gli altri danno per scontato che lo prendano i lavativi, i vili che “non rischiano”. L’esortazione di Mattarella ai giovani avrebbe dovuto essere accompagnata da un appello reciso ai “datori di lavoro” a pagarli meglio e ai politici affinché non facciano riforme anticostituzionali e stabiliscano per legge un salario minimo; altrimenti il vuoto delle parole rimbalza contro una struttura micidiale. Infine, non sono i giovani a doversi caricare sulle spalle chi non ce la fa: è lo Stato che deve farsi carico dei più deboli. I performanti si tutelano da soli; gli sfiancati, i poco entusiasti, i non resilienti che non mordono la vita, chi li tutela?

Semplice!

 


Ottimo Michè!

 

L’amaca
Vittime dei telegiornali
di Michele Serra
La Lega è a favore dell’apertura delle finestre nelle aule scolastiche», dice nei pochi secondi disponibili lo sciagurato esponente di partito di turno al Tg2, e si ride anche per suo conto, visto che la facoltà di ridere di se stesso gli è stata tolta, oppure l’ha perduta.
Analizzate la frase appena riportata.
Provate, per esercizio, a produrne di analoghe. “Il Pd è favorevole alla manutenzione delle caldaie”.
“Fratelli d’Italia è fermamente contrario ai cibi scaduti”. “Italia Viva si batte da sempre contro le rapine in banca”.
Io mi domando se si rivedono e si risentono, i valorosi fanti della guerra delle dichiarazioni nei tigì della Rai. Perché non si costituiscono in sindacato, in difesa dei diritti dell’uomo politico costretto a dire furtive belinate per consentire alla troupe della Rai di portare a casa un pezzetto di tigì?
Facciano una class-action, denuncino per lesa politica, per offesa al buon senso, per abuso della lingua italiana, la loro aguzzina, la Rai, che gli ficca un microfono in bocca e gli spara una telecamera in faccia obbligandoli a dire la qualunque, pur di riempire il loculo assegnato.
Oppure si facciano pagare, legittimamente, in quanto prestatori d’opera in un varietà, perché se le rivedete e risentite in sequenza, le dichiarazioni dei politici ai tigì, sono arte pura, performance surrealista.
Questa è almeno la decima Amaca sulla mostruosa pratica del “panino” di dichiarazioni dei politici nei telegiornali. Ne scriverò almeno altre cento.