La qualità del servizio giustizia reso ai cittadini dipende
certo dal livello intellettuale, professionale, morale degli appartenenti
all’ordine giudiziario, tuttavia dipende in pari misura dalla capacità e
volontà negli altri poteri di fornire alla magistratura gli strumenti necessari
per garantire l’indipendenza e l’efficacia di azione, e dal clima di fiducia e
di rispetto che il contesto crea attorno ad essa nella comunità nazionale, oggi
anche in quella internazionale. Non sembra che gli scenari attuali
giustifichino, in linea generale, valutazioni ottimistiche, non foss’altro per
il continuo parlare e scrivere di riforme della giustizia, quando in realtà il
nostro mondo, dopo aver attraversato una stagione di incisivi cambiamenti
ordinamentali e processuali, avrebbe bisogno semmai di una fase di assestamento
ermeneutico e non del preannunzio di ulteriori scosse telluriche, con il senso
di precarietà, di disimpegno, di protratta incertezza che ne può derivare.
Ma
c’è dell’altro. Le riforme annunciate, meglio minacciate ad ogni pie’ sospinto
con trasparenti intenti punitivi verso una magistratura certamente non al
massimo dell’efficienza ma altrettanto certamente indipendente, ben poco hanno
a che fare con l’efficienza. Si parla di separazione delle
carriere – più blandamente, ma ingannevolmente, delle funzioni – tra requirenti
e giudicanti, proprio mentre con le scuole postuniversitarie di
specializzazione si punta su una formazione culturale comune tra varie
categorie di operatori del diritto e con l’ampliamento della giurisdizione
onoraria si aprono occasioni di osmosi tra il mondo forense e quello
giudiziario. Una scelta, la separazione, che, se motivata dalla temuta
arrendevolezza dei giudici ai pubblici ministeri (ma non si citano, a disdoro
di questi ultimi, proprio le alte percentuali delle assoluzioni?) dovrebbe
almeno essere supportata da studi sul campo e da monitoraggi; ma che, per
ferrea analogia, dovrebbe portare a maggior ragione verso la separazione delle
carriere tra giudici di primo grado, giudici del riesame, giudici di appello,
giudici di legittimità. Se motivata invece dall’intenzione di vincolare il
pubblico ministero all’esecutivo, come con ingenua imprudenza si è fatto capire
in Parlamento, vulnererebbe indirettamente la stessa indipendenza del giudice
penale e la signoria della legge, tanto più quando si realizzassero anche la
ventilata distinzione organizzativa e funzionale della polizia giudiziaria dal
pubblico ministero, e la formulazione di direttive di priorità nell’esercizio
dell’azione penale che non potrebbero non essere politicamente connotate.
Si
afferma, ancora, la necessità di combattere il crimine transnazionale senza
l’impaccio delle frontiere, ma di fatto allo spazio giuridico europeo si è
tentato, per fortuna con mezzi tecnicamente inidonei, di frapporre ostacoli,
con la legge sulle rogatorie, e con le riserve unilaterali all’estradizione
semplificata – alias mandato di arresto europeo – e l’orchestrazione di campagne
di rabbiosa disinformazione. Si parla di riforma del sistema elettorale del
Consiglio superiore della magistratura, spacciando la soppressione delle liste
concorrenti come benefico strumento per emarginare le formazioni interne
all’Associazione nazionale magistrati, e si ignorano i ricchi fermenti di
riflessione che tutte queste hanno immesso nella vita della magistratura, soprattutto si apre la strada a pratiche
occulte di intesa per il coagulo di voti su candidature di fatto. Di altri
fenomeni di questa sconcertata fase della nostra civiltà giuridica deve pur
farsi menzione. Le accuse generiche di parzialità preconcette, formulate contro
i giudici, con l’insistenza martellante degli imbonimenti televisivi, da
rappresentanti anche elevati della classe politica; l’analfabetismo
storiografico che ha indotto qualcuno a lanciare come anatema contro i
magistrati la parola “giustizialismo”, che nel secolo XX ha indicato una certa
ideologia di destra basata sull’interclassismo e su un populismo demagogico
dominato dal ruolo carismatico del capo; la manipolazione della pubblica
opinione italiana e straniera, cui uffici giudiziari vengono indicati con il
pronto e prono ausilio di media come centrali rivoluzionarie promotrici di
complotti internazionali o come falsificatori di documenti (qualcuno ha
rievocato recentemente il calunniato “pretore rosso” di fascistica memoria, del
quale parlava il mio maestro Piero Calamandrei nell’Elogio dei giudici; ma già
Adamo Smith, centocinquant’anni prima, osservava che chi contrasta gli
affaristi legati al potere politico si espone ad accuse infamanti, ingiurie,
minacce); la reinvenzione della storia giudiziaria, quando pacchi interi di
sentenze di condanna, spesso patteggiate a seguito di confessione, vengono
attribuiti a una guerra civile condotta da magistrati contro élites politiche
della prima Repubblica affossatesi in realtà da sole, tra l’esecrazione anche
di molti odierni convertiti, nelle sabbie mobili della corruzione più sfacciata
(ma forse la sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Craxi è già stata
dimenticata); la minaccia di provvedimenti disciplinari contro magistrati che
esprimono su problemi generali e tecnici il proprio libero pensiero di
cittadini e di esperti; la volgarizzazione di questioni
giuridiche-costituzionali e procedurali per slogan gridati, con voluta
ignoranza dei reali contenuti di testi normativi, sentenze, ordinanze, anche da
parte di firme autorevoli del giornalismo, per poter demonizzare questo o quel
magistrato o collegio giudicante magari poi attaccandolo con esposti o denunzie; la riduzione
infine delle protezioni a magistrati esposti a rischi di incolumità personale
per vendette mafiose e/o per rancori politici sapientemente attizzati,
conseguente, come è accaduto a Milano, a irremovibili determinazioni
discendenti per li rami dell’obbediente burocrazia. Bene, tutto ciò procede in
direzione esattamente opposta alla valorizzazione del ruolo del magistrato come
scudo della legalità, alla cultura della fiducia nei meccanismi talora laboriosi
e complicati per la ricerca della verità, al mantenimento di un clima di
serenità che permetta al giudice di operare senza timori e senza aspettative
personali, alla solidale unità delle istituzioni cui tanto spesso esortava il
mio illustre predecessore Adolfo Beria di Argentine. Nessuna istituzione,
nessun principio, nessuna regola sfugge ai condizionamenti storici e dunque
all’obsolescenza, nessun cambiamento deve suscitare scandalo, purché sia
assistito dalla razionalità e purché il diritto, inteso come categoria del
pensiero e dell’azione, non subisca sopraffazione dagli interessi.
Ai guasti di
un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della
coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo
della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere,
resistere come su una irrinunciabile linea del Piave. Ringrazio il signor
presidente e l’inclito uditorio per avermi prestato così prolungata attenzione
e chiedo, con una personalissima nota di profonda commozione, che venga
dichiarato aperto per il Distretto di Milano l’anno giudiziario 2002.
Francesco Saverio Borrelli - Procuratore Generale di Milano - Inaugurazione anno giudiziario 2002