domenica 12 agosto 2018

Tipe da spiaggia


La cuspide della sua ombra arriva ovunque su questo lido assolato; il ruolo a lei proprio è inconfondibile anche agli estranei, la sua presenza quasi obbligatoria in un arenile che si rispetti: ella infatti è la Curiosa Pettegola. S’aggira anonimamente tra i filari d’ombrellone, pronta a carpire frasi ammosciate, sommesse, tipiche di un chiostro di novizi. Alterna eterni fraseggi al cellulare, tanto prolissi da incunear il sospetto che sia in contatto con l’ora esatta (perché d’altronde non potendosi chiamare chi al mondo è abilitato a pazientar innanzi alle sue eterne ed impalpabili fregnacce?) a risolini isterici su gozzovigli d’esausti neuroni, condivisi con le sue amiche d’ombra, o di sole, a seconda delle flatulenze verbali; ed in concerto muove il collo a mo’ di radiofaro pronta a captare un miasma, una tonalità gutturale al di sopra della media, un civettuolo dialogo tra amanti. Scruta, meglio di Achab i marosi, ogni anfratto, sedimento pulviscolare al fine di captare novità, essenzialmente minuzia. E quando qualcuno o qualcosa le passa davanti ecco il radiofaro trasformarsi in Tac per un controllo maniacale di postura, sentimenti, intenzioni a cui segue meraviglia sul suo volto allorché constata di non conoscere quel passante, un’assurdità riprovevole secondo i suoi malconci canoni.

Vamos!


Altro segnale indicante che si sta andando nella direzione giusta: per la prima volta infatti, dopo aver ospitato fari altisonanti della buona politica quali Andreotti, Fanfani, Prodi, D’Alema, Veltroni, il Delinquente Naturale e il Bomba, nessun esponente dei Movimento 5 Stelle, primo partito italiano, è stato invitato alla kermesse mattoni&fede, conosciuto come Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione. Buon segno! Vuol dire che a breve si tornerà a veder le stelle! Vamos!

Dialoghi



sabato 11 agosto 2018

Daje Marco!


“Rispostina” a Carlo Bonini di Repubblica del Giornalista!

sabato 11/08/2018
Il metodo Repubblica

di Marco Travaglio

Ieri su Repubblica è uscito un commento di C.B. (lo chiamo così perché mi accusa di “storpiare i cognomi” e non vorrei cadere in tentazione). Titolo: “Il metodo Travaglio 10 anni dopo”. Svolgimento: “L’ex dipendente del Gruppo editoriale l’Espresso, Marco Travaglio, ora direttore del Fatto Quotidiano, coltiva un’ossessione per Repubblica che non conosce requie”. La mia “ossessione” è dimostrata dal mio articolo di giovedì, in cui citavo titoli e perle di vari giornaloni, fra cui Repubblica, dedicati al presunto complotto via Twitter per rovesciare Mattarella ordito da eversori italiani e internazionali (in particolare russi) con falsi profili social, identici o simili a quelli che già avrebbero truccato il referendum costituzionale 2016 e le elezioni del 4 marzo. Partiti per suonarle a Putin, troll russi e utilizzatori finali pentastellati, i giornaloni sono finiti suonati: cioè costretti ad ammettere che i social che rilanciarono la campagna “Mattarella dimettiti” avviata da Di Maio erano di fan 5Stelle (non russi, ma perlopiù italiani), com’era ovvio e naturale. C.B. se n’è avuto a male e mi richiama all’ordine, ricordandomi di essere stato “dipendente” del suo Gruppo. È, questa, l’unica cosa vera del suo articolo: in effetti lavorai a Repubblica dal 1998 al 2002, e furono i peggiori anni della mia vita, infatti me ne andai dopo averne viste di tutti i colori (anzi, di uno solo). L’idea che chi lavora per un’azienda debba esserle grato a vita denota una concezione vagamente mafiosa della libertà, tipica infatti dei berlusconiani che nel ‘94 presero a insultare Montanelli perché osava criticare B. dopo averlo avuto come editore. Naturalmente Repubblica è un grande giornale, pieno di bravi colleghi, e ancor più l’Espresso, il suo cugino monello, cui collaborai per 12 anni senza mai subire (diversamente che a Repubblica) alcuna censura grazie a direttori come Rinaldi, Hamaui, Manfellotto e Vicinanza. Il guaio di Repubblica, oltre alla puzza di sacrestia (laica e “de sinistra”, ci mancherebbe) che vi si respira, sono molti capi e capetti totalmente impermeabili al senso dell’umorismo e dunque del ridicolo, che incedono col ditino alzato portando a spasso le loro teste come i sacerdoti il Santissimo, convinti che la ragione stia sempre da una parte (il partito o la corrente o il leader che in quel momento essi, o meglio i loro editori, hanno investito della sacra missione di governarci) e il torto sempre dall’altra (tutti quelli che si mettono di traverso sulla strada del loro partito, o corrente, o leader: i “fascisti”). Per loro le notizie non sono tutte uguali né si misurano dalla loro importanza. Ma dal loro colore, cioè dalla convenienza o sconvenienza per la Causa.

Me ne resi conto quando ci lavoravo, ma anche dopo. Per esempio nel 2008, quando Repubblica incappò in un infortunio – diciamo così - che C.B. diffusamente ricorda, scordandosi però di spiegare come nacque e come finì. Invitato da Fabio Fazio a presentare un libro su Rai1, ricordai che l’allora presidente del Senato, Renato Schifani, aveva avuto rapporti amicali e societari con personaggi poi finiti nei guai per mafia. Repubblica - per la penna di un collega che non nomino perché non c’è più e io, diversamente da C.B., rispetto i morti – mi attaccò per dire che le mie accuse erano vecchie e archiviate (non era vero: Schifani fu subito dopo reindagato per mafia, e lo rimase a lungo); per smontare il presunto “metodo Travaglio”; e per insinuare che un mafioso avesse pagato le mie ferie in Sicilia. Dimostrai sia di aver raccontato fatti veri sia - ricevute alla mano (disponibili sul web) - di aver pagato le mie vacanze fino all’ultimo cent. L’incidente si chiuse anni dopo con un chiarimento fra me e il collega che di lì a poco sarebbe scomparso. Se C.B., nella sua seduta spiritica a mezzo stampa, avesse ricordato la genesi e l’epilogo del fattaccio, avrebbe dovuto spiegare non il metodo Travaglio, lo stesso di ogni cronista onesto: fatti, documenti, memoria e archivio. Ma il “metodo Repubblica” che monta e smonta, gonfia e sgonfia le notizie secondo l’interesse politico del momento. E allora, per motivi a me ignoti (il pentito Francesco Campanella da Villabate, sodale di Schifani, spiegò ai pm gli interessi in zona di un amico di un editore di Repubblica), il Gruppo voleva tenersi buono Schifani. E pure il sottosegretario Gianni Letta, addetto a finanziare i giornali. I due ras del centrodestra erano pressoché intoccabili, il che contribuì nel 2009 a indurre altri “ex dipendenti del Gruppo” a liberarsi e a passare al Fatto.

Ora, per comprensibili motivi, C.B. non riesce proprio a concepire un giornale libero, dove le notizie si danno tutte, chiunque riguardino e a chiunque convengano. Crede che siamo tutti come lui e ci attribuisce “folgorazioni per i 5Stelle e la Casaleggio”, che definisce i nostri “nuovi padroni” (senza peraltro indicare i vecchi, né spiegare i nostri scoop sulle spese pazze di Di Maio, sul suo incontro con Marra, sulle omissioni nel curriculum della Raggi che la fecero indagare per la prima volta, sulle polizze di Romeo che la indicava come beneficiaria ecc.). Già che c’è, il nostro Linosotis mi dà lezioni di bonton sul “grammelot fascistoide” che userei per la “bastonatura” dei “reprobi di turno” con “locuzioni mascella in fuori (‘mecojoni’)”. In effetti, per commentare lo scoop di C.B. sui siti M5S che rilanciano le campagne M5S, avevo scritto “mecojoni!”. Ma credevo si potesse, da quando C.B. accusò la Raggi di “cojonare i romani”. Prendo atto che “cojonare” è lecito e “mecojoni” no. Mi scuso se ho fatto arrossire C.B. Non lo faccio più. Temo invece che continuerò a tenere un archivio di documenti e “ritagli di giornale”, anche se la cosa irrita C.B.. È un vizio di noi giornalisti fascistoidi per ricordarci le cose. Che ora mi consente di smontare il penoso tentativo di C.B. di smarcarsi dalla campagna sui troll russi contro il Colle: “Travaglio frulla il tutto e fa dire a Repubblica

quel che non ha mai scritto: Putin dietro l’aggressione a Mattarella… Repubblica

non cita mai la Russia di Putin né la fabbrica dei troll di San Pietroburgo”. Che strano. Eppure conservo tre pezzi di Repubblicanell’ultima settimana intitolati: “Dalla propaganda di Putin 1500 tweet per Lega e 5Stelle”, “Una pioggia sui social in arrivo da San Pietroburgo”, “Il Pd nel mirino dei troll russi”. Non “ritagli di giornale manipolati a sostegno di una tesi”: ma articoli stampati su carta di Repubblica (che “frulla”, lei sì, casi diversi - lo scandalo Manafort e il caso Mattarella - per montare la panna, “intossicando”, lei sì, l’opinione pubblica che finisce per non distinguere più il vero dal falso). Più un pezzo di Repubblica.it sui tweet anti- Mattarella “dietro i quali si sospetta possa esserci l’azione dei russi”. Non vorrei che C.B., in crisi di identità, confondesse il metodo Travaglio col metodo C.B.. Ricordo quando, sull’accusa a Woodcock e Sciarelli di spifferare notizie su Consip al Fatto, C.B. annunciò l’“inevitabile redde rationem tra due metodi - quello ‘Woodcock’ e quello del procuratore Pignatone - …e due culture della giurisdizione agli antipodi”. Poi fu tutto archiviato: nessuna notizia passata al Fatto, nessun metodo Woodcock. O quando, sempre su Consip, annunciò che il capitano Scafarto era stato “smascherato come impostore e falsario di passaggi politicamente significativi dell’inchiesta”; e aveva “consegnato a Marco Lillo la notizia del coinvolgimento di Del Sette”, insomma era lui “la mano che dà da mangiare al Fatto” per “far cadere Renzi” (fra l’altro già caduto da solo). Poi, quando la Cassazione scagionò Scafarto per i suoi “errori involontari”, gli cadde la penna di mano e si scordò di informarne gli eventuali lettori. O quando sparò in prima pagina: “M5S, le chat che smentiscono Di Maio. Scrisse a Raggi: ‘Marra è uno dei miei’”, “Di Maio garante di Marra. Ha mentito, la prova è nelle chat. ”. Poi si scoprì che le chat Di Maio-Raggi su Marra erano state manipolate da Repubblica e altri giornali col taglia e cuci per far dire al capo 5S il contrario di quanto diceva. Sarà mica per questo che C.B. ha tanto in uggia gli archivi?

Ps. Nella prossima seduta spiritica, potrebbe domandare al collega scomparso perché negli ultimi mesi non firmava più i pezzi con lui e gli aveva levato il saluto. Per il metodo Travaglio, o per il metodo Woodcock, o per il metodo C.B., o per il metodo Repubblica? Ah saperlo.

venerdì 10 agosto 2018

Segni


C'è un punto, solo in apparenza flebile, che riesce, essendo un segno si sa: con i segni molto spesso si trova la via giusta, a descrivere al meglio ciò che veramente sta accadendo nella politica italiana. Il segno inequivocabile di questi mesi di nuovo corso è che molti, non abituati a farlo da decenni, si stanno lamentando. Per la prima volta da tempo immemore Confindustria per bocca, diciamo fauci che rende meglio l'idea, del suo presidente Vincenzo Boccia, si è dichiarata scontenta, molto scontenta del decreto dignità trasformato in legge. Quindi dal punto di vista dell'anonimo utente direi che ci siamo, che questo è il sentiero da percorrere per arrivare ad una maggiore equità. 
Confindustria sino a poco tempo fa era abituata, ad esempio nell'Era dell'Ebetismo, a scrivere lei stessa alcune norme finanziare, al fine d'imbrigliare dignità e certezza nei lavoratori. Da oggi pare che ci sia stata un’inversione a U. Ma questo dato è annaffiato, occultato, messo in soffitta da ben più importati problematiche, alla Foa per intenderci oppure, sulla scorta di Pomigliano di Luigi. Questi sono i nuovi paraventi.  

Concordo


venerdì 10/08/2018
POLITICA E SCIENZA
Il “P greco” e i “primati” della politica

di Piergiorgio Odifreddi

Un paio di giorni fa Davide Barillari, consigliere regionale M5S alla Regione Lazio, ha postato su Facebook queste “dichiarazioni armate” nei confronti della scienza: “La politica viene prima della scienza. I politici devono ascoltare la scienza, collaborare, non farsi ordinare dalla scienza cosa è giusto e cosa è sbagliato, accettando le parole della scienza mainstream come dogmi religiosi. Perché la scienza deve essere democratica, e quindi deve ascoltare tutti: compresi ricercatori e scienziati che, con dati alla mano, contestano il dogma ufficiale”.

Sarebbe stato difficile parodiare in maniera così efficace l’atteggiamento antiscientista serpeggiante sotto la superficie di quel mare magnum che una volta era la maggioranza silenziosa e invisibile del nostro paese, e che oggi i social media hanno sdoganato e promosso a maggioranza rumorosa e invadente. Un atteggiamento ignaro persino delle più elementari caratteristiche della scienza, che questa sedicente maggioranza pretenderebbe comunque di criticare e, addirittura, di guidare.

L’equivoco di fondo in cui cadono le persone disinformate come Barillari è tradito dalla confusione smascherata dal suo contrastare “giusto” a “sbagliato”, come se fossero termini antitetici. Egli compie così quello che nel gergo filosofico viene chiamato “errore categoriale”, ma che ad uso dei navigatori della rete si può tradurre con “scambiare lucciole per lanterne”: “giusto” è infatti l’opposto di “ingiusto”, mentre “sbagliato” è l’opposto di “corretto”. In particolare, “corretto” e “sbagliato” sono categorie di cui si occupa il pensiero scientifico, e riguardano i fatti oggettivi, mentre “giusto” e “ingiusto” sono categorie di cui si occupa il pensiero umanistico, e riguardano i valori soggettivi. Le contrapposizioni tra matematica e scienza, da un lato, e religione, politica e filosofia, dall’altro, nascono appunto dalla confusione tra i due livelli del discorso, e dalle invasioni di campo che spesso e volentieri si effettuano, da entrambe le parti: anche se, a onor del vero, più spesso e più volentieri da parte dell’umanesimo nel campo della scienza, che viceversa.

Ora, è perfettamente sensato pretendere che sia la politica a essere democratica, e a dover quindi ascoltare tutti: non solo la maggioranza, quando c’è, ma anche le minoranze che la pensano diversamente da essa. Se non altro perché i valori, essendo appunto soggettivi, non sono affatto universalmente condivisi, sia da paesi e culture diverse, sia da persone diverse all’interno di uno stesso paese o di una stessa cultura. E infatti i valori cambiano, e ciò che in un luogo o in un tempo veniva considerato inaccettabile o scandaloso dalla maggioranza, può benissimo essere politicamente corretto in un altro luogo, o diventarlo in un altro tempo.

La scienza invece, dal canto suo, non ha nulla a che fare con la democrazia: Galileo e Darwin avevano contro il mondo intero dei disinformati dell’epoca, ma non per questo si sbagliavano sull’eliocentrismo o sull’evoluzionismo. Semmai, erano i teologi come Roberto Bellarmino, nello Stato Pontificio di Paolo V e Urbano VIII, o i funzionari di partito, come Trofim Lysenko nell’Unione Sovietica di Stalin e Kruschev, a pretendere di voler piegare i fatti della scienza ai valori e ai voleri della religione o della politica, con effetti disastrosi. Lysenko considerava l’evoluzionismo e la genetica come ideologie borghesi, e voleva opporre loro un’“agrobiologia” comunista e sovietica. Questo gli servì per far carriera politica, arrivando a diventare presidente dell’Accademia Sovietica delle Scienze Agrarie, ma non impedì certo alla Natura di continuare a seguire le proprie leggi scientifiche, facendo crollare la produzione agricola e provocando varie crisi alimentari. Esattamente allo stesso modo, il popolo dei “no-vax” può benissimo abboccare alle moderne esche neolysenkoiste, ma questo non impedisce alla Natura di continuare a seguire le proprie leggi, che non cambiano al mutare dei pareri della maggioranza, come nei parlamenti, e rimangono invece immutabili, anche se non piacciano a qualche individuo o qualche gruppo. In questo senso le leggi scientifiche sono effettivamente dei “dogmi”, ma non perché sono state proclamate da un’inesistente “scienza mainstream”, bensì perché sono state scolpite sulle tavole della legge da “Dio, cioè la Natura stessa”.

Non solo la politica e la religione, ma neppure la scienza viene prima di queste leggi. Semplicemente, la politica e la religione si interessano, e dovrebbero interessarsi, d’altro: e quando non lo fanno, diventano ridicole come il Parlamento dello stato dell’Indiana, che nel 1897 decise di cambiare il valore di “pi greco” ponendolo uguale 3. In genere dietro a queste amenità ci sono le idee balzane di qualche ciarlatano: il medico Edward Goodwin, nel caso del “pi greco”, e il medico Andrew Wakefield, nel caso dei vaccini.

Quest’ultimo, in particolare, diffuse fraudolentemente nel 1998 la notizia che il vaccino trivalente provocava l’autismo: in seguito si scoprì che aveva falsato i dati per interessi personali, e venne addirittura radiato dall’ordine dei medici. Troppo tardi, però, per impedire l’attecchimento del seme fraudolento nelle fasce più disinformate della popolazione inglese: nel giro di dieci anni, tra il 1998 e il 2008, la percentuale di bambini vaccinati scese dal 93% al 75%, i casi di morbillo salirono da 56 a 1348, e la malattia da ufficialmente “sotto controllo” divenne di nuovo “endemica”. Una volta la diffusione di quelle che l’articolo 656 del Codice Penale chiama “notizie false e tendenziose”, e che la moda anglofona ha ribattezzato fake news, era lenta come il diffondersi delle malattie contagiose. Ma con l’accelerazione provocata dai viaggi a basso costo, da un lato, e dai social media a basso contenuto, dall’altro, ormai le malattie infettive del corpo e della mente provocano epidemie quasi istantanee, ed è difficile contrastrarle. Tutti ormai pensano tronfiamente di avere il diritto di pensare e il dovere di dire la loro anche su argomenti di cui non conoscono nulla, se non ciò che orecchiano dagli untori che le diffondono nei luoghi meno asettici e più inquinati della disinformazione. L’unico antidoto sarebbe la diffusione del metodo scientifico, che diventa invece la vittima di questo andazzo falsamente democratico: si dovrebbero, cioè, avere la pazienza di studiare a fondo i problemi, e l’umiltà di stare a sentire chi li conosce professionalmente. Si scoprirebbe, allora, che la scienza medica è unanimemente concorde non solo sull’efficacia e sulla necessità dei vaccini, ma anche sull’inefficacia e sull’inutilità delle cure alternative contro il cancro. E che i supposti “contestatori del dogma ufficiale”, lungi dall’essere Galileo o Einstein, altro non sono che ciarlatani o truffatori: anche quelli di casa nostra, da Luigi Di Bella a Davide Vannoni, che negli ultimi vent’anni hanno avuto buon gioco a menare per il naso la Grande Coalizione dei parlamentari scientificamente analfabeti, spesso ottenendo all’unanimità da loro finanziamenti a perdere per le proprie sedicenti sperimentazioni. Ovviamente si può e si deve discutere dei costi, degli sprechi, dell’inefficienza e degli scandali della sanità. Ma questo non ha nulla a che vedere con le argomentazioni antiscientifiche e complottistiche dei “no vax”, per contrastare le quali servirebbe e basterebbe un movimento di “no cax”.

Io sto con Marco!


venerdì 10/08/2018
Mica so’ Matteo, io!

di Marco Travaglio

In una scena di rara mestizia, seduto a un tavolino davanti a un armadietto pieno di libri finti e dietro un pc spalancato sul vuoto, un Renzi insolitamente giallastro annuncia, anzi minaccia in diretta Facebook che “presto toccherà di nuovo a noi” e che ci pensa sempre: noi del Fatto, intendo. Infatti cita il nostro titolo sul cyber-attentato a Mattarella: “Altro che bolla di sapone, ho chiesto a Pignatone di essere ascoltato perché ho molte cose da dire” e “a settembre-ottobre ci sarà da divertirsi”. Noi, nell’attesa, già ci scompisciamo dinanzi a un ex leader, prepensionato alla tenera età di 43 anni, che dall’Oltretomba mena scandalo perché il 27 maggio i social dei fan 5Stelle rilanciarono la campagna – sgangherata ma legittima - del leader dei 5Stelle sull’impeachment al capo dello Stato, anziché sponsorizzare le campagne del Pd e di FI. Lui, con l’aria di chi la sa lunga, ma senza spiegare dove sarebbe il reato, tira in ballo “un soggetto a metà fra una società privata e un movimento politico”: vuoi vedere che la Casaleggio sta coi 5Stelle? Roba da ergastolo.

Un’affezionata ventriloqua del Corriere raccoglie altre sue perle di saggezza. Tipo che “gli attacchi a lui e alla sua famiglia hanno la stessa origine e la stessa manina”. Cioè: anziché tifare per lui e la sua famiglia, il M5S li attaccavano. E nessuno fa niente. Ma ora il pool Antiterrorismo interverrà e il governo cadrà per mano dei giudici entro e non oltre fine anno: “Renzi evoca la via giudiziaria”. Noi, antichi fautori della via giudiziaria, siamo con lui. Solo ci domandiamo se, visti i precedenti, gli convenga evocarla. Un anno fa, sempre con l’aria di chi la sa lunga, annunciò di conoscere i “mandanti” del “complotto con false prove su Consip” e che pure lì “ci sarà da divertirsi”. Poi purtroppo la Cassazione scagionò il presunto falsificatore Scafarto, e i pm e il gip il presunto regista Woodcock, ma non babbo Tiziano, Lotti, Del Sette, Saltalamacchia, Vannoni & C.. Lui disse che le inchieste su suo padre erano una congiura per rovesciare il suo governo: poi purtroppo Tiziano fu imputato per fatture false, e pure mamma Laura. E finirono nei guai giudiziari un nugolo di amici suoi e di famiglia, da Mureddu a Dagostino. Fino al cognato Andrea Conticini, appena indagato per riciclaggio in una mega-rapina all’Unicef sui bimbi africani. Senza contare papà Boschi. Invocare i giudici, con una famiglia e un entourage così, rischia di portare sfiga. Ma lui è come Totò: un tizio lo massacra di botte chiamandolo Pasquale e lui fa lo gnorri perché “chissà ‘sto stupido dove vuole arrivare”. E lo lascia fare senza reagire: “Che mi frega a me, mica so’ Pasquale, io!”.