giovedì 17 settembre 2020

Civiltà


Anni fa uno studente chiese all'antropologa Margaret Mead quale riteneva fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Lo studente si aspettava che Mead parlasse di ami, pentole di terracotta o macine di pietra.
Ma non fu così.
Mead disse che il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito. Spiegò che nel regno animale se ti rompi una gamba muori. Non puoi scappare dal pericolo, andare al fiume a bere o cercare cibo. Sei carne per bestie predatrici. Nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l'osso guarisca.
Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.
Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto in cui la civiltà inizia.
(Ira Byock)

mercoledì 16 settembre 2020

Chiudendo gli occhi

 


   Esattamente cinquant'anni fa, il 16 settembre 1970, in questo locale il Ronnie Scott's Jazz Club di Londra, un uomo, anzi, sarà meglio chiamarlo subito con il suo nome: un genio assoluto, il profeta del Rock, l'incarnazione dell'Arte trasposta nelle sue affusolate dita animate dal nettare dell'Olimpo, al secolo Jimi Hendrix, tenne il suo ultimo concerto, essendosi lì recato per salutare Eric Burdon, ex cantante degli Animals, e a quel tempo impegnato nel nuovo progetto con i War. Il Fato dunque decise quella sera di elargirci l'ultimo cammeo, andato perduto ed introvabile assieme al relativo bootleg. Chi ebbe la fortuna di ascoltarlo narra del visibilio dei presenti, difronte al più grande chitarrista rock della storia di questo pianeta (perché sono certo che se vi fossero altri mondi abitati il rock regnerebbe pure lì)

Stasera quindi con un buon sigaro in mano ed un rum nell’altra, chiuderò gli occhi ricordando Jimi corroborato da uno dei suoi brani, a caso, tanto son tutti eccezionali.

In suo nome


Non era rubicondo, né paonazzo e neppure “talarato” come tanti colleghi impegnati più o meno in intrugli mnemonici pregni di latinorum. Don Roberto Malgesini era secco come un’acciuga, fuori dai tanti schemi pulsanti di turiboli ed incenso, lui era conscio della promessa e per niente turbato dal misterioso fuoco che inspiegabilmente non lo consumava pur ardendogli nel petto, e per questo sfidava il pensiero comune, che di comune non ha più nulla se non la totale desertificazione degli animi e della socialità, perseguendo la sua missione in virtù ed in vista del Premio. 
Quali sconvolgimenti delle abitudini consolidate come il corrersi dietro circolarmente senza un perché, può provocare la notizia che oggi su queste terre una volta frenetiche ed inusuali, possiamo toccare, vedere, avvicinarci ad un martire? Che sconquasso provocherà l'assassinio di don Roberto nelle placide distese zuccherose che abbiamo lasciato ci preparassero per "amacare" il tempo, oziosamente, in attesa di una fine naturale che idealmente procrastiniamo sempre più, tra lifting e quant'altro? 
La corona dei martiri, il sacrificio finale, totale, per il Regno. Che succede? Non vorrete mica credere ancora a queste panzane? Certo, era un brav'uomo, ma se invece di girare se ne fosse stato in canonica sai quanto ancora avrebbe campato? 
C'è qualcosa di stordente in questa storia, quasi non si riesce neppure a prendersela con il suo assassino, tanto è la percezione del soave, dello stordente, dell'incredibile, della concretizzazione di quelle parole mandate al catechismo giù a memoria come le pilloline con lo zucchero "Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà" Lc 9, 22-25. Perdere la propria vita? Ma stiamo scherzando? E per cosa poi, per salvarla? Ma di che cosa stiamo parlando? 
Il martirio di Don Roberto risveglia molti cuori, tra cui il mio. Un gesto, un episodio di violenza ribaltante, sminuzzante le concezioni filosofiche attuali, un rombo nel silenzio degli smartphone, un grido alzante migliaia di volatili, un'immersione nel mistero che molti di noi cercano invano di allontanare. 
Esempi, stordimenti, annunci, concetti inauditi, premi, regno. 
Fai buon viaggio don Roberto! E grazie!         

Urliamo il nostro SI!!


mercoledì 16/09/2020
Arresti referendari

di Marco Travaglio

Tetragono sul Sì fino all’altroieri, confesso che inizio a titubare. Più passano i giorni e più il fronte del No si popola di personaggi di preclara moralità che mi inducono a ripensarci. Come si fa a votare Sì quando Silvio B. (4 anni definitivi per frode fiscale, senza contare il resto), Roberto Formigoni (5 anni e 10 mesi per associazione a delinquere, corruzione e finanziamento illecito), Paolo Cirino Pomicino (1 anno e 10 mesi per finanziamento illecito e corruzione) e Vittorio Sgarbi (6 mesi e 10 giorni per truffa allo Stato e falso) tifano No? Vabbè, faccio finta di niente. Poi però mi imbatto, sul “Riformatorio”, in uno straziante appello dei “socialisti per il No” contro “questo taglio reazionario” e “illiberale che ha in sé l’indebolimento dello Stato di diritto”. Tra i firmatari, i migliori ragazzi dello Zoo di Bettino. Nel ramo incensurati, spiccano Acquaviva, Boniver, Cazzola, Cicchitto (la tessera P2 numero 2232 che combatte i “tagli reazionari” è sempre uno spasso), Covatta, Bobo Craxi & C. Segue la sezione pregiudicati (per tacere dei prescritti e dei miracolati): Carlo Tognoli (3 anni e 3 mesi per ricettazione), Paolo Pillitteri (4 anni per corruzione), Stefania Tucci vedova De Michelis (3 anni definitivi per la maxitangente Enimont), Beppe Garesio (8 mesi per corruzione e finanziamento illecito), Luigi Crespi (6 anni 9 mesi in appello per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio, annullati dalla Cassazione per ridurre la pena dopo la controriforma Renzi), a cui Bobo ha voluto aggiungere la buonanima di papà Bettino che “se fosse vivo voterebbe No” (10 anni definitivi per corruzione e finanziamento illecito). Più che un appello, un’ora d’aria.

Sempre sul Riformatorio, un altro giovane virgulto garofanato, Claudio Martelli (8 mesi per finanziamento illecito, più una condanna prescritta per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano), annuncia coram populo il suo No e subito i Circoli de l’Avanti! (da lui stesso diretto) lo candidano a presidente della Repubblica. Totale: 52 anni e 10 mesi di reclusione. Come non essere della partita? Mentre pencolo fra il Sì e il No, un altro giureconsulto di chiara fame s’aggiunge a nobilitare il fronte del No: Attilio Fontana, sgovernatore di Lombardia, per ora solo indagato e dunque incompatibile con gli appelli di cui sopra: “La nostra Costituzione è equilibrata e ha una serie di pesi e contrappesi” (purtroppo insufficienti a metterci al riparo da lui), “per cambiarla è necessario farlo in maniera assolutamente serio (sic, ndr)”. Quindi mi sa che è meglio rinviare il referendum in attesa che la Costituzione la riformi lui in maniera assolutamente serio: a quattro mani con Gallera. O con suo cognato, alle Bahamas.

martedì 15 settembre 2020

Alle armi della ragione!

 Daiiii, guardiamoci intorno, daiii che oramai non ci fa più effetto, ammettiamolo dai, ci stiamo emancipando, stiamo arrivando alla maturità, non entrano in noi le sirene babbane!

Prendiamo ieri: l'inizio della scuola! Dio mio che tragedia, che disorganizzazione, oggi Repubblica, ops! - il GiornaledellaFamigliaAgnellichepagaletasseinOlanda - spara il titolone, si il solito attacco a Conte, a questa maggioranza, alla ciofeca per ciufoli che è diventato questo ammasso di carta un tempo faro delle libertà! 

E' stato un disastro ci dicono: mancano banchi, mancano professori, bidelli, gessi. Ma non dicono le percentuali dei siti ove tutto è filato liscio come l'olio. Non ci dicono che questa situazione mai e poi mai si era verificata nei secoli scorsi. In pratica stiamo, dovremmo insieme, affrontare l'emergenza. Ma non è così: ci sono i golosi della torta da 200 miliardi prossima a venire, capitanati da quell'illuminato di Carlo Bonomi  - Confindustria - che vorrebbe pure i contratti non contenenti aumenti salariali e, forse, anche un po' di culo e una fiaschetta d'olio. E poi a seguire tutti coloro che sognano di affossare Zingaretti per abbattere Conte ed avere un nuovo segretario occhieggiante la destra, la tanto amata destra. Come ai tempi del Bischero che tra l'altro, visto il 2% di share vorrebbe pure rientrare, con la sua truppa!!!

Daiiii, non molliamo la presa! Oramai ci fanno tutti un baffo! 

Besos!

Aggrotto incredulo!

 


Giuro che se non fosse il presidente degli Stati Uniti provvederei a tutelarlo in qualche zoo per far comprendere alle generazioni future quali danni provochino la totale assenza di sinapsi in un essere umano! 

Ma siccome è e, probabilmente, sarà per altri quattro anni il burattino al servizio della corporazione più potente al mondo, l'industria bellica americana, ne consegue che il suo popolo sia in maggioranza formato da asintomatici babbani! 

Daniela e il reflusso


martedì 15/09/2020
Bonaccini, così insensato da poterci pure riuscire

di Daniela Ranieri

Apòta, dal greco ápotos, “che non (se la) beve”. Allora: c’è questo presidente di Regione, chiamato come tutti i suoi colleghi spiritosamente “governatore” (una di quelle parole, insieme a “premier”, usate per designare figure che non esistono nel nostro ordinamento e a cui pian piano ti abitui, così quando introducono di soppiatto la norma che istituisce il referente di quella parola nessuno se ne accorge), Stefano Bonaccini, che va alla festa dell’Unità di Modena e fa un intervento il cui passaggio più notevole è questo: “Renzi e Bersani rientrino pure! Il Pd non può restare al 20% se vuole vincere le elezioni e battere le destre”. Seguono analisi, calcoli, proiezioni, vaticini, pareri pro e contro, tutti delibati e assaporati con gusto sui principali quotidiani, per i quali Bonaccini, per aver battuto la Borgonzoni in Emilia Romagna (grazie anche a un gran lavoro d’immagine, al sostegno della Lista Coraggiosa e persino alle Sardine) è una specie di Obama sotto steroidi che scalpita dietro al palcoscenico della politica nazionale. E qui entrano in gioco gli apòti, tra i quali rispettosamente ci annoveriamo.

A prenderla sul serio, la “proposta” di Bonaccini, che sarebbe rimasta una boutade se non fosse stata prontamente e orgogliosamente respinta dai renziani di prima linea come Rosato, mira a far crescere il Pd dall’attuale 20% mediante il reinnesto di uno che l’aveva portato al 18, ne era uscito convinto di avere da solo il 40, e adesso è dato intorno al 2. Non solo: dovrebbero rientrare pure quelli che, come Bersani, Speranza e altri, ne erano fuggiti – insieme a qualche milione di elettori - proprio perché c’era Renzi, cioè per evitare di assistere alla devastazione del partito perpetrata quasi scientificamente da quella compagine e in definitiva per dissociarsi da qualsiasi pensiero, parola, opera o omissione riconducibile all’era renziana.

L’idea è talmente insensata che potrebbe avere qualche chance di essere realizzata, anche perché i giornali anti-governativi se ne sono subito innamorati, e tra le righe ne parlano come di un’astuta strategia di ritorno alla vocazione maggioritaria del centrosinistra al nobile scopo di battere i populismi, mentre su tutto aleggia la figura aspirazionale di Bonaccini, pseudo-candidato non si sa da chi a subentrare a Zingaretti in qualità di neo-Renzi della Bassa (è proprio vero, la Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa), nuovo salvatore della patria nel caso dovessero andare male sia il referendum che le Regionali (“Dietro le quinte” scrive il Corriere “si continua a ipotizzare il nome di Bonaccini per avviare una rifondazione”).

Non fa una piega: se le Regionali andranno male, Zingaretti andrà abbattuto e sostituito con un “governatore” che farà rientrare nel Pd colui che avrà contribuito a farle andar male, correndo platealmente contro il Pd, candidando proprie pedine in Liguria, Veneto e Puglia (dove candida Scalfarotto senza alcuna speranza, giusto per il gusto di togliere un po’ di voti a Emiliano). Mentre ad Articolo1, che dappertutto sostiene il Pd, con cui è al governo, verrebbe concesso di portare i suoi voti in dote in questo bislacco matrimonio d’interesse che a breve riporterebbe il Pd al 18% o peggio.

Tutto va bene, si dirà, per impedire a Salvini e Meloni di andare al governo. Certo, come no. E però il rifiuto di bersela impone l’obbligo di considerare che questo della destituzione di Zingaretti, con un bel congresso finto e il corollario della fine dell’alleanza di governo, è il sogno proibito dell’establishment, lo stesso che fa campagna per il No al referendum con indifferenza per il merito dello stesso, piuttosto con la deliberata intenzione di far cadere il governo, al momento l’unica alternativa reale al governo Salvini, dato che l’uomo dei sogni più sfrenati, Draghi, risulta indisponibile. Pure l’ossessiva pretesa di ricorrere al Mes (unici insieme alla florida Cipro) da parte di giornali, di “alleati” e apertis verbis dello stesso Bonaccini, che per esso si dice “disposto anche a mettere in discussione l’alleanza coi 5Stelle”, pare un modo per logorare il governo o magari rimpastarlo espellendo i grillini, ostili al Mes, e mettendoci dentro gente di Forza Italia e/o Italia Viva, tanto fa lo stesso, e spedendo a casa l’odiato e però popolarissimo Conte. Così l’operazione Bonaccini avrebbe un senso, non come vogliono farcela bere. È indicativa una frase dello stesso

Bonaccini: “Il Pd deve costruire intorno a sé un nuovo centrosinistra, per batterli devi fare un programma per qualcosa”. Già, ma cosa? A parte questo Tetris coi pezzi di scarto della politica italiana (che non entrerebbero in Parlamento con uno sbarramento al 3%) e i selfie motivazionali da mental coach, che cosa farebbe questa rifondazione?