venerdì 10 ottobre 2025

Però!

 

Gli ultimi eviteranno di fare anche l’albero arrivando a casa a febbraio! Che bel mondo che abbiamo!



No, niente Nobel!

 


Orzata

 



Vengo anch'io!

 



Daje Daniè!

 

Renzi è ovunque perché la pace l’ha inventata lui
DI DANIELA RANIERI
Se avete l’impressione che il politico meno votato d’Italia sia contestualmente il politico più intervistato d’Italia, questo articolo fa per voi. Avevamo sorvolato sulle fitte ospitate recenti del senatore Matteo Renzi, solitamente incentrate sull’argomento che gli sta più a cuore, cioè sé stesso; e persino sulla imperdibile seduta di auto-gossip psicoanalitico sul canale YouTube One More Time, che aveva già ospitato personalità del calibro di Melissa Satta, Lory Del Santo, Nathalie Caldonazzo (se avete un’ora da perdere guardatelo: un video in bianco e nero pieno di pubblicità, con l’intervistatore che preliminarmente si mette la crema all’acido ialuronico di uno specifico brand e Matteo che confessa: “Quando ricevo la telefonata di Napolitano che mi convoca per una cena – è il febbraio del 2014 – … io sono con Francesco e Emanuele (suoi figli, ndr) alla PlayStation. Mi chiudo nel cesso… ero sotto 3 a 0 coi figli”; o anche: “Quando mi hanno arrestato i genitori, la persona che mi è stata più vicino è stata Silvio Berlusconi, si è messo a piangere al telefono”, forse commosso al pensiero che l’allievo avesse superato il maestro; e persino: “Come dice Siddharta; so pensare, so aspettare, so digiunare”, e ci mancava solo la svolta spiritual-motivazionale in una biografia diametralmente opposta a quella del Buddha).
Appena annunciato il cosiddetto piano di pace di Trump per Gaza, la presenza di Renzi sui media aumenta esponenzialmente, con un indice di contagio pari a R2 (ricordate? Vuol dire che ogni programma renzianamente contagiato, in un determinato periodo, può contagiare due altri programmi e questi due programmi ne possono contagiare altri due ciascuno).
SkyTg24 ieri mattina non ha trovato esperto migliore per parlare di Medio Oriente: “Ci vuole la politica per risolvere queste questioni”, dice Renzi, plaudendo al futuro “governatorato” che occuperà Gaza, incidentalmente sotto la guida di Tony Blair, l’ex premier del Regno Unito che mentì sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein scatenando con Bush l’inutile guerra in Iraq, nonché suo mentore e datore di lavoro (Renzi è Strategic Counsellor, e scusate se è poco, nel Tony Blair Institute for Global Change). Qui il sottotesto è che non basta un’accusa di genocidio emessa dall’Onu e dalla Cpi: ci vuole la Realpolitik. Poi, come già aveva fatto su X di prima mattina citando il Salmo (“Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano”: menomale che non ha citato il passo di Amalek usato da Netanyahu per inneggiare allo sterminio), esprime un’incontenibile “commozione”, “io sono commosso, mi vengono le lacrime a pensare che finalmente c’è una speranza”, lacrime vere come i capelli di Lollobrigida.
Rimarca: “L’accordo di pace è stato impostato da Blair”, grazie, prego; “Quell’accordo lo fai solo con gli arabi”, l’altro emittente dei bonifici che riceve. Urla, adirato: “L’accordo si è fatto grazie alla forza di Trump e (pausa, ndr) alle leadership in Medio Oriente!”, sempre quelle. E poi: “Ai bambini di Gaza serve il piano di pace di Trump”: è ozioso interrogarci se Trump, coi satrapi del Golfo e il bugiardo Blair (v. Rapporto Chilcot), farà di Gaza una Las Vegas governata da ricconi bianchi sui cadaveri dei loro genitori e fratelli.
Già che c’è, fa campagna elettorale alla cosiddetta Casa Riformista (“invito a votarla”), che poi sarebbe il Terzo Polo con altro nome, nonché il motivo per cui giornali e Tv se lo litigano nel tentativo di resuscitare Italia Viva, della quale nessuno ha il coraggio di dichiarare il decesso. Poi, siccome è un momento storico per l’umanità, elogia sé stesso: “Quando dicevamo ‘ragazzi, bisogna coinvolgere gli arabi’, ci prendevano in giro; ‘bisogna coinvolgere Blair’, e ci prendevano in giro. Mi dicevano che facevo gli incontri con Kushner al Future Investment Initiative… (Fondo saudita, ndr)”, sì, il genero di Trump, immobiliarista e ispiratore del piano “Riviera Medio Oriente” che prevede la deportazione dei palestinesi e il commissariamento della Striscia sotto il protettorato Usa. Si potrebbe pensare che i suoi legami con l’Arabia Saudita dello specchiato Bin Salman e con l’istituto di Tony Blair, che farà un sacco di soldi come capo-colono, indeboliscano la genuinità della sua commozione e lo rendano sospettabile di sponsorizzare il piano perché lautamente remunerato da entrambi. Ma è anche vero che rinunciare a quei compensi sarebbe una premura eccessiva, un beau geste di pura eleganza, giacché si sa che lui non tiene ai soldi, ma alla pace nel mondo. Intanto l’Italia chini il capo davanti alla lungimiranza di questo statista che ha praticamente risolto il conflitto israelo-palestinese facendo la spola tra Pontassieve e Riad, come Berlusconi aveva fatto finire la Guerra Fredda a Pratica di Mare (è già tanto che non abbia detto che i bambini di Gaza hanno bisogno di Casa Riformista).

Sul portatore di pace...

 

Gli orfani di guerra
DI MARCO TRAVAGLIO
L’accordo di pace per Gaza e non solo, quale che ne sia la durata, conferma ciò che abbiamo sempre sospettato: in politica estera Donald Trump è il peggior presidente degli Stati Uniti degli ultimi trent’anni, esclusi tutti gli altri. Il suo piano è pieno di buchi, non coinvolge direttamente i rappresentanti dei palestinesi (che purtroppo non ne hanno di credibili), denota una visione colonial-affaristica e il suo successo nel tempo dipende da Hamas e da Netanyahu. Ma è l’unico che c’è. E va preso per quello che è: non un progetto di ampio respiro sulle mille questioni aperte in Medio Oriente, non l’avvio dello Stato palestinese, ma una soluzione pragmatica per far tacere le armi, ricostruire la Striscia di Gaza ed evitare le quattro catastrofi più impellenti nell’area: lo sterminio dei palestinesi superstiti, la loro deportazione, l’annessione di Gaza e Cisgiordania, la definitiva trasformazione di Israele in uno Stato di apartheid. E senza questi quattro stop sarebbe impossibile parlare di una vera pace. Che non è assenza di guerre, ma lavoro paziente e faticoso per sminare il Medio Oriente da tutte le cause che periodicamente lo infiammano. Per farlo, su quell’area come sul fronte Est dell’Europa, servirebbe una conferenza con le grandi potenze mondiali e le medie potenze locali sul modello di Helsinki 1975. Cioè servirebbero dei leader al posto degli attuali nani. Soprattutto in Europa, i cui capetti non han toccato palla su Gaza, impegnati come sono a sabotare i negoziati Usa-Russia, a perdere la guerra in Ucraina e a preparare quella mondiale. E ora che Israele e Hamas firmano l’accordo nella stessa stanza per la prima volta nella storia, circondati dai delegati di vari Stati “canaglia” e senza neppure un usciere dell’Ue, fanno le mosche cocchiere millantando ruoli e meriti inesistenti nella vittoria di Trump.
Nessuno credeva che il Pazzo della Casa Bianca ce l’avrebbe fatta, anzi tutti scommettevano sulla sua disfatta. Perché nessuno riesce a giudicarlo con i criteri non convenzionali che la sua schizofrenia post-ideologica imporrebbe. L’establishment mondiale e la stampa al seguito lo considerano un rozzo parvenu capace solo di disastri. E ora questi orfani di (anzi della) guerra masticano amaro perché è riuscito là dove il loro cocco Biden aveva miseramente fallito. Ed è riuscito – scrive Ugo Tramballi sul Sole – proprio per la “Teoria del Matto” (Madman Theory): tutti gli dicono di sì perché nessuno sa cosa potrebbe accadergli dicendogli di no. Se poi, tra qualche mese, dovesse centrare pure il bis sull’Ucraina, avremmo un’ondata di suicidi a catena senza precedenti. Un mitomane da Nobel per la Pace al massimo può far ridere. Invece i mitomani da Nobel per la Guerra che l’hanno preceduto facevano orrore.

L'Amaca

 

La cosa eccezionale è essere normale
di Michele Serra
Dispiace assai (e credo dispiaccia a molti) che se ne sia andato, così all’improvviso, il meteorologo della Sette, Paolo Sottocorona. Chiaro, asciutto e senza fronzoli, come dovrebbe essere sempre un divulgatore scientifico (tale è il meteorologo, non uno showman o un accalappiatore di clic mediante annunci sensazionali). E per giunta, come per un regalo non richiesto, era anche una persona spiritosa. Di quelli dallo humour impassibile, mai sottolineato. Era un’apparizione sempre piacevole, direi confortante.
Nella enfatica comunicazione moderna, uno come Sottocorona era una mosca bianca. Credo che avrebbe annunciato anche il diluvio universale con lo stesso tono e lo stesso aplomb di ogni giorno. Come una perturbazione decisamente intensa, anzi più intensa di ogni altra, e comunque inclusa nelle regole del pianeta Terra, le uniche che contano in meteorologia. Magari con una breve raccomandazione finale: se avete una barca, tenetela da conto.
Ci sarebbe da capire se sia più produttivo il modo prevalente di fare informazione, tutto punti esclamativi e retorica, oppure il suo. Bisognerebbe analizzare bene i flussi dell’audience, per saperlo: ma il sospetto è che alla lunga sia più produttivo, anche dal punto di vista dei numeri, parlare normalmente, usare la televisione come un servizio, confidare nell’intelligenza di chi ti sta ascoltando, in ultima analisi considerarlo uguale a te.
Ecco, forse proprio questo è il punto: il tono di voce normale è il tono di voce democratico per eccellenza. Considera tutti quanti capaci di intendere e di volere senza bisogno di trucchi o artifizi. Ci mancherà, Sottocorona, pioggia o sole, gelo o canicola, ci ricorderemo di lui: soprattutto quando la temperatura è normale, e il tempo niente di straordinario.