sabato 15 giugno 2019

Travaglio


sabato 15/06/2019
La campagna d’estate

di Marco Travaglio

Un mese fa il gruppo francese Kering che controlla fra l’altro il marchio Gucci ha chiuso le sue pendenze con il fisco italiano sborsando sull’unghia 1,25 miliardi di euro: un quinto del costo del Reddito di cittadinanza, un quarto di quello di Quota 100, un dodicesimo di quello dell’annunciato taglio delle aliquote fiscali (detto impropriamente Flat tax), un ventesimo di quanto occorre per scongiurare l’aumento dell’Iva. Il governo, alla vigilia di una legge di bilancio lacrime e sangue, si arrabatta in supercazzole spericolate per risparmiarci una procedura d’infrazione e promettere all’Europa coperture che, anche se fossero vere, coprirebbero pochissimo del fabbisogno. E continua a dar la caccia agli spiccioli, senza far nulla per affondare il mestolo in quell’immenso serbatoio di fondi neri accumulati da chi ogni anno ruba al fisco, cioè allo Stato, cioè ai contribuenti onesti almeno 107 miliardi di euro (evasi fra Irpef, Iva, Ires, Irap, locazioni, accise, Imu, Tasi e contributi). Senza contare chi evade ed elude a norma di legge: per esempio le multinazionali del web, che fanno profitti da capogiro in tutto il mondo, ma non ci pagano le tasse da nessuna parte. Tantomeno in Italia: gli ultimi dati disponibili, quelli del 2017, dicono – tenetevi forte – che Airbnb, Amazon, Booking, Facebook, Google e Twitter tutte insieme hanno versato la miseria di 9 milioni di imposte. E non perché evadano: perchè lo Stato italiano ha deciso così.

Ora, il Fatto è un piccolo vascello corsaro. Ma, quando si fa sentire, ogni tanto qualche risultato lo raccoglie. Siamo stati i primi, per dire, quando tutti gli altri divagavano e fischiettavano, a squarciare il velo d’ipocrisia dei giornaloni e dell’establishment retrostante: cioè a ricordare che lo scandalo del Csm – politicamente parlando - è tutto targato Pd, per la presenza inquinante di Lotti&Ferri, due soggetti che abbiamo raccontato per anni in solitudine. Ieri Lotti s’è “autosospeso” dal Pd: una mossa senza conseguenze pratiche, ma anche la prova che – a furia di insistere – qualcosa può succedere persino in quel partito di salme tartufate. Ora abbiamo lanciato la campagna per una vera lotta all’evasione, che proseguirà per settimane nella speranza di smuovere la maggioranza giallo-verde. Anche perché le basterebbe attuare un punto cruciale del suo Contratto: là dove, accanto alla Flat tax, Di Maio e Salvini promettevano che “sarà inasprito il quadro sanzionatorio e penale per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”. Un impegno che fu imposto dai 5 Stelle, ma che Salvini aveva già assunto in campagna elettorale.

“Sono d’accordo – disse a Porta a porta il 18.1.2018 – per la galera per chi evade: se io riduco le tasse e tu non paghi io butto la chiave, sul modello americano”. Il 24 settembre, intervistato dal Fatto, Di Maio annunciò che “a fine mese nel decreto fiscale verrà previsto il carcere per chi evade”. Poi la Lega propose un mega-condono fiscale, eliminato solo a patto del ritiro delle manette agli evasori, rinviate al giorno della Flat tax. A febbraio però il ministro della Giustizia Bonafede, sempre sul Fatto, si impegnò a cancellare la peggior eredità del renzismo, cioè il “vergognoso aumento delle soglie di punibilità per alcune fattispecie di reato”, abbassandole. Invece sono rimaste tali e quali: nessun reato per chi omette nella dichiarazione dei redditi fino a 50 mila euro, per l’omesso versamento fino a 150 mila euro, per chi presenta una dichiarazione infedele fino a 150 mila euro e per chi non paga fino a 250 mila euro di Iva. In pratica, come scriveva ieri Stefano Feltri, chi fa ogni anno 300mila euro di fondi neri (pari a 150mila di mancate imposte) non rischia un minuto di galera, anzi non commette proprio reato, mentre chi ruba mille euro da un portafogli o due salami in un supermercato rischia fino a 6 anni di carcere. E questa è la principale ragione per cui si evade: perché il guadagno è altissimo e il rischio è zero. Il 3 giugno il premier Conte ha parlato agli italiani e ha promesso “un’organica riforma del fisco: non solo aliquote più basse, ma anche più semplicità e rapidità nel rapporto tra fisco e cittadini e un contrasto più duro all’evasione”.

Siccome, compatibilmente con i conti traballanti, c’è un sostanziale accordo fra Conte, Di Maio, Salvini e persino Tria sulla riduzione fiscale nella legge di bilancio (purché non in deficit), e proprio alla cosiddetta Flat tax il Contratto subordinava le manette agli evasori, è ovvio che queste debbano procedere di pari passo col taglio delle aliquote. Sarebbe un bel segnale di equità e di “cambiamento”: chi paga le tasse ne pagherà meno, e il mancato gettito verrà colmato a spese degli evasori. Non solo spaventandoli con pene più alte e soglie di non punibilità più basse. Ma anche disincentivando drasticamente l’uso del contante fino a farlo gradualmente sparire; approvando la Web Tax sui colossi della rete; e introducendo un sistema che consenta ai cittadini di “scaricare” tutte le spese, cioè di avere tutto l’interesse a pretendere lo scontrino, la ricevuta e la fattura per ogni acquisto o servizio pagato. Come propone Claudio Bisio, nei panni di uno strano premier, nell’ultimo film Bentornato Presidente. Ecco: su questi punti il Fatto racconterà esperienze virtuose di altri paesi, ascolterà esperti, formulerà proposte e continuerà a martellare il governo perché rispetti anche quell’impegno. Che è il più cruciale di tutti. Se la prossima legge di bilancio la farà Bonafede, anziché Tria, c’è persino la possibilità che lo Stato italiano si scopra meno povero del previsto. E che il “governo del cambiamento” si dimostri addirittura tale, smettendola di fare il Robin Hood alla rovescia e cominciando a far pagare la crisi ai ladri anziché agli onesti.

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Lampadina si è autosospeso dal suo partito chiamato ancora immeritatamente democratico; attonito, in un mix tra “ma che ho fatto di così strano?” e “le nomine correntizie sono la normalità in politica, pure nella magistratura!” Lampadina, lo chiamano così per via del suo accendersi nelle discussioni, con quel cognome che è tutto un programma, come se un circense fosse registrato all’anagrafe come Ammaestraleoni, facendosi da parte ha ricevuto solidarietà e stima dai tanti attorucoli di cui il nostro parlamento è pregno, cercando pure di rimodularsi a vittima sacrificale del sistema, rispolverando antichi anatemi di puro sapore, e fetore, del mai rimpianto Cinghialone socialista. Lampadina e l’amico figlio dei 110 all’ora usano, commercializzano della politica come il pizzicagnolo dell’affettatrice, in quel turbinio di accordi, mezze frasi, strizzatine d’occhi, sotterfugi da sempre elargenti cariche e poltrone ad adepti simil massonici, per il continuo, pervicace, ossessivo sfanculamento della meritocrazia, in ogni campo e luogo in cui siano presenti denari e centrifughe di potere, dalla sanità alle società statali o parastatali, dalle banche alla magistratura. Lampadina voleva consigliare, insufflare, inserire persone di credenza e stampo conosciuti, in tribunali potenti ed indaffarati nel futuro a giudicare pure lui, visto che è indagato per la vicenda Consip, e i genitori di un ex potente politico, suo amico fraterno, caduto per fortuna in disgrazia, nell’anonimato, pur avendo, attraverso varie Leopolde, cercato di risvegliare il pensiero sociale e culturale di questa nazione. 
Lampadina è soprattuto monito a tutti coloro che sognavano e sognano un paese migliore, leale e rispettoso delle fatiche in sinapsi di molti che, inopinatamente, immaginano serietà, fermezza, rispetto delle norme, capacità, curricula quale unico metro di giudizio per dispensar incarichi e prebende. Un mondo lontano e, soprattutto, senza Lampadina e quelli come lui.

venerdì 14 giugno 2019

Ancora Lui!



Ogni anno qualcuno sottrae ad altri qualcosa come 100 miliardi di euro destinati al bene comune. Come ciò possa accadere è facile da comprendere. Nell’era del Ballismo il finto segretario di un finto partito di sinistra escogitò delle norme atte ad aumentare l’evasione, parola mielosa alle orecchie dello zio del Pifferaio, tale Al Tappone, per il bene di pochi, che in effetti lo ricompensarono, basti pensare che le zone di Roma dove il PD prendeva più voti erano quelle dei Parioli, sulle spalle di molti. Ma veniamo ai dati (fonte il Fatto Quotidiano)

Le soglie di punibilità sono rimaste quelle alzate dal governo Renzi che nel 2015 ha reso quasi impossibili indagini e processi per reati fiscali: la soglia che fa scattare il reato di omessa dichiarazione di un reddito è salita da 30 mila a 50 mila euro; quella per gli omessi versamenti da 50 a 150 mila euro; se l’imposta non versata è l’Iva, la soglia è oggi addirittura 250 mila euro; e per la dichiarazione infedele si passa da 50 mila euro di imposta evasa a 150 mila. Cioè: chi fa ogni anno 300 mila euro di fondi neri (pari a 150 mila di mancate imposte) non commette reato, mentre chi ruba mille euro da un portafoglio rischia 6 anni di carcere.

Eppure sembrava che nelle Leopolde qualcuno riuscisse pure a cogitare...

Falso allarme



Per un attimo ci avevo creduto, devo ammetterlo. Avendo perso la regione Chiamparino aveva annunciato la saggia idea di lasciare, finalmente la politica. Ma dopo che il suo amico di una vita, Piero Grissino Fassino, è piombato in casa sua urlando e sbraitando che certe cose non si devono neanche pensare, Sergio ha fatto retromarcia, continuando l'eterna missione politica che dovrà protrarsi e tendere all'eternità. Impegnato come è stato a sponsorizzare il buco immane con il nulla intorno, la famigerata Tav, Sergio ha perso ogni capacità di relazionarsi con la realtà. Piero e Sergio andranno avanti ad imperitura memoria, consapevoli di essere insostituibili, quasi quanto la regale Elisabetta d'Inghilterra, alla faccia dei giovani, del sano ricambio generazionale, nel caso si trattasse di politica seria, ma questa parrebbe non esserla e, soprattutto, della decenza.

giovedì 13 giugno 2019

Allontanarsi



Ogni persona per bene dovrebbe ritagliarsi del tempo per leggere della vicenda attorno all'ex parlamentare forzista Paolo Arata, arrestato ieri assieme al proprio figliolo per tangenti e riciclaggio per agevolare Vito Nicastri, ritenuto dai pm vicino al boss mafioso Matteo Messina Denaro. 
Leggere per comprendere che la vicinanza di Arata agli ambienti della Lega, vedasi l'ex sottosegretario Siri rimosso dopo che venne allo scoperto l'indagine a suo carico per concorso in corruzione, è quanto di più rischioso, normale, ineluttabile possa accadere ad un paese disastrato, dilaniato dalle precedenti, subdole, mefitiche Ere politiche, quelle del Puttanesimo e del Ballismo.
Idealizzando questa nuova ondata del solito noto, mentre figli dei 110 all'ora e amichetti di desaparecidos tramano per giostrare a loro vantaggio cariche della magistratura, basta pensare al tronco mosso dal monaco buddista per far suonare l'enorme campana, in questo caso composta da gelatina con il risultato che il batacchio affonderà totalmente dentro di essa. Così è il partito del ministro dell'interno: una flaccida, indifesa, malleabile compagine, senza alcun nerbo, con molti punti oscuri, primo tra tutti la nomina dell'altro figlio di Arata a consulente al nucleo tecnico del Dipe, ad opera, pare, di Giorgetti, derivante dall'abbraccio ventennale e mortale con il famigerato Al Tappone, tra l'altro pagatore seriale di tangenti alla mafia sino al 1994.
Matteo Salvini al momento non risulta implicato in nulla, se non l'aver nobilitato Paolo Arata attraverso investiture di esperto nel campo eolico.
Dovrebbe al più presto illuminarci in tal senso, tra un selfie e l'altro e, soprattutto, anche lo stesso Gigino prendere distante e vele per allontanarsi il più possibile da questo eterno ritorno di tutto quello che si vorrebbe lanciare e perdere nello spazio più profondo.

mercoledì 12 giugno 2019

Ingiustizie




Così si scrive!


mercoledì 12/06/2019
Fritture alla Berlinguer

di Marco Travaglio

Nicola Zingaretti, che ci ostiniamo malgrado tutto a considerare una brava persona, ricorda sul suo blog Enrico Berlinguer a 35 anni dalla morte. E ne ha facoltà: iniziò la sua carriera politica nella Fgci quando il segretario del Pci era Berlinguer, ai cui funerali partecipò “tra fiori e lacrime portando una delle tante corone”. E ora guida il partito che, tra varie peripezie, fusioni e scissioni, discende (anche) dal Pci e prende (anche) una parte dei suoi voti. La figlia Bianca dice di domandarsi spesso cosa direbbe suo padre se fosse vivo (avrebbe 97 anni). E abbiamo come il sospetto che, col Pd, sarebbe tutt’altro che tenero. Difficilmente chi chiamava Craxi “il gangster” e ruppe con i “miglioristi” Napolitano&C. perché volevano l’abbraccio con quel Psi, apprezzerebbe un partito che si ricorda di lui ogni 11 giugno e negli altri 364 giorni dell’anno continua a inseguire il craxismo, cioè il rampantismo, il clientelismo e talvolta il tangentismo. E non solo per colpa di Renzi: l’oscena riabilitazione del gangster risale a D’Alema, Fassino e Veltroni ben prima del figlio di babbo Tiziano.

Ora Zingaretti dice di voler rinnovare il Pd partendo da Berlinguer: “recuperare un patrimonio di serietà, di etica pubblica e privata” e “combattere con ogni forza la battaglia del rigore e dell’intransigenza nella prassi della politica”, partendo dalla celeberrima “intervista di Berlinguer a Scalfari sulla ‘questione morale’’’ del 1981, con una “lotta senza quartiere alle bande, ai clan, agli egoismi e agli interessi particolari”. Forse ricorda poco e male quell’intervista, tanto citata per il titolo quanto dimenticata per i contenuti. Altrimenti sorvolerebbe. Perché, a rileggerla, suona come un durissimo j’accuse ai partiti d’oggi, Pd incluso. Quando Berlinguer diceva che “i partiti non fanno più politica”, ma “sono macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune… Non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’”, si riferiva alla Dc e al Psi; ma oggi potrebbe tranquillamente descrivere il Pd. Idem quando aggiungeva che “i partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo”.

E ancora: “Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni grandi giornali. E il risultato è drammatico. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti”. Come se Berlinguer, nel 1981, avesse letto gli atti delle ultime inchieste sulla sanità in Umbria e sugli appalti in Calabria, che vedono indagati l’ormai ex governatrice Pd Catiuscia Marini e il governatore Pd Mario Oliverio, col fior fiore della classe dirigente dem. O le carte dell’indagine di Perugia sui conciliaboli notturni fra i deputati Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri con membri del Csm e capi-corrente togati sul nuovo procuratore di Roma.
Che ha fatto Zingaretti in quei tre casi? In Umbria si è rimesso al buon cuore della Marini, che prima s’è dimessa, poi ha respinto le proprie dimissioni, poi se n’è andata di nascosto quando la frittata era fatta. In Calabria non ha detto una parola, infatti il plurindagato Oliverio e la sua corte sono tutti ai posti di combattimento. Sul Csm, ha convocato Lotti (non Ferri) e ha subito chiuso il caso perché “Lotti mi ha assicurato di non aver fatto nulla di illegale”. E se lo dice lui… Come se quella fosse una faccenda penale (né Lotti né i magistrati suoi interlocutori sono indagati per essersi parlati, ma per quel solo motivo quattro membri del Csm si sono sospesi su richiesta del Quirinale), e non di opportunità politica e di conflitto d’interessi (l’imputato per Consip che discute del neoprocuratore che sosterrà l’accusa contro di lui). In una parola, una “questione morale”, che Berlinguer sapeva distinguere da quella giudiziaria: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, con la guerra per bande”. Il Pd non ha un codice etico e un collegio di probiviri per farlo rispettare? Sì, li ha. Che aspetta a deferirvi Lotti e Ferri perché siano espulsi? E che c’entra col sedicente partito di Berlinguer il neosindaco Pd di Capaccio-Paestum, braccio destro del governatore Pd Vincenzo De Luca e re delle fritture di pesce clientelari, indagato per voto di scambio con la camorra e festeggiato domenica notte da un corteo di ambulanze a sirene spiegate di proprietà di un imprenditore appena condannato in Cassazione per estorsione mafiosa? E come spiegherebbe Zingaretti al compagno Enrico l’alleanza in Sicilia con Miccichè, braccio destro di Dell’Utri pregiudicato per mafia? In attesa di tempi (e Pd) migliori, Berlinguer è meglio lasciarlo nella tomba. E sperare che non ci si rivolti troppo.