Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 9 agosto 2020
Fuori i nomi
Motivetto
Quando vidi quell’episodio rimani basito, pensando alla cultura musicale di chi l’aveva scelto per essere canticchiato in Breaking Bad. Ora Robecchi racconta la storia di questo brano:
La “Crapa pelada” del duce e la Peppa che amò Caravaggio
STORIA DELLA FILASTROCCA CHE ARRIVA ALLA SERIE TV
di Alessandro Robecchi
Cosa diavolo può legare il Caravaggio, la cristallina idiozia della censura fascista, la serie americana più cool di sempre, la Milano del ’600 (pre peste), il jazz? Seguire il filo, risalire alle fonti, alle origini, alle leggende, fino al salto sulla sedia quando uno, vedendo Breaking Bad, la serie di Vince Gilligan, una delle più famose e popolari su Netflix, pilastro contemporaneo della fiction mondiale, sente quella musica, la riconosce (e come non riconoscerla?). Maddai, possibile?
La canticchia Gale, per la precisione, chimico specializzato che “cucina” cristalli di metanfetamine, e la canticchia con il sottofondo dell’originale – un disco – mentre si prepara la cena. Il disco sta ancora girando che lo ammazzano malamente (terza stagione, episodio 13).
Ma che musica? Ecco, giusto, prima le fonti.
“Crapa pelada
l’ha fa i turtei/
Ghe ne dà minga
ai so’ fradei/
I so’ fradei fan
la fritada/
Ghe ne dan minga
a crapa pelada”.
Filastrocca scemetta, per bambini, una solfa, una tiritera divertente. Chi lo direbbe che è una cosa che parte dal Caravaggio, arriva a Rabagliati, viene combattuta dal fascismo, trionfa alla Liberazione e sbarca nella super-fiction americana?
Non facciamola lunga: piccola storia di una grande canzone.
Prima la leggenda, la genesi. Il Caravaggio, era ancora “soltanto” Michelangelo Merisi, viveva a Milano, più o meno il 1590. Testa calda, lo sappiamo, ma capace di innamorarsi. “Lei” si chiama Peppa Muccia, prostituta, lui la rapisce (ah, l’amore!), i fratelli di lei (tre, dice la leggenda) non possono perdonare, recuperano la ragazza, danno una sonora mazzolata al pittore e a lei, punizione umiliante, rasano i capelli a zero. Ecco Crapa pelada viene da lì, tradizione orale, storia di dispetti e di ripicche: lei fa i tortelli ma ai fratelli non li dà, li darebbe solo al suo amore, che però chissà dov’è (ve lo dico io: a Roma, dove di lì a qualche anno diventerà “Il Caravaggio”).
Un passaparola di generazioni. Per trovarla in forma di canzone – e che canzone! – bisogna aspettare secoli, il 1936, quando Giovanni (Tata) Giacobetti, cantante, contrabbassista, futuro fondatore del Quartetto Cetra, si ricorda della filastrocca popolare, la riscrive insieme a Gorni Kramer (Francesco Kramer Gorni, inarrivabile maestro di fisarmonica, precursore del jazz in Italia, re del varietà).
La musica viene da uno standard americano, precisamente da It Don’t Mean a Thing, che Duke Ellington scrive nel 1932, tutto è saltellante e sincopato, le parole in dialetto lombardo rimbalzano su quella tessitura che è un piacere, c’è ironia, forse sarcasmo, jazz, swing, accidenti!
Funziona. La canta Alberto Rabagliati. Funziona pure troppo. E poi la stupidità della censura fa il resto.
Basta leggere il Radiocorriere di quegli anni si capisce perché: “Musica negroide”, espressamente vietata dal ’37, ma sottotraccia si suona ancora, la Resistenza è anche un po’ swing. E dopotutto cosa regala Milton a Fulvia in Una questione privata di Fenoglio? Over the rainbow…
C’è di peggio (non ridete) il jazz è anche “musica afro-demo-pluto-giudo-masso-epilettoide”. Insomma, contrabbassi e orchestrine al posto di chitarre e mandolini? Non scherziamo, dove andremo a finire? Non c’è molto da ridere, se pensate che Giorgia Meloni se la prende con Imagine di John Lennon… Il lupo, il vizio, ecc. ecc.
Dunque la canzone non si sente, non passa all’Eiar, la radio, ma la canticchia mezza Italia, divertita, di nascosto, l’infantile Crapa pelada ritmata con curvature vocalese nel ritornello, così americana, esotica, divertente; nei locali da ballo la si canta alla fine, quando un po’ di gente se n’è andata, anche le guardie: carboneria jazz degli anni Trenta.
Il fatto è che nel 1936, in Italia, quando la canzone conquista tutti, Crapa Pelada è uno solo. Lui, il mascellone volitivo, il duce dell’Impero, la macchietta solenne del fascismo, l’assassino di Palazzo Venezia. Ridere del potere, ammiccare, fischiettare, alludere, sono tutte cose che i regimi temono come la peste nera. Canticchiare Crapa pelada ti può costare la galera: un grande successo semiclandestino.
La storia delle censure fasciste alle canzonette è vasta e in certi casi anche esilarante. Quando Italo Balbo si schianta in aereo, per dire, diventerà un problema anche cantare Maramao perché sei morto (Consiglio-Panzeri, 1939, esecuzione del Trio Lescano), con quel verso meraviglioso e italianissimo, “Pan e vin non ti mancava”, e quindi che cazzo andavi a schiantarti nei cieli di Tobruk? Malumori nel regime, canzonette divertenti, fischiettate come segnali, una resistenza piccola, passiva, fatta di minimi gesti, segni di riconoscimento, bastava una strofa e si sapeva come la pensavi.
Poi, il regime finiva come si sa, Crapa pelada, quello vero, pure, e nel 1945 il Quartetto Cetra ne incideva – sembra un festeggiamento – una versione portentosa, prima melodica e poi (mi scuso) swinghissima, vorticosa, che diceva sì, certo, usiamo lo swing per cantare filastrocche assurde, cretinate, frittate e tortelli, ma anche per dire che si può, finalmente. Si liberava tutto, si liberava anche una canzone. Grande successo.
Che Crapa pelada sia poi finita nella raffinatissima colonna sonora di Breaking Bad, e quindi definitivamente consegnata al culto pop dei nostri anni, può essere un caso, ma ne fa in qualche modo uno standard del jazz mondiale, con milioni di visualizzazioni, una cosa che non morirà, andrà avanti ancora, da quando tre fratelli di Milano diedero una manica di botte al Caravaggio.
Come se...
sabato 8 agosto 2020
Quando si dice coerenza
Guardate le date con cui questo Scaramacai Imbelle invocava la chiusura totale, mentre ora straparla di italiani sequestrati da Conte, e fatevene una ragione: è un imbecille incommensurabile!
Travaglio
sabato 08/08/2020
Il Comitato tecnico-cazzaro
di Marco Travaglio
Non capivo perché il governo avesse secretato i verbali del Comitato Tecnico Scientifico sul Covid. Chi non ha nulla da nascondere non ha motivo di imporre il top secret. Poi ho letto i giornali sui primi cinque verbali (più gli stralci di un sesto) desecretati, che confermano solo fatti stranoti ma vengono spacciati per inediti clamorosi e scandalosi, e ho capito: essendo gran parte dell’“informazione” una comunità di recupero per ignoranti, disinformati, venduti, voltagabbana e smemorati, si voleva risparmiare la pubblica gogna a chi in quei mesi tragici si assunse l’onere e la responsabilità di decidere al buio, senza precedenti nella storia. Qui non si tratta di reati, scorrettezze, abusi di potere, scandali, che mai devono essere coperti dal segreto. Ma di scelte politiche adottate e annunciate alla luce del sole su consiglio di un comitato consultivo di scienziati: i tecnici discutevano e poi suggerivano (spesso in disaccordo fra loro e con altri colleghi), il governo discrezionalmente decideva (seguendo i consigli ora in tutto, ora in parte, ora per nulla). Naturalmente nessuno ha la verità in tasca, specie quando deve adottare misure precauzionali su eventi imprevedibili e in divenire: dunque i consigli tecnici e le decisioni politiche possono essere criticati. Purché si indichino le alternative e ci si cali nel contesto in cui i fatti avvenivano, ricordando ciò che si diceva allora. Invece avviene l’opposto.
I giornali e molti politici si concentrano sul verbale del 7 marzo, in cui il Cts chiede “due livelli di misure di contenimento: uno nei territori in cui è maggiore la diffusione del virus (zone gialle nelle aree più colpite del Nord-Ovest-Centro, ndr), l’altro sull’intero territorio nazionale”. E tutti a dire: perché invece il governo chiuse tutta l’Italia? Non conoscono nemmeno la cronologia degli eventi. La stessa notte del 7 Conte firma il Dpcm per la zona rossa in Lombardia e altre 14 province. Ma ormai il contagio dilaga e si teme il peggio al Sud dopo la fuga di massa seguita alle anticipazioni e all’annuncio del Dpcm. E due giorni dopo, il 9, si passa al lockdown di tutta Italia. Ergo, fermo restando che a decidere è il governo, mentre il Cts consiglia, Conte seguì le indicazioni del Cts, ma con più severità: non zone gialle, ma rosse nelle zone più colpite; poi tutta l’Italia arancione, anche per fermare la fuga dalle aree più ristrette a quelle più libere, con esportazione del virus e guai di ordine pubblico. Il Messaggero non era mai contento: a marzo chiedeva chiusure sempre più severe, chiavistelli e lucchetti, dipingeva il lockdown come un “Blocco a metà” e un “compromesso al ribasso che lascia esposto il Paese” (firmato Carlo Nordio).
Ora invece intima al governo di “spiegare in Parlamento le chiusure” e i “danni al Paese” che – secondo i calcoli del suo pappagallo al pallottoliere – ammontano a “100 miliardi” al Centro-Sud (firmato Carlo Nordio). Prima attaccava Conte perché chiudeva troppo poco, ora perché ha chiuso troppo. Il Corriere.it spaccia per novità sconvolgente ciò che disse Conte ai pm di Bergamo: la richiesta del Cts sulle zone rosse ad Alzano e Nembro datata 3 marzo gli giunse il giorno 5. Embè? La cosa non ebbe alcun effetto sulle sue scelte: il premier chiese un approfondimento, che gli arrivò già in serata, quando ormai si preparava a cinturare l’intera Lombardia. Tutti fatti raccontati in varie interviste (la prima al Fatto), ora gabellate da scoop per raccattare qualche clic. Il meglio però lo dà la Lega, che si oppose alla zona rossa in val Seriana. Ancora il 28.2 Salvini strillava: “Aprire, aprire, aprire! Si torni a produrre, a comprare, al sorriso!”. Poi il 9 marzo, avvertito dell’imminente lockdown, s’allineò a Conte fingendo di anticiparlo: “Zona rossa in tutt’Italia, chiudere tutto”. Ora sentite il vice-cazzaro Garavaglia: “Il lockdown voluto dal governo era illegittimo, non c’erano i presupposti per chiudere l’Italia” (come chiedeva pure Salvini).
La stampa cazzara va a rimorchio, con effetti irresistibili. Il Giornale era contro le chiusure, parziali e totali: “Isolato Conte. Il Nord riparte. Riaprono musei e duomo”, “Bisogna velocemente tornare alla piena normalità, unica ricetta per sconfiggere paure irrazionali e falsi allarmismi” (Sallusti, 28.2); “Fate presto. L’ira degli imprenditori”, “Pensare di salvare lo Stato e lasciar morire l’economia è pura utopia. Semmai è vero l’inverso. Salviamo a ogni costo commercio e impresa e lo Stato si salverà” (Sallusti, 2.3); “Sanno solo chiudere” (5.3). Ora farfuglia di “Virus, bugie e silenzi” e mena scandalo per la mancata zona rossa ad Alzano, che il Giornale non voleva. Poi c’è Libero, che è l’inserto umoristico del Giornale. Allora titolava: “Virus, ora si esagera. Diamoci tutti una calmata. I pochi deceduti erano soggetti debilitati, gli altri contagiati guariscono in fretta. Non ha senso penalizzare ogni attività” (27.2); “La normalità è vicina”, “Il virus ci ha stufati: si torni a vivere”, “È un pirla di virus qualsiasi” (Farina, 28.2). “Reclusione continua. Il virus è una condanna”, “Ma quale crisi? Facciamo finta che sia Ferragosto” (Feltri, 1.3). “Lasciateci lavorare. Dopo i veneti, i lombardi scendono in piazza per essere liberati da alcune restrizioni. Confindustria e sindacati chiedono a Conte di riprendere l’attività” (2.3). Oggi titola: “Sul Covid il governo non ci ha capito nulla”. Il governo. Come no.
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