venerdì 31 maggio 2019

Fantasmagorica Daniela!


venerdì 31/05/2019
La sinistra ignara del suo popolo

di Daniela Ranieri

Non lasciatevi ingannare dalla foto che ritrae Zingaretti e Gentiloni presi dall’ilarità per aver perso voti solo nell’ordine del centinaio di migliaia e non dei milioni come s’erano abituati. La sinistra vera, che non si vergogna di chiamarsi tale e non ha subappaltato il simbolo a inquilini liberisti per non spaventare i moderati, ha preso intorno all’1% (La Sinistra di Fratoianni l’1,74%; il Partito Comunista di Rizzo, che ha raddoppiato i voti in un anno, lo 0,9%). Ovunque, tranne che in Portogallo dove hanno vinto i Socialisti col Blocco di Sinistra, è stata una carneficina: ha perso France Insoumise di Mélenchon in Francia, Podemos in Spagna, il Labour di Corbyn nel Regno Unito. L’exploit dei Verdi in Francia, Germania e Regno Unito non è una vittoria della sinistra: piuttosto, si tratta del risultato di un product placement presso la popolazione colta europea sulla scia del traino Greta Thunberg – e del resto del tema ecologico si sono impadroniti un po’ tutti nel tempo, da ultimi alcuni nel Pd che auspicano una sua reinterpretazione in chiave del “Sì”, cioè del Pil.

Non si tratta solo di una perdita di voti, non essendo mai stata la sinistra nella storia un aggregatore di interessi fluttuanti, bensì sorgendo sulla base di bisogni umani e dei valori di giustizia sociale e uguaglianza; ma della ormai acclarata e forse irreversibile perdita di un popolo.

Tutto ciò a meno di voler pensare che il fenomeno del Pd parzialmente derenzizzato che perde meno del previsto sia l’apparizione di uno spettro di sinistra in una Elsinore orfana e desolata, falsità che nemmeno i più ingenui e i meno ingenui d’Italia si sentono più di sostenere. Quella che esce dalle urne è un’Italia ambidestra. I cittadini nel cui petto batte ancora qualche valore di sinistra hanno scelto l’astensione, che raccoglie tanti voti quanti tutti i partiti messi insieme. Proprio oggi che ci si aspetterebbe dai popoli una ribellione alle élite globali e allo sfruttamento di manodopera da parte di multinazionali e padroncini locali per il tramite di una sinistra internazionalista, le sinistre nazionali falliscono.

Il motivo non è, come suggeriscono i sempliciotti, che oggi “si vince al centro”. Al contrario: si vince dove la proposta è radicale, come l’impennata della Lega dimostra. Il discrimine non è la posizione nel Parlamento ideale dentro cui si andranno a fare gli interessi del popolo, ma esattamente il rapporto, il dialogo con quel popolo, che nel caso della sinistra si è sfaldato. Non per un problema di “comunicazione”, come diceva quell’anima semplice di Renzi, ma di proposta politica, che non appare genuinamente socialista e popolare nel mondo attuale. È cambiata la società, i rappresentanti della sinistra sono rimasti uguali. Parlavano di lavoro fisso o in fabbrica mentre tornava il cottimo fisico e cognitivo (e quanto alle fabbriche, si sono fatti schizzinosi, e a salire con gli operai sui tetti delle aziende che chiudevano o dislocavano era la Lega Nord). Hanno guardato con sudditanza alla “sinistra riformista” senza svelarne i reali rapporti di potere, accettando la narrazione totalizzante della democrazia liberale. Stigmatizzavano la globalizzazione ignorando il grido di dolore di chi ne subiva gli effetti, mentre Salvini, con l’iPad in mano, dava l’impressione di essere sul pezzo, ricevente di un’emergenza. Hanno pagato l’obolo simbolico di salire sui barconi dei migranti senza fare la fatica di unire i derelitti di ogni Paese. Hanno trascurato la Patria, che prima di essere un topos di destra è il luogo dove riposano le ossa dei padri, che la Costituzione impone il “sacro dovere” di difendere. Mentre il M5S capitalizzava la trasformazione della democrazia in oclocrazia (da oclos, folla), loro parlavano di classi, che – come dice Mario Tronti ne Il popolo perduto (Nutrimenti) - si sono sciolte e raggrumate nelle tre società dei garantiti, dei precari e degli esclusi (9 milioni di persone).

La coscienza di classe non esiste più e loro non l’hanno ricostruita; l’organicismo culturale non può penetrare una realtà pulviscolare. Non avendo una politica, non hanno il linguaggio relativo: “ruspa” e “prima gli italiani” sono subito comprensibili, a ogni livello sociale, e ciò che si comprende dà conforto e unisce.

La vera sinistra parla della vita vera: di lavoro dignitoso, abolizione delle nuove schiavitù, sanità gratuita, ospedali che funzionano, diritto alla casa e allo studio, diritto a vivere e lavorare in un ambiente salubre.

I leader della sinistra non dicono queste parole perché non parlano con le persone. In questo sono uguali a quelli del Pd, che almeno hanno trovato un filone per quanto smagliato di marketing politico (diritti civili, Erasmus, sogno europeo etc.). Fanno parte della società dei garantiti: sono in sostanza degli impiegati pubblici di buone letture; non hanno idea di cosa abbiano bisogno gli esclusi.

giovedì 30 maggio 2019

Pulizie di primavera



Ma guarda, che strano! Ha accettato subito le dimissioni del gaudente, a spese nostre, Rixi. Poteva provare a fare il Cazzaro, ricordandoci  le fregnacce tipiche del suo amico puttaniere (magistrati politici, garantismo, fino al terzo grado di giudizio etc.) magari con qualche felpa delle sue. E invece no! Ha chiuso subito il caso. Sapeva infatti che Conte sarebbe salito immediatamente al Quirinale per rassegnare le dimissioni, creandogli non pochi problemi. Ha abbozzato, perché chi sbaglia paga e va a casa. Capito Zinga?

Spregevole



Questa fucina di palle e fakes, che pur di uscire dall’oltretomba dove il popolo italiano lo ha giustamente relegato agguanta ogni cosa pur di farsi notare, anche pernacchie mediatiche come questa a cui non crede più nessun allocco, gli fa ‘na pippa a iene e condor. 
Chiariamo: è morta un adulto e di questo sono avvilito e mi dispiace tanto. Quello che vorrei portare in evidenza è la ricerca del pietismo lacrimevole alla D'Urso per dirci "guardate che esisto ancora!" 
Questo è spregevole. 

Glacialità


Isabella Conti sindaco di San Lazzaro, Bologna, ha vinto con l’80,9% la sua conferma a sindaco PD. Famosa per il suo no ai compagni cementiferi, quelle delle celeberrime cooperative, che avrebbero voluto costruire solo per il gusto, ed il malloppo, di farlo, creando l’ennesimo scempio pullulante di casermoni, non ha ricevuto nessuna telefonata dalla direzione del suo partito, neanche dal “Fegretario” nazionale. Il gelido silenzio è figlio della sua riottosità, del niet ai voleri degli allora “installatori di sepolcri imbiancati” capitanati da quel flaccido bamboccino per fortuna scomparso assieme ai suoi adepti che se da un lato approvò il classico scempio del mattone, dall’altro distrusse nobili e sani principi ritenuti sino a quel momento incrollabili. 
Solo persone come Isabella Conti potrebbero risanare l’azienda mescita di ideali, che solo per distinguo dall’amichetta fabbrica di mascalzonate diretta da un delinquente abituale, continuiamo a chiamare partito, e per di più democratico. Ma constando il glaciale trattamento a lei riservato, meditiamo ancora una volta di come le calende, gli orfini, i giullari, i fassini nei boschi, le madie piciernianti, abbiano desertificato beltà culturali, veri antipodi dell’attuale pensiero comune: una radical chic tracotanza intellettuale imperniante l’abbraccio mefitico e peripatetico col manigoldo. E ce ne dispiace.

Tentava ma non li trovava!



Si, in effetti lui lo sapeva far bene, anche se non poteva intrattenersi molto con loro, visto che non avevano né la barca, né il podere.

E ha detto tutto!


giovedì 30/05/2019
Viva i vinti

di Marco Travaglio

Dopo due giorni e due notti di commenti sull’apocalittica, catastrofica, epica, spettacolare disfatta dei 5Stelle, mi è improvvisamente passata la voglia di criticarli, sopraffatta da quella di difenderli. L’amore per la minoranza e possibilmente per la clandestinità me li ha pure fatti tornare simpatici: come agli inizi quando si arrabattavano nelle piazze con mezzi di fortuna a raccogliere firme contro la casta, il nucleare, la mafia, la corruzione e la privatizzazione dell’acqua; e come avevano smesso di essere quando avevano vinto le elezioni, erano andati al governo e si aggiravano da una tv all’altra in doppiopetto con l’arietta tronfia dei primini della classe. È stato l’altra sera, quando Dimartedì, per imperscrutabili motivi, ha messo in fila Calenda, Letta e Zingaretti, come se il Pd avesse preso il 100% dei voti. I tre parlavano come se fossero piovuti da Marte senz’aver mai governato, come se l’emergenza Italia fosse frutto di 12 mesi di governo giallo-verde e non di 25 anni di destra&sinistra.

Letta, quello che nel 2013 governò con Berlusconi e con lui abolì l’Imu sulle ville e le regge dei miliardari (uno scherzetto che ci costa ancora 4,5 miliardi l’anno), insegnava la coerenza a Di Maio che purtroppo frequenta cattive compagnie: “La legge è uguale per tutti”, sentenziava sul caso Diciotti-Salvini, lui che si era alleato non con un indagato, ma col re degli imputati e dei prescritti, e l’aveva implorato di restare a bordo anche da pregiudicato. Gli altri due fingevano di avere stravinto le Europee, dopo aver portato il Pd al nuovo minimo storico (111 mila voti persi rispetto al disastro renziano del 2018, senza contare il milione di elettori di LeU misteriosamente scomparsi dopo il ritorno all’ovile dem), le tre destre al massimo di tutti i tempi e la maggioranza giallo-verde altri due punti sopra. Tutti e tre spiegavano cosa bisognerebbe fare: cioè quel che il Pd si era sempre guardato dal fare. In compenso quel che avevano fatto e non avrebbero dovuto fare si dicevano prontissimi a rifarlo. Lì ho capito perché quel diavolo di Floris li aveva invitati: per esibirli perfidamente così come sono, nature; ricordare ai più smemorati perché un anno fa li avevano cacciati a pedate; e ammonirli in vista delle prossime Politiche: occhio che, a furia di fare gli schizzinosi, vi ribeccate questi qua. Altre due-tre puntate di TeleNazareno, e la rinascita dei 5Stelle è fatta. Più Calenda, Letta e Zinga ridevano senza spiegare che c’è da ridere dopo aver perso 5,2 milioni di voti e tutte le regioni tranne la Toscana, più montavano la simpatia e la riconoscenza per il bistrattatissimo Di Maio.

Il quale, con la sua Armata Brancaleone e i suoi errori, è riuscito in un anno a fare più leggi giuste (e per giunta di sinistra) del Pd in tutta la sua storia. Se anche i 5Stelle scomparissero domattina, avrebbero comunque il merito di aver regalato all’Italia l’anticorruzione, la bloccaprescrizione, il reddito di cittadinanza, il dl Dignità, la riforma del voto di scambio, lo stop al bavaglio sulle intercettazioni e alla svuotacarceri, l’abolizione dei vitalizi; di aver avviato il taglio del numero e degli stipendi dei parlamentari, il referendum propositivo col quorum abbassato, il salario minimo e la sospensione del Tav (salvo ripensamenti suicidi); di non aver rubato né truccato concorsi; di aver cacciato in due minuti il loro unico arrestato per corruzione e messo alla porta un sottosegretario leghista in flagrante conflitto d’interessi. È di questi meriti, e non dei molti demeriti, che lorsignori vorrebbero che i 5Stelle si pentissero. È per questi pregi, e non per i molti difetti, che il Pd ha sempre considerato i “grillini” degli intrusi, degli ultracorpi infettivi da tenere a distanza e da combattere strenuamente come mai aveva fatto con B. e mai farà con Salvini. Ed è per questo che ora la finta sinistra se la ride senz’aver nulla da ridere, dal profondo del suo abisso: perché pensa di ricominciare con Salvini (Dio glielo conservi) il comodo giochino dell’ultimo quarto di secolo, quando incassava voti gratis da chi non l’avrebbe mai votata agitando lo spauracchio del Caimano il giorno del voto, salvo poi inciuciarci fino alle urne seguenti.

È l’eterno teatrino destra-sinistra, buono per fregare gli elettori, che sogna chi vede un “ritorno al bipolarismo” (destre al 49, Pd al 22,7, M5S al 17): il suo obiettivo non è sconfiggere Salvini, ma tenerselo stretto per annientare chi gli ha rotto il giocattolo del “siamo meno peggio degli altri”. Può darsi che la truffa funzioni di nuovo e che il M5S sia destinato a rapida estinzione. Ma può pure essere che, con una dirigenza collegiale, una gestione saggia dell’inevitabile rottura con Salvini, una traversata del deserto all’opposizione per riorganizzarsi sui territori e ritrovare l’identità smarrita, sopravviva o addirittura riviva. Se ci riuscirà, sarà un bene non solo per i grillini (dei quali ci importa ben poco), ma anche per l’Italia. Perché costringerà Salvini a mostrare ai suoi fan di cosa è capace come uomo di governo e il Pd a dire qualcosa di meglio che “votateci perché di là c’è il babau”. Di Maio, dopo il ko, è un pugile suonato. Ma resta il più bravo fra i suoi. Purché si liberi dei lacchè e dei miracolati pronti a tradirlo al primo inciampo. Si circondi di gente valida, cioè critica. E abbandoni le piazze virtuali (tv e sondaggi) per tornare in quelle vere. Se oggi sarà confermato capo politico dagli iscritti, nell’imbarazzante plebiscito con un solo candidato, non dovrà scambiarlo per una rivincita sulle urne, come fece Renzi con le primarie interne dopo la débâcle referendaria. Sei milioni di voti persi non si cancellano con qualche migliaio di clic. Ma sono recuperabili. Soprattutto i 4 milioni finiti nell’astensione. Che sono lì in attesa di un segnale chiaro. Possibilmente quello giusto.

mercoledì 29 maggio 2019

In effetti



L’importante è essere morigerati. E quando vuoi fare un presente affettuoso con i fiori, ne basta uno solo, per il pensiero. A meno che tu non voglia trasmettere l’intera Divina Commedia alla tua amata!