mercoledì 4 marzo 2020

Molto meditativo


mercoledì 04/03/2020
È la legge dei mercati: quanti “nonni” siamo disposti a sacrificare?

di Alessandro Robecchi

Dunque pare sempre più evidente che il morbo cattivo che ci minaccia presenti un sintomo chiarissimo della famosa sindrome di Taranto. Cioè: si salva il lavoro o la salute? Detta dritta e brutale: quanto si può sacrificare del nostro Pil, dei nostri stili di vita, del nostro potere d’acquisto, del nostro preoccupato e mal distribuito benessere, per non far sobbalzare troppo le statistiche della mortalità? La domanda è quasi metafisica, perché nell’equazione spaventosa che ci si pone, entra una forza che sembrerebbe trascendente, potentissima, totalmente incontrollabile, che non si sa nemmeno come chiamarla. “I mercati”, oppure “i mercati finanziari”, poi naturalmente “le Borse”, che periodicamente “bruciano” (eh?) miliardi, eccetera eccetera.

È obbligatoria la notazione linguistica: questo possente sistema di governo della ricchezza – basta guardare i titoli nelle pagine economiche – non ha volti, non ha nomi e cognomi, solo nomi comuni di cose (“i mercati”), che bastano da soli ad atterrire ogni discorso pubblico. Si esce insomma con le mani alzate: se smottano “i mercati” è come se arrivasse il terremoto, che ci vuoi fare? Ecco, stanno smottando, gli allarmi si fanno fragorosi, le previsioni molto cupe.

Questo potere assoluto e capriccioso, una roba da Dei dell’Olimpo, condiziona le nostre vite in modo decisivo. L’ultima botta, come ricordano in questi giorni tutti i cronisti dei periodici disastri economici, fu nel 2008, e dodici anni dopo siamo ancora in pieno dentro alla morsa causata da quella stretta, meno tranquillità, meno diritti, meno redditi, tutto meno sicuro e più precario. Ora, si paventa che, di fronte al virus cattivo, i famosi mercati ci potrebbero ricascare, potrebbe ripartire un altro massiccio impoverimento, con tutto quel che ne deriva. E va bene, tutte cose che sappiamo.

Ciò che sappiamo un po’ meno è forse questo: quando siamo diventati anche noi “mercati”? Cioè, quando esattamente ci siamo dotati di quel cinismo un po’ gretto travestito da realismo che fa dire, be’, era vecchio, be’, era già malato? Si sa che spesso la morte degli altri può essere un sollievo per i vivi, ma in questi giorni – anche nei dibattiti sul tema, sempre un po’ smarriti o paradossali – si legge, e non tra le righe, ma proprio nelle righe, qualcosa che somiglia un sollievo millenarista: e vabbè, se ne va il nonno, meglio lui che io.

A vederla in termini teorici, è una specie di scambio: preferite un’altra crisi economica planetaria oppure registrare un salto di mortalità nella fascia alta e altissima d’età? Oltretutto una fascia di vittime improduttive, e questo lo direbbero senza dubbio i famosi “mercati”, ma anche molte famiglie su cui è lasciato totalmente il peso delle cure e dell’assistenza: ecco un caso in cui il cinismo del profitto si accoppia tristemente a un cinismo di necessità.

In questa oscena tenaglia, lo squilibrio è evidente: scommettendo al ribasso sui mercati finanziari, le grandi potenze della speculazione produrranno altre ricchezze per sé e per i loro azionisti, in modo non dissimile da chi vende amuchina e mascherine a prezzi da mercato nero, cioè la collocazione etica è più o meno quella. Gli altri, cioè tutti noi, costretti ad accettare un baratto non contrattabile, cioè (come a Taranto, per analogia quasi perfetta) qualche sacrificio umano a fronte del mantenimento di un regime di vita che consideriamo ancora accettabile e in qualche modo (rispetto a molta parte del pianeta) privilegiato. Forse non lo sappiamo, tutto questo, forse ne intuiamo soltanto l’incombenza e l’alito fetido, forse siamo solo alla fase del sollievo corrente di non avere ancora “età avanzata e patologie pregresse”. Ma lo scambio, nei suoi termini ideologici, è assodato, chiaro, in qualche modo accettato. E quindi, si direbbe, abbiamo già perso.

Termini nuovi


Buongiorno! (Zoonosi fino ad oggi pensavo fosse una nevrosi di chi non riesce a vivere senza frequentare pedissequamente uno zoo)

mercoledì 04/03/2020
COME NASCE UNA PANDEMIA
Siamo stati noi o il pipistrello?
COVID-19 - IL 60% DELLE MALATTIE INFETTIVE DERIVA DA UN PATOGENO CAPACE DI PASSARE DA UN ANIMALE ALL’UOMO. MA È UNA LOTTERIA: IL VIRUS VIAGGIA, SI FA OSPITARE. SEMPLICEMENTE IN CERCA DEL PROSSIMO PASSAGGIO

di David Quammen

Le malattie infettive sono dappertutto. Rappresentano una sorta di collante naturale, che lega un individuo all’altro e una specie all’altra all’interno di quelle complesse reti biofisiche che definiamo ecosistemi.

Il meccanismo dell’infezione è uno dei processi fondamentali studiati dagli ecologi, come la predazione, la competizione, la decomposizione e la fotosintesi. I predatori sono bestie più o meno grandi che consumano le prede dall’esterno. I patogeni (cioè tutti gli agenti causa di malattie, virus compresi) sono per contro bestie assai piccole che le divorano da dentro. Le malattie infettive sono un argomento triste e terribile, certo, ma in condizioni ordinarie sono eventi naturali, come un leone che sbrana uno gnu o un gufo che ghermisce un topo. Però le condizioni non sono sempre ordinarie. Come i predatori, anche i patogeni hanno le loro prede preferite, abituali bersagli dei loro attacchi. E proprio come un leone, abbandonando occasionalmente il suo normale comportamento, può uccidere una mucca anziché uno gnu, o un essere umano al posto di una zebra, anche i patogeni possono scegliere un altro bersaglio. […]

Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, siamo in presenza di una zoonosi. È un termine vagamente tecnico, che a molti riuscirà insolito, ma ci aiuta a inquadrare i complessi fenomeni biologici che si celano dietro gli annunci allarmistici sull’influenza aviaria o suina, sulla Sars e in generale sulle malattie emergenti o sulla minaccia di una nuova pandemia globale. […] È una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo. Ebola è una zoonosi, come la peste bubbonica. Lo era anche la cosiddetta influenza spagnola del 1918-19, che si originò in una specie di uccello acquatico selvatico e che, dopo essere passata da vari animali domestici intermediari, finì con l’uccidere 50 milioni di persone, secondo alcune stime, per poi sparire nel nulla. Tutti i tipi di influenza umana sono zoonosi. E lo sono anche il vaiolo delle scimmie, la tubercolosi bovina, la malattia di Lyme, la febbre emorragica del Nilo, la febbre emorragica di Marburg, la rabbia, la sindrome polmonare da hantavirus, l’antrace, la febbre di Lassa, la febbre della Rift Valley, la toxocariasi, la febbre emorragica boliviana, la malattia della foresta di Kyasanur e una strana malattia emersa di recente detta encefalite da virus Nipah, che ha ucciso maiali e allevatori di maiali in Malesia. Tutte derivano dall’azione di un patogeno capace di passare dagli animali all’uomo. […] Questo salto interspecifico è più comune che raro: si verifica abitualmente o si è verificato di recente nel 60% circa delle malattie infettive dell’uomo oggi note. […] Per fare un contro-esempio, il vaiolo non è una zoonosi. È causato dal Variola virus, che in condizioni naturali infetta solo gli esseri umani. […] Un’altra malattia non zoonotica è la poliomielite, che ha flagellato l’umanità per millenni, ma che (per ragioni paradossalmente legate alle migliori condizioni igieniche e al contatto tardivo dei bambini con il virus) assunse le dimensioni minacciose di una epidemia nella prima metà del Ventesimo secolo, soprattutto in Europa e in Nordamerica. […] Nel 1988 l’Oms e altre organizzazioni lanciarono una campagna di eradicazione globale, in seguito alla quale il numero dei casi è diminuito del 99%. […] Un simile risultato è stato possibile perché la vaccinazione di massa è relativamente economica, facile da attuare e ha effetti duraturi, ma soprattutto perché il poliovirus, scacciato dagli esseri umani, non ha altri posti dove nascondersi. Non è una zoonosi.

I patogeni delle zoonosi possono invece nascondersi. Ed è questo che li rende interessanti, complicati e portatori di problemi. […] Ovviamente questi patogeni non agiscono coscientemente: si trovano quel determinato ospite e si spostano in quel determinato modo perché queste soluzioni, trovate casualmente, si sono dimostrate vincenti in termini di sopravvivenza e successo riproduttivo. […] La strategia di più basso profilo è di annidarsi in quello che viene chiamato ospite serbatoio, o reservoir. L’ospite serbatoio (da alcuni definito ospite naturale) è un organismo vivente che porta con sé il patogeno, un parassita al quale dà asilo permanente, senza riceverne danno o quasi. Quando una malattia infettiva sembra dileguarsi tra un’epidemia e un’altra (come Hendra dopo il 1994), l’agente che ne è la causa dovrà pur essere da qualche parte, no? Forse è proprio scomparso dal pianeta, ma più probabilmente no. Forse si è estinto in quell’area specifica e ricomparirà solo quando i venti o i casi del destino ce lo riporteranno. O forse è lì intorno, dentro qualche ospite serbatoio. Un roditore, magari, o un uccello, una farfalla, un pipistrello. […] Quasi tutte le zoonosi vengono trasmesse da sei tipi di microrganismi patogeni: virus, batteri, funghi, protisti (creature microscopiche ma complesse, come le amebe, che un tempo venivano erroneamente classificate come protozoi), prioni e vermi. Il morbo della mucca pazza è causato da un prione, una proteina ripiegata in modo bizzarro che fa propagare lo stesso tipo di errore in altre molecole, come il frammento di “ghiaccio nove” dell’omonimo romanzo di Kurt Vonnegut, in grado di indurre una reazione a catena che trasforma l’acqua in ghiaccio. La malattia del sonno è causata dal protista Trypanosoma brucei, trasportato dalle mosche tse-tse e in grado di infettare mammiferi selvatici e domestici, oltreché l’uomo, nell’Africa subsahariana. Responsabile dell’antrace è un batterio in grado di starsene in letargo nel suolo per anni e poi, se scalzato dal suo luogo di riposo, di infettare l’uomo attraverso il bestiame che bruca l’erba. […]

I virus sono i patogeni che danno più problemi. Si evolvono con rapidità, non sono sensibili agli antibiotici, sono a volte difficili da trovare, possono essere molto versatili e portare tassi di mortalità altissimi. Ebola, febbre emorragica del Nilo, Marburg, Sars, vaiolo delle scimmie, rabbia, Machupo, dengue, febbre gialla, Nipah, Hendra, Hantan (malattia e fiume della Corea dove furono identificati per la prima volta gli hantavirus), chikungunya, Junin, Borna, influenze e hiv: sono tutti virus. Esiste anche un patogeno dall’evocativo nome di “virus schiumoso delle scimmie” (Simian Foamy Virus, o sfv) che infetta scimmie e umani in Asia. Il salto di specie avviene in quei luoghi (ad esempio i templi buddhisti e induisti) dove la gente viene a stretto contatto con popolazioni di macachi semi-domestici. E tra coloro che visitano i templi e regalano cibo alle scimmiette ci sono anche turisti stranieri, che in questo modo si espongono al rischio di contrarre sfv e si portano a casa un regalino aggiuntivo, oltre alle foto e ai souvenir. […] Nell’uso corrente in ecologia ed epidemiologia, lo spillover (che potremmo tradurre con “tracimazione”) indica il momento in cui un patogeno passa da una specie ospite a un’altra. Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere in premio una vita nuova in spazi più larghi. Ha una minima probabilità di non finire in un vicolo cieco, di andare là dove non è mai andato e di essere ciò che non è mai stato. Talvolta ha un colpo di fortuna. […] Secondo il grande specialista Stephen S. Morse “i virus non hanno organi locomotori, ma molti di loro hanno viaggiato in tutto il mondo”. Non corrono, non camminano, non nuotano, non strisciano. Si fanno dare un passaggio.

martedì 3 marzo 2020

Gigantesco!


martedì 03/03/2020
Spritzvirus

di Marco Travaglio

Più dilaga il coronavirus, più avanza il sollievo per non avere più Salvini al governo. Vedendo cosa è capace di dire e di fare dall’opposizione, figurarsi cosa riuscirebbe a fare e a dire dal Viminale o, peggio ancora, da Palazzo Chigi. A occhio e croce, avrebbe chiuso porti e frontiere disdettando il trattato di Schenghen (che lui confonde con Shanghai) sulla libera circolazione in Europa, salvo riaprire frettolosamente tutto dopo la scoperta che così sono gli italiani a non uscire più e non gli stranieri a non entrare più, visto che quasi tutto il mondo ci tratta da appestati e untori. Poi avrebbe rotto le relazioni con la Cina, con sparate al cui confronto quella di Zaia sui topi vivi parrebbe un gesto distensivo, salvo scoprire dagli imprenditori del Nord che così si sfonda la bilancia commerciale e scusarsi in diretta Facebook ingoiando un pipistrello vivo e limonando duro un poster di Xi Jinping. Infine Mattarella l’avrebbe convocato al Quirinale e fatto rinchiudere nelle segrete dai corazzieri per evitare guai peggiori.

C’è solo un italiano più sollevato di noi perché Salvini non è al governo: Salvini. Basta seguirne le gesta sui social per scoprire che: a) non ha la più pallida idea di cosa sia il coronavirus; b) non ha ancora capito neppure dove sta la Cina sul mappamondo (l’altro giorno, per dire, era fermamente convinto – parole sue – che “confina con il Giappone”, cioè con un arcipelago di 6.852 isole); c) nessuno sta meglio di lui. Il Cazzaro Sciacallo, per ogni emergenza quando non è al governo, tiene sempre pronti due video. Uno per il caso in cui vengano adottati provvedimenti restrittivi (zone rosse, quarantene, divieti vari), per accusare il governo di bloccare l’economia. L’altro per il caso in cui vengano respinte o revocate o attenuate misure inutili, o ne vengano adottate di nuove in corso d’opera, per accusare il governo di fare troppo poco e/o troppo tardi. Non avendo la benché minima idea di cosa fare, si regola sulla stessa bussola del Giornale Unico Repubblica-Stampa-Messaggero-Espresso-Giornale-Libero-Verità: qualunque cosa faccia Conte è sempre sbagliata e qualunque cosa non faccia Conte è sempre giusta. E, non dovendo assumere decisioni nè responsabilità, fa una vita da favola. Appare sempre più rubicondo sul bordo di ruscelli, in tuta da sci davanti a baite trentine e vette innevate, pievi d’altura (“Una preghiera per chi soffre”), ma soprattutto flute di prosecco e spritz e taglieri di salumi e formaggi in un eterno apericena h24 (“Ho cominciato la dieta senza farina: niente pasta, pizza, pane e dolci. E mi accontento così”).

E di lì, tra un ruttino e l’altro, chiede “miliardi”: così, a cazzo, senza neppure specificare a chi e per chi (ridotti come siamo, farebbero comodo pure i 49 milioni fatti sparire dai prestigiatori della Lega, possibilmente tutti insieme, non in comode rate per 80 anni). Posta bandiere tricolori (su cui la Lega sputava fino all’altroieri), frecce tricolori, mazzi di tulipani, magliette della “clownterapia” (di cui è il terapeuta e il paziente modello) subito prima dei video degli “esperti economici della Lega” e dei suoi virologi preferiti: Porro, Giordano, Meluzzi, Capezzone, Feltri, Sgarbi, Cruciani e Capuozzo. Denuncia “i Caraibi” (pensa che siano uno Stato) che bloccano una nave con turisti italiani e, sotto, l’Italia che non fa altrettanto con i disperati africani, al momento mediamente più sani dei padani. Esalta il governatore siculo Musumeci che non vuole far sbarcare la Sea Watch, ma poi tace imbarazzato quando quello intima i turisti padani a starsene a casa perché tutti contagiosi per definizione. L’unica proposta precisa partorita dai suoi neuroni granturismo, a parte l’arresto di Carola Rackete (la cui attinenza col coronavirus spero non sfuggirà), è l’abolizione delle tasse: non solo per le zone rosse, per il Paese intero. Testuale: “Blocco immediato di pagamento di tasse, mutui, affitti, bollette, cartelle esattoriali e burocrazia varia in tutta Italia. Si può fare, anzi si deve fare, subito”. Così poi lo stipendio a medici, infermieri, poliziotti e carabinieri – che lui chiama “eroi” – glielo paga lui con Belsito, Siri, Arata e Savoini. A proposito: molti “eroi” degli ospedali lombardi non hanno più mascherine, né ricambi per i turni, né posti letto grazie alla sanità-modello creata negli anni di Formigoni&Lega a suon di tangenti e privatizzazioni. E chi lo fa notare passa per nemico degli “eroi”, prime vittime della rapina che ha spolpato il pubblico per ingrassare il privato.

Due soli attimi di defaillance abbiamo notato, nel crescendo rossiniano della social-Bestia: è stato quando, mentre lui esaltava gli eroici governatori Fontana e Zaia, il primo è rimasto impigliato nella sua stessa mascherina e l’altro ha straparlato della dieta cinese a base di topi vivi. Ci saremmo aspettati un inno ad Attilio vilmente aggredito dalla mascherina contiana e a Luca proditoriamente ubriacato da una partita di spritz tagliata male da Conte. Invece il Cazzaro Sciacallo è rimasto un po’ sulla difensiva: “Polemiche su Zaia? Averne di governatori come lui e Fontana che si battono come leoni, giorno e notte. C’è qualche poveretto che usa il virus per attaccarli”. Come se i due cabarettisti padani non avessero fatto tutto da soli. Poi ha chiamato in soccorso l’incolpevole Sant’Agostino, con una frase presa dal prontuario web delle citazioni: “La vera potenza di Dio consiste non nell’impedire il male, ma nel saper trarre il bene dal male”. Ma sì, proprio l’Agostino nato a Tagaste e morto a Ippona, in Numidia (l’attuale Algeria). Proprio l’africano che nel 383 s’imbarcò da Cartagine e raggiunse Roma senza che i romani, noti buonisti, lo respingessero. Ma questo, al Cazzaro Sciacallo, nessuno ha ancora avuto il coraggio di spiegarlo.

Nell’Amore


Quando dopo una notte agitata, e io sono qui con te come ci siamo tante volte detti, apri i tuoi occhi, sempre splendidi nonostante il momento bastardo, e ti preoccupi per me, perché ho dormito male, allora io comprendo, e ti ringrazierò per sempre, che esiste un Amore più grande, incomprensibile, travalicante ogni cosa, abbattente ostacoli che da sempre si frappongono e che noi, impenitentemente, a volte creiamo ad hoc per continuare bovinamente a non voler comprendere, a relegare in gelidi anfratti. 
L’Amore di un padre. L’Amore del Padre.

lunedì 2 marzo 2020

Già i ricordi...


Nel ginepraio della vita, della morte, di tutto il circolo che tendiamo ad ammansire, sviando pensieri sul fine temporale, l'evolversi di un ciclo vitale, ad un certo punto ecco che, preannunciati da secchi e professionali verdetti, iniziano ad apparire nitidi e candidi i ricordi. 
Sono figlio come tutti, appassionatamente vicino ai miei genitori. Mio padre è entrato nella fase critica, nella stanza dell'ineludibile. 
Sono stato fortunato a gustarlo per molto tempo, ci mancherebbe! Sono altresì convinto che questo conti zero. Quello che vale è la conformazione interiore che ti sei dato, che ti hanno dato e che tu, me stesso nel caso specifico, non sei riuscito a limare, aggiustare, sotto certi aspetti, migliorare. 
Passano i ricordi, passano le sensazioni, irrorate come sono da tutti i sensi: il gusto di lui, la sua voce, la pacatezza, l'affrontare la vita sempre con quella compostezza propria e tipica delle brave persone. 
Quando ero piccolo e andavo in campagna un mese con mamma e fratello, lui veniva a trovarci alla domenica, con una scassata Fiat 500 familiare che usava per trasportare la frutta e verdura in negozio. Mi è vivida l'attesa del suo arrivo: mi vedo seduto sulla strada principale, nel rettilineo finale, mentre attendo spasimante lo scorgere dell'auto da lontano, l'impazienza di abbracciarlo, il bacio con cui accoglievo la sua maestosa figura, il "Topolino" sempre da lui donatomi. La corsa a leggerlo, la spensieratezza con cui, grazie alle sue monetine elargitemi, giocavo a biliardino assieme agli amici: e poi il pranzo, i discorsi fatti assieme, il pomeriggio spensierato sino a quando si faceva una certa ora, verso le 18, dove tutto svaniva, scoloriva, scemava per far posto all'assillo della sua prossima partenza, il non rivederlo per altri sette giorni, l'abbraccio, le raccomandazioni, i pianti solitari nel letto lontani dall'udito della mamma, altrimenti incavolata; la corsa al telefono del lunedì per chiamarlo e sentire se il viaggio era andato bene, la sua voce, i suoi baci in cornetta. 
Lo ammetto: avrei dovuto crescere, diventare, come si dice uomo. Invece sono rimasto giovane, definitelo pure bimbo tanto non faccio una piega. 
Quello che stupisce ed è monito per chi ha ancora la fortuna di vedere il padre ritto e camminante, è che i dolori, i dispiaceri inflitti nella cosiddetta fase giovanile rimangono, macerano. E tra questi ci sono pure la noncuranza, il riporre loro in sgabuzzino per la cosiddetta voglia di vivere autonoma. 
Poco tempo fa mi ha ricordato che quando mi veniva a prendere alle scuole elementari con la 500, una volta salito a bordo, mi nascondevo sotto per non farmi vedere dai miei compagni sulla vettura che per lui invece era vanto. 
Me lo ha ricordato perché sicuramente ciò a lui inflisse dispiacere. 
Vorrei tanto che restasse con me. L'unica arma che sto affilando per prepararmi al distacco è quanto tutto ciò attuato per allontanare il momento, faccia parte del mio egoismo, al fine di comprendere che non solo non è procrastinabile, ma è pure il compimento necessario alla vita. M'addolora infinitamente sapere che non potrò più correre al telefono per sapere come sia andato il viaggio. L'ultimo.  

    

Montanari


lunedì 02/03/2020
LE PIETRE E IL POPOLO
Chi ci governa impari dalle epidemie del passato

di Tomaso Montanari

La Torre civica di Este è sempre quella che si vede sullo sfondo nel gran quadro di Giovan Battista Tiepolo che sta sull’altare del vecchio duomo: lì circondata dai cadaveri di una peste che santa Tecla sconfigge con le preghiere che eleva al Padreterno, oggi nella zona rossa di un coronavirus che ha invece tirato nella polvere tutti i santoni della politica italiana. Da Boccaccio a Manzoni a Camus, oggi riscopriamo giustamente i grandi classici della peste: che ci permettono di rimettere le cose in prospettiva. La Peste Nera del Trecento (che giunse dal nord della Cina…) fece oltre 20 milioni di morti in un’Europa, un terzo abbondante degli abitanti. Quella del 1656 si portò via solo a Napoli 240.000 persone (su 450.000). E non parliamo della pandemia della Spagnola nel 1918, che fece oltre 50 milioni di morti in tutto il mondo. Se, per fortuna, le proporzioni non sono paragonabili nemmeno di lontano, questa lunga storia di epidemie ha lasciato una scia di immagini, testi, memorie che oggi possono aiutarci a individuare costanti, a fare paragoni, a misurare i nostri tic e le nostre inadeguatezze.

Un episodio di una grande stampa romana del 1656, per esempio, ci mostra Mario Chigi, il fratello del regnante papa Alessandro VII, mentre accorre di persona, in carrozza, a controllare che le porte di Roma siano ben chiuse, e sorvegliate da armati. Si aveva ben chiaro, allora, che un’epidemia governata male poteva costare molto cara al potente di turno, foss’anche il papa. Proprio in quell’occasione il cardinale gesuita Sforza Pallavicino scrisse che le storie dovrebbero parlare meno delle gesta dei condottieri nelle guerre (le quali “non profitto arrecano al genere umano considerato tutto insieme”), e più del modo in cui i governanti affrontano tali “accidenti calamitosi”, perché in queste battaglie contro le pestilenze si combatte “non da una parte degli uomini contro un’altra, ma da tutta l’umana specie universale contro il più orrendo nemico che infierisca a suo sterminio”. È qua, aggiunse, che ”si manifesta il valore di chi regge i popoli”: perché la ragione vera per cui accettiamo che qualcuno comandi su tutti noi “con tanta larga mercede di preminenza ed entrate” è proprio perché poi ci difendano contro “essi contro essi fatti sinistri”. Non so se il cardinal Pallavicino troverebbe in salute il patto sociale che unisce gli italiani di oggi ai loro governanti, caduti uno dopo l’altro sul banco di prova del virus: quelli centrali che hanno bloccato, soli al mondo, i voli con la Cina; quelli leghisti che hanno dato una tale prova di incapacità (basterebbe il profluvio di tamponi a casi asintomatici) da stroncare non solo l’economia dei loro governati, ma anche (felice eterogenesi dei fini!) ogni idea di autonomia differenziata. Certo Pallavicino avrebbe apprezzato l’agudeza barocca di un ministro della Salute il cui più visibile contributo alla crisi è il calzantissimo cognome: Speranza. E avrebbe forse pure intravisto, nell’iconografia dell’impareggiabile governatore lombardo che indossa con tanta abilità una mascherina (di quelle completamente inutili), l’estrema derivazione di quelle meravigliose tute dei medici barocchi, fornite di lunghi nasi da riempire di balsami anti-contagio (quella che vedete è un raro esemplare originale, tedesco del 1700 circa). L’immagine straniante di uno di quei medici compare sul frontespizio di un’opera celebre (e dal titolo assai attuale…) del grande Ludovico Antonio Muratori: il Governo della peste (1714). Vi si legge che “tutte le terre e città invase dalla Peste, sanno e saprebbero dire onde sia proceduto il principio della loro infezione: cioè dall’aver trascurate le debite diligenze, e dal non aver fatto osservare le leggi prudentemente stabilite in somiglianti pericoli e disordini”. Tutto, cioè, sta nelle regole: che per essere scrupolosamente osservate, devono essere chiare e credibili. E dunque non dovrebbero, per dire, chiudere scuole e musei a Bologna, e lasciarli aperti e gremiti a Firenze: che sono di fatto un’unica città divisa in due parti collegate in mezz’ora da treni stracarichi di gente. Tra tante ragioni di sconcerto, almeno una consolazione: Muratori doveva davvero avere doti profetiche, perché sembra aver intravisto con tre secoli d’anticipo il mitico dottor Burioni: “Essendo i medici in concetto di aprir molto la bocca, bisogna star cauti in credergli tutto”. E poi si dice che studiare la storia non serve.

domenica 1 marzo 2020

Attimi


Dal Qoelet in poi i momenti cardine della nostra vita e di quella dei nostri cari appaiono senz’ombra seppur misteriosi, ineluttabili, lancinanti, fonte sorgiva di pensieri, ricordi, rimpianti, lacrime, insomma: la fucina formativa, il vasaio che ti rimodella. Attonito ammiro compostezza, serenità, pacatezza, occhi in grado di spiegare e diffondere ogni oramai labile interstizio di luce, il come e perché si convogli a questi istanti di logica esistenziale, il sollievo che s’avverte, il Viatico che agisce sollevando il cuore. 
Quando l’approssimarsi di un addio, ma pervicacemente continuo a sperare nell’arrivederci, di uno dei punti di ristoro dell’anima di ognuno di noi si approssima, l’immedesimarsi nella propria pochezza personale giova a tal punto che gratitudine e riconoscenza guidino detti istanti. Può infatti manifestarsi ancora, incredibilmente, di ricevere, di accogliere, di gustare perle preziose, cammei unici, avvolti in un sorriso, specificatamente nel sorriso di padre, scatenante quasi un disagio, per un infinito “Grazie!”