venerdì 19 aprile 2019

Parbleu!


Notre-Dame e le idee malsane di Macron
FRANCIA - IL PRESIDENTE ANNUNCIA PROGETTI ULTRAMODERNI DI RICOSTRUZIONE PER LASCIARE IL SUO SEGNO

di Tomaso Montanari

Tra i fumi tossici sprigionati dall’incendio delle carpenterie gotiche e neogotiche di Notre-Dame c’è anche quello che intossica e uccide l’idea stessa di Stato, di collettività, di interesse pubblico. Come in un’Italia qualsiasi, anche in Francia lo Stato è ormai evaporato, preso com’è tra due fuochi.

Da una parte il potere smisurato dei capitali privati. I signori della moda e del lusso sono accorsi al rogo: per aiutare, dicevano. Per legittimare, invece, anche sul piano simbolico e dell’immaginario collettivo un potere economico e politico che surclassa in misura quasi grottesca quello dello Stato. Sul sagrato di Notre-Dame, mentre ancora infuriano le fiamme, il presidente della Repubblica indice una questua: lo Stato pezzente, col cappello in mano, si prostra in diretta mondiale. Contemporaneamente, i paperoni che evadono per miliardi di euro gettano i loro soldi nel cappello, addossando allo Stato stesso (attraverso la defiscalizzazione) buona parte del costo di questa ‘beneficenza’. Così è compiuto il ritorno all’antico regime: la vita o la morte del patrimonio dipende dalla graziosa benevolenza del signore feudale, che alza o abbassa il pollice decidendo cosa si salva e cosa perisce. E così lo Stato esce anche dall’immaginario: e il patrimonio di tutti torna a legittimare il potere di pochi, come prima del 1789. Dall’altra parte, lo Stato è umiliato dall’indegno ceto politico che occupa i suoi stessi vertici. Innanzitutto, attraverso il criminoso definanziamento della tutela: in queste ore il Canard Enchaîné ha rivelato che il governo ha assegnato, per il 2019, alla manutenzione di ciascuno dei suoi monumenti (tra cui 86 cattedrali) meno di 100.000 euro: 18 milioni in tutto, una ridicola miseria.

Ma non è solo un peccato di omissione: bensì anche di parole, e di opere. “Non passa giorno dopo l’incendio di Notre-Dame senza che il presidente della Repubblica e il suo governo non ci gratifichino di annunci uno più scandaloso dell’altro”: così ha scritto Didier Rykner, il direttore della benemerita Tribune de l’Art, che da anni denuncia le colpe della politica nella decadenza del patrimonio culturale francese. Nella fattispecie, Emmanuel Macron ha pensato bene di annunciare un concorso internazionale per la ricostruzione della Flèche, la guglia inghiottita dalle fiamme in diretta mondiale. Notando che “non era originale”, Macron pensa di far riprogettare un ‘segno’ ultramoderno a un Renzo Piano o a un Frank Gehry. Una convinzione che galleggia su un oceano di brutale ignoranza: la Francia, come tutti i Paesi civili, ha sottoscritto la Carta di Venezia che regola il restauro architettonico vietando ogni ‘eugenetica dei monumenti’: non si può ‘debarocchizzare’ una chiesa romanica, o eliminare le parti ottocentesche di una chiesa gotica. Non si può perché i monumenti sono corpi vivi, accresciutisi lentamente grazie all’apporto di generazioni e generazioni: sono il risultato di una storia da leggere e da amare. Una storia che non si può cancellare come prova a fare sui nostri poveri corpi la chirurgia estetica: peraltro con risultati in generale terrificanti. Macron ignora tutto questo, e si comporta anche lui come un sovrano dell’antico regime: calpestando competenze tecniche, saperi, leggi e trattati. Vuole evidentemente imitare Mitterrand (senza la cultura di Mitterrand) e lasciare il suo segno sul volto di Parigi, approfittando dell’incendio. Questo misto di ignoranza e arroganza, quest’uso spregiudicato del patrimonio culturale, questa ostentata retorica della bellezza unita a un’attiva distruzione del sistema di tutela ricorda da vicino lo stile del clone italico di Macron: Matteo Renzi, che ha puntualmente pubblicato sul Foglio una incomprensibile, esilarante supercazzola retorica sulla bellezza di Notre-Dame. Come Macron anche lui, che voleva un referendum sulla costruzione della facciata michelangiolesca di San Lorenzo a Firenze e faceva trapanare gli affreschi di Vasari per trovarsi a tu per tu con un Leonardo inesistente, sa bene che il patrimonio può essere una efficacissima arma di distrazione di massa. Con o senza incendi.

giovedì 18 aprile 2019

Interessante e meditativo


Articolo molto, molto interessante.

giovedì 18/04/2019
L’ANALISI
Frustrazione, bulli e fake: 2019, prima fuga dai social
CONDANNATI - QUESTE PIATTAFORME SONO “UN GRANDE MIRAGGIO” AL QUALE REGALIAMO PORZIONI SEMPRE PIÙ ESTESE DI CERVELLO E DI LIBERO ARBITRIO

di Daniela Ranieri

I social network rendono possibile ciò che prima era impossibile. Questa asserzione, che fino a qualche tempo fa avremmo accolto con l’ottimismo compiaciuto che si riserva alle grandi invenzioni, sta svelando tutte le sue implicazioni terribili. Il “prima” è il tempo della vita analogica, quando per ritrovare un vecchio amico di scuola (uno degli intenti di Facebook ai suoi esordi) era necessario consultare elenchi telefonici e percorrere chilometri, investire tempo, denaro e aspettative nel conseguimento di un obiettivo sociale. Oggi, alfabetizzati da tante ore di pratica sottratte proprio a quella vita e a quella socialità, cominciamo a vedere le crepe di questo prodigio.

Grazie anche ai pentimenti di persone che quel dispositivo hanno contribuito a inventarlo, è ormai chiaro che su Facebook è possibile la compresenza di diverse opzioni relazionali: si può fare amicizia, oppure inventarsi un’identità fittizia per nuocere a qualcuno, diffamarlo o spiarlo, inscenare omicidi e suicidi, bullizzare e adescare adolescenti, fare attentati in tempo reale, esporre alla gogna persone riprese nella loro vita privata. Grazie al nostro consenso ai termini d’uso, Facebook può fare ciò che a qualunque azienda o multinazionale era prima impedito dalla tutela della dignità umana e dai diritti dei consumatori e dei lavoratori: detenere il controllo fisico e neurobiologico dei suoi clienti trasformati in schiavi felici, garruli, geo-localizzati e gonfi di dopamina.

I “mi piace” e il numero di follower agiscono da fattori di rinforzo, cioè svolgono la stessa funzione dei biscottini-premio per i cani addestrati. Il progettista di Google Tristan Harris ha detto di aver disegnato la piattaforma sulla base del meccanismo psicologico delle “ricompense variabili intermittenti”: tirare la levetta della slot machine è una intermittenza tra la frustrazione della sconfitta e la ricompensa della vittoria.

A maggio del 2017 il New York Times ha intervistato uno dei fondatori di Twitter, Evan Williams, “l’uomo che ha aperto il vaso di Pandora”. Williams dice: “Credo che Internet si sia rotto”. Su Facebook si trasmettono omicidi in diretta, Twitter è invasa dai troll (profili veri e finti dediti alla provocazione), le fake news e le molestie sessuali pullulano nel loro brodo d’elezione.

Dunque l’umanità è vittima di un’ambizione faustiana irreversibile, di un’eterogenesi di fini stabiliti dal Capitale, e ora non sa più gestire il potere che pensa di aver acquisito in cambio della sua anima? Forse è persino peggio di così. L’esperto di reti Jaron Lanier, già autore de La dignità ai tempi di Internet, nel recente Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (Il Saggiatore) definisce i social “un grande miraggio” al quale regaliamo porzioni sempre più estese di cervello e di libero arbitrio. La “macchina della fregatura” mina la verità, toglie significato ai concetti alti (le “legioni di imbecilli” di Umberto Eco oggi godono davvero della stessa risonanza di un premio Nobel), distrugge la capacità di provare empatia inducendo torpore mentale e abituando a nefandezze, corrompe la democrazia mentre proclama di incoraggiarla.

Nella postdemocrazia, l’attenzione maggiore la ottengono non i contenuti ragionati, ma quelli a più alto tasso di emotività: accuse, denigrazioni, messaggi crudeli e paranoici. La politica in crisi di visione gode di riflesso di questa luce sinistra. Il whistleblower che ha rivelato all’Observer il ruolo della società Cambridge Analytica nel raccogliere i dati di 50 milioni di profili Facebook in occasione delle presidenziali Usa del 2016, ha ammesso di aver “mirato ai demoni interiori” delle persone. Il dissenso svanisce dentro un auto-obliterante pulviscolo carico di risentimento.

Spesso sono gli stessi i politici a aizzare i loro sostenitori contro i giornalisti, pubblicando passaggi decontestualizzati di articoli critici, che nessuno legge fino in fondo perché richiedono attenzione e perché sono a pagamento, e lasciando poi che le opposte fazioni si scannino tra loro. La popolarità di un politico si gonfia con gli strumenti del marketing applicati a una logica tribale: fidelizzazione, finta familiarità, coesione in caso di attacchi esterni.

Al contrario di quel che pensavano gli intellettuali integrati, a risentirne è anche la capacità linguistica. Trasformati in macchine di mera analisi del contenuto, ci abituiamo a usare solo il primo livello delle parole, quello denotativo e letterale, per evitare di essere fraintesi o sottoposti a fact-checking. Legioni di censori sotto botta dopaminica fanno partire shitstorm (letteralmente: tempeste di merda) contro autori di frasi che richiedono abilità di secondo livello, fraintese nel loro livello connotativo, spesso ironico, antifrastico o iperbolico. La precauzione si trasforma in autocensura per evitare grane (“Il mondo cade nelle mani della gente più rozza, egoista e meno informata. E chi non è stronzo fa la fine peggiore”, scrive Lanier). È un prodromo della società del controllo, dove ogni dominato aspira a diventare dominatore, delatore, carnefice.

Lo stress continuo a cui ci si sottopone toglie lucidità e stimola reazioni bellicose o ripugnanti (delle dieci ragioni di Lanier, la terza è: “I social media ti stanno facendo diventare uno stronzo”). Senza accorgercene, abbiamo lasciato che un disturbo ossessivo-compulsivo diventasse placidamente parte della nostra normalità e che i bisogni indotti da questi strumenti entrassero nella nostra economia psicofisica.

La presenza sui social è un classico caso di dilemma del prigioniero. Essere visibili, localizzabili, targetizzabili è, contro ogni ragionevolezza, la condizione per esistere. Cancellarsi dai social (l’invito è stato diffuso con la campagna #DeleteFacebook anche da Brian Acton, co-fondatore di WhatsApp, che ha poi venduto a Mark Zuckerberg per 19 milioni di dollari) è un atto politico (si rifiuta di partecipare all’ingrasso di una macchina regressiva e negatrice dell’umano) e una misura di igiene mentale che sempre più persone stanno compiendo. Daniele Luttazzi, osservatore acuto delle distorsioni della comunicazione digitale, ha scritto un articolo sul suo blog dal titolo I social network sono tossici, a cui ha fatto coerentemente seguire la cancellazione dei suoi account.

Nei Manoscritti economico-filosofici Marx consigliava di diffidare di qualunque dispositivo rendesse possibile l’impossibile (uno di questi è il denaro). I social non sono che la reincarnazione virtuale del denaro trasfigurato nella fregatura economica, linguistica e neurologica più riuscita della Storia.

Senti un po'!



mercoledì 17 aprile 2019

Dai mettiamocela!




Prima di tutto, leggetevi l'articolo di Marco Mensurati per Repubblica.

A dopo! 


«Mettetela dentro», assumete quella ragazza. Così aveva ordinato la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini ai suoi referenti della Sanità. E quelli, senza dire una sola parola, avevano obbedito.

Anche perché quella gara era già ampiamente truccata e una raccomandazione in più o una in meno, per loro, non faceva differenza. Poche cose possono spiegare meglio la vita quotidiana di certe amministrazioni pubbliche in Italia, come la cronaca del "concorso per quattro posti da assistente amministrativo di categoria C, riservato ai disabili", indetto dall' Azienda Ospedaliera di Perugia e ricostruito passo dopo passo dai pm che stanno indagando sulla sanità umbra. Il concorso, come detto, era truccato sin dall' inizio.

E la Marini lo sapeva perfettamente visto che non ha avuto problemi a chiedere in prima persona a Emilio Duca e Maurizio Valorosi (direttore generale e direttore amministrativo dell' Azienda) di far arrivare le domande dello scritto alla sua protetta, Anna Cataldi, la nuora di un ex funzionario storico (deceduto) della Lega Coop. «Mettetela dentro».


È il 10 maggio del 2018. Le domande vengono recapitate alla ragazza. Che però non è l' unica raccomandata di quel concorso. Duca lo spiega chiaramente a Rosi Francone, il presidente della commissione d' esame. «Cerqueglini e Pannacci (altri due candidati, ndr) sono roba di Bocci e Barberini», il segretario regionale del pd e l' assessore alla Sanità - entrambi ai domiciliari. Tifi, invece, è stato segnalato direttamente da Valorosi. Infine c' è la Cataldi. «La Presidente mi ha segnalato questa qui, sta Cataldi».

Allo scritto, la prima delle tre prove, le cose vanno male, però. Spiega la Franconi: «La Cataldi ha fatto una bella prova; ma ce ne è un' altra che sta andando molto molto bene». Meglio della Cataldi. L' "altra" si chiama Cristina Saccia e, per qualche giorno, sarà l' incubo di Duca & co, preoccupati di non poter, a causa sua, accontentare i voleri della Marini. «Se non riusciamo - si sfogherà Duca con un amico - m' ammazza».

Alla fine della prova pratica - la seconda in programma - il problema non è ancora risolto, la Saccia è ancora davanti alla Cataldi. Le pressioni sulla presidente Franconi aumentano e Duca cerca di rassicurarla: «Il concorso lo gestirà il sistema nel suo insieme e si cercherà di tutelare chi è dentro il sistema».

Il sistema cercherà di dare il suo meglio in occasione dell' esame orale, l' ultimo, il decisivo. La situazione è disperata anche perché la Franconi ha spiegato a Duca che c' è un altro problema. Oltre ad essere più brava della candidata della Marini, la Saccia ha un' altra "colpa": «è pure laureata». Mentre la Cataldi ha un diploma all' istituto tecnico commerciale. Duca e Valorosi pensano di assumerla in un altro concorso, «ma il problema - dice sconsolato Duca - è che non c' ha una raccomandazione».
La soluzione è quella di far arrivare ai quattro candidati «che devono vincere» le domande dell' esame orale. Alla Cataldi verranno inviate tramite Valentino Valentini, il consigliere politico della Presidente della Regione Umbria. A quel punto è tutto pronto. Così come ricapitola Duca a Valorosi: «Allora: alla Franconi ce sta una che l' ha segnalata la Marini e sta andando bene, poi c' è una che non è raccomandata da nessuno che però è brava e che però non c' è posto per metterla dentro, perché ci sono due persone di Bocci e quel Tifi».

La prova orale nonostante i raccomandati conoscessero le domande in anticipo, riesce ugualmente ad andare male. Lo spiega la stessa Franconi. Tira fuori dalla borsa un foglio con la graduatoria finale e comincia a raccontare: «Allora: Tifi se non lo fermavo mi raccontava tutto il diritto amministrativo». Ma Duca va di fretta, a lui interessa sapere della Cataldi, la donna della Marini, ne indica il nome sul foglietto che la Franconi ha messo sul tavolo. Franconi: «La Cataldi o si è emozionata o non ho capito bene che cosa sia successo (...) Le Cerquiglini però è stata brava. (...) Invece chi è andata abbastanza bene a sto orale è stata la Saccia Ma siccome c' è la Cataldi qua, io».

Il resto è tutto nel verbale n.4 della commissione esaminatrice. Al primo posto si piazza Tifi, al secondo Pannacci, al terzo Cerqueglini, al quarto la Cataldi. Il palazzo è servito. La Saccia, solo quinta. Questa la sua valutazione: «La candidata ha una sufficiente conoscenza e padronanza degli argomenti richiesti, una discreta capacità di analisi e professionalità». Nelle settimane successive, la donna decide di provare a fare ricorso e richiede l' accesso formale agli atti del concorso.

Duca e Valorosi si agitano moltissimo, di tutti quelli che hanno truccato - la procura gliene contesta otto - quello era senza dubbio il più delicato, l' unico che poteva condurre direttamente alla presidente della Regione. Occorre parlarle. Promettergli un concorso tutto per lei «Effettivamente osserva Valorosi - ci sono diciassette scoperture nelle categorie protette...».


Quindi la Cataldi, protetta, agevolata dall'ex governatrice dell'Umbria Catiuscia Marini, doveva passare a tutti i costi. Punto. 

Quello che è incredibile di questa vicenda è che si trattava di un concorso amministrativo di categoria C, riservato ai disabili.

Pertanto la signora Saccia ha palesemente subito una violenza. Per chi lotta strenuamente per la ricerca di una normalità infatti, il venir retrocessa, esclusa immeritatamente costituisce un'inaudita forma di violenza, un disprezzo alla propria persona. 

Per questo, e per altro, le parole pronunciate dall'ex, per fortuna, governatrice a mo' di ordine per inserire la protetta nella rosa di assunti, dovrebbe essere ritorta sulla sua squallida persona: 

"Mettetela dentro!"

Chapeau


mercoledì 17/04/2019
È arrivato il conto

di Marco Travaglio

Spiace per Nicola Zingaretti, che è appena arrivato alla segreteria del Pd e non ne ha certo selezionato la classe dirigente. Ma quello che sta accadendo con lo scandalo della (in)sanità in Umbria, il rinvio a giudizio della deputata Micaela Campana per falsa testimonianza su Mafia Capitale e la fine delle indagini sul governatore calabrese Oliverio & his friends è la resa dei conti finale di un equivoco durato troppo a lungo, dai tempi di Tangentopoli: quello della “diversità morale” del partito della sinistra. Una diversità che aveva una ragion d’essere ai tempi del vecchio Pci, più per l’onestà personale (indiscutibile) di Enrico Berlinguer che per la correttezza (molto opinabile) delle sue classi dirigenti. Mani Pulite dimostrò che il Pci-Pds era pienamente integrato nel sistema della corruzione. E fu solo per la tenuta stagna dei cassieri-faccendieri alla Primo Greganti se lo scandalo coinvolse solo dirigenti locali, quasi tutti dalla corrente filocraxiana che si faceva chiamare “migliorista” (e tutti chiamavano “pigliorista”). Infatti Greganti, in cambio del suo preziosissimo silenzio sugli anelli superiori della catena, fu sempre protetto dal partito, tant’è che ancora cinque anni fa faceva il bello e il cattivo tempo nel sistema degli appalti per l’Expo di Milano. Ma, nell’immaginario collettivo, anche se decine di ex Pci furono arrestati e condannati per tangenti, la sinistra riuscì a perpetuare la leggenda della sua diversità: un po’ perché i suoi rubavano perlopiù per il partito, senza lo scandalo supplementare degli arricchimenti personali; un po’ perché l’altro fronte era dominato prima dal Caf e poi dal campione mondiale dell’illegalità, Silvio B. che non temeva confronti.

Il centrosinistra s’impegnava allo spasimo per stargli appresso e tenere i suoi ritmi, ma non ce la faceva: e così, per 25 anni, è riuscito a gabellare da “mele marce” (in un cestino sano) e da “compagni che sbagliano” la miriade di amministratori locali e nazionali presi con le mani nel sacco. A ogni elezione l’appello al fronte comune anti-Caimano funzionava, almeno fra chi non fuggiva nell’astensione: il giorno del voto milioni di persone, imprecando e giurando che era l’ultima volta, accettavano di subire il ricatto e si turavano il naso sugli scandali del centrosinistra per non ritrovarsi nella Cloaca Maxima. Il bipolarismo penale fra berlusconiani e menopeggisti è durato fino al 2013, quando il sistema è diventato tripolare con l’avvento dei 5Stelle. Che proprio della questione morale facevano una delle loro bandiere. Infatti i due vecchi poli si misero insieme al seguito di Letta, Renzi e Gentiloni.

Prima direttamente con B., poi coi suoi cascami (alfanidi e verdiniani). Per la prima volta in 25 anni il centrosinistra che aveva sempre finto di opporsi a B., salvo poi chiedere i voti contro di lui e sopravvivere a se stesso grazie a lui, dimostrò quanto era simile a lui. Al punto da governare per cinque anni (e riformare la Costituzione e la legge elettorale) con lui o chi per lui. Così, alle elezioni del 2018, il ricatto “votateci o vince B.” smise di funzionare. Infatti il Pd si ritrovò a tifare espressamente per lui, in vista di nuove “larghe intese” contro il nuovo spaventapasseri creato ad arte per gabbare gli elettori più gonzi e trascinarli un’altra volta alle urne con gli occhi tappati e il naso turato: i “populisti”. Contro di loro si invocava un nuovo fronte comune senza andare troppo per il sottile, un’Union Sacrée per stomaci forti dal Pd a FI. Lo spauracchio funzionò all’incontrario: Pd e FI ai minimi storici, M5S e Lega ai massimi.

Finalmente liberi da tutti i ricatti (prima “votate Dc sennò vince il Pci”, poi “votate B. se no vincono i comunisti”, infine “votate Pd se no vince B.”), gli elettori hanno ritrovato la vista e l’olfatto, e si sono divisi secondo le proprie inclinazioni: uno strano e confuso movimento post-ideologico di centro, che però assorbe molte battaglie disertate dalla sinistra, cioè i 5Stelle; e una destra estrema, popolare, demagogica e xenofoba che si identifica fideisticamente in un capo rude e parolaio, ma empatico e abile a spacciare la vecchia Lega per una novità. Ed ecco questo governo Frankenstein che ha senso solo come espiazione di tutti i precedenti. Convinti di aver visto tutto il peggio possibile, gli elettori rifiutano i tentativi dei partiti sconfitti di ricondurli all’ovile con nuovi ricatti: tipo “votateci sennò torna il fascismo”, “votateci perché siamo competenti”, “votateci perché siamo cambiati”. Il fascismo era una cosa seria (purtroppo), la Lega è una mezza farsa. Di competenza se ne vedeva poca anche prima, altrimenti non saremmo da 30 anni sull’orlo della bancarotta. Quanto al cambiamento, be’, un pregiudicato mezzo rintronato di 82 anni che si ricandida in Europa parla da sé. E Zingaretti, col poco tempo che ha avuto dal congresso alle Europee, ha cambiato poco o nulla. E lo scandalo dell’Umbria, come se non bastassero quelli in Campania, in Basilicata, in Calabria ecc., sembra fatto apposta per fotografare un partito sopravvissuto a ogni “rottamazione” e rimasto fermo a Tangentopoli. Ma ormai nudo, senza più il trio Craxi-Forlani-Andreotti e la Banda B. a fare da schermo e da alibi. Le carte dell’inchiesta sui concorsi truccati nella sede del Pd umbro, sui disabili costretti a farsi raccomandare dal partito per non essere scavalcati da quelli con tessera e padrino, sui direttori generali di stretta osservanza che “se mi intercettano mi scoprono cinque reati all’ora”, richiederebbero ben altro che le giaculatorie di padre Zinga sulla “fiducia nei magistrati” e sul “senso di responsabilità della governatrice Marini” (che finalmente se n’è andata). Sennò la gente scuote il capo e, casomai si fosse riavvicinata al Pd, scappa a gambe levate.