domenica 28 settembre 2025

Siamo così!


 

Noi siamo questi ragazzi qui, noi siamo questi italiani, che si commuovono ancora per l’amico che non è potuto andar nelle Filippine per infortunio, siamo permeati di questi valori e ne andiamo fieri, siamo come loro che ci commuoviamo per salutare la mamma e il papà, le mogli, i figli gli amici. È questa l’Italia non quella divaricante e pregna d’odio, serva di psicolabili, incapace di decidere da sola, di non andar dietro alle favole degli assalti per rimpinguar scrigni di orchi levando cibo e prebende sanitarie a chi è indietro nella fogna divaricatrice di nero vestita. Noi ci sentiamo come questi ragazzi, pronti a gioire per l’intera nazione, a parlare per tutti e non come “quella” che vede complotti e nemici ovunque, ripiena di benaltrismo com’è. 

Corriamo incontro a questi valori di cui da sempre siamo i miglior rappresentanti. Quel caprone biondo intriso di dabbenaggine prima o poi lo sconfiggeremo con un sorriso. Ed un velato vaffanculo. Ops!

Ahhh Fabrizio!

 


Oh si!

 



Sarebbe cambiata così!

 


Natangelo

 



Precisazioni

 

Democrazia 2.0
DI MARCO TRAVAGLIO
Il generatore automatico di attacchi russi all’Europa indifesa dev’essersi inceppato dopo un mese di duro lavoro. Infatti, per non perdere il ritmo, la Stampa raschia il fondo del barile con deludenti “avvistamenti di droni sopra lo Schleswig-Holstein” e l’“arresto di due spie adolescenti in Olanda: due diciassettenni accusati di spionaggio a favore di un Paese terzo per aver cercato di intercettare con un dispositivo wireless i dati di Europol, di Eurojust e dell’ambasciata canadese”. E quale potrà mai essere il “Paese terzo”? Indovinato! “Secondo il padre di uno dei due, sarebbe stato un hacker filorusso a reclutarli su Telegram”. Quindi ha stato Putin. Nella pagina accanto, la chiave di lettura della diuturna produzione di falsi attacchi russi: oggi si vota in Moldova. E il governo filo-Ue vicino alla presidente Sandu rischia perdere perché la gente è stufa di bellicismo, austerità e russofobia, teme di finire come l’Ucraina e minaccia di votare i partiti anti-Ue che l’Ue chiama “filorussi”: se il popolo ce l’ha con le politiche Ue, ha stato Putin. Quindi Rep spiega ai moldavi come devono votare: “Moldova al bivio tra Ue e Mosca: ‘Putin vuole truccare le urne’ con interferenze e soldi. Vuole Chisinau per attaccare Kiev” (l’ha già attaccata una volta nel 2022, ma fa niente).
Il Cremlino interferisce sempre e l’Ue mai. Infatti, per non interferire, Macron, Merz, Tusk e Zelensky si sono uniti alla Sandu per ammonire i moldavi a fare come dice lei perché “un governo amico di Mosca sarebbe un trampolino di lancio per attacchi ibridi contro l’Ue”. Sempre per non interferire, la commissaria Ue Marta Kos si fa intervistare dalla Stampa per intimare ai moldavi di “scegliere fra democrazia e regime”: se non votano bene sono dei luridi fascisti e perderanno gli “investimenti della Ue”, che ora “sta dando un sostegno senza precedenti alla democrazia”. Per sostenerla meglio, non muove un dito contro le autorità che han messo fuorilegge quasi tutti i partiti di opposizione perché “filorussi” (infatti in Moldova c’è la Transnistria, piena di russi). Le prove generali dell’inedita democrazia 2.0 si erano svolte l’anno scorso in Romania: Presidenziali annullate perché vinte dal candidato sbagliato, Georgescu, arrestato e reso incandidabile. E fra sette giorni tocca alla Repubblica Ceca: anche lì il premier Fiala è odiatissimo per le politiche filo-Ue e filo-Kiev e il favorito è il rivale e predecessore Babis. Ma il sito Politico avverte che Babis è “populista” e “ha un rapporto ambiguo con la Nato” (roba da ergastolo): infatti il presidente Pavel, democraticamente “suo avversario politico”, “ha un’opzione costituzionale: non nominare Babis premier, anche se dovesse vincere le elezioni”. Giusto: nelle democrazie 2.0 governa chi le perde.

L'Amaca

 

l dilemma del radical chic
di MICHELE SERRA
Oggi vi parlerò del dilemma del radical chic (dove per radical chic ormai si intende, in senso molto molto molto lato: colui che rutta solo in privato, non a tavola). Il dilemma è siffatto: quando parla, per esempio, il Bandecchi, che è una specie di Vannacci di periferia, e dice le cose brute e sommarie che si dicono da secoli quando non si hanno avuto il tempo e la fortuna di dare una forma ai propri modi, bisogna fare finta di niente oppure bisogna dirgli: suvvia, non dica così, che fa una gran brutta figura.
Il tema è più complesso di quanto sembri.
Se rimbrotti il Bandecchi (cosa che puntualmente fanno politici di vario livello, per esempio ieri avendo detto il Bandecchi le sue sconcezze su Gaza e le bambine di Gaza), non rischi di sprecare il fiato e peggio ancora di dare troppa importanza a chi la reclama senza merito, come quando i bambini dicono “cacca” e tutti si voltano? Ma se non lo rimbrotti, non rischi forse che diventi normale dire qualunque porcheria, per abitudine social o per attitudine umana, e alla fin fine ti sentirai responsabile, insieme a tanti altri, di non avere fatto nulla, quando era ancora possibile, perché il discorso pubblico non diventasse una fogna?
Di più, e di ancora più spinoso, perché si entra nell’etica pura: è giusto ignorare il bullo, lasciarlo al suo destino infelice?
Bisogna darlo per perso? O merita anche lui, ultimo tra gli ultimi, attenzione umana? E il soccorritore del bullo, a qualunque titolo (assistente sociale, pedagogista, psicoterapeuta, magistrato dei minori) come può esercitare la sua opera di contrasto, e di terapia, senza dare luogo al sospetto di sentirsi munito di princìpi superiori a quelli dei bulli? E se invece si decidesse che sì, ci sono princìpi superiori a quelli dei bulli, e tanto vale dirlo?