domenica 7 ottobre 2018

Travagliato


domenica 07/10/2018
Abolition Man

di Marco Travaglio

Come volevasi dimostrare, il pregiudizio universale che accompagna il governo Conte da prim’ancora che nascesse sta diventando un gigantesco e comodissimo alibi per tutte le boiate che fanno e le fesserie che dicono i ministri giallo-verdi. I quali, non potendone dare la colpa alle opposizioni (per manifesta inesistenza delle medesime), hanno buon gioco ad addossarla ai poteri forti, veri o presunti, italiani e internazionali, e ai loro house organ. Prendiamo il reddito di cittadinanza: abbiamo sempre scritto che è una misura sacrosanta per ridurre la povertà, contrastare e far emergere il lavoro nero (se mai i centri per l’impiego funzioneranno), regalare un pizzico di dignità a milioni di persone dimenticate dallo Stato e dagli uomini, forse – si spera – stimolare i consumi. Onore al merito dei 5Stelle che, riempiendo il vuoto lasciato da una sinistra per soli ricchi, l’hanno prima proposto e ora imposto contro tutto e contro tutti. Ma che bisogno c’era di dire – come ha fatto Luigi Di Maio a Porta a Porta il 25 settembre – “noi con questa manovra di bilancio, in maniera decisa, avremo abolito la povertà”? Già è imprudente vendersi una legge prima che sia approvata dalle Camere, firmata dal Colle e stampata sulla Gazzetta Ufficiale (e il reddito non entrerà in vigore neppure col Def, ma con una norma che nessuno ha letto né scritto). Ma promettere effetti iperbolici di una legge che ancora non c’è è proprio da incoscienti.

La povertà non si potrebbe dire abolita neppure se si avverasse l’utopia pentastellata di distribuire 780 euro al mese a tutti e 6 i milioni di poveri assoluti. E questo, al momento, rimane un sogno, a meno che con la povertà non sia stata abolita anche l’aritmetica: 780 per 6 milioni per 12 mesi fa 56 miliardi e rotti all’anno, e al momento ne sono previsti 10. Un bel progresso, rispetto ai 2 scarsi del reddito di inclusione del centrosinistra. Ma pur sempre insufficienti per coprire l’intera platea degli “incapienti”. Basta dirlo: ci stiamo provando, ma dobbiamo andare per gradi. La verità, alla lunga, paga sempre. Specie dopo 20 anni di overdose di balle, da B. a Renzi, che hanno vaccinato gli italiani contro la creduloneria di lunga durata. Invece Di Maio si affaccia al balconcino, poi annuncia l’abolizione della povertà (fra l’altro da Vespa, dove i cazzari giocano in casa dal Contratto con gl’Italiani in poi), infine corre dietro alla propaganda mainstream e si incasina ad annunciare antidoti inverosimili contro i truffatori che intascano il reddito senz’averne diritto (“sei anni di carcere!”: figuriamoci, in Italia non si danno manco per associazione mafiosa).

O lo butteranno in spese voluttuarie (“niente acquisti immorali!”: come se la Finanza, in un Paese con 10 milioni di evasori, potesse controllare se uno compra alla coop o da Unieuro, se beve brunello o tavernello). Il risultato è che una misura seria e giusta affoga nel ridicolo. E con lei chi l’ha voluta. Infatti il web, cioè il bar sport 2.0, già pullula di sberleffi come #dimaioabolisce. Fra annunci e realtà, al momento risulterebbero aboliti, oltre alla povertà (e dunque alla Caritas), nell’ordine: i congiuntivi e gli spot al gioco d’azzardo (per davvero), i vitalizi (per davvero, ma solo alla Camera), le auto blu (per finta), 400 leggi inutili, le Province e gli altri sprechi (a parole), il redditometro, lo spesometro e le accise (a chiacchiere, come Renzi col celebre “cucù” a Equitalia), la Fornero (vasto programma: per ora, forse, si va a quota 100), l’Ordine dei giornalisti (magari), il Jobs Act e il precariato (appena solleticati dal dl Dignità), la corruzione (almeno stando alla legge-slogan “spazza-corrotti”), la prescrizione (non pervenuta nello spazza-corrotti medesimo), i tecnici-pezzi di merda del Mef (almeno nei messaggi vocali di Casalino), il lavoro domenicale (vedremo) e addirittura i morti per incidenti stradali “entro il 2050” (per i feriti si vedrà).

Ma, siccome l’appetito vien mangiando, fioccano richieste per altre urgentissime abolizioni: le doppie punte, gli inestetismi della cellulite, “quella pippa di Di Francesco” (istanza di un romanista deluso), il fuorigioco (con incorporato reddito di cittadinanza ai guardalinee disoccupati), il ciclo mestruale (almeno) nei mesi caldi, i semi nel cocomero e nell’uva, le zanzare, i risvolti dei pantaloni, le mezze stagioni, la fame e le guerre nel mondo (a Miss Italia lo si chiede da anni, invano), le calorie, il colesterolo, il reflusso gastrico, le allergie e le intolleranze alimentari, i principi della termodinamica, la legge di gravità, i sandali coi calzini (soprattutto bianchi, i calzini), il tartaro e la placca, la pizza all’ananas, la cena coi parenti a Natale, i peli e la barba, il cerume, la forfora, gli aggiornamenti di Windows, le richieste di autorizzazione ai pop-up, gli ingorghi, la fila alle Poste, i vecchi che guidano col cappello, le promozioni di Poltrone e Sofà. I divani invece sono aboliti d’ufficio per impedire ai fannulloni di sdraiarcisi e contemporaneamente percepire il reddito. Alla lista ci permettiamo di aggiungere: i semafori rossi, gli autovelox, i tutor autostradali, il jet lag e le cimici verdi puzzolenti. Altre richieste le ha già anticipate in tempi non sospetti Cetto La Qualunque: “Aboliremo le bollette di gas e luce, daremo mille euro a persona e cchiù pilu per tutti. Poi abrogheremo l’Ici!… Ah, è già stata abolita? E noi la aboliremo di nuovo: abolita due volte!”. Altre ancora riempiono una strofa de L’anno che verrà di Dalla: “Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gli uccelli faranno ritorno”. E una de La cura di Battiato: “Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare…”. Manca qualcosa? Ah, sì: fra un’abolizione e l’altra, non guasterebbero quelle dei balconi e dei condoni.

Un saluto



Ora Barcelona si potrà celestialmente riproporre! Adéu Montserrat!

sabato 6 ottobre 2018

Scanzi


La dura vita del Gufo sotto il Salvimaio

di Andrea Scanzi 

Assai dura la vita del Gufo al tempo del Salvimaio: tutto il giorno speso a sperare che il governo attuale sbagli e sfasci qualcosa. Per uno dei molti contrappassi cari alla storia, i gufi più indemoniati sono i renziani, ovvero quelli che tra 2014 e 2016 accusavano chiunque non fosse dalla loro parte di “gufare”. Ora tutto si è rovesciato in maniera ancor più tragicomica, perché quando ci sono di mezzo i turborenziani puoi star certo che tutto acquisirà i connotati della mestizia. Esser Gufi non è facile.
Per avere l’autorizzazione dall’Università del Popcorn, fondata dalla Diversamente Lince del Valdarno il 5 marzo all’indomani del suo ennesimo rovescio, occorre rispettare regole assai rigide. In primo luogo, tutti gli aspiranti Gufi devono sottoscrivere la “Popcorn Strategy”, varata come noto dal Tondo di Rignano, secondo la quale il Pd doveva chiamarsi fuori e sperare che Salvini e Di Maio sfasciassero l’Italia (cioè il nostro e suo paese). Tale teoria, geniale come ogni cosa partorita dal Tragedia, sta dando grandi frutti: la Lega veleggia al 32%, i 5 Stelle stanno attorno al 30 e le spoglie mortali del Pd franano al 15. Daje Matteo. Una volta sottoscritta la Popcorn Strategy, ogni Gufo deve eccellere in svariate discipline. 

1. “Elogio dello Spread Apocalittico”. Il Gufo deve tifare affinché lo spread schizzi alle stelle e consegni tutti noi alla povertà. In questo modo i Gufi, tra mille anni, potranno tornare al potere. E brindare ilari sulle macerie del nostro scontento. 

2. “Non avrai altra Agenzia di Rating all’infuori della mia”. Disciplina simile alla precedente. Consiste nello sperare che le agenzie di rating dicano che Salvini ha l’alitosi e Di Maio da bambino picchiava (peraltro giustamente) Sibilia all’asilo. Ovviamente nessun Gufo sa bene cosa diavolo siano ‘ste “agenzie di rating”, ma chi se ne frega. 

3. “Regola un whisky a Juncker”. La speranza è che, tra uno shottino e l’altro, Juncker la spari grossa sul Salvimaio e magari – prima del fatal riflusso esofageo – dichiari che Renzi gli piace quasi come il sentore di torba nel Caol Ila. 

4. “Sfrutta il migrante per raccattare mezzo voto”. Quando erano al potere, i (non ancora) Gufi erano consci di come l’unico bravo del loro lotto fosse Minniti, che però aveva politiche assai poco di sinistra. Ora che la linea è più o meno la stessa ma la casacca è diversa, ci si riscopre tutti buoni e accoglienti. E se per caso un migrante muore, anche se lontano dalle coste italiane, vien sempre bene per ripetere che Di Maio è Mengele e Salvini prima di dormire legge ad alta voce il Mein Kampf alla Isoardi. 

5. “Spera in una cazzata al giorno di Toninelli”. Questa è la disciplina più facile. Toninelli is the new Nardella. 

6. “Credi nel culto di Moscovici”. Ogni Gufo deve avere il poster in camera di questo simpatico ometto che, da mesi, ci insegna a vivere ricordandoci quanto i francesi sian belli e noi stronzi. Moscovici potrebbe peraltro essere un ottimo candidato per la segreteria del Pd: uno scontro finale contro Calenda sarebbe certo paragonabile a Gozilla contro Stocazzo. 

7. “Renzi alle Isole Tonga”. Tale disciplina prevede che i Gufi più ardimentosi sperino che il Tragedia stia zitto per 47 anni e magari nel frattempo si autoesili alle Isole Tonga. Per non far danni. Essendo una disciplina troppo intelligente, per ora è illegale. 

8. “Dacci oggi un altro ponte quotidiano”. La speranza dei Gufi è che il Salvimaio si impantani sulla ricostruzione del Ponte di Genova.


Certo, sarebbe un dramma per sfollati, città e Paese intero, ma non importa: per un punto percentuale in più, il Gufo farebbe di tutto. Anche veder affondare il proprio Paese. Per poi andare da Fazio e cinguettare sorridendo: “Visto? Io l’avevo detto!”.

Quella linea sottile


Ci passavo, e ci passo, davanti ogni giorno alla struttura ospedaliera della mia città, oramai pregna di sapore desueto, che entro mille anni sostituiremo con una più nuova e figlia del pressappochismo da politiche lucrose, senza guardarla né soffermarvici mentalmente quasi mai riguardo all'effusione di dolore che, come tutti i nosocomi, essa emana nell'etere attorno, insensibile per comoda abitudine ed inerme sino a quando un dardo scagliato da destino e casualità, centra il proprio cuore. 
E allora, e mi è successo, scavalchi quella sottile linea tra la normalità e l'ansia di riportarvici i cari appena possibile, sfanculando letti e cateteri.
Ed il mondo che appare con l'intreccio di vite, di storie, di occhi, di passi furenti o accelerati, l'ansia del giorno nuovo, il rifiuto delle leggi biologiche universali, risveglia bruscamente dalle convinzioni post fiabe tramandate dagli avi, in cui si legge che la regola scritta da chissà chi, vorrebbe che tutti, ma proprio tutti quaggiù, stessimo bene per secoli, paciosi e festanti. 
La linea sottile scavalcata invece ti scrolla parvenze di benessere generalizzato, immettendoti dentro ad un girone composto di attese, di meditazioni, di chiacchiericci con camici bianchi deambulanti, di sale gremite ed attente all'apertura, sempre ritardata, di porte immettenti in reparti, irti di segnali inquietanti, di persone sparite dai letti con annessi dubbi e domande sulla loro sorte, di nuovi arrivi annunciati da voci vacue tipo "oggi tocca a lui!" di questa roulette indegna ed irritante sempre in movimento, sempre funzionante, sempre scegliente nuovi candidati a quella attesa dolorosa chiamata degenza. 
Si, attesa: il paziente attende: l'alba, la colazione, la visita medica, i parenti, il pasto, il nuovo esame, la cena-merenda, la notte, la solitudine, la nuova alba. 
Tutto è attesa, tutto attende. 
Umoralmente cerco forze annaffianti il buonumore, la satira, la speranza, indirizzandomi al sogghigno per non afflosciarmi totalmente. Per questo riporto le rincorse alla sfiga ascoltate in sala d'attesa, lo srotolamento di fratture, operazioni, analisi, visite, ricoveri che alcuni presentano a voce alta per primeggiare, giganteggiando, nella speciale classifica "top sventura", oppure il vassoio del pasto, quel semolino indegno persino a capre ed asini, con tutto il rispetto, al sapore misterioso di salsiccia. 
E le traiettorie di medici ed infermieri nel reparto, i loro sguardi, il trascinamento per abitudine, a volte insofferenti, nella gestualità ordinaria, le risposte come da copione, la speranza svenduta a fette a tutti per non innescare stordimento da fine, la mancanza palpabile di una direzione che formatti le anomalie già dette, l'arrivo del meriggio annunciatore di un'altra notte, di un altro distacco da chi, amorevolmente, è faro, custodia, sigillo di raccolte di ricordi, legaccio di fascine d'emozioni, baluardo contro lo sperdersi nel buio gelato della malevola indifferenza.            

venerdì 5 ottobre 2018

Semplicemente m'inchino



Una mamma scrive a Repubblica: "Ai miei figli malati offro il dono della vita qui e ora"

Caro direttore, chi sta combattendo la sua battaglia per la vita merita rispetto. Se non siete capaci di starvene in silenzio, allora riflettete, pensate, e poi tacete per sempre. Anche se la stessa battaglia l’avete combattuta e persa, o se l’avete vinta con altre armi, non avete un contratto in esclusiva che indichi i punti cardinali del sopravvivere. Chi siete? Tutti lì a ricordare a una giovane donna, imperdonabilmente bella, brava e famosa, che lei ha il cancro. Tutti a ripetere, come in un film di Troisi, di ricordarsi che forse morirà. Qualcuno spingendosi oltre e passando ad augurarle questa fine.

Perché il cancro è un dono. È un dono, avete letto. E questo vi ha fatto imbestialire. E a dirlo, poi, una sciacquetta famosa curata sicuramente in qualche clinica privata. Il sottotesto non vi interessa.

La strada faticosa per arrivare a quella frase non vi interessa. Il lavoro messo in campo dal cervello per garantirsi una sopravvivenza non vi interessa. Siete incazzati. Mi spiace Per lei non per voi. Avete perso. Avete perso persone care e con loro la vostra anima. Mio figlio, Bruno 6 anni, ha il cancro. Al cervello. Medulloblastoma si chiama. Un nome indegno di essere pronunciato. Era il mio unico figlio sano. Sì. Ho una bimba più grande, Sofia, Sindrome di rett. Un destino infame.

Ho desiderato morire. Ma ora devo vivere. Come Nadia Toffa. E per vivere, e per lottare, e per sperare, devo trovare il bello.Devo dare a tutto questo un vestito che non sa di morte ma di vita. Allora tutto il mio dolore devo, è un dovere, trasformarlo in possibilità. Ed eccolo il dono che tanto vi ha mortificati. Il dono non è il cancro, il dono non è una malattia propria o dei propri cari. Dio!!! Mi caverei gli occhi e mi butterei nel fuoco per salvare i miei bimbi.

Il dono è cogliere in mezzo alla bufera qualcosa che ne dia un senso. Il mio dono è stato comprendere fino in fondo che la vita è qui ed ora. Che potrebbe non esistere un domani.
Allora il profumo del sugo di mia madre o la risata di un amico me li godo come se non ci fosse un domani. E il tempo. Ho tutto il tempo per i miei figli. Non corro.
Mi soffermo sul loro odore, i capelli, la pelle, le parole.

Me li vivo, oggi. Non ho fretta la sera, potrebbe essere l'ultima, e allora leggo loro libri, canto, rido. Ho avuto il dono di percepirmi sana. Non lo sapevo. Cammino, parlo. Mia figlia no.
Devo ringraziare per me.

Ho avuto il dono di scoprire la forza di mio marito, il suo amore. Ho avuto il dono di scoprire la tenerezza di mia cognata, la determinazione di mia sorella, le lacrime di mio cognato. Ho avuto il dono di sentire i nonni positivi, vicini, uniti. Ho scoperto quanto vale un amico vero. Ho aggiunto sorelle e fratelli al mio percorso. E ho scoperto che il cielo è meraviglioso dopo una giornata di inferno. Potrei continuare la lista dei miei doni.

Così come potrei elencarvi tutti i punti del mio corpo in cui sento il dolore per i miei bimbi. Ho passato gli anni più belli della mia vita, e di quella dei miei figli, in un ospedale. Ho perso tutto. Non ho niente.
Lasciatemi, vi prego, l'illusione di aver avuto in cambio almeno alcuni Doni. Lasciate me e Nadia in questa illusione. Vi prego, non ricordateci che, forse, il peggio deve ancora venire. Perderemmo le forze.
Perderemmo la battaglia.

mercoledì 3 ottobre 2018

Andiamo avanti


Proseguo, anche se la voglia scarseggia, solo per accondiscendere la mia insana mania scrittoria, un appoggio psichico di questi tempi, definibili bui.

Inizia il Sinodo sui giovani, presenti 50 cardinali, 6 patriarchi, un arcivescovo maggiore, 44 arcivescovi, 101 vescovi residenziali, 37 ausiliari, 6 vicari apostolici, un vescovo prelato, dieci religiosi in rappresentanza dell'Unione dei Superiori Generali, dieci membri tra presbiteri e religiosi non vescovi. 

Inoltre, senza diritto di voto, ecco 23 esperti e 49 tra uditori ed uditrici. Tra di loro ben (hanno voluto proprio esagerare) 36 giovani tra i 18 e i 29 anni scelti in tutti i continenti tra seminari, ordini religiosi, associazioni e pastorale giovanile. 

Tema del Sinodo: i giovani, la fede e il discernimento vocazionale. 

Dimenticavo: tra i 300 partecipanti ci saranno pure 30 donne! Un record, che potranno parlare, Dio sia lodato, ma non votare, forse perché non è ancora il tempo, ci mancherebbe! 

Sinodo sui giovani diretto e retto da anziani purpurei. Giovani già in scadenza, già avviati verso la carriera. 

Chi manca dunque? 

Credo che manchino i giovani a questo Sinodo dei Giovani! 

La vita va


Caro blog sono dentro ad un frullatore impazzito, vi sono calato dentro allorché mio padre ha incontrato la difficoltà primaria della vita, la malattia: subdola e silente, sfociata in un ictus dalle conseguenze ancora inimmaginabili. Parla però, e per fortuna, il roccioso babbo, riuscendo persino a scherzarvici sopra. Un uragano di potente antidoto contro le mie paure, i pensieri pregni di ineluttabilità. 
Già il frullatore! Coacervo di sentimenti mescolati a sensazioni, a pensieri più o meno logici, a volte illogici, il futuro ristretto ad uno stanzino per di più scarno e freddo, l'amore e la tenerezza, il risveglio e la presa di coscienza del senso della vita, del suo inizio, del suo sbadigliante prosieguo, le occasioni perdute, quelle ritrovate, la sua presenza nella vita, il diamante incastonato nel mio cuore per sempre, lo sguardo, gli sguardi di ieri, i dolori arrecati e le gioie ricevute, il sogno di saperlo felice, i suoi dubbi, le ansie, gli scontri, gli abbracci, l'affidamento, la preziosità delle sue parole, parla ancora il leone, il libro e le poche pagine ancora da leggervi, che se sono zeppe e scritte in piccoli caratteri possono forse bastare per continuare a viverlo, ad assaporarne le preziosità, che sono certo sono ovunque, in chiunque, a volte però celate da differenze di livelli sociali, da grettezze umane figlie di quel pensiero sovrano, scatenato e diretto dal lucro. 
Lo vedo ora che, forse, si sta sparecchiando: come un calesse lento ma affascinante, che mi ha portato fin qui, sulle ali di una favola che vorrei non terminasse mai, un dedalo di ricordi mai come ora lucenti e vincenti su ciò che diverrà. 
Ho avuto la fortuna di vederlo canuto, debole fino all'indifeso, lo contemplo oggi nell'ergersi roccioso sulla debolezza, comune ad ogni essere, granito monito per chi ancora possiede la fortuna di decidere dove e come camminare, in autonomia. 
Lo ammiro nel suo candore, nella fermezza di non retrocedere davanti a nulla, contemplo la sua incessante capacità di rialzarsi, di scrollarsi polveri scaturenti da un ciclo biologico freddo e glaciale, il suo incrollabile e ponderato motivo intellettivo proteso non già all'oggi quanto al domani, davvero sempre più misterioso. 
Spuntano pure dardi di fede in questa mescolanza di effluvi, riuniti come in un mazzo di fiori campestri dalla madre di tutte le frasi gocciolanti serenità, quel "sia fatta la tua volontà" che ritengo tanto saggia e vera perché scritta e sancita pure in natura, celata dal ritorno del tutto nella smaterializzazione e nella ri-aggregazione dei composti chimici, uguali a quelli delle stelle.
Rimorsi per fortuna ne ho pochi, il forziere è zeppo dei tanti cammei donatimi dalla sua effervescente vita. 
Il continuare, l'avvenire, non sono nelle nostre mani, troppo impegnate sin d'ora a sostenerci, inspiegabilmente, a vicenda.