venerdì 8 marzo 2019

Chapeau travagliato


venerdì 08/03/2019
Giocondo e Pantalone

di Marco Travaglio

Ieri, durante la conferenza stampa di Giuseppe Conte sul Tav, ho capito Lorella Cuccarini. Detta così, lo ammetto, è da perizia psichiatrica. Ma cerco di spiegare questo ennesimo pensiero che non condivido. La Cuccarini ha fatto una gaffe a Otto e mezzo, dicendo che in Italia non si votava da 10 anni. E tutti l’hanno sottolineata, con quel surplus di perfidia che è riservato a chiunque passi per “sovranista” (anche Landini e Zingaretti sbagliano qualche congiuntivo, ma non sono sovranisti e dunque vengono risparmiati). Ora, è indubitabile che in Italia si voti al massimo ogni cinque anni. Ma l’impressione che ha causato la gaffe della showgirl l’abbiamo avuta in tanti: che, cioè, dopo le elezioni del 2008 vinte per la terza e ultima volta da B., i governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni prescindessero dal nostro voto. O lo ribaltassero. O se ne fregassero proprio di noi elettori: non tanto per i premier “non eletti” (l’elezione diretta del premier qui non esiste), ma perché rappresentavano la minoranza degli italiani (estrogenata dal premio incostituzionale del Porcellum); e perché seguivano programmi opposti a quelli che i cittadini avevano votato. Per questo, fra l’altro, il governo Conte continua a godere di tanto consenso, malgrado i tanti errori, carenze, divisioni e qualche vergogna: perché rappresenta, dopo tanti anni, la maggioranza degli italiani. E perché dà mostra di non infischiarsene degli elettori.

Salvini è il cazzaro troglodita che è: ma passa le giornate a rivolgersi direttamente alla gente, col linguaggio della gente, sui problemi della gente (anche se le sue soluzioni sono xenofobe e/o propagandistiche). I 5Stelle sono l’armata Brancaleone che sono: ma parlano a persone vere e tentano, a volte con successo altre volte con pasticci, di risolverne i problemi. Anche se il governo cadesse domani e non ci tornassero mai più, i “grillini” dovranno vergognarsi di tante cose (dal voto sulla Diciotti a quello sull’illegittima difesa). Ma potranno andare orgogliosi di averle tentate tutte per fermare il Tav e ancor di più di aver avviato il più forte investimento contro la povertà, che nel primo giorno ha portato 60 mila cittadini in difficoltà a fare compostamente domanda alle Poste e ai Caf, sperando in un futuro finalmente dignitoso (tra le risate di una “sinistra” indecente, le previsioni di assalti ai forni di una stampa manigolda e le scomuniche di una Cei vergognosa). Dall’altra parte, basta leggere l’ultima intervista del figlio di babbo Tiziano al Corriere per capire l’abisso scavato da questa jattura ambulante fra la sinistra e il popolo.

Non contento dei danni fatti all’Italia e al suo partito, ora si congratula con se stesso per aver detto no a Di Maio e – parole sue – “distrutto i 5Stelle”. Veramente, al momento, ha distrutto il Pd. Ma, a voler seguire il suo delirio, i punti persi dal M5S nei sondaggi sono finiti tutti a Salvini, mentre i dem sono fermi al 18%: dunque il suo no ha raddoppiato la Lega. Se questo era il suo nuovo, mortifero obiettivo, chapeau: missione compiuta. Cercare nell’intervista un solo accenno all’interesse nazionale, al bene dell’Italia o almeno della sinistra, è sforzo vano: la gente non è un problema suo (è lui che è un problema per la gente).

A chi parlava, invece, Conte? Appena nominato premier, suscitò l’ilarità dei fini dicitori perché si definì “avvocato del popolo”. Ieri s’è capito cosa intendeva dire: anziché rifugiarsi nei meandri tecnici dell’analisi costi-benefici sul Tav, l’ha sminuzzata in parole semplici perché tutti capissero l’“interesse nazionale” e il “bene dei cittadini”. Non si rivolgeva ai giornalisti presenti in sala (fatica sprecata), ma ai cittadini che da trent’anni sentono parlare di questa nuova Grande Muraglia o Piramide di Cheope e non hanno idea di cosa sia, a che serva, quanto costi e chi la paghi. Parlava soprattutto agli elettori leghisti e pidini, che in buona fede han creduto alle imposture dei loro leader sulla grande occasione di sviluppo dell’immondo buco. E spiegava le ragioni per cui l’enorme spreco di denaro pubblico va fermato finché si è in tempo: l’opera è vecchia e superata; non c’è traffico merci sufficiente a giustificarla; non basta scavare buchi e stendere binari per trasferire le merci da gomma a rotaia, essendo più conveniente caricare i container sui Tir anziché fare su e giù fra Tir e treni; Italia, Francia e Ue butterebbero 15-20 miliardi (con le solite lievitazioni) per perderne 7-8. Poi – parlando ai “sovranisti”, se così vogliamo chiamare chi non ha scritto “Giocondo” in fronte – Conte ha ricordato che la Francia non ha stanziato un euro per il buco; e, anche se lo stanziasse, pagherebbe la metà dell’Italia per un tunnel che insiste per i due terzi in territorio francese. Un regalino a Parigi che dobbiamo a B.&Lunardi e ai successori fino a Renzi&Delrio, giustificato col fatto che la tratta di collegamento al buco costa più ai francesi che a noi: peccato che quelli non l’abbiano né iniziata, né finanziata, né progettata. E noi chi siamo? Pantalone che paga per tutti? Al posto di Salvini, ci preoccuperemmo più del linguaggio “populista” e “sovranista” di Conte, concorrenziale al suo e diretto alla sua base, e meno dell’eventuale blocco delle gare: per la prima volta un presidente del Consiglio ha fatto capire all’inclita e al colto (categoria, quest’ultima, che esclude il salviniano medio) che a bloccare il Tav ci guadagniamo tutti, tranne una piccola cricca di affaristi. In un Paese serio, gli autori dell’analisi costi-benefici verrebbero ringraziati per averci fatto risparmiare un sacco di soldi. Invece vengono sputacchiati da giornali e politici prezzolati che, non contenti di averci portati alla bancarotta, ora la vogliono pure fraudolenta.

giovedì 7 marzo 2019

Oltre ogni siepe



Il clima quaresimale, la fobia di andare in tribunale mi suggeriscono di rimanere nell'ortodossia democratica, pur guardando cotanta tracotanza. Questo ex-ex-ex assurto grazie ad una pletora di consenzienti alla ribalta mediatica e politica, da lui sempre amalgamati a causa del rigonfio di egoriferito, di ridondanza di sé che l'ha portato a primeggiare su balle a rinnovo, ossia rigonfiate ad ogni scadenza per alimentare la sua innata arsura di visibilità, non solo non è entrato in un sano e naturale anonimato ma continua imperterrito a ricercar consensi, plausi, carezze dovuta alla smania di apparire insostituibile. 
Guardate questo occhiello preso dal sito amico, per lui, di Repubblica. 
Verrebbe voglia di dirne tante al proposito, ma non si può. L'unica forza politica in grado di contrastare il malaffare, il sistema tecno-rapto-finanziario in auge nelle nostra lande da tempo immemore è attualmente annichilita, svilita, mortificata più per errori propri che per un'opposizione mai esistita. E questo Giullare si prende meriti non suoi, parla a vanvera senza alcunché di fondato, di cogitato. Grazie a lui abbiamo certamente visto svilire ideali, sogni d'equità, di decoroso e sano tentativo di riportare una parvenza di giustizia sociale. Gli anni del Ballismo invece hanno creato un solco ancora più marcato tra chi godendo di privilegi ha potuto usufruire di aiutini rignanesi, quali ad esempio l'innalzamento del livello di trasgressione fiscale oltre il quale dovrebbero scattare le sanzioni penali, cosa peraltro impossibile visto l'esiguo numero di carcerati per questa tipologia di reati. 
L'abolizione dell'articolo 18, il famigerato jobs act, l'elargizione di denari pubblici alle spelonche finanziarie che ancora chiamiamo banche. Le promesse, i convincimenti sparsi in aere in puro stile cazzo&campana, le rassicurazioni ai terremotati dell'Italia centrale ancor oggi rintanati in containers. 
Ma soprattutto l'abbraccio mefitico con il Delinquente Naturale, patto del nazareno incluso. Queste sono le pecche, le distruzioni attuate da questo Ripieno di Sé. 
Ed ora che apparentemente il distrutto partito da lui condotto dentro il baratro, cerca di cambiare strada, la sua presenza ingombrante quanto le parole sparate in piena libertà continuano a mietere tentativi di rinascita culturale, di avvistamento dei reali problemi del popolino, martoriato, scudisciato dai lustri tenebrosi del suo regno. 
Nel suo capovolto mondo il reddito di cittadinanza è una politica attentante la stabilità, il progresso, l'economia stessa. Capite il dramma? L'aiuto di stato verso coloro che non hanno più accesa nessuna luce di speranza, viene proiettato in tante menti d'allocchi come un pericolo, un inciampo, un freno verso il futuro radioso descritto da decenni come le fiabe narrate al focolare. E costui si prende il merito di aver ridicolizzato, triturato un movimento che, ripeto, ha si commesso cazzate senza decoro, ma almeno sta tentando di riportare la barra della socialità in ambito decoroso. Chiaro anche che i furbi pulluleranno, i soliti noti s'approprieranno di denari non loro. Fa parte del gioco, di come cioè per una volta qualcuno si è voltato indietro per curarsi di loro. E se questa attenzione deve sparire, personalmente non ci sto. E combatto i gruberiani, i gianninizzeri, i bbbotturiani sino a che sarò in grado di farlo. E a culo tutto il resto (cit.)   

Tav ed allocchi



Parole sante


giovedì 07/03/2019
Il treno di spade

di Marco Travaglio

Quando c’era da decidere sul gasdotto Tap, i 5Stelle erano contro e la Lega era pro: Conte fece il presidente del Consiglio e, in base all’analisi giuridica sui costi-benefici, decise che ormai i rischi di pagare i risarcimenti previsti dal trattato internazionale erano troppo alti. E decise il sì, per la gioia di Salvini e la figuraccia di Di Maio, Di Battista&C. che avevano promesso l’opposto. I 5Stelle, per disciplina di governo, ingoiarono il rospo e tutti i pesci in faccia made in Salento. Ora la scena si ripete sul Tav: M5S contro e Lega pro. E Conte rifà il presidente del Consiglio, analisi costi-benefici economica e giuridica alla mano: convoca i due litiganti con i rispettivi tecnici (Di Maio e Toninelli si portano il prof. Ramella, che ha steso l’analisi con Ponti e altri tre colleghi; Salvini si porta Siri, 1 anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta) e ascolta le eventuali obiezioni, finora sempre millantate ma mai messe nero su bianco dalla Lega, alle 80 pagine dei tecnici governativi. Poi decide: se questi verranno smentiti con dati attendibili, il Tav si farà; se no, non si farà e i bandi del costruttore italo-francese Telt andranno bloccati. Anche perché l’analisi del governo quantifica il mega-spreco di denaro pubblico (2,5 miliardi italiani, più 4,5-5,5 francesi ed europei) e chi non lo scongiura ne risponde patrimonialmente alla Corte dei conti per danno erariale.

A quel punto la Lega ha due sole opzioni: o si uniforma alle decisioni del suo premier per disciplina di governo, come i 5Stelle sul Tap, e accetta l’idea che un governo di coalizione non può restare paralizzato su ogni cosa dai veti incrociati, dunque ora cede un partner e ora cede l’altro; oppure sfiducia il suo premier e apre la crisi di governo. Così si capisce se Salvini è sincero, quando dice di voler governare per cinque anni e rifiuta le avance di B., oppure mente anche su quello. Quando firmò con Di Maio il Contratto, in cui il M5S aveva preteso di inserire l’impegno a “ridiscutere integralmente” il Tav, sapeva benissimo che quello per i suoi partner era un punto dirimente al pari dell’Anticorruzione e del Reddito di cittadinanza, come per lui il Dl Sicurezza e il Dl Legittima difesa. Quindi il redde rationem di oggi non è una sorpresa dell’ultima ora: è uno snodo prevedibile, anzi scontato, che tutti dovevano mettere in conto, specie dopo il voto pilotato degli iscritti M5S sul processo Diciotti. Con l’aggiunta della devastante analisi costi-benefici del governo e della mozione parlamentare approvata da 5Stelle e Lega il 19 febbraio che impegna l’esecutivo a “ridiscutere integralmente” il Tav.

Se sul Tav cadrà il governo, sarà perché l’ha voluto Salvini: e non per difendere l’opera, che non serve a nessuno, men che meno a lui, ma per scopi ben più inconfessabili, che è bene far emergere quanto prima. Così com’è stato un bene che emergesse il tradimento degli intellettuali e dei media, che sul buco del Tav hanno dato il peggio di sé, a rimorchio dei loro mandanti politico-affaristici, a colpi di fake news, ipocrisie, imposture e doppiopesismi. Le collezioni dell’Espresso pullulano di inchieste ferocissime sull’inutilità dell’opera, da quella di Tommaso Cerno nel 2013 (“I No Tav sono un intero popolo”, “Tre generazioni appese al destino di un treno da 300 km l’ora. Nonni, figli e nipoti in guerra contro un mostro d’acciaio… La Val Susa ha tutta l’aria di un’italica striscia di Gaza…”) a quella di Giovanni Tizian nel 2016 (“Tav, e intanto si spreca. Le talpe continuano stancamente a scavare. Ma nessuno crede più a un modello di ‘grande opera’ superato dai fatti. E dal buon senso”). Poi più nulla. Report di Milena Gabanelli, nel 2011, mandò un inviato in Val Susa a dimostrare l’inutilità del Tav per mancanza di merci: “Lo pagheranno – concluse Milena – i nostri figli disoccupati”. Poi, silenzio anche alla Rai.

Repubblica pubblicava le inchieste di Luca Rastello sulla grande bufala del Corridoio 5 Lisbona-Kiev (poi raccolte nel saggio Binario morto) e i commenti di Adriano Sofri sul “Partito Preso, cioè quello che dice ‘ormai non si può più tornare indietro’ e non spiega mai perché. Il Partito dell’Ormai. Il Tav è una nuova religione rivelata, fondata su un mistero sacro, calato dall’alto, quindi indimostrabile ma indiscutibile: il dogma dell’Immacolata Costruzione”. Ora Repubblica tifa Tav senza se e senza ma. Sempre nel 2012 ben 360 professori universitari e professionisti firmarono sul Sole 24 Ore l’appello di Marco Ponti e Sergio Ulgiati al governo Monti perché, dopo il no alle Olimpiadi di Roma 2020, fosse altrettanto coraggioso cancellando lo spreco ben più cospicuo del Tav, citando studi del Politecnico di Milano e di Oxford (“La peggiore infrastruttura è sempre quella che viene costruita”: studio delle previsioni sballate su 260 mega-infrastrutture trasportistiche in ben 20 nazioni). Poi, salvo rare eccezioni, tutti zitti. Nel 2013 persino Renzi, nel libro Oltre la rottamazione, definiva il Tav “investimento fuori scala e fuori tempo… iniziativa inutile… soldi impiegati male” e invitava lo Stato a “uscire dalla logica ciclopica delle grandi infrastrutture e concentrarsi sulla manutenzione delle scuole e delle strade”, anche per “creare posti di lavoro più stabili”. Ora è Sì Tav. Nel 2017, su lavoce.info, Carlo Cottarelli firmò un altro appello di Ponti con 41 professori del Politecnico di Milano contro il Tav perché “analisi indipendenti… mostrano flussi di traffico, attuali e prospettici, così modesti da poter escludere che sia opportuno realizzarla nella forma prevista”. Ora firma addirittura pseudo-analisi pro Tav. Nel 1927 Julien Benda scrisse un pamphlet sul Tradimento dei chierici, cioè degli intellettuali. Non aveva ancora visto all’opera i nostri chierichetti e i nostri sacrestani.

lunedì 4 marzo 2019

A caldo



Spero che nei resti di quel partito che avrebbe dovuto essere democratico, il nuovo segretario eletto ieri dal popolo, possa al più presto sterzare per ritornare in careggiata, e perché no, dare lo spunto ad un futuro voto da parte di chi ormai da tempo ha preferito far le valigie, evitando di rimanere invischiato dentro una cloaca di sotterfugi, di accordi, di prospettive più da società finanziaria che da partito di sinistra. 
Il Guappo è finalmente battuto, stracciato, messo all'angolo e con lui la sua pletora di osservanti, di flebili giunchi in balia del vento capriccioso ed incolore uscente da quelle corde vocali che per un lustro hanno cosparso il paese di fregnacce durante l'Era del Ballismo. 
Quello che Zingaretti a mio parere dovrebbe fare da subito è una mastodontica pulizia generazionale, una sfoltita sana e sapiente per accompagnare all'uscio i troppi mestieranti della politica, pullulanti nei pressi delle macerie post Bomba. Certo, levarsi di torno uno come Franceschini che in tempi non sospetti, magistralmente , ha lasciato la bagnarola rignanese per salire sul carro di Zingaretti, non sarà impresa facile. Se però nelle intenzioni del neo segretario troveremo realmente la volontà di una rifondazione globale, di una disinfestazione necessaria per eliminare i troppi ceppi arcoriani, allora forse risorgerà nel panorama italiano una sana, indefessa, autorevole forza democratica in grado di contrastare le gelide folate di fancazzismo razzista che stanno attraversando il paese, checché ne dica il Comico. 
E chissà che un giorno non ci si possa ritrovare, lontani e vaccinati da tutti coloro che hanno agito negli ultimi anni per soddisfare l'indecente arsura di potere e di visibilità, convinti com'erano di essere gli eletti dal fato, gli unici in grado di portarci ad un benessere in realtà solo concretizzatosi nel loro entourage. Gigliato e oramai maleodorante.

Originale Bartezzaghi


La banalità non è banale

di Stefano Bartezzaghi

Visto da vicino, niente è davvero banale, niente è davvero originale. Cosa c’è di meno solenne e più dimesso del saluto "buonasera"? Eppure persino questa formula così quotidiana ha dato qualche brivido.
Il 26 agosto del 1978, il cardinal Albino Luciani era stato eletto Papa e aveva appena scelto il nome di Giovanni Paolo quando si affacciò alla Loggia di San Pietro e pronunciò in latino la sua benedizione alla folla plaudente. Sembrò voler aggiungere qualcosa, ma gli tolsero il microfono perché, gli dissero, "non usava". Non fu così meno di due mesi dopo, il 16 ottobre, quando il cardinale Karol Wojtyla si affacciò alla stessa Loggia in veste papale e con il nome di Giovanni Paolo II. Rivolse alla folla il saluto "Sia lodato Gesù Cristo", a cui fece seguire l’apostrofe "Carissimi fratelli e sorelle" e quindi un breve discorso, divenuto celebre per la trovata del "Se mi sbaglio mi corigerete". Forse la novità di un Papa straniero convinse i cerimonieri della necessità di rassicurare subito i fedeli sulla sua padronanza della lingua italiana. Il successore di Wojtyla, Joseph Ratzinger, scelse il nome di Benedetto XVI e il 19 aprile del 2005 esordì con "Carissimi fratelli e sorelle". Jorge Mario Bergoglio si presentò come Francesco il 13 marzo del 2013 e disse "Buonasera". Da una benedizione formale in latino, a una formula liturgica, a un appello discorsivo sino al più ordinario dei saluti, quello che si rivolge in ascensore al vicino incontrato rincasando: vorrà dire che con Francesco persino il papato è diventato "banale"?
Accarezzavo già l’idea di dedicare uno studio particolare alla banalità ma la decisione definitiva arrivò quando lessi un tweet che accusava appunto papa Francesco di aver augurato la pace in Terrasanta in modo assolutamente non originale e di non essersi affatto impegnato per fare meglio. Ho pensato cioè che i social network costituiscono fra le altre cose l’ambiente in cui è possibile ritenere banale il Papa: quindi l’ambiente in cui è più interessante studiare la banalità contemporanea.
Non è molto probabile che a ispirare Bergoglio sia stato il Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, che dice che "l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale": eppure i paradossi fra norma e eccezione, trasgressione e conformismo, banalità e originalità sono noti da sempre e c’è tutta una letteratura al proposito. Non solo le sintesi esilaranti che Alberto Arbasino ha sempre fatto dei tipici complimenti da recensione amica ("straordinario, come sempre!"): si può arretrare sino a Giacomo Leopardi, che annotava "Quegli uomini che i francesi chiamano originali, non solamente non sono rari, ma sono tanto comuni che sto per dire che la cosa più rara nella società è di trovare un uomo che veramente non sia, come si dice, un originale". Il fatto è che odiare i luoghi comuni è a sua volta un luogo comune.
La parola "banalità", nel senso in cui la usiamo oggi, ha la stessa provenienza francese e la stessa età della speculare "originalità", due gemelle che giocano a scambiarsi di posto per confonderci le idee. Nascono entrambe con la società borghese, crescono assieme a romanticismo, giornalismo, surrealismo e avanguardie varie, rispondono al motto di Arthur Rimbaud su Il faut être absolument moderne puntualizzando, da parte loro, che "moderno" e "moda" hanno lo stesso etimo (da modo, in latino "or ora"). Non si può essere moderni senza aneliti di originalità.
Resta però il fatto che se voglio essere notato dalla vicina di casa devo salutarla in qualsiasi modo che non sia "buonasera" (a meno che non lo pronunci come in un ormai antico spot, dove " buonasera" diventava una cosa da ridere); se il Papa neoeletto dice "buonasera" è invece tutt’altro che banale. La prima cosa da capire è dunque che la banalità non è mai assoluta, come non lo è l’originalità ( e neppure, Rimbaud ci scuserà, la modernità): è sempre funzione della circostanza e anche di quella che in semiotica si chiama " enunciazione", cioè la relazione fra chi parla e chi ascolta.
" Banale" è il contenuto del " ban", il " bando", la novità che l’araldo rende pubblica a tutti, nel villaggio: ciò che è comune, il sapere condiviso che istituisce una società. Perché, allora, non può essere anche "originale", legato cioè alle fonti dell’identità comune? Il problema è che noi non diamo valore al risaputo, al già detto, alla verità attestata; perché la accettiamo la verità deve arrivarci da uno svelamento, da una smentita di una verità già nota. Il modello è: " Tutti dicono che (che Armstrong è stato sulla Luna, che è meglio vaccinare i figli, che la Terra è rotonda), ma a me non la si fa".
L’originale diventa così l’autentico (in etimo "ciò che è fatto da sé") e l’autentico coincide con il vero; ciò che sanno tutti è invece svalutato. Per le verità che ci terrebbero a essere oggettive, di conseguenza, sono tempi duri.
Oltre alla diffidenza che ispira ogni presupposto comune c’è anche il dato di fatto per cui nei social network ogni nostro intervento (ogni frase ma anche ogni singolo emoticon o like messo con un clic sull’icona del pollice levato) è inesorabilmente corredato dalle nostre impronte " digitali", nell’altro senso dell’aggettivo; cioè da nome e immagine dell’account. Potrei essere il massimo costituzionalista italiano e mai potrei dire: "L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Quello che ne esce è sempre, inesorabilmente: "Bartezzaghi dice che: ‘l’Italia’". L’oggettività è erosa già da principio e viene facile a quel punto confutare non l’enunciato ma l’enunciatore. Perché lo dici? Perché citi solo la prima parte dell’articolo? Perché citi l’articolo 1 e non, per esempio, il 3? Può capitare e capita sulla Costituzione, che è il fondamento della nostra vita sociale; può capitare e capita su tutto, con il corollario che non si riconosce più autorevolezza ad alcuno. Chi ha studiato una materia tutta la vita è un professorone; chi ha lavorato nel ramo è stato prezzolato; chi si oppone ai venti antivaccinisti, terrapiattisti ( e prossimamente, chi sa, asinovolisti) difende i privilegi di casta e non c’è verità " ufficiale" che non meriti qualche colpo d’ascia. Persino il Papa può risultarci banale e oggi non chiameremmo Giovanni XXIII "il Papa buono", ma "buonista".
Siamo dunque diventati tutti "originali"? Lo si può pensare solo non tenendo conto di ciò che Leopardi aveva già intuito e parodiato: quanto facilmente banalità e distinzione si scambino di posto e quanta forza l’ordinario eserciti sullo straordinario. Se prendiamo a esempio le polemiche filistee contro il " politicamente corretto" ( che in Italia non ha mai costituito quella cappa di conformismo poliziesco che si evoca fantasiosamente) vediamo che in tema di rapporti fra i sessi chi definisce banali e ipocriti gli scrupoli non fa che richiamare in servizio luoghi comuni anteriori e davvero insensati, come "l’uomo è cacciatore" e "la donna deve innanzitutto accudire la prole". Il discorso pubblico ritorna così alla "natura" ( dell’uomo, della donna, del bambino, degli italiani, dei francesi, dei settentrionali, dei meridionali, degli ebrei, dei musulmani, dei migranti, dei comunisti etc.), da dove la critica massmediologica e ideologica l’aveva scacciato, a partire dal primo Roland Barthes negli anni Cinquanta e dal primo Umberto Eco nei Sessanta. Oggi chi si scaglia contro le banalità si trova a rivalutare come originali asserzioni equivalenti ai blasoni popolari, del genere " i liguri sono avari", " l’arabo è infido", " torinesi falsi e cortesi", " vicentini, magna- gati". Grattando la superficie della banalità si precipita negli abissi del sapere tradizionale.
Tra l’ammirazione obbligatoria e rituale per il capolavoro di Sergej Michajlovi? Ejzenštejn e " La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca" di Fantozzi rag. Ugo il luogo comune vigente è il secondo e lo resta ancora, oggi quando certo non ha più alcun potere dissacrante. Il rimedio sarebbe allora quello di non rendere sacra né La corazzata Potëmkin né la sua stessa dissacrazione, ma chi ci darà tutta la laica saggezza che sarebbe necessaria a tanto?
Forse era meglio quando si riteneva che la gente fosse ingenua e quindi credulona e si esortava a diffidare. Ora le credenze infondate e stravaganti sono conseguenza non dell’ingenuità ma proprio di una malizia diffidente mal attrezzata. Sulla scena pubblica, neppure tanto nuova, dei social network la competenza dei sapienti (che se ne stanno accorgendo, e a proprie spese) appare nei panni della sufficienza.
Gli hashtag di oggi, gli slogan innovativi invecchieranno presto e mostreranno le corde della loro stessa banalità. Ma i paradossi del senso comune insegnano alla logica che essa non è sufficiente a scongiurarli. Quale fondamento dare a una nuova credibilità del discorso del sapere è la vera questione.

Sarà appunto banale dirlo, ma occorre innanzitutto neutralizzare l’anatema con cui bolliamo come negativa la banalità. Pensiamoci, la prossima volta che qualcuno ci dice "buonasera" pur senza essere papa.