Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 20 dicembre 2021
domenica 19 dicembre 2021
Quando
In memoria
Ora vorremmo decoroso silenzio nel rispetto di questo straziante dolore, tre vite distrutte che si sommano alle già troppe avvenute quest’anno dei nuovi martiri assassinati dalla complicità mafiosa e dal nefasto, scientemente e occultamente progettato, assenteismo delle istituzioni, con quei posti mancanti, assunzioni non fatte di controllori che ricorda il nulla attorno alla lotta all’evasione, perché sappiamo bene tutti che gli evasori sono anzitutto voti. Non vi lanciate quindi in proclami e vomitevoli dichiarazioni attorno a questi omicidi frutto di collusione ed inefficienza!
La nausea che aleggia attorno a questi scandali generanti morte, obbliga normodotati a ricordavi alcune pietre miliari del vostro operare ad minchiam:
1) come cazzo si possa coniugare la fretta per accaparrarsi il 110% con la sicurezza.
2) la vogliamo finire con i subappalti a cascata che portano gli ultimi della lista a fare i lavori a costi impossibili da coniugarsi con la sicurezza?
3) non essendoci controllori adeguati il lavoro nero continua ad imperversare senza alcun timore. E vaffanculo a chi lo permette. (In modalità jingle bells naturalmente)
4) se ve ne dimesticaste, vi ricordo che esistono ancora baraccopoli e caporalato in special modo nell’agricoltura, con esseri umani schiavizzati per pochi euro.
Ricordando questi tre nuovi martiri, spero che il 2022 ci porti finalmente un paese civile e dignitoso. Non si sa mai e sperare non costa nulla: a volte i miracoli avvengono!
Riposate in pace fratelli!
sabato 18 dicembre 2021
Sul monossido
Il rischio di passare per un misantropo è grande (chissà forse nel pandemico lo sono diventato davvero) ma questa notizia m’agevola nel triste pensiero. Siamo vessati ambientalmente da tempo immemore, come non andare infatti col pensiero al grande sigarone bianco e rosso che accoglie i vogliosi del mare appena usciti dalla Fresonara, molti dei quali alla vista del bofonchiante inno all’idiozia - una centrale elettrica nel cuore di una città - temeranno uno scherzo di cari amici inneggianti le beltà dello spezzino che l’hanno convinto a raggiungerci.
E sulle note dell’oramai obsoleto dogma “dobbiamo incrementare i flussi turistici” ecco stagliarsi in zona ospedale le mitiche navi da crociera, suffumigi pure notturni per gli abitanti, me compreso, della parte di città che ospita, per almeno un altro ventennio, l’ospedale S.Andrea.
Che ci può essere di più nefastamente imbecille di lasciar sbuffare enormi navi in prossimità di un ospedale? Nulla, neppure far guerra alle droghe avendo uno scribacchino di falsità drogato perso.
Per il tessuto cittadino il turismo è un gran toccasana, ci mancherebbe! Ma confondere l’ospitalità con l’abbietto concetto di riverenza servile agli altri, è altro.
L’accoglienza dovrebbe essere direttamente proporzionale alla ricettività, al rispetto delle norme ambientali, alla preservazione della bellezza di luoghi nati per assaporare la solitudine, il silenzio, il fremito delle farfalle, il bacio del sole. Tutti cammei deturpati dalle caciare sovraffollate degli intruppamenti forzati del tanto al chilo.
Il chissenefrega liofilizzato dall’attracco di enormi tisane malsane in prossimità di quartieri abitati, è sinonimo del sordiano motto “io so’ il Comune, so' l'Autorità Portuale e voi nun siete un …” Resta sul proscenio la speranza dell’abbattimento del sigarone biancorosso e la consapevolezza di proseguire nell’inalazione del monossido d’azoto, quale riverenza al concetto parente del mitico “ce lo chiede l’Europa” e che più o meno fa “ce lo impone quel turismo abbacinante, trasformante le cantine in camere, la focaccia in oro, il lavoro in schiavitù a pochi euro all’ora.”
Anto'
Miseria fatale nel “Paese dell’anno”
DI ANTONIO PADELLARO
Fra poco è Natale, le vetrine illuminate, i doni per i più piccini, gli zampognari nelle vie e, come da tradizione, arriva il maxi-emendamento del governo, quel superpanino farcito a strati dove si trova di tutto e di più. Ma non era in odore di incostituzionalità, puntualmente deplorato dai vari inquilini del Quirinale? Certo che sì, ma la tradizione va rispettata, ci mancherebbe.
Fra poco è Natale, in tv stanno per ridare La vita è meravigliosadi Frank Capra e tutti ci sentiamo più buoni. Infatti, in un campo nomadi del Foggiano, fratello e sorella di 4 e 2 anni muoiono carbonizzati nell’incendio di una baracca. Andata a fuoco come tutte le altre innumerevoli baracche, che con il freddo, in questi luoghi abbandonati e dimenticati, si accendono improvvisamente in scoppiettanti falò. Anche in questo caso il papà era nei campi a raccogliere gli ortaggi, arruolato da quelle consuetudinarie figure che popolano il nostro amato Sud: i caporali provvisti di agganci ministeriali.
Nel rispetto della più limpida tradizione, anche la protesta del sindaco che “aveva portato a conoscenza delle Autorità competenti la situazione”, ricevendone il tradizionale chissenefrega. Fra poco è Natale, e nel mentre addobbiamo l’alberello e prepariamo devoti il santo presepe, ci giunge notizia di altri incidenti sul lavoro con quattro morti (due erano operai in nero).
Una tradizione questa che ci accompagna per tutto l’anno a rammentarci il costume di casa: girare la testa dall’altra parte (possibilmente senza casco protettivo).
Chissà che non sia questo il vero e più profondo significato del premio con cui l’Economist ha incoronato l’Italia “il Paese dell’anno”. Ovvero, la nostra incomparabile capacità di mostrarci cambiati agli occhi degli altri rimanendo immutabilmente noi stessi.
Nel rispetto delle feste comandate e delle tradizioni. Moderni, sì, ma restando sempre antichi. Ora come allora. Perché, come cantava Renato Carosone: “Mò vene Natale, nun tengo denare, me leggio ’o giornale, e me vado ’a cucca’”.
venerdì 17 dicembre 2021
Daje Daniela!
“Repubblica” celebra la “Crazy pizza” di Briatore in salsa kitsch
DI DANIELA RANIERI
(Premessa: la parola “marchette” offende le oneste signore che fino al 1958 hanno operato nelle Case di tolleranza e di cui Dino Buzzati elogiò “il garbo, il magistero tecnico, la fantasia, l’intuito psicologico, perfino la delicatezza d’animo”. Chiameremo dunque la pratica a cui la metafora rimanda “pubblicità editoriale”).
Il giorno mercoledì 15 dicembre Repubblica dedica una pagina intera di pubblicità editoriale a Flavio Briatore, intervistato in quanto “businessman flamboyant” che “si è messo in testa di rilanciare Roma”. Ci si è gelato il sangue: che si sia deciso a entrare in politica? No, di più: l’imprenditore di Cuneo, si apprende, vuole aprire una pizzeria a Via Veneto. Ma “pizzeria” è riduttivo: “Non è una pizzeria. È un brand. Un brand per far tornare la Dolce Vita a Roma”. L’intervistatore è scettico (forse prova a dissociarsi come può da quel che gli tocca fare), ma la pagina gronda una salsa kitsch megalomane che vi invitiamo a condividere. Il pizzettaro di lusso si atteggia a pioniere (potremmo indicargli almeno sei pizzerie del centro dove una Margherita costa 15 euro): “Vede, la pizza è uno street product, di solito te la portano su tavoli spogli o non apparecchiati, te la buttano là con un servizio approssimativo, roba che non ti invoglia a rimanere nel locale”. Noi poveri romani, che fino a ieri mangiavamo la pizza direttamente dai cartoni sul marciapiede, o la prendevamo al volo tipo frisbee dalla strada per spendere meno, stiamo per fare un’esperienza inaudita: “Noi abbiamo pensato di fare una pizzeria chic, branché” (branchée, che vuol dire “alla moda”, ndr). “Serviamo ottime pizze, in un posto elegante, con un servizio impeccabile. La pizza è un prodotto importante, ma è presentato in modo cheap, noi gli abbiamo creato intorno un environment diverso”. Uno pensa: saranno gli effetti del Covid, che crea danni neurologici in chi lo ha avuto e fa parlare così (anche se secondo l’amica Santanché era una prostatite, e non c’entrava nulla che Briatore fosse tenutario di un locale-focolaio con 60 dipendenti contagiati, nella gaia estate Smeralda del 2020). Infatti prosegue: “Via Veneto è un brand dentro il brand” e questo “creerà business”. Invece il giorno dopo (ieri), Repubblica Roma ri-dedica a Crazy Pizza un’altra pubblicità editoriale, di due pagine, con quattro articoli pieni di parole come “mission”, “mood”, “location”, e allora si capisce che il long Covid qui non c’entra, e nemmeno l’esser diplomati geometri, qui c’è proprio tutta una diciamo cultura che sta avanzando grazie alla pizza chic, che Briatore, chissà perché, mangia al contrario, addentando la fetta dal cornicione, così che la mozzarella cola tutta nel piatto dalla punta afflosciata, una cosa che noi proletari ci vergogneremmo di fare davanti a testimoni, soprattutto perché massimamente idiota. Comunque, dopo aver saccheggiato i cadaveri di Fellini, Mastroianni, Morricone, il giornale perpetra il vilipendio del buon gusto, coi commercianti di zona importunati per dare il benvenuto a “mr. Billionaire”, e il loro presidente che sogna i “calchi delle mani dei grandi del cinema”. Ma non è solo pubblicità, c’è spazio anche per le notizie: “Per riportare la Dolce Vita in via Veneto a Flavio Briatore non basta la ricetta della pizza chic. Nell’impasto c’è anche un’altra idea che l’imprenditore affida a Repubblica dopo aver raccontato del suo nuovo brand, Crazy Pizza (repetita iuvant, ndr)”. “‘Sarebbe bello arrivare a una pedonalizzazione totale o parziale della strada’, spiega il manager”, che ha già intimato al sindaco Gualtieri di pulirgli il viale davanti al locale. Per noi andrebbe bene, a patto che si vietino anche le moto d’acqua davanti alle coste e gli yacht ormeggiati a Porto Cervo. Comunque, dopo questa scorpacciata, a noi più che la Dolce Vita viene in mente La vita agra di Luciano Bianciardi, in cui il protagonista progettava di far esplodere il Pirellone.
giovedì 16 dicembre 2021
Ricordatevi questo nome
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