Autogrill di Sarzana: una chiccosa davanti a me alla cassa, con al seguito marito obsoleto ma necessario ai suoi voleri chiede con voce arroccata “un caffè in tazza grande macchiato con latte di soia tiepido e con poca schiuma.” Mi è uscito il commento, irrefrenabile, purtroppo garrulo, udito benissimo dalla baronessa “metterei anche una spruzzatina di panna al latte di capra rigorosamente di Orgosolo.” Sbroccata degli astanti con imbarazzante approvazione generale, abbellita dalla Olà del personale al banco. Quando ce vò ce vò!
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 2 settembre 2018
Travaglio domenicale
domenica 02/09/2018
Balle percepite
di Marco Travaglio
Siamo il Paese più credulone, o più disinformato, o tutt’e due le cose insieme, del mondo occidentale. Lo dice una ricerca di Bobby Duffy, direttore della sezione inglese di Ipsos, che ha interpellato un campione di 50 mila cittadini di 13 diverse nazioni e sta per pubblicarla nel libro I pericoli della percezione. Chi volesse spiegare la cosa con la solita litania sulle fake news del web filopopulista si legga la classifica degli altri Paesi e scoprirà che le balle attecchiscono e proliferano tanto in quelli governati dai cosiddetti “populisti” (come il nostro e l’America di Trump), quanto in quelli governati dalle vecchie élite mainstream (la Francia di Macron, la Spagna di Sánchez, il Canada di Trudeau ecc.). La spiegazione del nostro record è un po’ meno semplice e semplicistica. E risale all’annosa tara che ammorba l’informazione italiana da ben prima dell’avvento dei social, quand’era ancora monopolio incontrastato di tv e giornaloni: il gigantesco conflitto d’interessi tra affari, politica e media. Esempio: la maggioranza degli italiani pensa che gli islamici siano il 20% della popolazione, invece sono il 3,7%. E secondo l’istituto Cattaneo, gl’immigrati percepiti in Italia sono il 25%: cioè crediamo di avere il quadruplo di immigrati rispetto a quelli reali e pensiamo pure che siano tutti musulmani, mentre lo sono soltanto per la metà. Sarà tutta colpa di Salvini, o dei 5Stelle, o di Minniti che hanno preso di petto la questione? Chi lo pensa dimentica che per vent’anni e passa non solo la Lega, ma anche FI e il Pd hanno cavalcato l’“emergenza immigrazione”, associandola disinvoltamente all’“emergenza sicurezza”, a puro scopo propagandistico: o per raccattare voti a buon mercato, o per creare armi di distrazione di massa da altri problemi più urgenti.
I “pacchetti sicurezza”, che spacciavano per sicurezza la rassicurazione senza far nulla per rendere le persone più sicure, si sono susseguiti sotto i governi (e le amministrazioni locali) di centrodestra e centrosinistra. Che, essendo padroni delle tv, gonfiavano o sgonfiavano l’allarme a seconda delle esigenze del momento. Non c’è Paese al mondo con tanta cronaca nera, tanti delitti, tanto sangue e tanti migranti (non certo esclusivisti del crimine) nei tg e nei talk politici. Come i generali argentini che invasero le Falkland per distrarre il popolo dalla devastante crisi economica, così oggi Salvini (e ieri tanti suoi emuli) drammatizza il tema degli sbarchi (peraltro ormai ridotti al lumicino rispetto al passato) perché nessuno gli chieda conto delle promesse passate in cavalleria.
Ecioè la flat tax, l’abolizione della legge Fornero, il rimpatrio dei 600 mila clandestini (derubricato a “grossa sparata” dallo stesso sottosegretario leghista Giorgetti), la legittima difesa (anzi offesa) per tutti. Ma anche il centrosinistra che trascura le paure delle persone più deboli e indifese sbattendo loro in faccia le statistiche sul calo percentuale dei reati non aiuta una corretta percezione della realtà: se le rapine sono meno che in passato, non è che chi viene rapinato s’incazzi di meno. Anzi, se qualcuno tenta di consolarlo con la statistica sulla diminuzione delle rapine, s’incazza due volte. Idem per vitalizi e pensioni d’oro: se uno non ha un euro per campare e un politico gli dà una pacca sulla spalla e gli spiega che vitalizi e superpensioni incidono sul bilancio dello Stato solo per poche centinaia di milioni, come minimo gli prudono le mani.
Per quanto abile a dirottare dove vuole lui gli occhi, la testa e soprattutto la pancia di milioni di italiani, Salvini non è né l’unico né il principale artefice delle nostre percezioni sballate. Molto più grave e preoccupante – ricorda Nando Pagnoncelli – è “il nostro livello di istruzione troppo basso, con il 16,3% di laureati sulla forza lavoro”. E soprattutto l’asservimento alla politica e alla finanza dell’informazione che dovrebbe smentire le imposture del potere, ristabilire la verità e dettare l’agenda con la giusta scala di priorità.
Prendiamo il crollo del ponte Morandi a Genova, con 43 morti. Chi, dalle cattedre improbabili del pensiero unico mainstream, punta il dito contro i social populisti come depositari delle fake news dovrebbe rispondere a una domanda molto semplice: cosa avremmo saputo della gestione delle nostre autostrade e dunque delle responsabilità politico-amministrative della catastrofe, senza un paio di quotidiani liberi (fra cui il Fatto) e una moltitudine di siti e social indipendenti? Quasi nulla. Nei primi giorni nessun giornalone o grande tg osava nominare i Benetton, preferendo parlare genericamente di “Atlantia” e“Autostrade per l’Italia”, come se fossero entità astratte, o idee platoniche. Poi, a furia di insistere, abbiamo imposto il tema del concessionario privato che ingrassa da 20 anni su un bene pubblico senza obblighi né controlli.
E anche gli altri – quelli che a loro volta ingrassano sulla pubblicità e le sponsorizzazioni della nota famiglia trevigiana – hanno dovuto arrendersi e fare quel nome. Le peggiori fake news sono quelle che non si vedono: si chiamano omissioni e non temono smentite. Se uno mi racconta una cosa, mi domando se sia vera o falsa; ma, se uno non mi racconta nulla, non mi viene neppure la tentazione di andare a verificare. Per questo, da nove anni, prendendoci gl’insulti da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, passiamo ai raggi X le “verità” ufficiali e riempiamo il Fatto di fatti, senza tacere nulla di ciò che sappiamo e allegando i documenti perché tutti possano controllare. L’abbraccio di migliaia di lettori, ogni giorno in edicola e in abbonamento e anche quest’anno alla festa della Versiliana, ci fa sentire almeno un po’ utili.
sabato 1 settembre 2018
Nei meandri
Travaglio settembrino
sabato 01/09/2018
MACRON QUI?
di Marco Travaglio
Non bastando tutti quelli che lavorano per Salvini in Italia, ora ci si mette pure Macron. Il quale, con tutto quel che avrebbe da fare a casa sua per schivare i due terzi dei francesi che vogliono già prenderlo a calci nel sedere un anno dopo la plebiscitaria elezione, pensa bene di proporsi come il salvatore dell’Europa, ma anche del mondo e forse pure dell’universo, da Salvini. Col risultato di far sentire e apparire il nostro Cazzaro Verde molto più importante di quanto non sia. E di instillare in tutti gli italiani, anche nei più antisalviniani, una domanda angosciante: ma siamo proprio sicuri di voler essere salvati da Macron? Cioè dal gattopardo parigino creato nei caveau di banca Rotschild per fingere di cambiare tutto lasciando tutto com’era? Cioè dal finto buonista che ci dà lezioni di accoglienza e poi fa massacrare i migranti alle frontiere di Ventimiglia e Bardonecchia, donne incinte comprese? Risposta scontata: no, grazie. Basta vedere che fine han fatto i Macron e i Micron de noantri, che un anno fa si spellavano le mani e si sbucciavano le ginocchia al suo cospetto, favoleggiando di un “asse Berlino-Parigi-Roma” che esisteva solo nelle loro menti bacate. Fino all’altroieri, prima di ridursi a documentarista di se stesso, Renzi progettava una versione alla fiorentina o all’amatriciana, di En Marche!. E Calenda, noto frequentatore di se stesso, si spacciava per la vera risposta italiana a Macron. Una gara di lingue al più Macron del reame.
Renzi, in preda alla sindrome di Pippo Baudo, credeva di averlo inventato lui: “Bravo Macron: la sfida inizia adesso. Una sfida che riguarda anche l’Italia. Avanti, insieme”. Andrea Romano, sua mosca cocchiera, confermava: “Macron si è ispirato ad alcune proposte di Renzi, il suo programma somiglia a quello di Matteo, come il bonus cultura dei 500 euro (sic, ndr). La linea è la stessa: un europeismo solido e riformista, contro la conservazione e l’establishment”. Lui che stava con D’Alema, Montezemolo e Monti. Il particolare che Macron aveva vinto, mentre Renzi aveva già perso le Comunali e il referendum, e si avviava a perdere trionfalmente le Politiche, sfuggiva ai più. Renzi raccontò al Corriere che, un giorno che stava con Obama, “ho chiamato Macron e gli ho detto: ‘Sono l’assistente personale del presidente Obama, glielo passo’…”. E tutti giù a ridere. Anche Napolitano, che porta sempre buono, volle dire la sua: “Il voto francese smentisce le tesi catastrofiste circa la possibilità di bloccare l’ascesa del populismo nella nostra Europa”. Infatti subito dopo i sedicenti Macron nostrani spianarono la strada ai “populisti”.
Tal Sandro Gozi assicurava di essere, qui nella cinta daziaria, il “miglior amico” di Macron, come se da piccoli giocassero a biglie insieme. La Stampa svelò che Gozi addirittura “è stato uno dei primi a cui il 39enne Emmanuel rivelò di voler fondare un movimento”. In Francia, ma non solo, quando uno vuol fondare un movimento, telefona a Gozi per chiedere il permesso; e lui, magnanimo, accondiscende. Ecco il suo prezioso consiglio all’amico Emmanuel per vincere: “Fai attenzione (si danno del tu, ndr) a non farti strumentalizzare, sei un uomo ambizioso ma semplice”. Come tutti i dirigenti della Rothschild e ministri dell’Economia, legatissimi a Confindustria e all’Arabia Saudita: praticamente un senzatetto. Figurarsi gli attacchi di gelosia degli altri migliori amici italiani di Macron: Monti, Letta e persino la Madia, che cinguettò giuliva: “Il suo messaggio più forte è che si può riuscire a cambiare l’Europa attraverso la forza della politica”. Infatti s’è poi visto com’è cambiata l’Europa. A questo punto voi direte: e Gennaro Migliore? Stavamo quasi per dimenticarlo: “L’analogia fra Macron e Renzi sta nella loro capacità di innovare la sinistra… Siamo nel corso di una catastrofe del riformismo storico, solo due luci possono invertire la tendenza: Macron e Renzi”, proclamò per la gioia dell’amico transalpino, già peraltro eccitatissimo per gli endorsement di Maurizio Martina (“Segnale fondamentale per tutti i riformisti progressisti europei”) e Valeria Fedeli (“Macron mi somiglia, in fondo la mia scelta di appartenere a un’innovazione del centrosinistra in Italia può essere vista in positivo rispetto a quello che accade in Francia”).
Anche a destra era tutto un tubare. Sallusti paragonò Macron al padrone: “Non sappiamo se Macron sarà come Berlusconi, cioè talmente sicuro di sé da non aver paura di unire”. Brunetta se ne appropriò: “È un lib lab come me”. E pure Sacconi, che almeno aveva capito tutto: “Macron confermerà le importanti riforme del lavoro e dell’economia”. Infatti il fighetto dell’Eliseo ha confermato, anzi peggiorato le controriforme antisociali di Hollande. E, dopo un anno, già sta sulle palle a quasi tutti. Una picchiata persino più repentina di quella di Renzi, che almeno, per guadagnare tante antipatie, di anni ne ha impiegati quattro. Ora l’aspirante segretario del Pd Zingaretti chiede “meno Macron e più equità”. Non sappiamo chi o che cosa abbia portato sfiga al Napoleone fallito. Ma un sospetto ci assale, legato a una dichiarazione a caldo sulla sua elezione: “Nasce in Francia ciò che in Italia era sorto con il Pd”. A parlare era, toccando ferro, Piero Fassino. Se davvero Macron aveva tutti quegli amici italiani, qualcuno avrebbe dovuto suggerirgli i debiti scongiuri. Invece nessuno lo avvertì. Neppure quando si schierò con lui l’arma più letale del giornalismo mondiale: Giuliano Ferrara che, in tandem col rag. Cerasa, lo definì “una ciambella col buco” e “il presidente europeista, riformatore, mondialista, liberale, a meno di eventi imprevedibili”. Tipo, appunto, l’appoggio congiunto e concomitante di Fassino e Ferrara.
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