sabato 27 gennaio 2018

Memoria, Memoria, Memoria!



Sabato scanziano


sabato 27/01/2018
Rotta, il Rosatellum e la slavina sul Pd

di Andrea Scanzi

Due mattine fa ero a L’aria che tira. Ho accettato unicamente perché, tra gli invitati, c’era Alessia Rotta. Assieme al salumaio della Rassinata e a Jimmy Il Fenomeno, è la mia statista di riferimento. Per distacco. Lei non è solo un politico: Lei è un faro nella notte. Lei è un “carro armato a vele spiegate”, per dirla con Spillo Altobelli, che però a dirla tutta parlava non della Rotta ma dell’Inter.

Per chi non lo sapesse, e in questo caso dovrete vergognarvi, Alessia Rotta è una politica di spicco del Partito democratico. Deputata, è nata a Tregnago (Verona) nel 1975. Dopo una carriera indimenticabile come giornalista presso Telearena, si dedica per la gioia di tutti alla politica. Le sue credenziali indiscutibili le garantiscono l’attenzione di Renzi, che quando c’è da indebolire una classe dirigente non ha rivali. Il Diversamente Statista di Rignano, nel dicembre 2013, la vuole nella Direzione Nazionale del Pd. Nel settembre 2014, all’apice del renzismo, Renzi la nomina pure membro della segreteria nazionale del Pd “con delega alla comunicazione”. È un altro dei suoi atti masochistico-compulsivi. Infatti i risultati si rivelano subito straordinari: ogni volta che qualcuno del Pd parla in tivù, migliaia di elettori votano tutto tranne che il Pd. Negli anni ruggenti della Rotta le sconfitte pidine si susseguono, fino al meraviglioso golgota del 4 dicembre 2016.

Da allora la Rotta dirada le comparsate televisive, per poi essere ingiustamente defenestrata da Renzi, che la lascia sì dentro la Direzione Nazionale ma che la toglie dalla Segreteria. E le sfila pure la mitologica delega alla comunicazione. Mannaggia. Per la Rotta comincia così un mesto pascolare televisivo. Fino a due mattine fa.

Sono in collegamento da Arezzo e non vedo l’ora che Lei parli. C’è grande attesa, un po’ come quando sta per comparire Antonio Socci in tivù. Però un po’ meno. Accanto a Lei, in studio, scorgo Roberto Arditti e Nicola Fratoianni. Anche loro sono emozionati: non capita a tutti di avere accanto la nuova Nilde Iotti. La Rotta prende la parola e picchia subito giù duro: “A fare la differenza, nella prossima campagna elettorale, sarà la serietà dei politici”.

Parole forti, e ancor più a caso. Daje Alessia. Che poi, se davvero la “serietà” fosse il discrimine politico, il primo a rimetterci sarebbe proprio il Pd: in un amen passerebbe dal 20% o poco più al meno 7%. Cosa c’è di meno serio di Renzi, delle sue promesse disattese, delle sue bugie a raffica? La puntata va avanti e mi danno la parola. Ricordo che, a voler essere neanche troppo cattivi ma giusto realisti, spedire l’ineffabile Boschi a Bolzano in un seggio blindato non è granché “serio”. Ora tocca alla Rotta replicare. Solo che Alessia non ha la battuta pronta. La vedo in difficoltà: come sempre, ma più di sempre. Probabilmente la Boschi non la sopporta neanche lei e tutto vorrebbe, fuorché star lì a difendere in tivù una che i voti non li porta ma li toglie. Così, in un mirror climbing straziato e straziante, Alessia prova a dare a caso la colpa alla legge elettorale: una legge così odiata dal Pd da farla passare con 178 fiducie. Quindi, all’interno di un monologo così inefficace che in confronto Razzi è Abramo Lincoln, la Rotta arriva a dire: “Non è la nostra legge elettorale”. Così. Testuale. Myrta Merlino tradisce un accenno di svenimento, Arditti si accartoccia sulla sedia, Fratoianni sbrocca come un Trotzkij giustamente livido. La Rotta però resiste: “Noi non la volevamo. La nostra legge era l’Italicum”. Che era pure peggio. Infatti era stata pensata (parola grossa) solo per la Camera, dando comicamente per scontato il “sì” del 4 dicembre. E infatti è stata bombardata dalla Consulta.

Mentre Fratoianni bestemmia ormai in aramaico, la Rotta asserisce che loro volevano il Mattarellum e che poi si erano pure spostati democraticamente verso una legge diversa, solo che quei sudicioni dei 5Stelle l’avevano affossata. Vorrei ricordarle che il Mattarellum non lo voleva il Pd, ma solo una parte minoritaria di esso. Vorrei aggiungere che a far saltare il Tedeschellum è stato il Pd, prendendo a pretesto un emendamento sul Trentino Alto Adige. E vorrei infine rimarcare che la nuova legge elettorale (empia a volerle bene) si chiama “Rosatellum”, e non “Fratoiannum” o “Scanzinellum”, perché l’ha partorita un altro insigne luminare del Pd. Ma è tutto inutile, un po’ perché ci pensa già Trotzkij Fratoianni a sbugiardarla e un po’ perché parlare con Alessia Rotta è inutile di per sé: ontologicamente. Poveri renziani: non solo sono dentro una slavina elettorale che pare senza freni. E non solo sono la peggiore classe dirigente politica di sempre. Sono pure messi così male da doversi costantemente dissociare da loro stessi. Sia loro lieve il 4 marzo.

venerdì 26 gennaio 2018

Stesso copione


Si continua a morire in questo paese deragliato dalla giusta via, si continua a soffrire su queste lande di nessuno, a causa di scelleratezze, d’insani principi riconducibili alla voracità, all’inettitudine di gentaglia senza dignità. Si viaggia su treni obsoleti, si sta ammassati come bestie dirette al macello, consapevoli che da molto tempo ormai il trasporto pubblico, in special modo quello su rotaie, è divenuto di casta. Nessun padre, nessun saggio, nessun normodotato penserebbe mai di abbellire il solaio, il tetto avendo una dimora fatiscente. E invece qui ad Alloccalia succede questo, tra l’indifferenza generale: abbiamo linee ancora non elettrificate, binari unici, carrozze degli anni ‘60 e che han pensato i nostri nobili condottieri? All’Alta Velocità nei tratti importanti, al costo costruttivo al chilometro di due o tre volte quelli di Francia e Spagna. Non solo: il mega progetto Tav il quale, dopo 25 anni di ritardo, non servirà più a nulla se non a saziare gli orchi famelici attorno a noi. Si continua a morire perché la parola manutenzione è divenuta oggetto di sberleffo, tanto stride con le nuove concezioni imprenditoriali. E state certi che a breve inizierà il solito, classico, malvagio balletto scaricante responsabilità, allontanante colpe, pene e licenziamenti di bifolchi scaldanti posti elargenti stipendi inverecondi. Qui in Italia, pardon, in Alloccalia la vergogna non è più di casa. Solo la morte di lavoratrici, solo le ferite d’incolpevoli pendolari è il refrain costante, doloroso e incivile, a breve attorniato da costernazione, lacrime solidali dei soliti e noti coccodrilli infami, dannatamente immoti.

In treno



Mitico Marco!


Questa frase è da Oscar!   
“anche perché Maria Elena nostra, se non venisse eletta, tornerebbe a fare l’avvocato. E non so voi, ma io, piuttosto che da lei, mi faccio difendere da Taormina.”

venerdì 26/01/2018
Bolzano, provincia di Laterina

di Marco Travaglio

“Non ci sono paracadutati. Si va sul territorio e si guardano in faccia gli elettori” diceva Matteo Renzi il 6 settembre 2015, per segnare il nuovo corso del suo Pd che “cambiava verso” dai malvezzi del passato. Quelli dei “soliti noti” (li chiamava così) che pur di non farsi “rottamare” (parlava così) si candiderebbero in capo al mondo per impedire al loro “territorio” di “guardarli in faccia”. Roba da “vecchia politica” (diceva così), tipo quel D’Alema che – gli rammentò Renzi l’11 giugno 2016 – “ci mandò Di Pietro al Mugello!”. Eh già: nel 1997 i poveri mugellesi dovettero votare quel putribondo figuro che aveva fatto l’inchiesta Mani Pulite e peraltro, essendo più popolare di padre Pio, sarebbe stato eletto anche nei collegi di Arcore e di Hammamet (i Ds lo candidarono nel Mugello non per garantirgli l’elezione lontano da casa, ma perché lì si tenevano le elezioni suppletive per sostituire il senatore Arlacchi e in quelle generali del 1996 l’ex pm non aveva voluto candidarsi perché era sotto indagine e voleva attendere di essere prosciolto). Ora naturalmente, siccome non se ne può più di questi paracadutati, Renzi paracaduta Maria Elena Boschi a 340 chilometri dalla natia Laterina (Arezzo), in quel di Bolzano.

Eppure il 21 dicembre scorso aveva giurato a Tgcom24 che “un politico si fa giudicare dai cittadini, saranno gli elettori a giudicare non solo Maria Elena Boschi, ma tutti noi. Questa discussione per noi non esiste. Saranno gli elettori a decidere se Boschi debba essere riportata in Parlamento o no”. Si era scordato di aggiungere che parlava non degli elettori aretini, ma di quelli che parlano tedesco, noti (almeno finora) per eleggere sempre e solo chi vuole la Südtiroler Volkspartei, di cui Renzi&C. si sono riassicurati i servigi con un’infornata di marchette alla modica cifra di 6 miliardi e rotti: dalle indennità ai consiglieri di Stato residenti a Bolzano alle norme fiscali agevolate per l’Alto Adige, dai fondi per l’apicoltura montana all’autonomia plenaria delle province autonome di Trento e Bolzano sulle concessioni autostradali, dalla proroga di 30 anni per l’Autostrada del Brennero A22 ai favori anti-mercato alle banche cooperative locali. Ora gli elettori alto-atesini hanno almeno 6 miliardi di buoni motivi per votare Boschi. E pazienza per il segretario della Svp, Philipp Achammer, che otto giorni fa diceva di “attendere dal Pd una proposta di candidatura di elevata credibilità autonomista” e s’è ritrovato un bel pacchettino già confezionato e infiocchettato.

Edentro c’è la Boschi, la nota autonomista che nel 2014 alla Leopolda si disse “favorevole alla soppressione delle autonomie speciali”. E pazienza anche per il segretario del Pd bolzanino, Alessandro Huber, che fino all’altroieri stava cercando “un candidato locale, come ci era stato richiesto”, quando ancora sperava che Miss Etruria venisse dirottata dove scrivevano i giornali: in Umbria, o nel Lazio, o in Basilicata, o in Sardegna, o in Lombardia, o in Campania, o ad Ascoli Piceno, o in uno qualsiasi dei capoluoghi toscani eccetto Arezzo. Evidentemente, quando Renzi citava i “territori”, parlava in generale, nel senso di uno a caso, come viene viene. E quando chiedeva che “sia consentito ai cittadini di scegliere i parlamentari in modo libero, un po’ come succede nei Comuni” (26.4.2012), diceva così per dire. Certo, ora diventa però vieppiù incomprensibile il senso delle supercazzole renziane sulla Boschi che faceva il giro delle sette banche (più Consob) per salvare Banca Etruria dall’eventuale fusione con la Popolare di Vicenza “a nome dei suoi elettori” (che peraltro non esistevano, nel sistema dei nominati dal Porcellum), del suo “territorio” e in particolare degli ormai leggendari “orafi aretini”. Ora che gli orafi aretini potrebbero finalmente ricambiarla a suon di voti per cotanto attivismo, Renzi gliela sfila da sotto il naso e la spedisce a Bozen. Massì, in fondo un “territorio” vale l’altro.

Quando invece Matteo nostro diceva che “un cittadino deve poter guardare in faccia i propri rappresentanti: poi, se fanno bene li conferma, se fanno male li manda a casa e magari i politici proveranno l’ebbrezza di tornare a lavorare, che non è un’esperienza mistica, la fanno tutti gli italiani ogni giorno e possono farla anche i politici che perdono le elezioni” (26.4.2012) e che “i candidati nei collegi dovranno tornare a guardare in faccia gli elettori, mentre prima veniva eletto il numero 27 di una lista che nessuno, magari, aveva mai visto” (4.11.2015), pensava a tutti fuorché alla Boschi: anche perché Maria Elena nostra, se non venisse eletta, tornerebbe a fare l’avvocato. E non so voi, ma io, piuttosto che da lei, mi faccio difendere da Taormina.
Renzi diceva anche che, per evitare i nominati dall’alto, “il Pd ha già assicurato che faremo le primarie per i parlamentari, come del resto ha fatto per primo Bersani: diamo a Cesare quel che è di Cesare” (21.1.14). E non so voi, ma io le primarie di Bersani di cinque anni fa me le ricordo, mentre ora quelle di Renzi non le ho proprio viste: a meno che Renzi riunito con se stesso in una stanza per compilare le liste del Pd non si chiami “primarie”. Il che non è affatto escluso.
Ah, dimenticavo: il 3 aprile 2011 il Bomba annunciava “un tetto di tre mandati parlamentari, senza eccezioni”. Non poteva immaginare che il Pd sarebbe finito tra le grinfie di un oligarca che ora fa eccezioni e deroghe à gogo per ricandidare, anzi rinominare Gentiloni, Minniti, Pinotti, Franceschini, Zanda, Giachetti, Realacci dopo 4 legislature e Fassino dopo 5. Indovinate come si chiama.

giovedì 25 gennaio 2018

El Diablo Davos




Se socchiudo gli occhi, me li immagino: riuniti, accoccolati alle loro sterminate carte di credito, solari attorno agli abiti firmati, impreziositi da noci diamanti, pregni di potere, di fama, di voglia inestinguibile di soverchiare inferiori, possedenti conti correnti fuori da ogni immaginazione, lontani dalla realtà come Orfini dal decisionismo, o il Delinquente Naturale (cit. "Sentenza Corte di Cassazione nr 35279/13 del 01/08/2013) dalla Verità.
Sono i partecipanti all'"Inchiappettamento Globale" conosciuto anche come World Economic Forum, in svolgimento a Davos, paesino alpino della madre di tutti gli inchiappettamenti, la Svizzera. L'entusiasmo rasenterà la Ola brasiliana! Come ha comunicato raggiante Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale, la crisi è alle spalle! Si! Alle spalle! Un incremento di ricchezza mondiale addirittura del 2,2%!
Poco importa se l'82% di questa nuova opulenza se l'è pappata solo l'1% degli umani! Non ha nemmeno alcun valore pensare che quattro giorni di stipendio di un top manager equivalgano al guadagno di una vita di un operaio comune! Ma checcefrega! Stanno bene qui a Davos, sono fieri del loro operato e le piccole, impercettibili ombre, che so: precariato, disoccupazione, fame, carestie; tutte quisquilie, fregnacce! 
L'importante che la crisi sia passata, che i ricconi di Davos, i saggi governanti, gli illuminati economisti siano contenti! D'altronde i macchinisti di questa splendida economia mondiale, di questa visione meravigliosa globalizzante ogni sogno, sono loro. A loro sono stati consegnati i timoni, per la giusta rotta. 
Siamo in un'era meravigliosa, guardando da Davos: arabi pronti a pagare cauzioni da un miliardo di dollari per riacquistare la libertà, come è accaduto recentemente in Arabia Saudita. E il Quatar che si sta preparando ai Mondiali di calcio del 2022, costruendo stadi ipertecnologici usufruendo della manovalanza di migliaia di pakistani, di filippini, pagati qualche spicciolo e morenti in grande quantità nell'indifferenza generale? E i paradisi fiscali che succhiano risorse, evitano balzelli che ricadono sulla bassa-media classe lavoratrice? E la moda, si la moda che fa confezionare scarpe, vestiti, borse, cinture a giovanissimi pagandoli due o tre ninnoli per poi rivenderli a prezzi tanto alti quanto merdosi? 
Vogliamo dimenticarci del Pil, della famelica corsa all'acquisto, al possedere due, tre televisioni, auto e quant'altro? E come non ricordare le periferie delle metropoli, quei poveracci tagliati fuori da tutto, emarginati come le becere caste indiane? E il diritto allo studio ad esclusivo uso dei figli dei riccastri? E le multinazionali farmaceutiche, le loro nobili gesta lontane anni luce dal lucro? 
Sono fermamente convito che l'euforia che emana il Forum economico di Davos debba essere condiviso da tutti noi, senza esclusioni di sorta. 
Siamo l'umanità 2.0, che cammina, prospera, cresce sullo stesso pianeta. Più o meno, è così!
Grazie Davos!   

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