sabato 1 maggio 2021

Da Buon Primo Maggio!

 


Probabilmente Danilo Dadda riceverà a breve molte telefonate calde, probabilmente, chissà, pure dal munifico, si fa per dire, Carlo Bonomi ras di Confindustria, e se ciò non avverrà sarà solo dovuto al fatto che tutto quello che non è consono alle regole della socialità, per caso o sfortuna raccolte dentro a quell'individuo plenipotenziario che fino a poco tempo fa miagolava alla luna presagendo disastri e disfatte solo perché, "Giuseppi Persona per Bene" avea giustamente deciso di tenere fuori dal gioco lui e quelli come lui, tra l'altro tra i responsabili, pare, chissà, del mancato introito di circa 120 miliardi all'anno, e che invece ora, dopo l'avvento del Dragone, si spertica quotidianamente nell'osanna collettivo a questa nuova coalizione, solo perché lui e quelli come lui sono ritornati in gioco, presagendo l'arrivo di nuovo contante che servirà, probabilmente, a rimpinguare i già squallidamente stipati forzieri di famiglia, nobili e altezzosi come la mosca sulla merda di vacca. 

Ma torniamo a Danilo Dadda: chissà, forse, ma il colloquio potrebbe assomigliare a questo: "Danilo sono Carlo! Ma che hai fatto? Sei uscito di testa? Se dai ai sottoposti la possibilità di leggere, ti creeranno problemi di ogni genere! Sei impazzito? Leggere? Ma non sai che dobbiamo tenerli sotto, imbambolendoli con ninnoli e carezze in nuca, perché devono produrre, solo produrre per farci aumentare le entrate? E li premi pure! Vedrai che inizieranno a chiederti delle rivendicazioni, vorranno più libertà, più autonomia, più rispetto! No, non siamo d'accordo! Torna indietro, trattali con la sufficienza tipica dei nostri avi, quel sacrosanto distacco sociale che è alla base della divina sottomissione alle nostre esigenze, alle nostre slide, ai nostri bilanci tendenti perennemente all'infinito! Danilo torna indietro!"

E' solo fantasia, naturalmente! Ma qualcosa il dott. Dadda smuoverà, permettendo a tanti di risvegliare cervici soporose, affrante, distaccate.

Meglio non poteva iniziare questo Primo Maggio, che è la festa dei lavoratori, di tutti, pure di quelli oppressi da contratti capestro introdotti dal neo giornalista arabo magnificante il Rinascimento in un paese misogino e sotto-acculturato, retto da un probabile mandante di assassino che, col suo governo, durante l'Era del Ballismo, compì nefandezze antisindacali, affossamento dell'articolo 18 in primis, tali che neppure suo Zio, pagatore seriale di tangenti alla mafia, era stato capace di compiere durante la precedente Era del Puttanesimo.

E' la festa pure di nuovi schiavi 2.0 orchestrati da quei briganti negrieri che dietro ad una facciata start up, fustigano e spremono giovani ansimanti di emergere alla vita, senza che nessuna politica - ma di politica oramai in queste lande non se ne vede più se, com'è oggi, l'agnello Bibitaro sta placidamente dormendo accovacciato accanto al felino puttaniere, o Cazzaro che dir si voglia - s'erga a strenue difensore di questi neo reietti.

Meglio non poteva iniziare questo Primo Maggio, leggendo l'articolo apparso oggi su La Stampa attorno a questa grande idea di un imprenditore innovatore quale probabilmente è Danilo Dadda.
Lo allego di seguito. Buon Primo Maggio a tutti!


Il "Book club" di un'azienda della bergamasca: in orario di lavoro, a turno, un dipendente parla agli altri di un libro a sua scelta
"Pago i miei lavoratori per leggere perché la cultura li rende migliori"
ALBERTO MATTIOLI
INVIATO A MAPELLO (BERGAMO)
La cultura non ha prezzo? E chi l'ha detto? Basta retorica e avanti con il tariffario: cento euro per leggere e raccontare ai colleghi un libro, 200 per il secondo, 300 per il terzo e così via. E se il testo è in inglese, il compenso raddoppia. Vale per tutti: dal muratore al dirigente.
L'idea è straordinaria, chi l'ha avuta ancora di più. Siamo alla Vanoncini di Mapello, profondo Nord, un capannone dietro l'altro, bergamaschi operosi che per dimenticare la tragedia del Covid, che qui ha picchiato davvero duro, lavorano anche più del solito. Lui si chiama Danilo Dadda, 56 anni, titolo di studio geometra, entrato nell'87 come tecnico e diventato amministratore delegato di questa azienda specializzata in edilizia sostenibile, know how e cantieri per costruire con tecnologie innovative e risparmiose in termini di materiali e di inquinamento, 85 dipendenti e una reputazione consolidata. Però Dadda non è il solito manager. Semmai, un Adriano Olivetti in salsa orobica, uno che ti spiega convintissimo che «chi lavora con te deve diventare migliore di quando ha cominciato, perché l'imprenditore ha anche un ruolo sociale». Facile dirlo. Lui lo fa, però: «Se mi avessero detto che avrei speso 500 mila euro in due anni in formazione, un miliardo delle vecchie lire, mi sarei dato del matto da solo. E invece...».
Invece l'ultima trovata è il «Book Club». «È cominciato tutto per caso - racconta Dadda -. Una volta, dopo una riunione, ci siamo messi a parlare di quel che stavamo leggendo. Ho pensato che poteva diventare un appuntamento fisso». Detto fatto. In orario di lavoro, a turno, un dipendente parla agli altri di un libro a sua scelta e il mese dopo riceve il compenso in busta paga. La biblioteca è eclettica: nel programma delle presentazioni, molti manuali di marketing, certo, ma anche romanzi, saggi, biografie (compresa ovviamente quella di Steve Jobs) e perfino poesie.
Niente obblighi per i dipendenti da megadirettore galattico di Fantozzi: viene chi vuole. A proposito, Dadda, lei cosa legge? «Da sempre di tutto, grazie alla mamma che da piccolo mi metteva i libri in mano. Ho letto tutti i russi, ma anche Dan Brown o Fabio Volo. E adesso ho scoperto Camilleri».
La scommessa di Dadda è di rendere contagiosa la lettura. Così la sala riunioni si trasforma nel club del libro. Ha iniziato il primo marzo Elisa Cassis del Commerciale illustrando Il profeta di Khalil Gibran, la voce si è subito sparsa «e insomma prima facevamo due riunioni al mese, adesso passeremo a quattro e con due libri alla volta, anche perché vogliono venire pure le mogli e i mariti». Fare l'avvocato del diavolo è inutile: certo che vengono, meglio stare seduti ad ascoltare che su un'impalcatura, poi li paga pure... «Vero. Ma il risultato è che ci stanno prendendo gusto».
Sarà vero? Erwin Zappolo, per vent'anni in cantiere, oggi gestore di un magazzino a Milano: «Non sono mai stato un lettore: adesso lo sono diventato. È stato un processo graduale. Prima mi sono incuriosito, poi ho scoperto che mi piaceva, anche perché sono stanco di sentire in tivù parlare di Covid tutto il tempo. Leggere ti apre la testa». Qui però si tratta anche di parlare... «Già più difficile, è vero, ma lo farò. Il 13 dicembre racconterò un saggio di Paolo Ruggeri Piccole e medie imprese che battono la crisi . E sì, sono un po' agitato». Mariantonietta Ponchielli della Sicurezza, pronipote di Amilcare, quello della Danza delle ore, parlerà del Milionario di Marc Fisher, Serena Paravisi di Fattore 1% di Luca Mazzucchelli, Manuel Fiore dell'Arte della guerra di Sun Tzu. Un collega si lamenta con Dadda: «Lo sai? Ora i miei figli mi chiedono 15 euro per ogni libro che leggono». E tu cosa fai? «Io pago». Però non è solo l'occasione di farsi una cultura. Daniela Capelli, responsabile del Customer Care: «Il Club è un'esperienza bellissima perché, in attesa di viverla in prima persona, senti l'emozione dei colleghi che parlano di libri». A lei toccherà il 19 luglio, un saggio di Roetzer.
Insomma funziona, una piccola utopia per una volta realizzata. Del resto, Dadda è il classico tipo che convince perché è convinto. Parla per massime, ma si capisce che ci crede sul serio: «Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto», dice. Dia un consiglio a Draghi, allora: «Gli direi che la logica non basta. Le persone cambiano davvero solo quando scatta l'emozione». Che peraltro, pare, fa bene anche al fatturato: l'anno scorso, alla faccia della pestilenza, la Vanoncini ha fatto il record, 28 milioni, «e quest'anno arriveremo a 32». La cultura si paga. Ma paga anche. —

venerdì 30 aprile 2021

Di mattina

 Non ricordo di averne già parlato, ma quasi ogni mattina incontro quel giovane maturo dalla postura inequivocabile, l'andatura col baricentro spostato all'indietro, lo sguardo stanco, stufo probabilmente di vivere per quella malattia oscura attanagliante il cervello che induce a benedire il Cielo per non averla in noi, ma non si sa mai in futuro visto che la depressione è bastarda e sempre pronta ad attanagliare nuove vite. Sul far del mattino mi passa davanti ciondolante, il ventre molle, gli stessi jeans, come identici al giorno prima sono il giubbotto scolorito in un flebile blu, la maglia di flanella grigia e slavata evidenziante la flaccidità dovute alle probabili ore scialacquate non per volontà sua, ma per la codardia insufflata dal subdolo male che probabilmente lo abbraccia da tempo immemore. Entra dal tabacchino e compra cinque, sei pacchetti di sigarette, e il giorno dopo, come oggi, ritorna a far incetta di danno polmonare, senza tregua, senza vitalità. 

Vorrei tanto poterlo affiancare lungo il suo doloroso cammino, carpirne le sensazioni, le speranze, i traguardi, probabilmente annacquati dai farmaci, ma il suo andare per il micro mondo, lo sguardo costantemente rivolto verso gli abissi me lo impedisce, ammetto anche per quella vaga idea di menefreghismo tipica del tempo attuale e di cui molti, me compreso, ne sono portatori inconsapevoli. 

Mentre sono al lavoro ogni tanto penso al suo trascorrere del tempo, sempre uguale, sempre nemico, totalmente immerso nella negatività del suo Io. 

Quante persone attorno a noi vivono affogati nella battaglia in cervice, storditi dai medicamenti che, nella fattispecie, rendono misteriosamente grandi e luminari chi li prescrive, impotenti come sono dinnanzi al mistero obnubilante coscienze tenute dormienti per non arrecare danno a sé e agli altri! 

Quello bravo, nel contesto, è uno scribacchino di sempre più letali farmaci, e non per colpa atavica, bensì per impotenza scientifica. 

Ed ogni mattina il passaggio di questo giovane maturo mi induce a riflettere sul dannato che è tra noi, nel nostro club oramai esclusivo, minimizzante altrui problemi, tralasciante per strade assolate chi, non per propria volontà, melanconicamente ha perso il treno della socialità. Che difficilmente ripasserà.   

Fini al Massimo


DIRITTI IN PANDEMIA
Quel “collare” nato con il Covid
MI SONO VACCINATO - NON VORREI CHE LE AUTORITÀ, ORMAI ABITUATE A CALPESTARE OGNI DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTITO, IMPEDISSERO A CHI NON FOSSE IMMUNIZZATO QUALSIASI POSSIBILITÀ DI MOVIMENTO

di Massimo Fini

Il lettore Marco Lupezza, avendomi sentito dichiarare a RadioRadio che mi sarei fatto vaccinare, me ne ha chiesto gentilmente conto visto quel che ho sempre scritto e pensato sul Covid.

Gli ho risposto: “La ragione è molto semplice: non vorrei che le Autorità, ormai abituate a calpestare ogni diritto costituzionalmente garantito, violassero anche quello dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e quindi facessero una discriminazione fra vaccinati e non vaccinati impedendo a questi ultimi ogni possibilità di movimento”. Detto fatto. Adesso per circolare ci vuole un “certificato verde”. Nella confusione generale non si capisce se valga anche per chi ha fatto solo la prima dose del vaccino e quale Entità sia abilitata a fornirlo. Il vaccino quindi l’ho fatto. Tolta di mezzo l’Aria del minus habens Davide Caparini e affidata la cosa a Poste Italiane, tutto si è svolto nel migliore dei modi possibile. L’hub scelto era la “Fabbrica del Vapore”, un luogo che in pre Covid era destinato a grandi eventi e quindi particolarmente adatto per il necessario distanziamento sociale. Il percorso vaccinale è stato veloce (me la sono cavata in un’ora), efficiente, e con una certa attenzione da parte degli addetti alle comprensibili e umane ansie degli anziani vaccinandi, anche quelli che erano adibiti allo spostamento delle persone, quindi la manovalanza più bassa.

Effetti collaterali non ne ho avuti, per ora. Però sarebbe azzardato dire che sto meglio di prima del vaccino. Mi sento molto più fiacco, stanco e debole. Ed è ovvio, in fondo mi sono autoinoculato una modica quantità di Covid, quindi una malattia che non avevo, per evitarmene gli effetti più gravi. Cosa che già di per sé mi pare poco ragionevole perché nella mia fascia d’età, i morti per Covid sono un numero abbastanza limitato. E adesso ci sono da aspettare i fatidici 14 giorni entro i quali si manifesta, in modo letale, il trombo amico, anche se l’indicazione dei 14 giorni è del tutto vaga perché a causa della velocità con la quale sono stati preparati i vaccini non possiamo sapere se l’evento si possa presentare fra cinque o sei mesi in conseguenza del vaccino oppure, in modo del tutto naturale, perché, data l’età, è venuta la tua ora.

La mia posizione quindi non cambia. Resto convinto che la reazione al Covid-19 sia stata sproporzionata e che gli “effetti collaterali” dei lockdown siano più nocivi, per la salute, dello stesso virus.

In tutta questa storia colpisce come le Autorità di quasi tutti i Paesi democratici abbiano calpestato diritti costituzionalmente garantiti, dalla libertà di movimento a quella dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza che ci sia stata una qualche reazione dell’opinione pubblica. C’è anche stato un che di sadico piacere, soprattutto da parte di alcuni governatori, come il campano De Luca, nel darci ordini ancora più stringenti di quelli che venivano dalle Autorità nazionali. Mansueti come buoi ci siamo fatti mettere al collo quello che il lettore Lupezza chiama “un collare”. Tutto ciò senza che gli adoratori quasi mistici della Costituzione abbiano emesso un vagito. Si dirà che questa riduzione in schiavitù della cittadinanza è avvenuta in modo legale. Può essere. Del resto chiunque abbia studiato Giurisprudenza sa che nella Costituzione c’è tutto e il suo contrario e che ci sono sempre i modi per aggirarla. Dice per esempio l’articolo 32 della Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”, ma aggiunge subito dopo “se non per disposizione di legge”. Ed ecco che l’articolo 32 va a farsi fottere. L’articolo 3 è famoso perché sancisce solennemente l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, ma poi si impone di fatto il “collare vaccinale” e anche l’articolo 3 va a farsi fottere.

Insomma non c’è stato alcun segno di ribellione. Questa passività è dovuta in prima battuta alla perdita di vitalità e istintualità dell’uomo occidentale. Io mi rallegro, lo confesso, quando sento di qualche delitto di gelosia. Vuol dire che un po’ di vita e di sangue ci sono ancora. Le nuove usanze vogliono invece che se tu torni a casa e trovi tua moglie a letto con l’amante gli presenti il biglietto da visita. Siamo grandi difensori della dignità della donna, ma ci sono stati tanti episodi in cui una ragazza veniva stuprata quasi nel centro di una città e tutti voltavano la testa da un’altra parte. Insomma non siamo più abituati a mettere a repentaglio la pelle, la nostra preziosa, schifosa, pelle.

E questo ci porta al secondo argomento. Si tratta della non accettazione della morte nel mondo contemporaneo. Morire è proibito, vietato e quasi osceno, come se non fosse la sola cosa certa della vita. In passato non era così. Nel Medioevo, nei “secoli bui”, vediamo che il rapporto dell’uomo preindustriale con la morte è completamente diverso dal nostro, direi quasi opposto. “L’accettava. Noi l’abbiamo invece scomunicata. Interdetta. Proibita. Dichiarata pornografica (…) Tanto che non azzardiamo nominarla nemmeno nei luoghi, nelle sedi, nelle occasioni in cui non ci si può esimere dal parlarne, basta leggere i necrologi dei quotidiani: ‘la scomparsa’, ‘la perdita’, ‘la dipartita’, ‘si è spento’, ‘ci ha lasciato’, ‘è mancato all’affetto dei suoi cari’, ‘i parenti piangono’ e così via, la parola morte a indicare ciò che veramente è successo non c’è mai” (La Ragione aveva Torto?). Come nota Philippe Ariès autore di Storia della morte in Occidente: “È la prima volta che una società onora in modo generale i suoi morti rifiutando loro lo stato di morti”. Ma tutti questi interdetti, divieti, scomuniche della morte, tutti questi silenzi, significano in realtà una cosa sola: una paura della morte quale nessuna epoca del passato aveva conosciuto in eguale misura. “A differenza che nel passato, la morte è oggi vissuta come un fatto solo individuale e quindi irrevocabile e definitivo. Staccato ormai dai cicli della natura e delle stagioni, circondato da un mondo di oggetti inerti, che non si autoriproducono, ma caso mai vengono sostituiti, cui si sente sinistramente omologo, inserito in modo anonimo in una comunità troppo vasta, sfuggente e sostanzialmente estranea per conservarvi il senso di un destino collettivo, indebolito nel sentimento della continuità della famiglia ormai ridotta nelle dimensioni e nel significato, depauperato, per il progressivo allontanarsi dalla sua natura animale, della coscienza della specie, l’uomo tecnologico sente la propria morte come una tragedia individuale, esclusiva, totale e quindi più paurosa che mai”.

Oggi c’è una pandemia di panico. E con la paura della morte addosso, sottile ma continua proprio nella misura in cui l’indecenza viene in tutti i modi negata e respinta, si vive male.

E adesso, cari lettori del Fatto, andate a farvi angosciare da Draghi, che non a caso è stato soprannominato Don Abbondio, dal comitato tecnico scientifico, dal miles gloriosus Figliuolo reduce da mille battaglie mai combattute e dai media che in questo terrorismo irragionevole hanno avuto un ruolo devastante.

Oltre il limite

 


Dai non può essere - ma come l'ha detto il Fatto . che fai dubiti di Marco? - adesso allora vado a vedere sul sito di Arab News - digito le parole magiche, con un po' di difficoltà lo ammetto, ed eccolo il nuovo commentatore del quotidiano arabo sprizzante Rinascimento da tutti i pori, la culla del rispetto dei diritti umani, il simposio della cultura, l'effervescenza di menti nobili distaccate dal denaro!
Come sono fiero di essere suo connazionale! 
Mi manca il Tappo Puttaniere al Quirinale e finalmente potrò godermi la gioia vera, lontana anni luce dall'inghippo e dalle ribalderie!

giovedì 29 aprile 2021

Ciao Michael!

 


Se ne è andato oltre The Dark Side of the Moon, uno dei ventiquattro uomini che si sono allontanati maggiormente dal nostro pianeta, sorvolando appunto il lato nascosto del pianeta, Michael Collins, il tassista dei primi esseri umani scesi sul nostro satellite, Armstrong ed Aldrin, il simbolo del rispetto delle regole, capace di svolgere il proprio ruolo a scapito della gloria tendente all'eternità. Capita in piccolo anche a noi di essere ad un passo da un traguardo, da una gioia, da una possibilità e di venirne esclusi per responsabilità, perché così deve essere, perché "ce lo chiede l'Europa!"

Michael è stato il principe dei portatori di amaro in bocca, di fauci spalancate, la materializzazione del fumettistico "Sob!" 

Dall'alto dei cieli lunari ha trepidato assieme all'umanità sessantottina nel seguire le vicende del suo Comandante Neil e del responsabile del LEM Buzz, ne ha seguito le gesta entrate nella leggenda planetaria, ha gioito per i loro primi passi sul Satellite, ha trepidato per il ritorno sull'Apollo e li ha riportati sani e salvi a casa. 

Nella sua vita da eroe non ha mai dato adito a rincrescimento, a stizza, avendo eseguito il proprio ruolo mai con rassegnazione. Ora riabbraccerà il suo Comandante nei cieli, al di là del lato oscuro della Luna, dove ti auguro di riposare in pace Michael!      

Ma quanto ti stimo Daniela!


I 2 Matteo e le riaperture chi si somiglia poi si piglia

di Daniela Ranieri

L’avevamo detto al professor Galli: stia lontano dalla Tv, chi doveva capire ha capito, chi non capisce o è costituzionalmente impedito o ci marcia, andrà a finire che più parla e più il suo messaggio si depotenzia; ma lui niente. L’altra sera a #Cartabianca si è imbattuto nell’ennesima incarnazione dell’interlocutore aperturista, che stavolta era un politico, Stefano Bonaccini – le categorie a cui attingono gli autori di talk show per il “Galli contro tutti” quotidiano sono varie: albergatori/discotecari/ristoratori/chef stellati (che piangono miseria); direttori di testata salviniana e/o meloniana; seconde file leghiste e bolsonariani a vario titolo; ma condividono gli stessi argomenti: bisogna riaprire centri commerciali e ristoranti perché il Paese non ce la fa più. Galli, in qualità di simulacro del principio d’autorità (un’autorità scientista e un po’ ottusa, diversa dall’autorità paterna e in fondo benevola di Draghi, che si “fida del suo popolo”), ha la funzione di dire che si rischiano molti morti. Davanti a questo teatro primitivo, il telespettatore è appagato: la destra e i virologi simpatici (i minimizzatori) ci vogliono far uscire a mangiare una pizza; la sinistra, Speranza, i virologi antipatici come Galli e Crisanti – non uomini di mondo à la Bassetti – godono a tenere la gente chiusa in casa dalle 22 e a far morire di fame i pizzaioli.

La novità è che stavolta l’aperturista ottimista era un politico di sinistra, o meglio uno che si fa passare per tale, Bonaccini, per l’appunto, che con questa favoletta ha vinto le elezioni per la presidenza dell’Emilia-Romagna cavalcando tutta un’epica resistenziale contro la Borgonzoni telecomandata da Salvini, in ciò aiutato anche dalle Sardine, semmai servisse una prova del carattere pubblicitario dell’operazione. Ebbene, quando Galli ha ribadito l’ovvio, e cioè che le riaperture non sono state decise su base scientifica, ma politica, Bonaccini, contundente e manipolatorio come un berlusconiano nel 1996, ha preso a screditarlo: “Quindi lei sta sostenendo che Draghi e il governo sono degli irresponsabili?”. Il sofisma, benché demenziale, gli ha sturato il condotto da cui passano le villanie più grossolane e passivo-aggressive: “Non c’è bisogno che si arrabbi, lasci parlare anche gli altri, perché è così nervoso?”, che come anche i bambini sanno è un modo per far arrabbiare chiunque abbia un minimo di dignità. Non potendo, lui così ruspante, controbattere alle tesi dell’infettivologo, ha usato l’antica tecnica di infamare l’interlocutore additandolo agli occhi dei gonzi: “Se il professor Galli dice che il Paese è ipocrita…”.

La cosa in sé è talmente squallida e la figura di Bonaccini talmente indifendibile, a meno di non sembrare deficienti o in malafede, che infatti sui social c’è stata la corsa dei renziani a difendere Bonaccini. Ernesto Carbone, noto per il “ciaone” rivolto a chi era andato a votare al referendum contro le trivelle, ha insinuato: “Qualcuno può gentilmente promettere un seggio al Prof. Galli? Così la smette di fare politica con la pandemia”. Lo stratagemma, in sé auto-elidentesi (perché attacca l’uomo e non la sua tesi; perché finché Galli non si candida si tratta di un’illazione; perché è una fallacia basata sulla propria etica e la propria concezione della politica), richiama le tesi della destra complottista, per la quale c’è un potere mondiale, vaccinista e chiusurista, che simula una pandemia al fine di far comandare gli scienziati (che intanto, pare a noi, hanno sostituito i magistrati nel Walhalla degli orrori dei liberali). Del resto in giornata l’account Lega – Salvini Premier aveva rilanciato una card in cui Renzi dice che sta con Bonaccini, che il coprifuoco alle 22 non ha senso e che non bisogna lasciare questa battaglia a Salvini. Formidabile: la Lega, che è di bocca buona, utilizza le dichiarazioni di Renzi per farsi campagna elettorale (e questa è una notizia: vuol dire che non ritiene il personaggio screditato al punto da orripilare il proprio elettorato, ma abbastanza screditato da affascinarlo), e Renzi non si dissocia (e come potrebbe, la pensa esattamente come Salvini!). Battaglie di destra sostenute da politici di destra: non vi è attrito o dissonanza cognitiva, è tutto coerente. Salvini e Renzi sono da tempo d’accordo e i loro elettorati hanno molte affinità (nel 2016 Renzi disse di voler mantenere in vigore il reato di clandestinità perché c’era “una percezione di insicurezza”, cioè temeva di perdere voti), ma ultimamente, nell’horror vacui della sparizione e fintanto che c’è da ballare sui morti, i renziani sono indistinguibili dai salviniani. Che aspettano a mettersi insieme, magari con la benedizione di Verdini? L’1,9% a Salvini può far comodo: si sa che gli piace il salame, e poi del maiale non si butta via niente.

Chapeau!



EXPOD’ARABIA
Miracolo a Dubai: la copia del David è un’“opera nuova”
MICHELANGELO? - NARDELLA E LA STATUA DI RESINA

di Tomaso Montanari

“Firenze ha la vergogna di essere una di quelle città che non vivono col lavoro indipendente dei loro cittadini vivi, ma con lo sfruttamento pitocco del genio dei padri e delle curiosità dei forestieri. Non vivete per voi stessi la vita di oggi, ma siete continuamente occupati in questo ignobile esercizio: levare i quattrini dalle tasche degli stranieri, facendo loro vedere i rimasugli dei vostri celebri defunti. Se volete essere come i vostri padri, dovreste imitarli meglio: lavorare per arricchire e aiutare la nuova arte che sorge, invece di rabberciare e sfruttare quella passata, che ormai è morta e sepolta nei musei”. Sarebbero queste parole (pronunciate dal fiorentino Giovanni Papini nel 1913) la didascalia perfetta per la copia in scala naturale del David di Michelangelo che il ministro degli Esteri Di Maio e il sindaco di Firenze Nardella hanno appena recapitato all’Expo di Dubai, affogandola in un’imbarazzante orgia di retorica in cui la frase più sobria recita “la sua immagine contribuirà alla rinascita dell’Italia”. D’altra parte, non era facile per Nardella essere all’altezza del predecessore, che ha appena venduto un Nuovo Rinascimento ai vicini dell’Arabia Saudita (in cambio di un modesto appannaggio annuo).

Ma il sindaco purtroppo non si è fermato qua, rivelando a una folla attonita che “il segreto (del David) è la luce interiore: il segreto dell’anima, una bellezza spirituale che riveste il corpo atletico e che trascende l’umano e che rifugge anche in questo gemello, forse una nuova opera”. Ed è un vero peccato che gli arabi non abbiano potuto apprezzare le fonti del geniale pastiche rappresentato dalle parole del coltissimo sindaco: un po’ Mario Luzi, un po’ dottor Armà (l’indimenticabile mercante d’arte televisivo creato da Corradi Guzzanti). Il culmine è certo nel finale, dove una copia in resina rivestita di polvere di marmo (la versione monumentale dei souvenir che infestano Firenze: un oggetto kitsch che Michelangelo avrebbe distrutto a martellate con terribile sdegno) assurge al ruolo di “opera” – ma solo “forse”.

Non pago, il primo cittadino della povera Firenze ha aggiunto un finissimo affondo iconologico: “Michelangelo volle eliminare da quella statua tutti i simboli della violenza”. Dove ci si chiede cosa Nardella pensa che sia l’oggetto che il David sorregge con la sinistra (che è la fionda con cui uccide Golia): forse un rotolo di carta igienica?

Ma la censura della violenza inseparabile dall’intenzione originale di questa statua potrebbe avere una ragione più seria: potrebbe perfino rappresentare un freudiano ‘ritorno del represso’. La psicologa dell’arte Miriam Mirolla, infatti, ha notato come “portare il David di Michelangelo a Dubai, un nudo di 5 metri, sia l’ennesimo atto di noncuranza nei confronti di una cultura in cui lo sguardo e la rappresentazione del corpo sono tabù”. In effetti, proprio mentre si dichiara (in modo del tutto gratuito, arbitrario, antistorico) che il David sarebbe un manifesto contro ogni violenza, si compie la (piccola ma fastidiosa) violenza di imporre agli arabi un’immagine clamorosamente incompatibile con la loro sensibilità culturale. Sono gli incidenti che succedono a chi pensa di servirsi di storia, arte e cultura senza conoscere storia, arte e cultura. La scelta più sensata sarebbe stata quella di commissionare a qualche giovane artista italiano un’opera capace di mostrare che la nostra cultura non è una stella morta che continua a brillare: laddove c’è invece qualcosa di malato (qualcosa di morto) nel farci rappresentare dalla copia di un’opera di 500 anni fa. E una delle conseguenze è proprio l’incapacità di guardare al presente, di dialogare davvero con le altre culture, di aprirsi allo scambio e alla diversità. L’incapacità di ascoltare l’altro e di mettersi in gioco, invece di continuare ad affermare perentoriamente una identità immutabile, buona per tutte le latitudini e tutte le occasioni – un’identità, peraltro, mille volte e in mille modi rinnegata e tradita.

Proprio a causa dell’ostruzionismo di Renzi e Nardella, i musulmani a Firenze non hanno una moschea in cui pregare: perché un minareto avrebbe turbato la cartolina del Rinascimento di cui parlava Papini. Ora, finalmente, pare che il Comune si stia dicendo possibilista: ma se verrà applicata la stessa logica con cui si è portato il gigante nudo a Dubai, c’è da aspettarsi che il sindaco chieda all’imam di decorare la moschea con un crocifisso: copia di quello di Michelangelo, ovviamente.