mercoledì 15 agosto 2018

Al solito centrato il problema


mercoledì 15/08/2018
Sotto i ponti

di Marco Travaglio

Quando un viadotto autostradale si sbriciola in un secondo seppellendo morti e feriti, tutte le parole sono inutili. Ma quelle di chi incolpa la pioggia, il fulmine, il cedimento strutturale, la tragica fatalità imprevedibile, il destino più cinico e più baro della “costante manutenzione”, sono offensive. Se l’ennesima catastrofe da cemento disarmato si potesse prevedere, lo accerteranno i tecnici e i giudici. Ma che si potesse prevenire già lo sappiamo, visto che il ponte Morandi aveva due gemelli italiani, di cui uno già a pezzi e l’altro in manutenzione: per tenere sotto osservazione il terzo non occorreva uno scienziato, bastava il proverbio “non c’è il 2 senza il 3”. Se “il monitoraggio era costante”, allora faceva schifo. Se non c’erano “avvisaglie”, è perché non erano state rilevate. Ora, come dopo ogni terremoto o alluvione di media entità e di enorme tragicità, rieccoci a far la conta dei morti e dei danni, mentre le “autorità” giocano allo scaricabarile. E i palazzinari e i macroeconomisti si fregano le mani per gli affari e gli effetti sul Pil della ricostruzione.

Se il “governo del cambiamento” vuole cambiare qualcosa, deve partire proprio di qui. Cioè da zero. Con scelte di drastica discontinuità col passato: rivedere le concessioni ai privati che lucrano sui continui aumenti delle tariffe in cambio di manutenzioni finte o deficitarie; e annullare le grandi opere inutili, dal Tav Torino-Lione in giù, per dirottare le enormi risorse (anche ridiscutendone la destinazione con l’Ue) su piccole e medie opere di manutenzione, prevenzione e ammodernamento delle infrastrutture esistenti (finora ignorate perché la grandezza dei lavori e delle spese è direttamente proporzionale a quella delle mazzette). Da quando i partiti che hanno sgovernato finora hanno perso le elezioni e il potere, non fanno che esortare i successori a non disperdere il grande patrimonio ereditato. Invece proprio questo un “governo del cambiamento” deve fare: buttare a mare la pseudocultura dello “sviluppo” gigantista e della “crescita” faraonica; e invertire la scala dei valori e delle priorità. Il crollo di ieri ci dice che un ponte pericolante, figlio di un sistema marcio e corrotto, fa più danni di tutti i terroristi islamici, i migranti clandestini, le epidemie di morbillo e le altre “emergenze” farlocche o gonfiate che occupano l’agenda industrial-politico-mediatica. Se vuole cambiare seriamente, il governo si occupi di cose serie con politiche serie. Confindustria, Confcommercio, Confquesta, Confquellaltra e i loro giornaloni si metteranno a strillare? Buon segno: è a furia di dar retta a lorsignori che siamo finiti tutti sotto quel ponte.

Per info


mercoledì 15/08/2018
CONCESSIONI
Il bancomat di Benetton&C: pedaggi d’oro, sicurezza no
IL MINISTRO TONINELLI VALUTA LA REVOCA

di Dario Balotta
Presidente dell’Osservatorio Nazionale Liberalizzazioni e Trasporti (Onlit).

C’è un dato tanto chiaro quanto significativo nel bilancio di Autostrade per l’Italia, la società che ha in concessione 3 mila chilometri autostradali, tra i quali c’è il ponte crollato ieri a Genova: nel 2017 su 3,9 miliardi di ricavi il margine lordo è stato di 2,4 miliardi. Una redditività di oltre il 50 per cento, una specie di albero della cuccagna per qualsiasi società industriale o di servizi. Ma se i profitti dei Benetton, la famiglia che controlla, attraverso Atlantia, Autostrade per l’Italia, sono favolosi, non lo è altrettanto la situazione delle strade da cui si ricavano i ricchi pedaggi.

Una bassa qualità delle strutture viarie, gli scarsi livelli di manutenzione, la quantità enorme dei traffici su gomma, sono il tratto caratterizzante del sistema stradale nazionale. Il 90 per cento delle merci viaggia su strada e l’80 per cento del trasporto di persone su automobile. Di fronte a questi dati, l’unica risposta è sempre stata quella di costruire nuove autostrade e nuove strade per fluidificare i traffici ed assecondare “lo sviluppo” dell’economia, fondato sul cemento. È un sistema gestito in gran parte dalle lobby private dei concessionari autostradali e da costruttori che spesso sono di loro emanazione. Lobby economiche che hanno assicurato alle concessionarie, senza gare europee, il 60 per cento di lavori, servizi e forniture. I protagonisti di questa politica sono i 27 concessionari autostradali (la rete più frammentata d’Europa) e la pubblica Anas. Dei 6.926 chilometri di rete autostradale, la metà è gestita da Autostrade per l’Italia, il resto da altri gruppi privati come Gavio e Toto e da concessionarie in mano pubblica, come la Serravalle (regione Lombardia), Autovie Venete (Friuli e Venezia Giulia) o l’Autobrennero (Trentino Alto Adige).

Dopo le privatizzazioni delle autostrade, senza un riordino del settore, la strategia dei concessionari è stata sempre la stessa: programmare nuove autostrade per vedersi rinnovate le concessioni senza gara. La rete, invecchiando, andrebbe ristrutturata, ma si preferisce definire prioritarie nuove autostrade e nuovi grandi improbabili corridoi europei, anche se la mobilità stradale è sempre più per traffici pendolari/residenziali, quindi di tragitti brevi e attorno alle grandi aree urbane del Paese.

La vecchia rete, i cui costi d’investimento sono già ammortizzati (mentre le tariffe continuano a crescere) sta perdendo colpi e va ristrutturata. Per mantenerla in efficienza, i soldi ai concessionari non sono mai mancati. I contratti che regolano le concessioni sono segreti per legge (circostanza che dà un idea del rapporto tra pubblico e privato in questo settore) ma basta guardare i bilanci per capire i lauti profitti che si fanno non restituendo allo Stato la giusta parte delle rendite derivanti dai pedaggi. In fondo i concessionari fanno il lavoro più facile del mondo, l’esazione ai caselli, dimenticandosi però della manutenzione. È il risultato dell’inadeguatezza e della sudditanza politica che regna da decenni tra gli organi vigilanti pubblici, cioè il Ministero dei Trasporti e dell’Anas, che si sono lasciati accecare dalle sirene di nuove grandi opere e clientele connesse. Organismi che non hanno svolto adeguatamente la loro funzione di controllo sullo stato di salute della rete stradale (ponti, asfalto drenante, segnalamento, servizi ausiliari) e sulle tariffe in crescita.

Sebbene i traffici e i pedaggi siano in aumento (sempre ben oltre l’inflazione), e l’occupazione nel settore in calo (spariti i casellanti), gli investimenti diminuiscono. Scriveva l’Aiscat, la potente associazione che raggruppa i concessionari, nel novembre dello scorso anno: “Il risultato operativo delle 26 società aggregate all’Associazione, pur con qualche oscillazione ha recuperato il calo degli anni della crisi e ha segnato record di oltre 2,5 miliardi di euro di profitti”. Quello che cala sono gli investimenti: “Il 2018 - scrive ancora l’Aiscat- sarà ancora un’annata al minimo storico per gli investimenti: 8/900 milioni di euro rispetto al miliardo del 2016 e alla media di 2,4 miliardi nel periodo 2008-2015”.

Dagli ultimi contidi Autostrade emerge un calo degli investimenti operativi sulle infrastrutture in concessione dai 232 milioni del primo semestre 2017 ai 197 del primo semestre 2018. Un trend in corso da alcuni anni.

Il gruppo Atlantia nello stesso periodo ha fatto però altri investimenti. Ha comprato per esempio l’aeroporto di Nizza, il gruppo più importante delle autostrade spagnole (Abertis) e una quota della società che gestisce l’Eurotunnel. Il senso del profitto e dell’investimento insomma non è mancato al gruppo. Se per i concessionari autostradali l’Italia è il Paese del Bengodi, viene da chiedersi: il ministero dov’è? Perché non si adottano convenzioni con penali severe, fino al ritiro della concessione in caso di mancato rispetto del volume degli investimenti? Gli accordi contenuti nelle convenzioni tra ministero dei Trasporti e concessionari autostradali in pratica non vengono rispettati. E l’autorità del controllore (il potere pubblico) in questi anni è talmente calata da essere quasi passato al ruolo opposto, quello di controllato.

In molti ritengonoche un ritorno allo Stato nella gestione delle autostrade, sarebbe salutare per la collettività e assicurerebbe decine di miliardi di introiti alle casse pubbliche. A questo proposito, si è calcolato che la sola concessione dell’Autobrennero, non rinnovata, porterebbe un beneficio di 5 miliardi. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ieri ha avvertito che il responsabile del disastro di Genova pagherà fino all’ultimo centesimo e, secondo indiscrezioni, sarebbe pronto a valutare, in caso di responsabilità certe, la sospensione della concessione ad Autostrade. Ieri in Borsa il titolo della controllante Atlantia ha perso il 5,4%.

martedì 14 agosto 2018

Mi vergogno


Le dichiarazioni di Toninelli a poche ore dalla tragedia di Genova m’incutono vergogna quasi allo stesso modo di aver visto un ponte del 1967 crollare a causa di errori, inettitudine e chissà cos’altro, causando soprattutto la morte di tanti innocenti, vittime di quest’ennesima infamia.

Unico ed inimitabile



Scanzi ferragostiano


martedì 14/08/2018
IDENTIKIT
Senaldi televisivo ovvero l’ayatollah della cazzata

di Andrea Scanzi

La tivù politica trae spesso il peggio da chi la frequenta, e non parlo per sentito dire. Capita che persone agguerritissime sul piccolo schermo si rivelino in realtà, nel privato, assai garbate e addirittura piacevoli. È il caso di Pietro Senaldi, direttore (poco) responsabile del quotidiano (si fa per dire) Libero: non è cattivo, ma fa di tutto per sembrarlo. Quando va in tivù, la sua tattica è chiara: non avere nulla da dire e dirlo male. Mesi fa era entrato in fissa con Asia Argento, che attaccava con toni oltremodo belluini: poi se la trovò di fronte a RaiTre, da Bianca Berlinguer, e si sciolse come un Calippo irrisolto al sole. Debolissimo nell’eloquio, Senaldi è televisivamente un Belpietro o Borgonovo che non ce l’ha fatta. E questo non stupisce, essendo Libero l’alluce valgo de La Verità.

Qualche sera fa Senaldi era collegato da nessuna parte (la redazione del suo giornale) a In onda estate. Aveva “contro” Nicola Fratoianni: una brava persona, o almeno così mi è sempre parso. Senaldi poteva criticarlo per la marginalità di Sel e Leu. Oppure per questa pietosa speranza “de sinistra” secondo cui, tratteggiando Salvini come il nuovo Mengele, sorga per contrasto nel proletariato la voglia di votare in massa Murgia e Raimo. Come no: han già transennato le cabine elettorali. Senaldi, qualche argomento, ce l’aveva. Ma ovviamente non lo ha usato, arrivando ad accusare Fratoianni di “fare le gite estive sulle Ong”. Il Senaldi televisivo è una sorta di ayatollah della cazzata: ha torto anche quando ha ragione e dice le cose così male – così sguaiatamente – che ti viene da dar ragione per rappresaglia a chiunque altro. Ma proprio chiunque. Persino la Boldrini. Opposto a Fratoianni, Senaldi ha dato il meglio di sé. Denotando una conoscenza certosina della storia, ha alluso al crollo dell’Impero Romano come prova della cattiveria intrinseca dei migranti (?), che secondo lui andrebbero sostanzialmente massacrati come si faceva una volta al Colosseo: non per razzismo, sia chiaro, ma per tenere a bada i barbari. Idolo Senaldi. Poi, parlando dei due imbecilli che hanno sparato con una pistola scacciacani a un gambiano, ha detto di non farla troppo lunga perché tutti hanno avuto una pistola giocattolo a 13 anni. Certo: chi, in effetti, non ha passato il tempo a sparare alle persone chiamandoli “negri di merda”? Son ragazzi, dai, e se son così dotati già a 13 figuriamoci a 40: magari, con un po’ di fortuna, un giorno potranno essere assunti come social media manager di Gasparri. Giunto alla fine del suo non argomentare, Senaldi ha quindi sfoderato l’arma finale: lo sproloquio marchiano e crasso. Non sapendo più che dire, ha cominciato di colpo ad accusare Fratoianni di ogni nefandezza: “Lei appartiene all’estrema sinistra. Vogliamo mettere in fila le cose che voi dite da 50 anni? Parliamo delle persone oneste alle quali voi avete sparato? Le avete ammazzate, le avete ammazzato i padri e i figli. Non posso entrare in un centro sociale perché sento delle cose indicibili! Cosa non avete detto su Berlusconi? Cosa non dite su Salvini? Sono 50 anni che fate questo!”. Già che c’era, ha pure citato Lotta Continua e l’omicidio Calabresi. Senaldi non parlava: urlava. Gonfiava la vena, perdeva la voce e sbraitava come un Pappalardo che ha dichiarato guerra alle proprie corde vocali. Bei momenti. Comprensibilmente incredulo, Fratoianni ha ironizzato: “Secondo me lei ha bevuto”. Chissà: magari in redazione con Feltri. A Libero, ultimamente, devono organizzare degli apericena che in confronto Woodstock era un raduno di educande astemie.

lunedì 13 agosto 2018

Inchiesta maleodorante


lunedì 13/08/2018
L’INCHIESTA
Famiglia Renzi, i 38 mila euro per l’Africa ancora in cassa
IL CASO FINISCE IN PORTOGALLO - PARTE DEI SOLDI SONO STATI USATI DALLA SOCIETÀ DEL PARENTE CONTICINI PER IMMOBILI A LISBONA

Di Marco Lillo

La signora Laura Bovoli, mamma di Matteo Renzi, è una persona cortese. Quando la contattiamo per capire che fine abbiano fatto i soldi versati nella società di famiglia nel 2011 da Alessandro Conticini (indagato dai pm insieme al fratello, Andrea Conticini, il marito della figlia Matilde Renzi e all’altro fratello, Luca) la signora non ci prende a male parole, come pure era lecito attendersi, ma ci risponde. La domanda era un po’ rude: signora Renzi, perché la società di famiglia non regala all’Unicef i soldi incassati nel 2011 da Alessandro Conticini, visto che i pm sostengono che li avrebbe distolti dai fini previsti, insomma ‘rubati’ all’Unicef stessa e ad altre organizzazioni?

Per i pm, Alessandro Conticini, 42 anni, come titolare della Play Therapy Africa Ltd e poi dell’Ida S.a. e dell’Ida Ltd, avrebbe incassato 10 milioni di dollari in gran parte da Unicef (3 milioni e 882 mila euro) e dalla Fondazione Ceil and Michael E. Pulitzer (5,5 milioni di dollari) per portare il sorriso sulla bocca dei poveri bambini africani. Invece di fare la terapia del gioco, secondo i pm, Conticini avrebbe fatto passare i soldi sui suoi conti di Bologna e Capo Verde.

Secondo i pm l’appropriazione indebita sarebbe pari a 6 milioni e 600 mila euro. Il rivolo più velenoso del fiume di soldi è rappresentato dai 133 mila e 900 euro finiti nel periodo 21 febbraio-7 marzo 2011 alla società Eventi6, di cui Matteo Renzi è stato un dirigente in aspettativa fino al 2014, mentre la mamma e le sorelle di Matteo sono socie. Nel 2011, quando Eventi6 non se la passava bene, Conticini fece un finanziamento per 130 mila euro e un aumento di capitale con sovraprezzo per 50 mila euro.

La mamma di Matteo Renzi replica sul punto: “La nostra società ha restituito totalmente ad Alessandro Conticini il finanziamento infruttifero ricevuto l’otto marzo 2011”. Poi prosegue: “La prima e la seconda rata, ciascuna di 26 mila euro, tramite Unicredit Banca il giorno 11 marzo del 2013. La terza rata di 28 mila, con la stessa modalità il giorno 26 giugno 2013. La quarta rata di 10 mila euro il 4 luglio 2013. La quinta rata sempre di 10 mila euro il 12 novembre 2013. Il giorno 24 marzo del 2014, con l’ultimo bonifico di 30 mila euro, il finanziamento è stato azzerato”.

Un mese dopo il giuramento di Matteo Renzi la famiglia del premier aveva chiuso i conti con il finanziamento contestato dalla Procura di Firenze ad Alessandro Conticini e Andrea, il marito di Matilde Renzi. Andrea – quale procuratore del fratello – è accusato di avere impiegato parte del provento criminoso nella società dei Renzi. I pm contestano solo il finanziamento soci per 133.900 euro.

Al Fatto, però, risulta che Conticini entra nella società dei Renzi partecipando a un aumento di capitale e versa il 21 febbraio 2011 altri 50 mila euro per comprare una quota che ha un valore nominale di 12 mila euro, con il meccanismo del sovraprezzo. In pratica il capitale passa da 10 mila a 60 mila euro ma a pagare per l’aumento è solo un socio: Conticini. Alla fine lui avrà solo il 20 per cento della società, mentre le sorelle, senza tirar fuori un euro, avranno il 36 per cento a testa (di un capitale di 60 mila) e la mamma di Matteo l’8 per cento. Quando Conticini esce nel 2013 però retrocede a Matilde Renzi la sua quota al prezzo nominale di 12 mila euro. Quindi nel capitale della società restano i 38 mila euro di differenza. Alla signora Bovoli abbiamo chiesto: “Perché non donate i 38 mila euro rimasti all’Unicef?”. Inizialmente ha tentato di sostenere che non c’era la differenza. Dopo avere ricevuto via Whatsapp la foto dell’atto, ha corretto il tiro: “Grazie del consiglio ma scelgo da sola (…) domani con l’aiuto del commercialista risolvo il resto”.

Il Fatto intanto ha seguito la pista portoghese. I pm indagano Alessandro e l’altro fratello, Luca Conticini, perché sostengono che un milione e 965 mila euro dal novembre 2015 all’aprile del 2017 è stati distolto dalle iniziative a favore dell’Africa per finire in “un investimento immobiliare in Portogallo”. Ieri La Verità ha scoperto la società immobiliare Cosmikocean Ltd, creata nel gennaio del 2017 di cui è stato gestore Alessandro Conticini a Lisbona. Ora il gestore è Alessandro Radici, un dirigente della Safilo in Portogallo. La società ha sede in rua Santa Marta 66, in un vecchio palazzo in ristrutturazione. Nel giugno scorso la società ha presentato una domanda urbanistica al comune. Sui siti di agenzie immobiliari di lusso come Sotheby’s si scopre che nel palazzo di rua Santa Marta 66 sono in in vendita almeno quattro appartamenti. Si va da un prezzo di 980 mila euro fino a un milione 390 mila euro. Sui siti ci sono le foto degli interni. Sono le stesse pubblicate da un operatore specializzato in disegni architettonici e foto che attribuisce le case fotografate a “Conticini/Radici”. Contattato dal Fatto, l’autore dice di avere conosciuto Conticini per il lavoro anche se ha ricevuto l’incarico da un’agenzia. Abbiamo chiesto ieri inutilmente ad Andrea Conticini, di rintracciare Alessandro per chiedergli delucidazioni. Andrea ha declinato.

Indecente



Ma guarda questi giornalacci, che per vendere pubblicherebbero qualsiasi cosa, come continuano ad accanirsi su questa povera famigliola tutta casa e partito! E' indecente che vi siano ancora queste tipologie di notizie che ledono l'onore di gente per bene. Basta! Leggerò altri quotidiani dove non vi è traccia di questa spazzatura! Soprattuto su "uno" vado tranquillo...