venerdì 4 maggio 2018

Start!


Parte oggi da Israele una manifestazione diversamente sportiva improntata sull’ottimismo dei partecipanti, tendenzialmente infatti rivolti al Positivo, che per venti giorni prenderà in Giro l’Italia!

Opinioni Fini


venerdì 04/05/2018
Noi italiani, sudditi senza diritti

di Massimo Fini

Luigi Di Maio ha riportato all’onor del mondo la secolare questione del ‘conflitto di interessi’. Berlusconi ha subito gridato all’“esproprio proletario”. In realtà la questione del conflitto di interessi ne sottintende un’altra che la precede e la innesca: per anni si è tollerato che un unico imprenditore possedesse l’intero comparto televisivo privato nazionale in contrapposizione alla Rai pubblica (o, per meglio dire, partitica: negli anni Ottanta la Dc controllava la prima Rete, i socialisti, a esser più precisi, i craxiani, la seconda, il Pci la terza). Una situazione sostanzialmente illegittima perché in una democrazia liberale l’oligopolio impedisce quella libera concorrenza che è il sacro mantra, almeno a parole, di questo sistema. Ci pensò Bettino Craxi a mettere al riparo Berlusconi da una sentenza della Suprema Corte che dichiarava l’incostituzionalità dell’intero sistema televisivo, attraverso una legge, la legge Mammì, che consentiva a Berlusconi di mantenere, con tre Reti (Canale 5, Italia Uno, Rete 4) la sua posizione dominante. Craxi fu ricompensato da Berlusconi con un finanziamento illecito di 21 miliardi di vecchie lire al Psi.

La legge Mammì, perché la cosa non apparisse così sporca com’era, imponeva a Berlusconi un solo obbligo: sbarazzarsi del suo quotidiano, Il Giornale. E l’allora Cavaliere lo vendette a suo fratello, Paolo. Il che dice, prima che saltassero fuori tutte le sue responsabilità penali, in qual conto questo soggetto tenesse le regole e le leggi.

Il problema del ‘conflitto di interessi’ si affaccia quando Berlusconi, pur rimanendo tenutario di un oligopolio televisivo condiviso con la Rai, diventa un uomo politico. La sua vittoria nelle elezioni del 1994 è dovuta in buona parte al possesso in solitaria delle tv private, non tanto al momento del confronto elettorale ma nei lunghi anni che l’hanno preceduto durante i quali Berlusconi aveva potuto educare gli italiani alla propria cultura o piuttosto subcultura. L’italiano nasceva naturaliter berlusconiano. Era stato Umberto Bossi, in combinazione con le inchieste giudiziarie di Mani Pulite, a scuotere l’albero della Prima Repubblica, facendone cadere le mele più marce, ma fu Berlusconi, che non aveva mosso un dito, a coglierne i frutti.

Furono innalzate alcune cortine fumogene per mascherare il fatto inaudito per una democrazia liberale che un premier potesse possedere, e in misura così rilevante, organi di informazione determinanti (né Merkel, né Macron, né Trump, solo per citare gli esempi più significativi, hanno tv o giornali). Inoltre poté mettere le mani – ma questo lo avevano fatto anche, prima di lui, tutti gli altri leader e sottoleader politici – su ampie porzioni della Rai pubblica, che dovrebbe appartenere ai cittadini e in cui invece scorrazzano a loro piacere, a seconda dei rapporti di forza, quelle associazioni di diritto privato, quelle bocciofile, chiamate partiti. Le cortine fumogene erano il blind trust, il ‘consiglio dei tre Saggi’, tutte cose di cui naturalmente si sono perse le tracce. E così il ‘conflitto di interessi’ è rimasto un tumore della nostra democrazia.

Berlusconi sostiene che la questione non esiste, perché è da tempo che si disinteressa delle sue televisioni e comunque “tutti sanno che sono l’editore più liberale che esista”. Simili cose turche le può dire solo un soggetto paranoide che crede sinceramente – io la penso così – alle sue menzogne. E in ogni caso anche se ciò che dice fosse vero non è che cose del genere possono dipendere dalla ‘bontà’ di un imprenditore. È come se un industriale dichiarasse che con lui i diritti sindacali sono inutili perché è solito trattar bene i suoi lavoratori. Comunque Berlusconi si tranquillizzi. Nessuno, nemmeno Di Maio, credo, vuole espropriarlo delle sue aziende. Sono realtà imprenditoriali divenute troppo importanti, anche dal punto di vista occupazionale, per toglierle a chi le ha fondate e costruite con una capacità che nessuno può mettere in discussione.

Se però, come dice di continuo, vuol bene a quello che chiama “il mio Paese” (per la verità sarebbe anche il nostro, ma lasciamo perdere) dovrebbe ritirarsi dalla politica. Invece resta lì, come un macigno. Impedendo con la sua presenza, nelle temperie attuali, un’alleanza con le destre di Salvini e Meloni.

Dall’altra parte c’è un macigno più piccolo: Matteo Renzi. Che, sempre in nome del ‘bene del Paese’, ma in realtà per “un ego smisurato” come lo ha definito Di Maio, non dissimile da quello di Berlusconi, si oppone a qualsiasi accordo con i grillini. Non solo non pensa al ‘bene del Paese’, ma nemmeno a quello del suo partito. Après moi le déluge!

E così noi italiani, sudditi senza diritti, a cominciare da quello di scegliersi il proprio destino, ostaggio di uomini politici, alcuni delinquenti, altri irresponsabili, “continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

giovedì 3 maggio 2018

Perplessità



1739



Un numero, un semplice numero capace di spiegare tutto quanto attorno a noi soffoca l'umanità: 1739 miliardi di euro, la spesa in armi del mondo nel 2017. 
Che dire? Hai voglia di impegnarti in missioni caritatevoli, di inviare buffetti alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale che soffre fame, malattie e quant'altro. 
Hai voglia di impegnarti in attività di fratellanza, di batterti per il riconoscimento di diritti, di denunciare le tristi diseguaglianze, la pidocchiosa ricchezza di pochi, l'aberrante povertà di molti. 
Davanti ad una cifra di tale portata, spiegante ad eventuali civiltà extraterrestri la deflagrante stupidità umana, non resta che ammainare ogni velleità di rivincita, ogni speranza di rinascita. Se il mondo nel 2017 è riuscito a privarsi di 1739 miliardi di euro per acquistare strumenti di morte, di annientamento di simili, allora vuol dire che il potere, la forza, l'economia, il pensiero dominanti sono talmente saldi, pietrificati, immarcescibili in questa ottica di morte che ogni altro discorso evapora come neve al sole. 
Delinquenti di ogni razza assetati di denaro, ruotano in ogni dove per vendere morte, sottraendo potere di acquisto in medicine, tecniche agrarie portanti materie prime laddove nulla cresce, se non razzi e mitragliatrici. 
Le grandi multinazionali delle armi eleggono da molto tempo il più potente politico terrestre, il presidente americano e, naturalmente, gli Stati Uniti sono al primo posto in questa classifica stilata dall'Istituto Internazionale di Stoccolma per le Ricerche sulla Pace (Sipri) con una spesa di ben 610 miliardi. 
Seguono Cina, Arabia Saudita, quando facciamo benzina pensiamo che una parte dei nostri soldi verrà destinata al lugubre acquisto bellico, India, che ha ancora milioni di persone per strada a mangiare rifiuti, e Russia. 
Noi, nel nostro piccolo, siamo dodicesimi a 29,2 miliardi di dollari, non male se pensiamo ai giovani senza lavoro e alla moltitudine di persone che pranza e cena alle mense della Caritas. 
Provo un senso di inadeguatezza misto a vergogna. Si, mi vergogno di far parte di questa umanità svilita, sfrontata e senza nessun tipo di ritegno, sorda ai lamenti dei più, oramai assuefatti all'indecorosa fine nei meandri dell'anonimato e della rassegnazione. 
Non so a voi, ma a me questo numero, 1739, dona queste dolorose sensazioni.

mercoledì 2 maggio 2018

Attonito


Ci fosse un'organizzazione mondiale seria, non come questa Onu diventata tempio della burocrazia in "fiaschettamentum aere", essa dovrebbe predisporre un servizio, soffice, quasi segreto, atto a rinchiudere eventuali acquirenti di un articolo uscito in questi giorni, in un centro di riabilitazione mentale, in stile prettamente maoista. 
Di che sto parlando?
Digitate carmardenim.com ed entrerete in un sito americano di abbigliamento dove troverete la madre di tutte le innovazioni modaiole, inabissatasi dentro all'imbecillità più pura. 
Troverete questa foto: per “soli” 168 dollari acquisterete questi jeans... leggermente tagliati... leggermente, quasi impercettibilmente...
Ma porca puttana! 168 dollari per farsi dare dell'imbecille? 
Futuri acquirenti, vi prego: per la metà, 84 dollari, m’impegno ad inviarvi una mail al giorno, per un anno solare intero, con scritto, a mo' di controprova, che siete degli imbecilli doc! 
Perché tentennate? Risparmierete la metà dei soldi e il risultato sarà identico a quello di uscire di casa così agghindati! 
Aspetto i vostri bonifici! 
PS (sto progettando i jeans XXX Exteme cutout pant! A soli 134 euro saranno composti solo dalla cerniera e da una tasca! Fatevi sotto imb.. ehm.. acquirenti! Affrettatevi!) 
Chissà poi perché coloro che sorvolano lo spazio nei loro dischi ultraveloci non vengano giù per resettarci! Venite, vi prego, non ce la faccio più!



Primo Maggio


Raccolte le innate pigrizie, constatato il plumbeo del cielo, ho trascorso un primo maggio secondo i precetti trascritti nel compendio  "Stravaccamentum die", un libro scritto da qualche frate satollo nei primi anni del XVII secolo.
Quando entri in questa particolare concezione spazio temporale, le più semplici azioni, dalle abluzioni allo svuotamento della vescica, diventano impedimenti rocciosi in puro stile alpino; l'ammorbidente che pervade il tuo animo blocca ogni proposito, ogni progetto. La tv diventa sovrana e solo grazie al decoder, permettente di tornare indietro, riesci in un tempo enormemente dilatato a visionare almeno un film, interrotto da molteplici penniche che si susseguano a ritmo circadiano. 
Le ore del giorno si tramutano in un'unico ed indecifrabile tempo, cadenzato dalla luce che filtra dalle tapparelle ortodossianamente calate a mezz'aria. Lo svuotamento in cervice raggiunge picchi impensati, tanto che diventa faticoso coordinare un'alzata per l'espletamento della minzione. 
Sul far del meriggio infine, scovando su Rai 1 il famigerato concertone sindacale del Primo Maggio, riesco, dopo sforzi mnemonici importanti, a rielaborare la classifica annuale delle inutilità scassamaroni, posizionando al solito l'evento musicale romano, con cantanti mai conosciuti prima senza senso né storia, un'incollatura dietro ad un pranzo di prima comunione, agli auguri a raffica di Natale, l'incontro con scalmanati narratori di vacanze e la terribile casualità che mi costringe ad ascoltare le narrazioni di due o tre celeberrime logorroiche che sfuggo da tempo immemore più che la Picierno una biblioteca. 

martedì 1 maggio 2018

Chapeau!


martedì 01/05/2018
Il narcisista che non riesce a stare zitto

di Daniela Ranieri

Eravamo rimasti che voleva “tacere per due anni” dopo il 4 marzo, e infatti rieccolo dopo due mesi in prima serata su Rai1, a regolare conti interni, a mandare avvertimenti, a parlare a nuora (“chi ci guarda da casa”) perché suocera intenda, ma soprattutto a liberare la sua incontinenza narcisistica, il suo bisogno quasi ghiandolare di pubblico.

Si sa che una cosa detta da Renzi è scritta sull’acqua, quando non vuol dire proprio l’esatto contrario, ma si resta abbastanza ammutoliti davanti alla performance tutta psichica di questo ambizioso di provincia che ha scalato un partito (spesso fallimentare, ma tutto sommato prima del suo arrivo rispettabile) polarizzando ogni sentimento attorno alla sua persona, commissariandolo e riducendolo a quel che è oggi: un campo di forze e ambizioni personali confliggenti o coincidenti col suo ego patologico e dunque prive di qualsiasi orizzonte credibile.

In sostanza è andato a dire due cose: che non vuole andare al governo coi 5Stelle; che se non si riesce a fare un governo è perché “dopo il referendum il Paese è bloccato”. Visto che questa è palesemente falsa (sabato abbiamo fatto il fact checking alle parole di Orfini, spedito a Otto e mezzo a diffondere la stessa panzana in qualità di ballon d’essai: il referendum nulla c’entra con la legge elettorale che precedeva il Rosatellum, dichiarata incostituzionale dalla Consulta nelle parti relative al ballottaggio e alle pluricandidature), abbiamo motivo di presumere che anche la prima lo sia. A pensar male si fa peccato, ma noi siamo peccatori e scommettiamo che Renzi darà mandato ai suoi più fedeli sottoposti di votare a favore dell’intesa col M5S, in direzione o in qualunque altro consesso partorito dalla finta democrazia che ha instaurato nel partito, se non proprio al Senato dove il governo dovrà ottenere la fiducia, continuando in pubblico a escludere perentoriamente ogni ipotesi di alleanza “coi populisti” per far contenti i twittatori del #senzadime (e i 5 passanti da lui importunati in piazza della Signoria). “Su 52 senatori del Pd”, è l’excusatio non petita, “almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”, ma ormai la pulce è nell’orecchio e del resto sfidiamo chiunque a non vederlo nelle vesti di uno che va al governo con Di Maio per poi farlo cadere alla prima fiducia tanto per dimostrare che: 1) i grillini sono incapaci di governare; 2) serve la riforma della Costituzione.

E qui torna lui e tutta la sua amicaglia di miracolati, e siccome siamo già o ancora in campagna elettorale, rieccolo in Tv, a cercare di ricostruire una immagine di sé integra, intoccata dagli scandali Consip, da quelli bancari boschiani e dalle ombre giudiziarie sul babbo e ora pure sulla mamma, tanto da permettersi un moto di indignazione per una presunta colf pagata in nero dalla compagna del presidente della Camera Fico. “Ho iniziato a fare politica contro il partito azienda di Berlusconi”, lo stesso col quale poi ha fatto un patto segreto, una riforma costituzionale e una legge elettorale, questa qui che ci ha destinato all’impasse. “Da quel momento (dal 4 dicembre 2016, ndr) l’Italia non è più in grado di avere un sistema efficiente”, insiste. “Salvini e Di Maio avrebbero avuto interesse a farsi un ballottaggio”, e con ciò dà del deficiente a Gentiloni che ha messo 8 voti di fiducia per far passare il Rosatellum e degli idioti a tutti gli italiani, che non hanno votato contro alcun ballottaggio.

Del resto sta tutto scritto nel “programma dei 100 punti” consegnato al Viminale e firmato dal “Dott. Matteo Renzi”: “La sconfitta referendaria non cancella il ripensamento del sistema istituzionale ma rende questo percorso più difficile”. Difficile, ma non impossibile: basterà aggirare la volontà popolare. Certo, con B. sarebbe stato più facile, ma le vie dell’ambizione sono infinite.