venerdì 10 agosto 2018

Spietato criticismo


Personalemente lo ritengo il Giornalista e tutte le mattine leggo avidamente le sue opinioni, in piena concordanza. Altri invece lo vedono come uno schierato, un massacratore scientifico e seriale di nemici. 
Carlo Bonini ad esempio su Repubblica lo attacca alla grande. Non sono qui a dire se sia vero o no quel che dice. Solo a cercare di comprendere al meglio cosa voglia dire oggi essere giornalista in Italia.

l metodo Travaglio dieci anni dopo

di CARLO BONINI

L’ex dipendente del Gruppo editoriale l’Espresso, Marco Travaglio, ora direttore del Fatto Quotidiano, coltiva un’ossessione per Repubblica che non conosce requie. E a cui dedica fiumi di inchiostro. Ancora ieri. E questa volta per il lavoro di questo giornale sulla tempesta di tweet che, nella notte tra il 27 e il 28 maggio, investì il Capo dello Stato minacciato di impeachment dai 5 Stelle di Luigi Di Maio. Un ennesimo grammelot fascistoide di quelli con cui normalmente gratifica i reprobi di turno scelti per la bastonatura. Ora con la storpiatura del cognome, ora con un profluvio di locuzioni mascella in fuori (“mecojoni”). Ragione per cui si potrebbe continuare ad ignorarlo, abbandonandolo al solitario e narcisistico esercizio proprio di chi si nutre ormai di soli ritagli di giornale, sapientemente manipolati a sostegno di una tesi.

È quello che Repubblica ha fatto dal 14 maggio del 2008, quando, su queste pagine, Giuseppe D’Avanzo definì una volta per tutte «il metodo Travaglio», avvistando in quel «metodo» prima ancora che nel suo interprete, la spia di un veleno capace di intossicare la discussione pubblica. E tuttavia, a dieci anni di distanza, proprio la questione oggetto dei suoi ultimi lazzi — la manipolazione del discorso pubblico attraverso centinaia di profili fake Twitter e pagine Facebook — è probabilmente l’occasione adatta per ricordare a chi era allora molto giovane, cosa è e come funziona il «metodo Travaglio».

Scriveva Giuseppe D’Avanzo nel 2008: «Il nostro amico (Travaglio ndr) sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del “vero” e del “falso”. Afferra un “fatto” controverso (ne è consapevole, perché non è fesso) e lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere. (…) Il “metodo Travaglio” e delle “agenzie del risentimento” è una pratica giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. È un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra)». Quindi concludeva: «Anche Travaglio può essere travolto dal “metodo Travaglio”. Travaglio — temo — non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque».

2008-2018. Dieci anni dopo, ritroviamo Travaglio folgorato dai 5 Stelle e dalla Casaleggio Associati. E la politica del risentimento che si è fatta maggioranza e governo del Paese. Il metodo è dunque questa volta dispiegato a sostegno dei nuovi padroni. Secondo il solito schema. Vediamo. Repubblica, per prima, dà conto il 30 maggio di quest’anno di quanto accaduto sulla rete social di Twitter nella notte tra il 27 e il 28 maggio. Non cita mai né la Russia di Putin, né la fabbrica dei troll di San Pietroburgo con cui è stata intossicata l’elezione del Presidente degli Stati Uniti (una quisquilia per il nostro opinionista) e di cui si è pure occupata. Due mesi dopo, il sito americano FiveThirtyEight riferisce che dei 3 milioni di tweet cinguettati dalla fabbrica delle fake news di Putin ve ne sono 18.254 in lingua italiana. La notizia, ripresa da molti giornali italiani, viene messa insieme alla tweetstorm contro Mattarella. Un errore che Repubblica non commette, continuando a tenere distinte le due vicende (Quirinale e troll russi) che, allo stato, distinte sono. La Procura di Roma apre un’indagine. Travaglio frulla il tutto e, ieri, fa dire a Repubblica quel che Repubblica non ha mai scritto (Putin dietro l’aggressione a Mattarella), mescolando titoli e ritagli di giornali diversi su due storie diverse, articoli su carta e notizie on-line. Una manipolazione necessaria al sabba di pernacchie che deve convincere che questo giornale ha prima pubblicato falsi, si è quindi «autosmentito» e, di fatto, partecipa a una campagna liberticida contro la Rete per ossequio codino a Mattarella. Nel merito — l’integrità del dibattito pubblico rispetto alle manipolazioni in Rete — non una parola. È una questione di cui in fondo discutono l’intero Occidente e gli stessi giganti della Rete. A «mecojoni» non importa un fico secco. O forse si è perso qualche ritaglio di giornale.

giovedì 9 agosto 2018

Ohhhhhhhhhhh...




Da Repubblica sulla schiavitù


La bottiglia vale più della passata ecco chi affama l’Italia del pomodoro
Le doppie aste della grande distribuzione e il crollo dei prezzi: solo l’ 8% di quanto paghiamo va al prodotto

di Chiara Spagnolo per Repubblica

Bari
La grande distribuzione tiene in ostaggio la filiera del pomodoro. Per capirlo basta guardare una bottiglia di passata e scoprire che il 53% di quello che paghiamo alla cassa finisce a chi gestisce la catena, il 10% è il costo della bottiglia stessa e solo l’8% è il valore del prodotto. Lo dice un’analisi della Coldiretti e lo raccontano produttori agricoli e imprenditori della trasformazione, nei giorni in cui ancora si piangono i 16 braccianti morti in due incidenti stradali in Puglia. Mentre la politica si interroga sulla necessità di rivedere la legge 199 sul caporalato ( con il braccio di ferro Lega- M5S che non trova un punto d’incontro) e i sindacati chiedono maggiori controlli sui campi, passa in second’ordine il modo in cui negli ultimi trenta anni la filiera agricola è stata drogata. E il fatto che lo spauracchio delle importazioni viene agitato a ogni pie’ sospinto, per far lievitare i costi dei prodotti dopo che raggiungono gli scaffali.
La passata di pomodoro è l’esempio plastico di una situazione incancrenita: al supermercato costa tra 0,70 e 1,3 euro ma le industrie di conservazione la smerciano a 40-45 centesimi a bottiglia, come racconta Francesco Franzese della Fiammante di Buccino ( in provincia di Salerno) che dalle campagne del Foggiano compra l’80% del prodotto. «Vendo le bottiglie di passata da 770 ml a 44 centesimi, a me costano 39, significa che il guadagno è di 5 centesimi. Una cifra che diventa utile solo se si fanno numeri altissimi, come i nostri 20 milioni di pezzi».
Tradotto: nel passaggio dai tir ai supermercati il prezzo può anche triplicare. Anche grazie alle aste al doppio ribasso, che nel rapporto “ Agromafie e caporalato” vengono definite il modo in cui la grande distribuzione « strozza l’agricoltura italiana » . Il sistema è semplice: a maggio viene bandita l’asta, le ditte di conservazione offrono prodotti e prezzi, il più basso diventa il punto di partenza dell’asta successiva, che si svolge online, tramite un portale che concede due minuti per le nuove offerte. Tutto senza controllo, senza poter sapere chi c’è dietro le offerte e chi potrebbe drogare il mercato. In una corsa a chi offre di meno, che poche settimane fa ha portato Eurospin ad aggiudicarsi la passata di pomodoro a 31,5 centesimi. E se ci sono imprenditori della trasformazione che rinunciano, altri sono costretti a vendere a una miseria. E a cercare, a loro volta, di tirare sui prezzi dei pomodori. In teoria il prezzo è bloccato dall’Accordo quadro, che ogni anno viene firmato tra Anicav ( Associazione nazionale industriali conserve vegetali) e Op ( organizzazioni di produttori): per il 2018 è stato previsto che il pomodoro tondo venga acquistato a 87 euro per tonnellata e quello lungo a 97 nel Centro- Sud e 85 al Nord. «Lì il prodotto può costare di meno perché molti produttori sono anche conservatori — spiega Enzo Smacchia, dell’Op Mediterraneo di Foggia — al Sud la filiera è più lunga e in mezzo ci sono anche le cooperative, a cui noi produttori versiamo il 10% dei guadagni».
I prezzi — stando ai calcoli — sono uguali a quelli di 30 anni fa, «come nel 1985, per l’esattezza — dice Coldiretti Puglia — nonostante il codice etico firmato l’anno scorso tra il ministero delle Politiche agricole e la grande distribuzione » . Il mondo, però, nel frattempo è cambiato. Così come i contratti di lavoro agricolo. Quelli regolari prevedono che il dipendente di livello più basso ( il bracciante) guadagni 7,31 euro all’ora per 6 ore e mezzo al giorno. Nei campi della Puglia, però, come racontano molte inchieste giudiziarie, ci sono uomini e donne che lavorano senza contratto e per una paga di 3 euro all’ora. Le loro giornate iniziano all’alba e finiscono anche dieci ore dopo, ammesso che non muoiano di caldo — come è successo a Paola Clemente il 13 luglio 2015 ad Andria o Abdullah Mohamed sette giorni dopo a Nardò — o schiacciati tra le lamiere di un furgoncino, come i sedici deceduti tra il 4 e il 6 agosto in Capitanata.
Chi la sera torna a casa o nei ghetti, in fondo, può dirsi fortunato. Perché il giorno dopo può ricominciare a lavorare sotto al sole per riempire 10- 15 cassoni con almeno 3.000- 4.500 kg di pomodori. Quelli che, nella bottiglia di passata, avranno un valore di 0,104 euro. Talmente poco che persino il contenitore costa di più.

Benvenuta!



Si lo so è la vigilia di Ferragosto ma la gioia è così tanta che organizzerò una danza di saluto benedicente ogni goccia che il ciel invierà! Vamos!

Piccola meditazione


Eppur si muove! la tenda dal vento
Tanto scocciato fui dal solleone
che da questo minuto movimento
m’attendo una sonora glaciazione!

Tutto il marcio è paese


giovedì 09/08/2018
L'INCHIESTA
Ulivi, vigne e alberi da frutta. Il caporalato è anche a Nord
DAL CHIANTI AL PIEMONTE, DALLA FRANCIACORTA FINO AL LAZIO: LO SFRUTTAMENTO STAGIONALE DELLA MANODOPERA MIGRANTE NON È UN’ESCLUSIVA DEL MEZZOGIORNO

di Ferruccio Sansa

“Quando non vi serviamo ci lasciate annegare. Quando avete bisogno ci sfruttate come schiavi. Così non vale. Accade anche al Nord”, racconta Vasile, 37 anni, che viene dalla Romania e da anni si passa l’estate nel nostro Paese. Non per una vacanza, anche se ufficialmente arriva con un’agenzia turistica (fasulla) per un viaggio di piacere (altrettanto finto). Vasile ti punta lo sguardo addosso: “Lei che cosa mangia stasera? Pomodori, un piatto di riso, una bella insalata con la bistecca. Magari un bicchiere di vino con le bollicine e una mela. Ecco, ogni boccone che sta mangiando potremmo averlo raccolto noi per 20 euro al giorno. Certo, è responsabilità dei caporali, ma anche degli agricoltori. Della grande distribuzione che vuole strappare prezzi assurdi. E, non me ne voglia, anche sua che mangia”.

Non c’è soltanto il Sud. Nella mappa del caporalato ci sono quasi tutte le regioni del Centro-Nord. A cominciare dal Lazio. “In provincia di Latina”, esordisce Ivana Galli, segretario nazionale della Flai Cgil, “c’è una comunità di lavoratori indiani che nel periodo della raccolta degli ortaggi lavorano fino a 12-13 ore al giorno. Piegati sotto il sole. Magari per 25 euro al giorno, ma devi toglierci quello che il caporale prende per trasporto, acqua e cibo”.

In Abruzzo, intorno ad Avezzano, la specialità sono i finocchi, per raccoglierli devi alzarti all’una di notte perché si comincia prima dell’alba. Raccolti poveri, ma non solo: il caporalato si sta radicando anche nel Chianti dei vini e negli uliveti del grossetano.

In Emilia Romagna, come dimostrano le inchieste della Procura, ci sono Ravenna, Cesena e Forlì. Qui si parla soprattutto di allevamento. Tra i lavoratori a tempo determinato gli stranieri sono il 51% (quasi la metà donne).

Scegliete voi il menù: “In provincia di Brescia – racconta Galli – si segnala la diffusione del caporalato nella produzione di vini pregiati come il Franciacorta. Dimostrazione del fatto che non viene utilizzato solo in coltivazioni con bassissimi margini di guadagno, come i pomodori”.

Sempre in Lombardia i sindacati hanno puntato il dito sui vigneti e le mele della provincia di Sondrio. Non è esente nemmeno il bergamasco con le produzioni di insalate. Ma soprattutto ci sono Mantova e Pavia, e qui sarebbe interessante sovrapporre la mappa del caporalato a quella del radicamento della ‘ndrangheta, come consiglia Cataldo Motta, ex procuratore di Lecce oggi impegnato con Coldiretti per la lotta alle agromafie: “Al Sud il caporalato è sempre legato alla criminalità organizzata. Ma il discorso vale sempre di più anche per il Nord”. Ecco cosa può esserci dietro un melone che arriva sulle nostre tavole da Mantova, dietro certi vini e risi di Pavia. Ma ci sono anche le coltivazioni e la floricoltura di Albenga, in Liguria. E c’è chi teme che il caporalato stia arrivando fino alle mele in Trentino Alto Adige.

A Saluzzo, in Piemonte, per dare alloggio ai migranti che arrivano per la raccolta sono stati trovati 368 posti in un’ex caserma. Ma le condizioni di vita sono terribili. Duecento lavoratori hanno scritto al sindaco, Mauro Calderoni: “Noi, gli africani del Foro Boario, siamo qui a Saluzzo per cercare lavoro e non per fare casino. Restiamo qui per qualche mese e poi ce ne andremo via. Guardate la situazione in cui ci troviamo: costretti a dormire fuori, senza una tenda, senz’acqua. Non si può vivere così”.

Al Sud c’è la piaga dei trasporti folli – come hanno dimostrato le tragedie di Foggia – ma al Nord i migranti talvolta sono rinchiusi nelle aziende agricole in condizioni che ricordano la detenzione: 24 ore al giorno a disposizione del “padrone”.“Le leggi contro il caporalato risalgono all’inizio del 900. Erano nate per il Nord, per la coltivazione del riso”, spiega Motta (che ha elaborato un progetto di legge). Aggiunge: il punto è non fermarsi ai caporali, “bisogna puntare sullo sfruttamento lavorativo”.

Insomma, anche i datori di lavoro. E occorre “prevedere una premialità per chi aiuta le indagini”. Come? “Chi denuncia potrebbe essere assunto in aziende comprese in un elenco regionale”. Una lotta difficilissima anche perché in Italia le ispezioni sono calate: 8.662 nel 2015, 7.265 lo scorso anno. E l’illegalità trova nuove forme: c’è chi lavora con regolari contratti che, però, prevedono la metà delle ore. Chi sbarca su pullman di finte agenzie turistiche. Mentre la Flai contesta il decreto Dignità che in questo settore “potrebbe ampliare e non ridurre l’abuso dei voucher”. Sarà lungo estirpare il caporalato, conclude Galli, “bisogna coinvolgere la grande distribuzione che compra i pomodori alle aste online, che si basano sul massimo ribasso, arrivando a 0,31 euro a confezione”. E bisognerà coinvolgere anche i consumatori. Insomma, noi.

mercoledì 8 agosto 2018

Astensione


Non so se servirà, probabilmente no, ma da oggi non mangerò più, e mi costa, spaghetti al sugo di pomodoro. Mi asterrò in attesa di capire come sia la filiera che sfrutta, schiavizza esseri umani per proporre prodotti a costi incredibilmente bassi. 
Gian Carlo Caselli questa mattina sul Fatto spiega come avviene la vendita dei prodotti agricoli: la grande distribuzione chiede alle aziende venditrici di pomodoro di presentare un'offerta. Raccolte le proposte, viene fatta un'ulteriore asta a scendere, partendo dal prezzo più basso. Non tutti i grandi gruppi però utilizzano il doppio ribasso. Molti di loro hanno firmato un protocollo di intesa per evitare questa forma insana di commercio. Altri no. Caselli ne cita uno in particolare: Eurospin.