Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 6 marzo 2026
L'Amaca
L'internazionale di Venezia
di Michele Serra
Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, annuncia che l'edizione che aprirà i battenti a maggio sarà aperta a tutti, ma proprio a tutti. Potremmo dire: dagli Stati canaglia agli Stati senza peccato (gli Stati angelicati?), ammesso che ce ne siano. Per il semplice fatto che gli artisti non sono Stati, e men che meno gli Stati sono artisti. E l'arte (come la cultura e la scienza) è universale per definizione: se le metti dei confini, deperisce e muore.
Nella lunga intervista a Dario Olivero, dice Buttafuoco: "Esiste un momento, alto e sacro, in cui le armi si devono fermare, e devi fare incontrare i popoli in guerra tra loro". Mossa preventiva, quella del presidente della Biennale, in vista delle quasi certe polemiche: ci sarà Israele, ci sarà la Russia, ci sarà l'Iran, forse una rappresentanza palestinese, e di questi tempi viene da aggiungere, a proposito di presenze ingombranti, che ci saranno perfino gli Stati Uniti, ai primissimi posti tra gli Stati più impopolari del pianeta (non i suoi artisti; i suoi governanti).
Boicotta il boicottaggio potrebbe essere lo slogan di Buttafuoco, volendo istupidire una questione così importante. In passato confesso di avere scelto caso per caso, diciamo pragmaticamente, se il boicottaggio fosse un'arma lecita o illecita. E sulle prugne e le noci, al supermercato, pratico un boicottaggio attivo — quando me ne ricordo. L'impostazione di Buttafuoco, invece, ha una intransigenza ideologica, e mi conquista proprio perché è ideologica: enuncia un principio, l'universalità dell'arte, e lo porta alle dovute conseguenze. Se qualcuno tirerà le uova a Buttafuoco, mi candido a cucinarle.
Così è l'oggi
Il presidente dell’assurdo ha in mano la nostra sicurezza
“La prima volta che ho pensato seriamente alla morte, l’ho pensata come una presenza costante che si sposta su un binario parallelo alla nostra vita. E che in qualunque momento una serie di eventi imprevisti può far deragliare sul nostro binario, spazzandoci via”. Così Julian Barnes in Partenze, il suo ultimo ironico e struggente libro, parla della morte. Questo passaggio mi ha fatto pensare a Donald Trump. Perché la sensazione che l’attuale presidente degli Stati Uniti ci sta abituando a provare è esattamente questa: da un momento all’altro, per una serie di eventi imprevisti, dei quali appare piuttosto arduo ricostruire la logica, potremmo finire tutti spazzati via. Non che le ragioni che hanno mosso le infinite guerre scatenate dagli Stati Uniti negli ultimi decenni fossero giuste, ragguardevoli o cristalline: l’ipocrisia e l’opacità hanno sempre contraddistinto il motore bellicista alla base delle azioni americane, ma quantomeno ci si atteneva a un copione chiaro che si poteva condividere o contro il quale si poteva scendere in piazza. Oggi quel copione non esiste più, esistono solo stralci di ragionamento che si contraddicono gli uni con gli altri, nei quali è assolutamente impossibile reperire una logica. Dell’antico ‘arsenale della democrazia’ di rooseveltiana memoria resta solo l’arsenale. Donald Trump si appresta a incontrare i capi delle maggiori aziende della difesa americana per capire come accelerare la produzione di armi, mentre digita post kafkiani che vorrebbero essere volti a rassicurare sul fatto che l’America ha a disposizione una “fornitura praticamente illimitata” di munizioni, mentre l’alibi della democrazia è stato malamente dismesso. Poi sì, ci sono momenti in cui persino la democrazia cacciata dalla porta viene per un attimo fatta rientrare dalla finestra, quando su Truth il tycoon si mostra in pena per i destini dei cittadini iraniani sotto scacco degli ayatollah e reclama che s’impegnino per un cambio di regime, ma anche questa recrudescenza di ardore democratico dura una ventina di minuti.
Come nei migliori testi di teatro dell’assurdo, Trump ci ha abituati ad un vaniloquio ripetitivo ed auto-magnificante, nel quale reperire scampoli d’informazioni sensate o disegni strategici in divenire è impresa decisamente più complessa della stabilizzazione del Medio Oriente. L’uomo che sostiene di aver fermato sette guerre da solo (tra le quali conteggia, grottescamente, anche quella tra Iran e Israele), che ambisce al Nobel per la pace e ha derubricato a nemica giurata la leader dell’opposizione venezuelana che gliel’ha soffiato, che quando è stato eletto ha sostenuto che avrebbe rivolto le sue attenzioni all’America first, senza disperdere le energie in conflitti esteri inutili e controproducenti per il Paese, oggi si avventura, verso una delle guerre potenzialmente più sanguinarie di sempre. Perché? Ah boh.
Se le ragioni che muovono Netanyahu sono tanto palesi da non richiedere di essere elencate, cos’abbia spinto The Donald a parlare addirittura di potenziali boots on the ground, violando quelle prudenze verbali che storicamente si sono messe in pratica per evitare di mettersi contro l’elettorato, resta un mistero. Ma data la premessa, è financo inutile avventurarsi in ipotesi varie, ipotizzare pressioni che possano averne ispirato i comportamenti, speculare sulle difficoltà interne o sul tentativo di distrarre l’attenzione dagli Epstein files: Trump è ogni giorno di più il presidente dell’assurdo e gli Stati Uniti sono il palcoscenico su cui viene messa in scena la sua grottesca pièce. Speriamo solo, tornando a Barnes, che i suoi deragliamenti non finiscano davvero per colpirci tutti.
Attenti al Nordio che è in noi!
Cameriere, Champagne!
Un anno fa la sen. avv. Bongiorno domandò chi fosse “l’ignorante che pensa che questa riforma incida sui tempi e sull’efficienza della giustizia”. Alzò subito la mano la Meloni: “La riforma è un’occasione storica di avere una giustizia più efficiente”. Ora anche Nordio, appena sceso dall’elicottero della Gdf che lo scarrozza nel suo tour elettorale a spese nostre sventrando campi da calcio, si iscrive alla lista dei ciucci con due frasi ad altissimo tasso etilico. 1) “Il Sì vincerà e sarà un motivo di grande soddisfazione per quello che sostengo sulla separazione delle carriere ormai da trent’anni”: cioè da quando era contrarissimo, firmando appelli dell’Anm e libri pro carriere unificate. 2) “Con la riforma i processi saranno velocizzati perché si renderanno più efficienti gli uffici”. Parola dello stesso Carletto Mezzolitro che il 18 marzo 2025 disse l’esatto opposto: “La riforma non influisce sull’efficienza della giustizia, ma nessuno l’ha mai preteso!”. Nessuno tranne lui.
L’altro suo cavallo di battaglia è quello dei magistrati che non pagano mai, anche se pagano come ogni cittadino comune, esclusi i politici (tipo Nordio, Mantovano e Piantedosi, auto-scudati dal processo Almasri). Però in effetti ci sono almeno due magistrati che non pagheranno per lo scandalo dell’hotel Champagne: Luca Palamara e Cosimo Ferri. Ma non grazie al Csm paramafioso, che anzi radiò il primo e fece dimettere i cinque togati presenti al summit alberghiero; bensì grazie a Nordio e alla sua maggioranza, cioè a quelli che accusano le toghe di non pagare mai. Palamara ha patteggiato due volte a Perugia un totale di 16 mesi per traffico d’influenze illecite. Poi Nordio ha svuotato quel reato, così Palamara avrà la revoca della pena da lui stesso concordata e chiede di rientrare in magistratura. Il Csm voleva radiare pure Ferri, magistrato prestato alla politica, prima sottosegretario in quota FI e Ncd, poi deputato del Pd renziano; ma le destre hanno negato due volte l’utilizzo delle sue intercettazioni. Così Ferri è rimasto al ministero con Nordio e ora il Csm l’ha nominato giudice al Tribunale di Roma (e dove, se no?) grazie ai voti dei laici di centrodestra e dei togati della sua corrente MI (gli altri si sono astenuti o hanno votato contro). Il che dimostra che c’è una sola cosa peggiore delle correnti: i politici, in questo caso di destra. Dunque, per bonificare il Csm, la quota laica andrebbe abolita o almeno sorteggiata con la stessa casualità di quella togata. Invece i politici seguiteranno a scegliersi i loro compari col finto sorteggio nel listino ad hoc. In compenso, se tutto va bene, Palamara e Ferri potranno esser sorteggiati come togati e rientrare trionfalmente nel nuovo Csm: quello dove finalmente le toghe pagano. Nei migliori cinema.
giovedì 5 marzo 2026
L'Amaca
Vorrei essere spagnolo
di Michele Serra
Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza "occidentale" tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell'Iraq.
E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell'ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. "No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all'idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l'umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l'integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra".
Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l'azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.
Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l'Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla.


