mercoledì 8 ottobre 2025

Robecchi

 

Povera Giorgia! Viva il vittimismo, malattia infantile del melonismo
DI ALESSANDRO ROBECCHI
“Chiagni e fotti” è una vecchia massima, anche un po’ consunta e abusata, per dire che lamentarsi è sempre una buona copertura per il potere: non c’è azione, prepotenza, abuso che non sia giustificabile con una precedente ingiustizia subita, spesso immaginaria: una faccenda talmente nota e risaputa che si è installata da secoli nei proverbi e nella saggezza popolare. In tempi di trumpismo-melonismo, malattie infantili del vittimismo, la teoria è diventata pratica e metodo scientifico, come se un manuale ne suggerisse l’uso corretto per ogni situazione, le varianti e le sfumature tattiche. Il presidente americano ha costruito le sue fortune sul sapiente dosaggio del fare la vittima. Prima la vittoria mutilata (gli hanno rubato le elezioni, dice), poi la sindrome di accerchiamento costante: molto vittima e quindi molti nemici, e quindi al momento della salita (risalita) al potere, molte vendette e ritorsioni. La questione del free speech sembra un caso di scuola: per anni la destra mondiale ha berciato e frignato che “non si può dire più niente”, combattendo ogni forma di pulizia etica del linguaggio, il famoso politicamente corretto, finché, preso il potere, ha rivelato la sua concezione di free speech: censura per chi dissente, pressioni sui media, ricatti e minacce a chi non si adegua. C’è qualcosa di straordinariamente grottesco nel potente, armato di autorità e manganello, che ama farsi dire “poverino!”.
Giorgia Meloni sa raffinare la pratica in modo quasi perfetto: il mondo ce l’ha con lei, e questo dovrebbe far scattare una sorta di simpatia nei suoi confronti. L’elenco è infinito, ogni cosa che succede nel mondo sembra architettata e messa in campo per farle uno sgarbo, un atteggiamento che è diventato una tecnica e poi un’ossessione, fino al grottesco. Fino a dire, per esempio, che la missione della Gaza Sumud Flotilla (militanti e navi da 44 paesi del mondo) fosse organizzata per dare fastidio a lei, proprio a lei, dall’Australia alla Malesia. Anche meno, Giorgia: quando il vittimismo diventa mitomania, il ridicolo è in agguato.
Così, basta una scritta su un muro o uno slogan contrario, ed ecco scattare la Giorgia di Pavlov: la odiano, e lei non se lo merita, e giù l’elenco infinito, dai magistrati agli avversari politici, dai sindacati ai manifestanti, tutto intercambiabile, tutto sullo stesso piano, tutto spostato dal terreno politico a quello personale. Tutto già visibile e decrittabile senza sforzi fin dalla prima esternazione pubblica in veste di Presidente del Consiglio, quando si descrisse come povera e umile underdog nonostante avesse fatto il ministro all’età di trent’anni.
Naturalmente il vittimismo come pratica politica ha molti vantaggi – ce lo insegnò benissimo Berlusconi buon’anima (“Povero Silvio!”) – consente e giustifica una certa aggressività e al tempo stesso mette al riparo dalle critiche, perché ogni opposizione sembrerà un complotto. In più, il vittimismo compatta la tua parte, la discussione si sposta non sul fatto di cui si dibatte, ma se e quanto chi sostiene una tesi sia mosso da aggressività nei confronti di Giorgia, e oplà, dell’argomento non si parla più, e si parla invece di chi che l’ha con lei. “Lu piagne è mezza partita”, dice un proverbio marchigiano (ancora la saggezza popolare), cui si aggiunge il Dna, che non mente, dato che il vittimismo dei fascisti è un dato storico innegabile, rintracciabile su qualunque libro di storia. Che però, naturalmente – e come ti sbagli – sicuramente ce l’ha con lei.

Sempre su Micron

 

Democrazia contro popolo
DI MARCO TRAVAGLIO
La sapete l’ultima? Ce la rivela Repubblica: se Macron è più impopolare di Landru, se consuma più premier che mutande (Borne, Attal, Barnier, Bayrou e Lecornu in due anni scarsi) e se la sua Francia è messa peggio dell’Italia, non è colpa di Macron. Anzi, lui non c’entra: il fatto che continui a nominare primi ministri centristi, tutti noti frequentatori di se stessi per governare contro il popolo che si ostina a votare la sinistra e la destra, è solo un dettaglio. La colpa è di una misteriosa “crisi di governo che lo stringe in un angolo” a sua insaputa. Misteriosa, poi, mica tanto: “È la più importante vittoria di Putin negli ultimi mesi”. Ecco: ha stato Putin. “Non a caso a innescarla è stata l’azione convergente di estrema destra ed estrema sinistra, unite solo dalla fede putiniana in una sciagurata riedizione dell’alleanza giallo-verde tra Conte e Salvini che portò l’Italia sull’orlo della bancarotta”. Quindi ha stato anche un po’ Conte, sul cui primo governo Rep racconta balle. Non solo non portò l’Italia sull’orlo del crac, malgrado le profezie di sventura di Rep e dell’Ue. Ma anzi varò Reddito di cittadinanza e Quota 100 tenendo in ordine i conti: deficit del 2019 all’1,6% del Pil (il più basso dal 2007, contro il previsto 2,2), avanzo primario all’1,7% del Pil (il più alto dal 2013) e spread in calo rispetto a Gentiloni. Chi ha portato il suo Paese sull’orlo della bancarotta è Macron, che sgoverna da ben sette anni.
Ma torniamo a Putin che se la sta prendendo per interposti Le Pen e Mélenchon. I due putribondi figuri si candidano da anni alle elezioni legislative e ogni volta si permettono di prendere molti più voti di Macron. Ma questa, malgrado le apparenze, per Rep non è democrazia: è “anomalia democratica”. Infatti il democratico Macron è riuscito finora a far governare non chi ha i voti, ma chi non li ha: e questa sì che è democrazia. Lo fa “in nome e per conto di 450 milioni di europei” e di “miliardi di esseri umani” che “credono nella democrazia”, vedono nell’Europa “l’unico bastione contro le derive autoritarie e imperiali” e trepidano per “la sopravvivenza stessa dell’Occidente e dei suoi valori”. Come farà Rep a saperlo? O sente le voci come Giovanna d’Arco, o quei miliardi di esseri umani chiamano i centralini di Rep e lasciano detto. Poi, grazie agli hacker russi, sbagliano sempre a votare. Non solo in Francia. In Germania “i neonazisti filo-putiniani di Afd, sostenuti da Trump, aspirano a diventare primo partito” e “in Gran Bretagna la destra anti-europea di Farage nutre le stesse ambizioni”. Strano: da che mondo è mondo, tutti i partiti aspirano ad arrivare ultimi. Invece quelli putiniani sono così antidemocratici che vogliono arrivare primi. Poi dicono che la guerra ibrida non esiste.

L'Amaca

 

Un partito senza museruola
di Michele Serra
La passione del Salvini per celle, chiavistelli, manette (all’insegna dell’edificante motto “butta via la chiave”) ha subito una battuta d’arresto per colpa di quello che rimane dei centristi democratici europei, il cui voto ha evitato a Salis di tornare nelle mani di Orbán: uno che vale, quanto a diritti e garanzie, più o meno come i generali argentini di cinquant’anni fa.
Perché la Lega sia diventata il partito più feroce del paese — un partito con le zanne, e senza museruola — con buona pace dei suoi ipocriti “moderati” (Zaia, Fedriga, Giorgetti, Fontana, che hanno la poltrona assicurata a patto di non dire in pubblico che cosa pensano in privato del Salvini), è un mezzo mistero. Per metà già incluso nel pensiero del fondatore Bossi, amico delle doppiette e del gesto dell’ombrello; per l’altra metà inspiegabile: c’era già un partito fascista, perché farne un altro?
Si parlava ieri, proprio qui, di quanto sia poco simpatica la sinistra rimproverante. Oggi l’attenzione si sposta sulla destra carcerante, che non è nelle condizioni di capire che Salis non è una latitante, è una cittadina europea coinvolta in scontri di piazza (antifascisti versus neonazisti) che dovrebbe essere giudicata per il suo ruolo negli scontri di piazza: certo non per terrorismo. Riconsegnarla a Orbán, che è un Salvini che ha fatto carriera, equivale a cancellare il concetto di diritti dell’imputato, di processo equo, di giusta proporzione tra il reato e la pena. Salis tradotta davanti ai suoi giudici ungheresi in catene e guinzaglio, come oggi è diventato sconveniente fare anche con i cani, è un’immagine schifosa. Per il Salvini, entusiasmante: una zecca in catene è la gioia suprema, per i fascisti.
Salis chiede di essere processata in Italia. Equivale a dire: in Ungheria no, perché è come se mi processasse il Salvini. Come non capirla.

martedì 7 ottobre 2025

Quanti?

 


Ma quanti professor Andrieux ci saranno stati nel corso della storia? Letterati, pensatori, insegnanti incapaci di cogliere il frutto acerbo di un genio? 

Andrieux disse alla madre “sono lungi dallo scoraggiare vostro figlio: ma penso che potrebbe impiegare meglio il proprio tempo che a comporre tragedie e commedie.” Il figlio si chiamava Honorè de Balzac…

59169

 

Che numero è mai questo? 

Cinquantanovemilacentosesssantanove? 

Lo so, adesso che ve lo sto per dire penserete "questo è un pazzo!" 

Probabilmente è vero, mi ha incuriosito la sua data di nascita, il 20 maggio, un giorno prima di me, l'anno certo è lontanissimo, appunto 59169 giorni prima, lo ha detto Chat GPT, 162 anni +1 giorno, il 20 maggio 1799.

Chi nacque quel giorno? Uno dei più grandi scrittori francesi, il padre del realismo moderno, tale Honoré de Balzac, uno degli scrittori che preferisco, che col suo Papà, anzi lo pronuncio come lo scrisse lui, Le Père Goriot del 1835, mi ha avvolto con il suo eccezionale realismo, la sua cronaca di un mondo già attraversato dalla fame di denaro, con la straziante tenerezza dei sentimenti di padre. 

Sto per iniziare un ottimo libro, a me sembra, di Francesco Fiorentino, appunto "Balzac" che si propone di raccontare la vita di questo stakanovista della penna, pensate che lavorava fino a 18 ore al giorno, con innumerevoli problemi di vita tra cui la perenne bolletta. 

Vi farò sapere come sarà al termine della lettura. 

W Honoré!  

L’Informazione…


 

Avanti veloci!