giovedì 5 marzo 2026

Natangelo

 



Così non va Boss!


I concerti del Boss contro The Donald organizzati da chi tratta con Trump…


di Stefano Mannucci 

 

La “cavalleria” di Springsteen è pronta a difendere la democrazia americana contro “Re Trump”. Ma il Land of Hope and Dreams Tour, 20 concerti con debutto il 31 marzo da Minneapolis e approdo il 27 maggio a Washington, non potrà nascondere le proprie contraddizioni, semmai cantarci sopra. Resta il problema dei biglietti destinati a schizzare alle stelle grazie al meccanismo perverso del secondary ticketing: il bagarinaggio online lucra sul valore nominale dei tagliandi (da circa 80 dollari in su) per rivenderli a cifre decuplicate. L’obiezione etica è: il Boss non poteva imporre prezzi politici per portare nelle arene non solo l’upper class degli amanti del rock? No. A Bruce e alla E Street Band l’impresariato più potente del mondo, Live Nation, garantisce un cospicuo compenso: si parla di 4 milioni di dollari a serata. Pagati gli artisti, Live Nation si comporta con discrezionalità sul fronte dei tagliandi grazie alla consociata ufficiale Ticketmaster. Il fan che restasse a bocca asciutta potrebbe già da lì spingersi verso piattaforme come Vivid Seats, StubHub o altre, rassegnandosi al salasso. E Live Nation, che controlla l’80% delle strutture dei concerti in America e gestisce le tournée di centinaia di star, con questo sistema non va mai in perdita.

Lunedì si è però aperto a Manhattan uno storico procedimento contro il colosso dell’entertainment di fronte all’antitrust federale. L’accusa è di monopolio illegale per aumentare esponenzialmente i prezzi. In udienza sarà ascoltato anche il CEO di LN, Michael Rapino: mesi fa aveva valutato un rincaro per gli eventi musicali equiparandoli alle partite NBA, dove una sedia a bordo campo vale decine di migliaia di dollari. Si dovrà trovare una quadra per uscire senza danni dal tribunale: la via più semplice, per Live Nation, è trattare con l’amministrazione USA. Proprio con quel Re Trump contro cui stanno per muovere le truppe del Boss.

Licio

 

Dal Vangelo secondo Licio 


di Marco Travaglio 


Mentre il governo ci porta in guerra bestemmiando la dottrina degli ultimi dieci Papi (se bastano) e fregandosene dell’anatema lanciato ancora ieri dal card. Parolin, il piissimo sottosegretario Mantovano spiega – riuscendo a restare serio – che “i cattolici voteranno Sì al referendum”. Ci ha parlato lui o gliel’ha detto Nordio al quinto spritz. Resta incerto il voto di protestanti, ortodossi, musulmani, ebrei, buddisti, induisti, taoisti, confuciani, mormoni, testimoni di Geova e avventisti del settimo giorno. Ma al prossimo spritz il governo ci farà sapere. Interessante la motivazione addotta da Mantovano: “I cattolici voteranno Sì perché puntano alla realizzazione della giustizia, coerente con i principi della dottrina sociale della Chiesa. E questa riforma va certamente in questa direzione”. Com’è noto, l’aspirazione alla giustizia è un’esclusiva dei cattolici, mentre tutto il resto del genere umano – fedeli di altre religioni e atei – puntano all’ingiustizia. Possiamo soltanto immaginare la tacita sofferenza di miliardi di cattolici, orbati per oltre duemila anni della separazione delle carriere, della triplicazione dei Csm e del sorteggio per soli togati, fino all’Avvento della Riforma. Se ne trova già traccia, secondo i migliori biblisti, nella celebre profezia di Isaia sull’arrivo del Messia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Era Nordio, scortato dal suo chierichetto Mantovano travestito da pastorello. Resta da capire come mai il sottosegretario, seguace del gruppo tradizionalista Alleanza Cattolica (quello con l’aquila nera nel logo), promotore del Centro Studi Rosario Livatino per la beatificazione del “giudice ragazzino” assassinato dalla mafia, abbia impiegato tanti anni per convertirsi alle carriere separate al seguito di due noti massoni, Licio Gelli e Silvio B. e scambiando il Piano di Rinascita Democratica della loggia P2 con il Vangelo. E mettendo fra l’altro a repentaglio la santificazione di Livatino, che fece sia il giudice sia il pm proprio come Mantovano senz’avvertire in quel losco passaggio di funzioni alcuno stridore con la dottrina cattolica.

Anche il cattolicissimo Borsellino, già leader della corrente Magistratura Indipendente cui è affiliato anche Mantovano, peccò gravemente passando da una funzione all’altra senza correre a confessarsi. E nel 2004 Mantovano elogiò la sua scelta blasfema: “Borsellino divenne procuratore a Marsala dopo essere stato giudice istruttore, ma ancora prima giudice civile e probabilmente in alcune indagini sulla mafia queste sue competenze civilistiche, sui fallimenti per esempio, gli sono servite”. Ma all’epoca era ancora luterano.