domenica 21 novembre 2021

Rutti nello spazio




Che meraviglia!



Era il 1982, c'era Muhammad Ali in Italia, l'avevamo fatto venire per "Blitz"; a quei tempi ci
permettevamo questi lussi su Rai Due.
Un giorno uscii di casa per andare a prendere
Muhammad all' hotel Hilton e portarlo a pranzo e in
quel momento squillò il telefono; era Robert De Niro
che in quel periodo si trovava a Roma e voleva evitare ogni tipo di assembramento o contatto con la gente.
Gli dissi che sarei andato a pranzo con Muhammad
Ali e lui rispose: "Vai a pranzo con Muhammad Ali e
non mi inviti?!" e allora gli dico: "va bene vieni anche
te".
Passa neanche un minuto e risquilla il telefono,
rispondo e dall'altra parte sento: "Ma allora tu sei un
figlio de na....Ma come? lo devo parlare con Bob di
lavoro e lui dice che deve andare a cena con te e Ali.
E a me nun me porti?"
Era Sergio Leone….gli dissi: Vieni anche te, andiamo
da "Checco er Carrettiere".
Ero pronto per uscire di casa finalmente, ma risquillò
il telefono nuovamente ed ero indeciso se rispondere o meno.
Alla fine risposi e dall'altra parte una voce disse: "Ora tu dirai che sono un figlio di puttana”…
Era Gabriel Garcia Marquez, futuro premio Nobel
della Letteratura.
Gli Dissi: "Eh perche saresti un figlio di..
E lui: "Perchè sono alcuni giorni che mi trovo a Roma
e quindi sono un figlio di... perchè non ti ho chiamato”.
Però anche tu lo sei; vai a pranzo con Muhammad Ali e non me lo dici? E' il sogno della mia vita.
Gli dico: "Vieni pure anche tu".

E così tavolo per cinque. Fu Sergio Leone a proporre
di prenderlo da "Checco er carrettiere". Era la
trattoria dove si era sempre sentito a casa. Checco e Leone, insieme a Ennio Morricone, si erano
conosciuti alle elementari, alla Scuola dei Fratelli
Cristiani, e avevano condiviso la loro infanzia
trasteverina sulla scalinata di Viale Glorioso.
Mezz'ora dopo ci ritrovammo tutti insieme da Checco er Carrettiere.
Passammo l'intera serata a fare domande a
Muhammad sulla sua carriera e sui suoi match. Ci
raccontò tutto. lo, De Niro, Marquez e Sergio Leone.

Gianni Minà

Rigurgiti

 

Rigurgiti della settimana trascorsa, segno dell'inadeguatezza della ragione, del suo poco utilizzo in questa valle di selfie: al primo posto c'è un imbecille, tra l'altro capogruppo della Lega a Lissone, al secolo Fabio Meroni che si è permesso di riferirsi a Liliana Segre citandola mediante il codice nazista che la grande senatrice porta sul braccio. Il Cazzaro dovrebbe congedarlo in seduta stante, ma probabilmente il fatto che l'idiota attiri voti lo convincerà ad agevolare il benaltrismo becero che dimora in lui (e allora le Foibe? etc etc)
Gianluca Rospi, nome sconosciuto, come tanti nell'emiciclo, votato all'epoca da tutti coloro che credevano nella nuova ondata di cambiamento del Movimento 5 Stelle. L'infingardo è stato accalappiato da un pregiudicato, amante delle cene eleganti, pagatore seriale di tangenti alla mafia, che si è messo in testa di divenire il prossimo presidente della Repubblica.
Stephane Vancel, amministratore delegato di Moderna: da quando è scoppiata la pandemia ha iniziato a centellinare la vendita delle azioni della società in suo possesso, ricavandone, al momento, duecento milioni di dollari.
Gavino Mariotti, rettore dell'università di Sassari: all'apertura del 460° anno accademico, ha avuto la brillante idea di invitare alla cerimonia, oltre a Maria Elisabetta Alberta in Casellati - vien dal mare - presidente del Senato, anche Antonio Razzi, che sta alla cultura come Maria Giovanna Maglie all'opinionista costruttivo.
C'era anche l'amicone di Razzi, il senatore Carlo Doria, fedelissimo del grande, e grosso, governatore Solinas; Doria nel 2020 faceva parte dell'Unità di crisi combattente il Covid. Usci con una illuminata dichiarazione: "il Covid non uccide più: è una un'influenza." Quando si dice la saggezza e la lungimiranza.
Infine in una stazione in disuso fiorentina c'è un comico che sta attaccando magistratura e giornalisti, solo quelli liberi di dire come la pensano, senza alcun contraddittorio. Non merita nessuna rilevanza, essendo prossimo a dissolversi politicamente. La tristezza è che lo stanno ascoltando circa duemila persone a serata, che se li aggiungiamo alle migliaia di no vai, no green pass, fanno venire voglia di non sorridere più, invocando il meteorite...

L'Amaca

 

La droga dei partiti
di Michele Serra
L’effetto della Rai sui partiti è devastante. Droga pesante.
Li sconvolge, li sovreccita, disposti a qualunque scenata, ricatto, patteggiamento pur di avere la propria dose di Rai, anche se in modica quantità: un direttore o un vicedirettore di fiducia al quale telefonare ogni tanto.
La crisi di nervi di Conte è stata l’ennesima pagina di una storia eterna, immutabile, che vede tutti i partiti, senza eccezione, legislatura dopo legislatura, bivaccare in quelle stanze con il pretesto (comico, alla luce dei fatti) di garantire “il pluralismo dell’informazione”, nome elegante per una lottizzazione desolante, il cui risultato più evidente sono quelle orride fettine di telegiornale assegnate ai portavoce di partito, una frasetta insulsa cadauno solo per piantare una bandierina nel palinsesto, non certo per dire qualcosa di utile e interessante.
L’informazione sarebbe l’esatto contrario: dire solo ciò che è utile e interessante.
L’occupazione stabile dei telegiornali da parte dei dichiaratori di partito è dunque, per l’informazione, la morte in diretta. Per non dire dei continui cazziatoni sulla qualità dei programmi da parte di deputati e senatori che non saprebbero nemmeno dire “signore e signori buonasera”.
Non si vede traccia di disintossicazione, anche i cinquestelle, sedicenti eversori della partitocrazia, hanno fatto, sulla Rai, la loro mesta figura. Andassero in Parlamento gli unni, i marziani, le amazzoni, chiederebbero comunque di avere almeno un vicedirettore di rete. Prima, seconda, terza, ottava Repubblica, non c’è scampo, quando si parla di Rai l’occhio del politico si accende come quello del bisonte di Yellowstone quando carica gli altri maschi.

sabato 20 novembre 2021

Gad

 

Migranti, perché la crisi umanitaria non ci tocca?
DI GAD LERNER
Non penso certo di essere migliore, né tantomeno più buono di chi mi legge. Solo vorrei che insieme rispondessimo sinceramente a una domanda brutale: perché non ce ne frega niente dei 10 africani morti d’asfissia martedì scorso nel Canale di Sicilia, rimasti schiacciati dalla calca degli altri 186 che la nave di Medici senza Frontiere è riuscita a salvare? Perché non ce ne frega niente di quelli che nelle stesse ore morivano assiderati nella pianura bielorussa, magari con un briciolo di attenzione in più concessa alla malasorte del bambino siriano di un anno che qualche giornale ha sentito il dovere di affacciare in prima pagina?
Ok, meglio cambiare tono. A colpevolizzarsi si finisce solo per far retorica a buon mercato, e magari a offendersi. A nessuno piace sentirsi definire cinico o cattivo. Ma la domanda resta: da dove nasce e dove ci porterà l’indifferenza predominante nell’opinione pubblica di fronte a una catastrofe umanitaria che avvolge il nostro continente dallo Stretto di Gibilterra fino alle steppe orientali, passando per la costa meridionale del Mediterraneo e la penisola balcanica? C’è assuefazione, d’accordo. Ci si abitua a tutto, almeno finché la sofferenza altrui si consuma a distanza. Vero è che i governanti si guardano bene dal turbare questa nostra indifferenza, semmai si sforzano di giustificarla. Ci spiegano che la colpa è dei trafficanti di esseri umani e dei dittatori che usano i migranti per minacciarci d’invasione. Confidano di riscuotere il nostro consenso impegnandosi a respingere chi si ammassa ai nostri confini senza avere le carte in regola. Accusano chi tenta di soccorrerli di nascondere i propri secondi fini e gli danno la colpa di illudere quei poveretti, attirandoli in una trappola mortale.
Tutto ciò mi è chiaro, ma ancora non risponde alla domanda: come si spiega tanta indifferenza? Perché di fronte a ogni nuovo fronte di crisi che si apre – ultimo quello che coinvolge la Polonia e le Repubbliche baltiche – l’attenzione si concentra sui risvolti geopolitici, relegando in secondo piano la sorte di quegli sventurati? Ci siamo gingillati troppo nella discussione terminologica intorno a un concetto astratto, il razzismo, che nessuno è più disposto a intestarsi. A parole tutti conveniamo che il valore della vita umana non ammette graduatorie. E nessuno più, tranne pochi fanatici, teorizza l’esistenza di razze inferiori e razze superiori. Eppure, temo che proprio qui si nasconda la convinzione non dichiarabile, imbarazzante ma radicatissima, con la quale dobbiamo ancora fare i conti dentro a noi stessi. Non è facile sbarazzarsi del senso comune sedimentato in secoli, millenni di storia, secondo cui nel mondo convivono uomini e sottouomini, sicché metterli alla pari sarebbe solo una forzatura intellettuale artificiosa, contraddetta dalla realtà. Fatichiamo, insomma, ad accettare che i profughi disposti a rischiare la pelle, e a farla rischiare ai loro figli, pur di raggiungere le zone più ricche del pianeta, siano davvero persone come noi che vi abitiamo. Gli antichi li chiamavano barbari. I nazisti, più di recente, untermensch. Cioè per l’appunto sub-umani, sottouomini. Nell’età contemporanea ci siamo proibiti di ricorrere a una simile terminologia, ma nell’intimo quella sensazione è dura da sradicare. Ne muoiono a migliaia per raggiungerci. Quelli che ce la fanno accettano di buon grado – per loro è già un miglioramento – di venir ammassati in centri di raccolta inospitali. Pur di sopravvivere, svolgono lavori con retribuzioni miserabili (il che ci fa comodo) e senza diritti civili riconosciuti. Anche questa loro predisposizione alla subalternità contribuisce a farceli percepire come esseri inferiori, selvaggi da allontanare o, laddove serve, da assoggettare.
Mi è servito a chiarirmi le idee il libro che Francesco Filippi ha dedicato all’eredità culturale del colonialismo italiano: Noi però gli abbiamo costruito i ponti. Le colonie italiane tra bugie, razzismo e amnesie (Bollati Boringhieri). A differenza che nel Regno Unito, in Francia, in Belgio, dove i processi di decolonizzazione furono meno frettolosi e diedero vita già nel dopoguerra a vaste comunità immigrate, l’Italia non ha mai fatto veramente i conti con la storia del suo Impero straccione. Semmai, col vittimismo che la Grande Proletaria non ha mai smesso di coltivare, a lungo è serpeggiato un atteggiamento di rimprovero nei confronti delle popolazioni che eravamo andati a civilizzare e che, strano a dirsi, non ce ne sono affatto grate. Una mentalità forgiata nel tempo, alimentata dalla rimozione dei crimini di guerra perpetrati in Libia e in Etiopia.
Può succedere così che se un bambino muore di freddo lungo il viaggio ci venga spontaneo darne la colpa ai genitori irresponsabili o a Lukashenko. Il pensiero che lo si poteva, lo si doveva soccorrere per tempo, viene solo dopo.

Grande Zerocalcare!

 


Sono un fan di Zerocalcare e vorrei spronare tutti a godersi la serie su Netflix da lui creata, naturalmente a fumetti, dal titolo "Strappare lungo i bordi" dove lo stesso mago del disegno tra l'altro raffigura perfettamente ciò che a me capita spesso, allorché non volendo finire in fretta le puntate della serie, tentenno ad andare avanti, congelandole, come quando spilucchi il torrone natalizio a piccoli morsi, sognandone uno di dimensioni enormi. 

Zerocalcare riesce nella meravigliosa arte riservata a pochi, di far ridere inducendo alla riflessione, alla pari dei grandi maghi della settima arte. Guardate questo fumetto preso dal nuovo giornale L'Essenziale: è tutto qui, compresso, liquefatto, liofilizzato, pronto all'uso, ovvero una scrollata neuronica, propedeutica al riemergere dal torpore pandemico, per porsi finalmente dinnanzi all'essenza dell'inverecondo pensiero di questa tecno-pluto-rapto-finanziacrazia che ci guida e governa: sbattiti pure come vuoi ma sappi che t'ho accalappiato, depredato, annichilito. Devi solo credere di lottare. Un giorno tra l'altro capirai che quelli, come da prassi, non sono altro che i canonici mulini a vento!
Grazie mille Zerocalcare!