venerdì 10 dicembre 2021

Un po' di satira!

 

DI DANIELE LUTTAZZI
E ora, per la serie “Lo zombie nel forno”, la posta della settimana. Avete di meglio da fare? Non credo. Mi state leggendo, no?
Caro Daniele, che te ne pare dell’ipotesi di Silvio Berlusconi presidente della Repubblica?
(Silvano Tommasi, Ivrea)
Una volta che ti ci abitui, smetti di avere le convulsioni. Berlusconi è un enorme peggioramento rispetto alla sua mancanza, e l’Italia ha bisogno di lui come Van Gogh aveva bisogno di uno stereo. Ricordi l’editto bulgaro? No? Carino da parte tua averci messo una pietra sopra. Biagi comunque se l’era cercata: mangiare la merda in diretta! Disgustoso. Promemoria sul candidato: quando Berlusconi andava all’estero, i reati in Italia si dimezzavano. Gianni Letta una volta gli disse: “Silvio, non puoi fare tutte le leggi a tuo favore”. E lui: “Ah ah ah! Come se ci fosse una regola”. Davvero non ricordi più la volta che Berlusconi, in un atto di follia prostatica, rubò in un supermercato cinese all’Esquilino mezzo chilo di salmone affumicato del mar Baltico, scaduto da 12 giorni, e immediatamente il Parlamento approvò una legge che depenalizzava il reato di furto di mezzo chilo di salmone affumicato del mar Baltico scaduto da 12 giorni in un supermercato cinese dell’Esquilino? Il procuratore capo parlò di “legge irresponsabile che risponde a interessi particolari facilmente individuabili, un testo di legge preparato dagli avvocati di Berlusconi che diverge dagli standard delle democrazie liberali”. Al che il ministro della Giustizia Castelli aprì subito un’indagine disciplinare sul procuratore capo per appurare se aveva valicato il confine fra libertà d’opinione e indebite ingerenze da parte di chi deve applicare le leggi. Il procuratore generale difese il procuratore capo: “Tacere le cose sarebbe pavida connivenza, soprattutto da chi è professionalmente in grado di comprenderne il senso”. Castelli: “Opinioni personali e irrilevanti”. Questo era il clima che si respirava all’epoca. Davvero hai dimenticato quando i processi svelarono che Berlusconi aveva pagato la mafia e tutti gli artisti di sinistra che lavoravano per Mediaset e Mondadori si licenziarono per protesta? Tutti credevano che la colpa fosse di Berlusconi. No. A dare gli ordini era Sandra Mondaini. Non hai letto i verbali delle Olgettine? Come può fare il presidente della Repubblica uno che quando fa sesso continua a esclamare il proprio nome? Stiamo parlando di un uomo che una volta cercò di insegnare a Pavarotti come si canta. Non può costringerci a essere incazzati per altri sette anni: è disumano, non infierite su di me, sono ancora sconvolto dalla morte di Craxi. Il passo successivo è la Repubblica presidenziale: i poteri forti la vogliono, Napolitano ne diede un assaggio e Silvio sa che i tempi sono maturi: la pandemia ha reso evidente l’inconsistenza dei partiti. Ma eleggerlo presidente della Repubblica sarà come chiedere a un gatto di fare la guardia ai nostri tramezzini col tonno. La prospettiva del ritorno in pompa magna getta nel panico le diplomazie, dove non hanno dimenticato il suo stile informale (una volta salutò Clinton strizzandogli il pacco). Quanto agli italiani, il 40% vorrebbe Berlusconi presidente della Repubblica, ma solo perché così i giornali smetterebbero di parlare della pandemia. Illusi: poi vorranno un’altra pandemia per non sentir più parlare di Berlusconi. ffdjzòòsdjdxcvmxbpf, potrei scrivere a questo punto, se mi addormentassi sui tasti. Comunque la NASA ha appena scoperto un nuovo sistema solare. È bello sapere che abbiamo delle opzioni.

giovedì 9 dicembre 2021

Nuova aria romana


Gualtieri non vuole la discarica in città. Ma non è la Raggi e Zingaretti lo salva
S.O.S. RIFIUTI - LA REGIONE SOSPENDE IL COMMISSARIAMENTO: 2 NUOVE “BUCHE” IN PROVINCIA

di Vincenzo Bisbiglia

“La Regione non chiede una discarica. Realizzarla dentro o fuori Roma? Non è rilevante”. A leggere l’intervista di qualche giorno fa rilasciata a Roma Today dalla nuova assessora ai rifiuti di Roma, Sabrina Alfonsi – storico volto del Pd, vicinissima a Nicola Zingaretti – si rimane interdetti. Invece è tutto vero. Dopo aver passato 5 anni ad attaccare Virginia Raggi, chiedendole di realizzare una nuova discarica nel perimetro della città di Roma, con l’arrivo di Roberto Gualtieri in Campidoglio improvvisamente la “buca” non serve più. O meglio, continua a servire, ma non per forza all’interno del Grande Raccordo Anulare. La conferma è arrivata il 2 dicembre, quando Nicola Zingaretti ha firmato la nomina del commissario per l’emergenza rifiuti a Latina e ha congelato lo stesso iter per Roma, provvedimento minacciato per mesi a Raggi e ai suoi. “Il neo sindaco Roberto Gualtieri – si legge nella nota – ha comunicato l’impegno dell’Amministrazione capitolina di dotare la città di Roma e l’Area Metropolitana di tutti gli impianti di servizio necessari”. Attenzione ai termini: “impianti”, non “discarica”. La stessa idea procedurale seguita dalla Raggi. Figli e figliastre, insomma.

Di fatto Zingaretti commissaria Latina per salvare Gualtieri. Da un lato, il neo nominato Illuminato Bonsignore avrà il compito di indicare un sito idoneo per la provincia pontina. Dall’altro, è in dirittura d’arrivo l’iter regionale per autorizzare il cambio di destinazione d’uso della discarica di inerti di Magliano Romano, a nord della Capitale: l’impianto è già pronto, basterà qualche lavoro di adeguamento. Ufficialmente non saranno le discariche di Roma, ma lo diverranno di fatto per il principio della territorialità. E questo basterà a Gualtieri per stare tranquillo qualche anno, sfruttare la pioggia di milioni in arrivo dal Pnrr e mettere in pratica il piano industriale di Raggi.

L’impianto di Magliano è molto discusso. L’iter, su proposta privata, è in corso dal 2014, ma da qualche mese ha subito un’accelerazione. Il terreno è di proprietà della Idea 4 srl, tra i cui soci figura Ester Fusco, una funzionaria del ministero dell’Interno. A gestirlo è la Berg Spa, al 60% di proprietà di Acea Spa. Sull’amministratore delegato Ottaviano Sabellico, pende una richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta “Maschera” della Procura di Frosinone: l’ad deve rispondere di traffico illecito di rifiuti, in qualità di responsabile dalla Dsi Servizi Industriali (la denominazione della Berg precedente all’ingresso in società, nel 2018, di Acea). L’indagine è quella della Dda di Roma che vede come principale indagato il re dei rifiuti in Ciociaria, Valter Lozza. Ma gli avvocati sono piuttosto tranquilli. “Confidiamo in un proscioglimento, avendo l’Ue fornito pareri a noi favorevoli sulle fattispecie tecniche del reato contestato”, spiegano dal collegio difensivo. A Roma, invece, la Procura ha archiviato le indagini aperte sui recenti esposti dei comitati locali. A nulla sono valse le varie sospensive in cui il Tar del Lazio parlava di “pregiudizio imminente e irreparabile per l’ambiente e i cittadini”. Chissà cosa diranno ora i sindaci della provincia di Roma (quasi tutti a trazione dem) che il 14 luglio scorso si erano presentati sotto il Campidoglio per protestare contro la gestione di Virginia Raggi.

Come anticipato da Il Fatto il 16 novembre scorso, è difficile che Roberto Gualtieri riesca in pieno nell’annunciata opera di maquillage, restituendo la pulizia completa della città entro Natale. Questo perché, come sottolinea l’Antitrust in una delibera del 2 dicembre, esiste in tutto il Lazio un importante “gap impiantistico”. Tradotto: quando si raccolgono i rifiuti, non si sa dove portarli. Gualtieri ha affidato questo tentativo estremo all’Ama Spa, dove ha ripescato due manager dal passato. Il nuovo direttore generale è Maurizio Pucci, già assessore ai Lavori Pubblici con Ignazio Marino e prima ancora coordinatore del Giubileo 2000 con Francesco Rutelli. Suo vice è Emiliano Limiti, in auge ai tempi di Gianni Alemanno, indagato nel 2014 e poi archiviato (dunque, totalmente prosciolto) nell’indagine della Procura di Roma sul Mondo di Mezzo.

mercoledì 8 dicembre 2021

Grazie ad Andrea Scanzi!



Dalla pagina Facebook di Andrea Scanzi 

"I ragazzi delle scuole imparano chi fu Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi. Non sanno chi fu quel giovanetto della Lunigiana che, crocifisso ad una pianta perché non voleva rivelare i nomi dei compagni, rispose: «Li conoscerete quando verranno a vendicarmi», e altro non disse. 

Non sanno chi fu quel vecchio contadino che, vedendo dal suo campo i tedeschi che si preparavano a fucilare un gruppo di giovani partigiani trovati nascosti in un fienile, lasciò la sua vanga tra le zolle e si fece avanti dicendo: «Sono io che li ho nascosti (e non era vero), fucilate me che sono vecchio e lasciate la vita a questi ragazzi». 

Non sanno come si chiama colui che, imprigionato, temendo di non resistere alle torture, si tagliò con una lametta da rasoio le corde vocali per non parlare. E non parlò. Non sanno come si chiama quell'adolescente che, condannato alla fucilazione, si rivolse all'improvviso verso uno dei soldati tedeschi che stavano per fucilarlo, lo baciò sorridente dicendogli: «Muoio anche per te… viva la Germania libera!». 

Tutto questo i ragazzi non lo sanno: o forse imparano, su ignobili testi di storia messi in giro da vecchi arnesi tornati in cattedra".

Pietro Calamandrei

Ancora su lui!



Ancora su Capitan Fetecchia che scruto sempre con attenzione, e vergogna, per lui. 
Ecco uno degli ultimi esempi di come una persona reagisca quando avverte la canna del gas: in questo bignami del Ballismo c’è tutto: si cosparge dell’ apprezzamento di Angela rivolto per come tutta la nazione, a parte gli astiosi, abbia reagito all’assalto del Covid, cercandolo di farlo suo, per la sua azione sottobosco, carbonara, inchiappettante Giuseppe Conte, ancora in testa, nonostante il Dragone, al primo posto dei sondaggi di gradimento, mentre per trovare Capitan Fetecchia bisogna inginocchiarsi muniti di microscopio. Ma la perla è un’altra, sempre dettata dallo smisurato e nefasto, per lui, ego: mentre la comunità scientifica mondiale non si è ancora pronunciata, il Pifferaio già è in possesso di una notizia bomba, o fetecchia delle sue: il Coronavirus sta trasformandosi in un banale raffreddore! Temo molto per Faraone, Orfini  e Rosato: non vorrei che si liberassero dalle mascherine troppo in fretta! Perché ciò che blatera Capitan Fetecchia per loro è legge sacra! Beati loro!

Prossimo all’uscita di testa



Capitan Fetecchia ha coraggio da vendere, questo è indubbio. Coraggio da vendere nell’affermare che, a parer suo, Conte viva di sondaggi e di like. E di like. E di like. L’ego smisurato che lo attanaglia, fa perdergli il lume della ragione, avendolo modellato sullo stampino dello Zio Puttaniere, dopo aver fatto finta di essere di sinistra. Dire che Conte viva di like, da uno che la claque l’ha cercata più che l’ossigeno un sommozzatore, è quanto di più triste possa esistere per la oramai imminente uscita di scena del mai compianto direttore d’orchestra della famigerata Era del Ballismo. Adieu!

Eh la serie è la serie!

 


E anche Alessandro!

 

Che Colle. Il rischio è trovare B. davanti a casa mentre vende “Lotta comunista”
di Alessandro Robecchi
Al momento in cui scrivo, i trapezisti sono stati bravi, i clown sempre perfetti e aspettiamo gli illusionisti. Quella che si chiama “Corsa al Quirinale”, una versione circense di Helzapoppin, riserva colpacci giorno dopo giorno, numeri nuovi e sorpresone. Se ti distrai dieci minuti non capisci più chi vuole Draghi lì, chi lo vuole là, occhio che finisce né lì né là, oppure può andare là e comandare anche lì. Una trama intricatissima.
Poi, di colpo, spunta un nuovo genere letterario: il Fantasy Costituzionale. Anche qui la trama non è semplice: un doppio incarico con un Draghi con due cappelli, uno da presidente e uno da premier? Non si può. Allora un prestanome? Un uomo di assoluta fiducia? Da qualunque parte la si guardi è un po’ imbarazzante. Il coro “Draghi stai lì” risuona in ogni dove, tutti lo vogliono al Quirinale e nessuno lo vuole al Quirinale, lui cosa vuole non lo dice. Così si favoleggia di astruse architetture costituzionali, Granducati, Superpresidenze, Imperi.
Gli attori, poi, memorabili. Di Silvio nostro si è detto in lungo e in largo, manca poco che si iscriva agli Inti-Illimani, che si mostri con l’eskimo. Dopo le aperture ai Cinquestelle (forse non ricorda “Nelle mie aziende pulirebbero i cessi”, aprile 2018) mi aspetto di trovarmelo da un momento all’altro sul pianerottolo, che tenta di vendermi Lotta comunista. In generale gli altri si barcamenano, cercano di capire cosa succede intorno a loro, menandosi come fabbri anche se stanno nello stesso governo, votano le stesse leggi, esultano per i mirabolanti risultati raggiunti (eh?). Non mancano le note di colore locale: se Draghi andasse al Quirinale il presidente del Consiglio designato sarebbe il ministro più anziano, cioè Renato Brunetta.
Nel frattempo, divampa l’incendio nel campo largo. È largo? Non è largo? Maria Elena Boschi lancia ultimatum: “O noi (intende i renzisti, ndr) o i Cinquestelle”. Urca. Carlo Calenda, autocandidatosi (è un vizio) per dispetto e poi autoritiratosi dalle Suppletive a Roma, dice invece che ora va da Letta e gli dice serio: “O noi (intende Calenda, ndr) o i Cinquestelle”. Anche questo a suo modo è un Fantasy, con le tribù, capi e capetti, territorial pissing, offensive, colpi bassi e incantesimi. Se si esce da questa confortevole e appassionante fiction, la situazione è un po’ più grama. Incombe uno sciopero generale, cosa che non avveniva da anni, contro un governo che – a leggere stampa e propaganda – risulta amatissimo, competentissimo, geniale. Basterebbe questo a dire di una notevole distonia tra la realtà e la sua narrazione incoraggiata: il sei e uno, sei e due, sei e tre di aumento del Pil non si vede nelle tasche del Paese, dove anzi si vede l’inflazione, che erode il potere d’acquisto ed è di fatto una flat tax che colpisce i più poveri. Mentre si assiste alle schermaglie pre o post-quirinalizie, ai tatticismi e allo spettacolino, insomma, emerge una verità. Tutti quei soldi, quegli investimenti, quel “è il momento di dare” che potevano cambiare il Paese, sono andati e stanno andando nella direzione di lasciarlo com’è. Dare qualcosa a quasi tutti, rafforzare qualche posizione cardine, smollare contentini, ma niente di strutturale, capace di cambiare in modo più egualitario il corpo sociale del Paese. Un’operazione di mantenimento dell’esistente, mediocre e troppo diseguale. Il resto, quel che avviene intorno al disegno, è poco più che coreografia, un gran parlare di tattiche e strategie, mentre il gioco si fa da un’altra parte.