giovedì 9 luglio 2020

Notiziona!



La notizia che aspettavo per ricominciare a sperare...nella facilità di reperimento delle olive snocciolate!

Ciao!


Ogniqualvolta pensavo a lui, scolorivano in me ansie fatue per problematiche varie che mondo e fobie propinano, portandoti a vedere difficoltà ove non esistono. Gagliardo ed amante della vita, Paolo Paoletti ieri ha terminato la sua vita, piena di difficoltà, inconcepibili per molti, nella pienezza per i tanti che, senza clamore, senza visibilità, lo hanno sostenuto ed accompagnato nella battaglia, termine mai più appropriato per descrivere la quotidianità esigente ricerche affannose di cuori disposti ad affiancarlo per trascorrere notti serene dentro alla macchina vitale che permetteva a lui di respirare. Personalmente il coniglio che è in me non mi ha mai permesso di far parte della famiglia allargata, formata da Paolo nei tanti anni in cui è rimasto uncinato all’esistenza, con un’allegria, una frenesia, una degustazione delle flebili occasioni propostegli dal fato, da sconcertare, basire e stralunare gli esterni come me. Uno stereo sparante buona musica, vedi i suoi amati Kiss, è la figurazione di Paolo che più m’aggrada; la musica, che nelle fatue e fintamente irte oscurità auto prefabbricate, riuscivo ad ascoltare per defaticare senno e spirito, e poi quella forte, inamovibile sua tenacia, ovattante e sminuzzante, l’apparentemente insormontabile. 
Termino senza frasi di rito, salamelecchi che Paolo non avrebbe gradito. Lui viveva. E vive.

mercoledì 8 luglio 2020

Fanno dei grandi giri e poi ritornano


Come stai? 
Noi quaggiù bene, e tu? Sai che, quasi fosse un 'ellisse, ritorno, non spessissimo, ma periodicamente a quel giorno? 
Rivivo le ultime tue ore, gli sguardi, apparentemente uguali ma intensi e speciali da essere accomunati in un unico, eterno, Sguardo. I tuoi assensi paciosi, gli impercettibili movimenti che mi sgombrarono la mente dalla possibilità infausta che potessi soffrire. 
E la notte che non ci abbandonava, e se io avessi solo sospettato che sarebbe stata l'ultima, l'avrei desiderata infinita. La testa che andava perpetuamente a destra, il sonnecchio leggero, la tua mano sulla mia, ah come la rivivo quella tua mano sulla mia! Per fortuna la fotografai ma sai che non riesco a riguardarla quella foto? No, non ci riesco ancora, so che esiste, ma non ho il coraggio di ammirarla, e poi, lo ammetto, non ho bisogno del supporto per rimirarla, la vedo dentro di me costantemente, mi affianca, mi accarezza, mi stimola. 
Non so perché ti ho scritto, ma sono sicuro che ne avevo bisogno. Quattro mesi mi sembrano già una follia, non poter parlare con te, non gustare delle tue magiche espressioni, non stuzzicarti sul calcio, a proposito, ieri avete straperso, quelle discussioni, risate, corbellerie che ti dicevo e che capitalizzavi per quello che erano, tanto affetto, speciale, unico, irripetibile. 
Chissà dove sei ora, se cioè sei piombato nel nulla o nella compagnia festante! Che dubbio questo, che mistero! Lo hai già scoperto, hai compreso che c'è di là, e io sono sereno al proposito sai? Perché in tutte le opzioni c'è e ci sarà sempre pace. Certo la Pace luminosa è un'altra cosa, ci mancherebbe! Ma non parliamo di questo. Ogni tanto scopro qualcosa che t'apparteneva, come l'ultimo pacchetto di sigarette che a volte mi rimiro tra le mani, il tuo portafogli, le tue foto. Sono fatto così che ci posso fare? Mi rammarico al risentirti nel cuore, allorché mi narrasti un fatto di oltre cinquant'anni fa, ero piccolino, di quando cioè mi venisti a prendere a scuola in macchina e io, per vergogna, mi nascosi rannicchiato sotto il sedile perché non volevo che i compagni mi vedessero su un'auto così! Te lo sei ricordato, è rimasto un dolore per te, ed io manco me lo rammentavo! E' inutile che ti chieda scusa, perché lo sai che da bambini si compiono tali sciocchezze. Ho un altro tarlo, quello di essermi assentato nel Momento, dieci minuti maledetti. Avrei voluto accompagnarti, desideravo che le mie pupille fossero presenti, attraverso lo sguardo, nel momento di inizio del lungo viaggio. Ci rivedremo, mi dicono molti, a volte lo credo anch'io, lo spero, lo agogno. Impazzisco, sono sincero, al pensiero di rivederti, di riparlarti, di rigustare la tua infinita gentilezza, il dono dell'amore che mi hai donato per tanti anni. Cerca di venire nei miei sogni, modellandoli inequivocabilmente verso la Bellezza! So che se lo puoi fare. 
Ciao piccolino!    

La querelle viaria


Fermiamoci in un autogrill, no è meglio di no, anche li arricchiamo i soliti noti, la famigliola veneta. 
Mettiamoci in uno spiazzo, che è meglio e riflettiamo: anni indietro una classe politica vergognosa, di cui molti ancora stanno blaterando alla Luna con la solita ed imperterrita faccia tosta, diede in concessione nella più invereconda modalità "ad minchiam" gran parte delle autostrade italiane ai Benetton. Un contratto capestro, a detta di molti, tra cui io, tanto protetto che molte importanti postille sono ancora oggi segretate. Una manna, una valanga di soldi pubblici nelle tasche dei nobili coloranti maglioni, con lane prese negli enormi latifondi argentini. Pensare che questa enorme massa di denaro non sia ritornata in tasche politiche è dichiararsi ufficialmente degli incontrastabili coglioni. Ma non ci sono prove di questo, si sospetta e non si dovrebbe dire, per rimanere babbani naturalmente. 
Un ponte in conto alla loro manutenzione, pare che gli dedicassero una trentina di migliaia di euro all'anno, venne giù due anni fa, provocando la morte di oltre quaranta persone. Apriti cielo! Dobbiamo levargli subito la concessione, via dagli autogrill, via da tutto, dove tutto sta anche per l'aeroporto di Fiumicino, si gestiscono anche quello. Dopo due anni nessuno, neppure il Premier, ha il coraggio di eseguire ciò che si promise al tempo del crollo. Paura? Probabilmente visto che in caso di chiusura anticipata della concessione dovrebbero ballare una ventina di miliardi, perché al tempo della stipula gli orchi eletti dal popolo prepararono una perfetta inchiappettatura per noi sudditi, non c'è che dire. 
Morale della favola: sembrerebbe che tutto sia immobile, stantio, perché da sempre non c'è migliore medicina per il sistema che l'immobilismo doc, quello da cui e per cui pullulano attorno a noi tanti devoti alla mammasantissiama, la sorgente dell'invalidante metodologia annichilente lo stato. Che siamo noi.  

Stato incosciente



Sempre così