martedì 11 novembre 2025

Ragionando sulle nomine

 

I garanti dei garanti
DI MARCO TRAVAGLIO
La fiera del tartufo presenta, a grande richiesta, un nuovo spettacolo impagabile. Dopo il quadro desolante del Garante della privacy dipinto da Report, la Schlein, leader del Pd che nominò il presidente Pasquale Stanzione (ex presidente dell’assemblea provinciale del Pd a Salerno), chiede di azzerare l’intera autorità. E la Meloni, leader di FdI che ha nominato uno degli altri tre membri, il fratello d’Italia Agostino Ghiglia, risponde che è tutta colpa di Pd e 5Stelle (scordandosi che due “garanti” su quattro li ha scelti il centrodestra: Ghiglia e la prof filoleghista Ginevra Cerina Ferroni, vicepresidente). Anche Conte chiede l’azzeramento. E almeno il M5S, diversamente dagli altri, ha il merito di non aver scelto un suo iscritto o militante, ma l’esperto indipendente Guido Scorza (come la Giomi in Agcom e l’ad Salini in Rai ai tempi del Conte-1). Scorza infatti, pur costretto alcune volte ad astenersi quando il Garante giudicava gruppi assistiti dal suo ex studio legale specializzato in privacy, è stato l’unico dei quattro a non votare la maxi- multa a Report e a non avere un filo diretto col partito che l’ha messo lì. Ma azzerare oggi il Garante senza cambiare le regole di nomina significherebbe averne domani un altro lottizzato dai partiti. Salvo sperare che questi rinsaviscano e facciano come il M5S levando spontaneamente le grinfie dalle autorità che regolano Borsa, comunicazioni, antitrust, conflitti d’interessi, scioperi e privacy. Cosa mai accaduta: alla Privacy si sono succeduti l’ex deputato verde Paissan, l’ex Msi-An Rasi, l’ex presidente forzista della Calabria Chiaravalloti, l’ex deputato margheritico Soro, la ex giudice Iannini in Vespa, fino all’attuale trio Pd- FdI- Lega che ha stangato Ranucci. Chiunque scelga i membri delle autorità – il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il Parlamento a maggioranza qualificata, il Padreterno – il minimo della decenza sarebbe vietare per legge che a farne parte siano personaggi iscritti a partiti o loro debitori per candidature, incarichi, consulenze, prebende, e strapuntini.
Lo stesso dovrebbe valere per la parte “laica” del Csm, altro cronicario per politici trombati o in via di riciclo, che la schiforma Nordio porta da 10 a 26 triplicando l’autogoverno togato: un Csm per i giudici (10 laici + 20 togati), uno per i pm (10 laici + 20 togati) e un’Alta corte disciplinare (6 laici + 9 togati). I togati saranno scelti col sorteggio secco, cioè a caso, fra i magistrati disponibili. Invece i laici-politici usciranno da un sorteggio finto, estratti da un listino di persone votate dai partiti in Parlamento: più corto sarà il listino, più il sorteggio sarà un’elezione, anzi una lottizzazione fra i partiti. Se vincerà il Sì lo scandalo Report-Privacy, al confronto, ci sembrerà Disneyland.

L'Amaca

 

Il telegiornale dei miei sogni
di Michele Serra
Modello classico di telegiornale Rai. Titolo: il governo ha approvato la manovra economica. Dieci secondi. Davanti a Montecitorio l’inviato conferma (altri venti secondi): è stata approvata la manovra economica. Seguono tre minuti nei quali esponenti del governo, inquadrati come figurine Panini, dicono a pappagallo: la manovra è ottima e favorisce i più deboli. Poi due minuti nei quali esponenti dell’opposizione, inquadrati come sopra, dicono a pappagallo: la manovra fa schifo e danneggia i più deboli.
Contenti loro (cioè, contenti quei politici di essere figurine Panini; e contenti della irrimediabile prevedibilità e inutilità delle loro parole), chi non è contento è il pubblico. Che si domanda: ma come è possibile che la stessa identica legge, con gli stessi identici numeri, possa essere definita in modo opposto? Chi ha ragione? Oppure: chi ha un po’ meno torto?
Possibile che un tigì del servizio pubblico (servizio pubblico!!) non si senta in obbligo di dire la sua e fare giornalismo, fact-checking, analisi dei dati? Va bene che l’approfondimento, almeno in teoria, si fa nei talk-show: ma come si fa a mandare in onda, tutti i santi giorni, la stessa pantomima governo/opposizione e non sentire l’urgenza, per dignità professionale, di dire: adesso che hanno parlato questi signori faziosi, vi diciamo che cosa abbiamo capito noi, che di mestiere facciamo i giornalisti?
Il tigì dei miei sogni funziona così: è stata approvata la manovra economica. Lungo servizio sui contenuti della manovra, cifre alla mano. In coda, ma solo dopo che hanno parlato economisti autorevoli, pochi secondi per il coretto folkloristico dei partiti governativi: “viva la manovra!”. E per il coretto dei partiti di opposizione: “Abbasso la manovra!”.

domenica 9 novembre 2025

Gli vogliamo dar torto?

 



Meditate

 



Così è!


 


Leggere, leggere, leggere!

 

Resistenza è leggere libri infiniti
di Melania Mazzucco
I libri ci assomigliano.
Sono oggetti (forse addirittura creature) fragili, soggetti all'usura, vulnerabili all'acqua, al fuoco, agli insetti, alle malattie – e tuttavia persistenti e tenaci.
Sono mortali, e il loro ciclo vitale ripete quello delle piante – riposano, fioriscono, resistono, fruttificano, si rigenerano.
La loro esistenza ci accompagna durante la nostra: è silenziosa, ma emette un permanente brusio.
Li perdiamo di vista, ma possiamo ritrovarli, perfino molti anni dopo, come amici e fratelli.
Durare è la loro azione. Nel tempo, nella storia collettiva, nella memoria individuale.
Per questo, dopo mezzo secolo di appassionate letture, realizzo che i libri che hanno davvero contato, e tuttora contano, per me, sono quelli che mi hanno scortato a lungo, nei quali ho abitato come in uno spazio tanto fantastico e immaginario (che mi liberava e salvava dalle angustie del mio), quanto concreto e reale (una casa nella quale tornare, perché vi ero attesa).
L'attraversamento e la percorrenza di questi libri lunghi inevitabilmente e inestricabilmente salda il loro tempo al mio.
Ciò accade, per gli altri ricordi, solo per le catastrofi.
Tutti ricordiamo dove eravamo quando sono cadute le Torri gemelle di New York, così come altre generazioni ricordavano dov'erano l'8 settembre 1943 o il giorno di un'alluvione o del terremoto.
E io ricordo ancora dov'ero mentre nel 1979 leggevo Anna Karenina (sul sedile posteriore della Renault che mio padre guidava verso le vacanze in montagna, e poi, per settimane, nei prati delle Alpi), o V. di Thomas Pynchon (in treno, nelle tappe insonni dell'Interrail), o Notre-Dame de Paris di Victor Hugo (nelle aule studio del Centro sperimentale, fra una lezione e l'altra).
I personaggi, i luoghi, certe scene, e perfino alcune parole scoperte in quelle pagine per la prima volta, sono indelebili – vividi e pulsanti, come li avessi adesso sotto gli occhi.
Molti degli altri libri si sono invece smarriti – evaporati da me, lasciando nel setaccio della memoria appena un sedimento di sabbia.
Incontrandoli nella mia biblioteca, vellutati da una nera patina di polvere, mi chiedo perfino se io li abbia letti davvero – e solo un fiore secco, un biglietto, qualche orecchia, sottolineatura o scarabocchio che li sfigura me lo conferma.
«Non ho tempo» è il pretesto accampato oggi dai più per ammettere di leggere meno, o poco.
Il futurismo non è l'avanguardia estetica che gode di maggior prestigio culturale, ma ha lasciato l'eredità più duratura: il culto nefasto della velocità, che il trionfo di Internet ha inverato.
Però il tempo che un libro lungo, o interminabile, esige da noi, non è un tempo perduto, rubato o sottratto alla vita, ma aggiunto e moltiplicato.
Per questo la mia gratitudine di lettrice oggi va ai romanzieri (e a qualche saggista, penso a Johan Huizinga, Lev Trotzkij o Simon Schama), che mi hanno regalato un mondo.
Proust è l'esempio topico, e una sorta di pietra d'inciampo.
Citato e banalizzato quasi unicamente in relazione alle mille e più pagine della Recherche.
Ma anche l'Ulisse di Joyce, La montagna incantata (o magica) di Mann, I sonnambuli di Broch, o L’uomo senza qualità di Musil.
Leggere fino in fondo quei monumentali volumi – peraltro composti in asincrono, negli anni ruggenti del XX secolo, ritmati dalla brevità jazz – è come arrampicarsi su un sentiero impervio, talvolta scivoloso: ma comprendiamo fin dai primi capitoli che in cima godremo di un panorama ineguagliabile – e resistiamo alla fatica, persino alla noia.
Tuttavia più amichevoli risultano i classici francesi, inglesi e russi dell'Ottocento (Hugo, Balzac, Dumas, Dickens, Tolstoj, Dostoevskij) e del Novecento (Pasternak, Tynjanov, Pilnjak, Grossman, Šalamov, Solgenitzin, Tolkien, Céline, de Beauvoir).
La dismisura avvicina ciò che è distante: i postmoderni americani e non (Foster Wallace, Vollmann, Perec, Bolaño) e i narratori sud e centroamericani (García Márquez, Vargas Llosa, Cortázar, Fuentes, Galeano).
Il catalogo spesso trascura gli italiani, svantaggiati dall'equivoco critico che ci vuole piuttosto novellieri o versati nella brevità, e poi irretiti dalle lezioni (spesso fraintese) di Calvino su leggerezza e concisione.
Ma almeno Ippolito Nievo, Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli e Il male oscuro di Giuseppe Berto figurano nello scaffale.
Invece le scrittrici (da Bellonci, Banti e de Céspedes, a Morante e Ferrante), favorite dalla loro lateralità, hanno ignorato, e ignorano, la prescrizione e il tabù.
La sfida della lunga durata è stata del resto raccolta e vinta dai contemporanei:
lo dimostrano non solo i successi popolari delle saghe fantasy, di Donna Tartt, Hanya Yanagihara e Nino Haratischwili, ma anche romanzi estremi – storici, epici e labirintici – come L’uomo che amava i cani del cubano Leonardo Padura Fuentes, I libri di Jakub di Olga Tokarczuk, o Theodorus del romeno Mircea Cărtărescu.
La misura del racconto non è questione di genere, storia letteraria e tradizione, ma di respiro e di coraggio.
Solo un libro lungo ti permette di abbandonarti al flusso ipnotico della lingua, e di lasciarti trasportare dalla corrente del racconto come dalla musica.
Solo un libro lungo genera la gioia frizzante di avere un appuntamento – con pazienza e umiltà, ti attende sul comodino, in poltrona, in borsa, ovunque.
E via via alimenta la malinconia dell'imminente congedo.
Di solito, quando il peso del tomo si sposta sul lato sinistro, rallentiamo la lettura: le pagine mancanti si assottigliano, e siamo consapevoli che finirlo sarà comunque un addio.
Non vogliamo essere espulsi dal mondo nel quale il narratore ci ha invitato, e accolto, ma restarci dentro – perché è diventato anche il nostro.
C'è qualcosa di primordiale nell'avventura della lettura.
Ci riporta al cerchio intorno al fuoco nelle notti infinite dei nostri progenitori, quando la scrittura neppure era stata inventata, ma esistevano già l'incanto della parola e del racconto.
Serve la luce per leggere, ma anche il bianco da cui emergono le righe emana chiarore, come quelle fiamme ancestrali.
Pure le pagine di carta del resto "crepitano".
Il tempo di leggere è sempre un tempo ritrovato.