venerdì 10 ottobre 2025

Michele risponde ad Alessandro

 


Michele Serra: “Caro Baricco, ecco perché non mi fido del secolo che nasce”
di Michele Serra
Leggo Baricco dalla fine del secolo scorso (siamo entrambi figli del Novecento) e lo leggo con gratitudine – è la parola giusta - perché mi ha sempre aiutato a non fidarmi delle categorie culturali e politiche nelle quali sono cresciuto. A non accomodarmi su quanto mi fa comodo. A non diventare nostalgico o peggio reazionario: esiste, eccome, una sinistra reazionaria, che guarda con sospetto e paura alle cose nuove. A partire dalla rivoluzione digitale. Ho ben presente quel rischio, e leggere Baricco mi aiuta a neutralizzarlo.
Questa volta, però, non mi trova d’accordo la sua lettura esplicitamente “cronologica” di quanto sta accadendo nel mondo. L’idea che Gaza – e la repulsione, specie giovanile, per quanto vi è accaduto e vi accade – sia il luogo dello scontro finale tra il Novecento nazionalista e bellicoso, “animale morente” e per questo inferocito, e i tempi nuovi (un “nuovo continente”, scrive Baricco, che vuole prendere il posto di quello vecchio) non mi convince; non riesco a riconoscerla in ciò che vedo, sento e leggo.
Il Novecento, intanto, fu un secolo bifronte. La sua prima metà contiene il trionfo dei nazionalismi, due guerre mondiali, il nazismo e il fascismo, e ha il suo atroce finale a Hiroshima e Nagasaki. Nel segno prevalente del razzismo, della guerra, della dittatura, del nazionalismo al suo acme, del soffocamento in culla della democrazia liberale, infine dello sterminio. Ma almeno per noi occidentali la seconda metà di quel secolo, a partire dal sorgere del multilateralismo, della collaborazione internazionale, dell’Unione europea come tentato colpo di grazia al nazionalismo, è la smentita attiva (e per un po’ di decenni vincente) dell’idea che la guerra sia il motore del mondo – la sua sola legge definitiva. Il femminismo, il pacifismo, la liberazione sessuale, il piglio antigerarchico delle nuove generazioni, volendo anche la conquista dello spazio per mano di americani e russi, ma nel segno dell’umanità intera che se ne sentì coinvolta, sono tipicamente novecenteschi: e come ha raccontato benissimo Baricco in The Game, anche la rivoluzione digitale sarebbe stata impensabile fuori dal clima libertario del secondo Novecento (comprese le sue sfrenatezze e le sue clamorose ingenuità). Anarchia più ingegneria elettronica più sostanze psicotrope, l’idea di una comunicazione mondiale in mano a tutti, purché sottratta al potere – oggi si dice: “poteri forti” – nasce esattamente da quella visione.
Venendo al “nuovo continente”, il nostro secolo che minaccia e sposta – provocando terremoti – la vecchia faglia novecentesca, perché non la sopporta più, non la riconosce più, e perché, scrive Baricco, non vogliamo più morire come i nostri padri: mi piacerebbe credere che il secolo in cui viviamo sia così nettamente distinto dal precedente, e che abbia portato, fino a qui, novità sostanziali nella liquefazione dei bunker del potere, della ricchezza e dell’industria bellica. Non saprei dire in Cina, India, Africa (parliamo sempre di noi come se solo di noi parlasse la Storia), ma sicuramente nella nostra parte del mondo non è così che sono andate le cose. E a Gaza, nelle sue macerie calcinate e negli ori ridondanti dei progetti trumpisti di una “riviera” per ricchi bonificata dai poveri, non vedo solamente i cascami del vecchio colonialismo e del vecchio capitalismo.
Vedo una ferocia nuova, inedita, soprattutto nella sua smania di semplificazione, il calcolo spiccio della speculazione capitalista che non incontra più, né all’esterno né dentro se stesso, esitazione o contraddizione. Conviene spianare Gaza? Se conviene, perché mai non farlo? Forse l’appiglio umanistico, che tanta parte ha avuto non solo nella cultura occidentale del Novecento (anche durante la lunga notte delle dittature e delle guerre) ma risalendo lungo parecchi altri secoli, non solo non è più dicibile, ma nemmeno imitabile “algoritmicamente”; perché la dialettica è tempo sprecato, il dubbio una voce in rosso nei bilanci della speculazione. Non si centra il target se ci si perde in domande inutili, tipo: la vita di un palestinese povero vale quanto quella di un bianco ricco? Le masse non hanno mai avuto tempo per la dialettica? (Per leggere i romanzi, che come qualcuno sostiene, e mi associo, sono fatti della stessa sostanza della politica e della democrazia). No, non l’hanno mai avuto: ma il problema è che ora quel tempo non è disponibile nemmeno per le cosiddette élite, e non mi pare una differenza da poco. Se ne sono sicuramente giovate, le élite, di questo abbandono del mito borghese della cultura e della complessità. Ne sono uscite rafforzate, assolte, immemori, e quando Baricco scrive che nel secolo nuovo «abbiamo reso più impervio l’esercizio del dominio da parte di qualsiasi élite», mi duole, sul serio, non riuscire a crederci. Credo, all’opposto, che il più cretino della famiglia Krupp, anche se faceva affari con Hitler, sapeva chi era Hitler, e sapeva che il suo profitto grondava sangue. La borghesia – volendo ripassare il Novecento – fu tragicamente all’altezza del proprio potere e anche dei propri delitti: li pensava, li scriveva, inventò la psicanalisi per leggere nella propria ombra. Che cosa sappiano oggi Trump, Musk, i padroni ipermiliardari del web, e nel suo modo più misterioso Putin, del loro potere smisurato e della montagna di miliardi e di missili che fanno loro da trono, non è dato sapere. Non producono cultura, producono consenso e potere, consenso e miliardi, consenso e armi, niente altro che possa farci assistere con sollievo all’eventuale affondamento del passato: e comunque non è il futuro, è il presente a sgomentare.
Credo che quanto detto per il Novecento (contenne guerra e pace, tirannide e libertà, reazione e progresso) valga anche per il nuovo evo. La conferma del dominio dei ricchi sui poveri, e degli armati sui disarmati, non rappresenta alcuna rottura con il Novecento. Ne è, semmai, la radicalizzazione; la prosecuzione con mezzi tecnologici infinitamente più raffinati, così che dominio e sterminio non interrompano il loro millenario filo rosso. L’altro filo rosso, quello che mi permetto di definire umanesimo («stay human») è altrettanto potente. Ma per provare a prevalere, o almeno a combattere ad armi pari, deve sovvertire – non meno che sovvertire – prima di tutto gli attuali assetti del potere dentro il web, ovvero dentro la più sostanziosa e irreversibile realtà della nuova epoca.
La struttura del web, se appena gratti la superficiale patina di “assemblea totale”, è da ancien régime (altro che Novecento). Pochissimi padroni, e sempre più attratti da misure censorie - l’algoritmo ha guanti di velluto. Vedi Musk con il suo X, vedi il clamoroso vantaggio comunicativo dello spiccio linguaggio populista ai danni della fumosa e rallentata dialettica dem, vedi il controllo occhiuto delle persone (spiegato molto bene nel Capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff), vedi la progressiva sostituzione del cittadino con il consumatore (la sola vera grande sostituzione etnica in corso). Capisco la continua sottolineatura di Baricco della ineluttabilità dei tempi nuovi – prevarranno perché sono nuovi – , capisco perfino che dalla liquidità o gassosità delle nuove forme di comunicazione mondiale potrebbero nascere – oggi impreviste – forme veloci, efficaci e incontrollabili di democrazia diretta, e di sovversione delle antiche forme di dominio e sopraffazione. Ma oggi non è così, non è proprio così. E molte delle persone che sono scese in piazza per Gaza lo avrebbero fatto – allo stesso modo e con le stesse motivazioni – anche ai tempi delle edicole e dei telegiornali. La democrazia possiede da sempre i suoi tam tam.
La lotta senza fine tra guerra e pace, tra sottomissione e liberazione, non muta nella posta in palio, che è un’umanità più cosciente, meno condizionabile, più gentile. Ma è radicalmente mutata nelle sue regole di ingaggio. Le regole attuali (la struttura stessa della società digitale) mi sembrano bene padroneggiate da pochi e subite da molti. Ergo, il problema è sempre lo stesso, e nei secoli ha solo mutato le sue forme: evitare che il potere sia di pochi, che la ricchezza sia di pochi, e che quei pochi decidano di fare la guerra (facendola fare agli altri). La rivoluzione digitale, fino a qui, non ha nemmeno scalfito i vecchi assetti, e dunque non mi sento di dire che mi fido del secolo nuovo più di quanto mi sia fidato di quello vecchio.

giovedì 9 ottobre 2025

Padre Eugenio

 


Ci ha lasciato oggi Padre Eugenio Barelli, per tanti anni Padre Guardiano del Santuario della Verna. 

Lo conobbi molti anni fa durante i campi dei ragazzi che facevamo con la parrocchia proprio al Santuario. Padre Eugenio sorrideva sempre, aveva incastonato il sorriso, nulla e nessuno glielo hanno mai tolto. 

Aveva un fratello gemello anch'egli francescano minore e raccontava, tra le molte cose, anche le sue confessioni con San Padre Pio. 

Si diceva che da giovane fosse stato pilota di rally, posso testimoniare che una volta, negli anni 70, guidando l'auto non usava la frizione e alla mia sorpresa mi rispose, ridendo "non è difficile, basta ascoltare!" 

Lo avevo soprannominato con un epiteto non bello, qualcosa che non dirò seguito da "ridens"

M'incuriosiva molto quel suo essere visibilmente e perennemente felice, m'accostavo a lui con un pochetto di timore reverenziale, e successivamente, una volta che passò di mano la conduzione del Santuario, andò da altre parti per poi ritornare e fondare il Romitorio, dove dal 1983 visse una vita contemplativa, nella gioia. Non provai mai quell'esperienza di preghiera, essendo fondamentalmente codardo. 

Lo rividi anni dopo, invecchiato ma sempre sorridente, gioioso, capace di trasmetterti quel dubbio, simile ai pensieri di Kostantin Levin nell'Anna Karenina, un dubbio capace di sobillare le statuarie ritrosie, impudicizie, inezie, spazzandole dal cuore, rinfrescandolo, riaccordando la tenue, per me, fede ingiallita dalle suddette. 

E quando predicava lo faceva in spirito puro, agevolandoti verso il mistero. 

Riposa in pace Padre Eugenio! Il tuo sorriso concorrerà da oggi ad incrementare il "tutto canta e grida di gioia!" 

 

Prosit!

 

“L’inquinante eterno più diffuso al mondo trovato nelle bottiglie di acqua minerale di sei marchi su otto”

Su 16 campioni fatti analizzare da Greenpeace in Italia e in Germania, 12 contenevano Tfa, sostanza tuttora al vaglio dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche
“L’inquinante eterno più diffuso al mondo trovato nelle bottiglie di acqua minerale di sei marchi su otto”
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L’inquinante eterno più diffuso al mondo, il Tfa, è stato trovato nei campioni di 6 bottiglie di acqua minerale. Sei sulle otto acquistate nei mesi scorsi, in un supermercato di Roma, da Greenpeace Italia. Obiettivo: testare l’eventuale presenza di Pfas, le sostanze poli e perfluoroalchiliche usate in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo, che si accumulano nell’ambiente e che sono da tempo associate a gravi rischi per la salute. E anche quella di Tfa, sebbene ad oggi non esistono limiti legali specifici per la sua presenza nelle acque minerali e potabili in Italia. L’ong ha acquistato bottiglie d’acqua degli otto marchi più diffusi in Italia (Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto) e, per ciascuna, ha fatto analizzare due campioni (per un totale di 16), inviandone uno in un laboratorio italiano (Til Italia) e il secondo nel laboratorio di chimica dell’acqua del tedesco TZW, che si occupa da molti anni di analisi e valutazione dei Pfas. Tra le molecole ricercate, in questa analisi, anche il Tfa, ossia l’acido trifluoroacetico, una molecola a catena ultracorta (due atomi di carbonio) che la rende indistruttibile e le dà grande capacità di diffusione. Nei campioni d’acqua di Ferrarelle e San Benedetto Naturale non è stata rilevata alcuna presenza di Pfas: le concentrazioni di tali sostanze in questi campioni sono risultate inferiori al limite di rilevabilità di 50 nanogrammi al litro. Nei restanti campioni (12) appartenenti a LevissimaPannaRocchettaSan PellegrinoSant’Anna e Uliveto è stata invece rilevata la presenza di Tfa. Greenpeace Italia ha inviato questi risultati alle aziende proprietarie dei marchi. “Nessuna delle realtà contattate ha voluto commentare” spiega la ong.

Il risultato delle analisi – Sebbene i primi studi scientifici risalgano alla metà degli anni Novanta, solo recentemente il Tfa ha goduto di maggiori attenzioni, ma l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sta rivalutando la sicurezza di questa sostanza, alla luce dei nuovi studi disponibili. Al momento non esistono limiti Ue specifici per il Tfa. Il campione che ha fatto registrare il valore più elevato di acido trifluoroacetico è quello appartenente all’acqua Panna (700 nanogrammi per litro), seguito dal campione del marchio Levissima (570 ng/l) e dal campione di acqua Sant’Anna (440 ng/l). Il Tfa è però l’unico Pfas rilevato nei campioni presi in esame, nessuno dei quali conteneva sostanze appartenenti al gruppo dei 20 Pfas regolamentati dalla direttiva Ue sull’acqua potabile (che in Italia entrerà in vigore nel 2026) né sostanze appartenenti al gruppo Pfas-4, ovvero per quattro molecole di cui è già nota la pericolosità per la salute umana e già incluse nel parere Efsa del 2020, ossia Pfoa e Pfos, rispettivamente cancerogeno e possibilmente cancerogeno, Pina e PFHxS. “I valori di Tfa trovati nei campioni (tra circa 70 e 700 nanogrammi per litro) si allineano, anche se con valori leggermente inferiori, a quelli ottenuti da altre indagini in vari Paesi europei (tra 370 e 3.300 nanogrammi per litro), dunque è una conferma della capacità di diffusione di questa sostanza” racconta a ilfattoquotidiano.it Alessandro Giannì, responsabile delle Relazioni Istituzionali e Scientifiche di Greenpeace Italia.

Le altre indagini sulle acque minerali – Nel 2024 l’organizzazione Pesticide Action Network (Pan) ha diffuso i dati sulla presenza di questa sostanza in numerosi marchi di acqua minerale e di sorgente venduti in Europa (provenienti da Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo, Ungheria, Austria). Dieci dei 19 marchi analizzati contenevano Tfa in quantità comprese tra 52 e 3.400 nanogrammi per litro. Nove campioni, invece, erano esenti da residui quantificabili di Tfa. Anche Altroconsumo ha condotto un’analisi, segnalando cinque acque minerali “per livelli eccessivi di Tfa, secondo i parametri usati per garantire la qualità dell’acqua potabile”: Panna, Esselunga Ulmeta, Maniva, Saguaro (Lidl) e Levissima. Proprio nei giorni scorsi, Pan ha pubblicato un’indagine, ricostruendo una storia di quasi trent’anni, durante i quali l’industria ha fatto pressioni affinché le agenzie europee competenti fossero portate a sottovalutare i rischi.

Tfa, i rischi nascosti e l’assenza di normativa – Già nel 1998, infatti, il Comitato scientifico europeo per le piante ne aveva segnalato la presenza nei campi a causa dello spargimento di un pesticida. Il passo successivo è stato un parere dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) arrivato solo nel 2007. Anche da allora gli step sono stati molto lenti e solo recentemente si è indagato in modo più approfondito l’effetto sulla salute umana. Di conseguenza, ancora oggi manca una normativa che ne regoli l’utilizzo. “Di recente, le autorità tedesche l’hanno classificato come ‘tossico per la riproduzione’ e ‘molto mobile e persistente. Questa sostanza può derivare dalla degradazione di altri Pfas rilasciati nell’ambiente e si accumula negli organismi viventi, ad esempio in alcuni cereali” spiega Alessandro Giannì. Alla luce dei risultati degli ultimi studi, nella primavera del 2024 la Germania ha presentato all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) una richiesta di classificazione del Tfa come sostanza tossica per la riproduzione. “Se l’Echa approverà la richiesta – spiega Giannì – il Tfa potrebbe essere classificato come ‘metabolita rilevante’ delle sostanze attive nei prodotti fitosanitari”. In conformità con l’ordinanza tedesca sull’acqua potabile, quindi, non dovrebbe essere consentito superare il valore di 100 nanogrammi al litro, limite che potrebbe essere esteso all’acqua potabile di tutti i Paesi europei.

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