sabato 19 luglio 2025

L'Amaca

 

I russi che non ci sono
di MICHELE SERRA
Chi decide qual è il limite tra l’espressione della propria opinione e la propaganda politica?», domanda polemicamente il presidente della Campania De Luca difendendo la scelta di invitare a Caserta un direttore d’orchestra molto amico di Putin, il maestro Gergiev. È una domanda legittima e necessaria, alla luce di recenti stupidità che hanno portato a boicottare la cultura russa in quanto russa, con assurda confusione tra un governo autocratico, un’aggressione imperialista e un popolo di lunga storia.
A rendere un po’ meno legittima la domanda è però la figura stessa di Gergiev. In un Paese nel quale gli oppositori sono in galera, o privati dei diritti politici, essere putiniano, per un artista, non è «un’opinione». È, nella migliore delle ipotesi, una maniera per continuare a lavorare. Nella peggiore — e sembra essere il caso in questione — è la glorificazione di un regime che dell’arte ha una visione nazionalista e sì, di pura propaganda “patriottica”.
Escludendo e perseguitando, in quanto antipatriottico, chiunque non stia a quel gioco.
De Luca, a riprova della neutralità attiva che reputa utile per superare i conflitti, cita i concerti napoletani di febbraio che hanno visto esibirsi assieme palestinesi e israeliani, russi e ucraini. Molto bello e molto giusto: ma il vero interlocutore di Gergiev, in chiave di superamento dei conflitti, sarebbe un artista russo dissidente, o esule, tagliato fuori dalla benevolenza e dai milioni che il Cremlino elargisce ai suoi fedeli. A proposito di conflitti, e di angherie dei forti contro i deboli, gli oppositori russi sono (da anni) tra le vittime meno citate e meno difese. Eppure è proprio nel loro nome che qualche dubbio sull’invito a Gergiev avrebbe dovuto nascere.
Il problema non sono i russi presenti, sono i russi assenti.

venerdì 18 luglio 2025

Zak!

 

“Ma come facciamo ad andarci, non sarà pericoloso?” - “Cara ma chi vuoi che ci veda? Saremo in ottantamila!”




Natangelo

 



Tutti lo pensano ma...

 

Gaza, tutti sappiamo che è un genocidio e l’Italia si fa complice
DI TOMASO MONTANARI
“La mia conclusione ineluttabile è che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese. Essendo cresciuto in una famiglia sionista, avendo vissuto la prima metà della mia vita in Israele, avendo prestato servizio nell’Idf come soldato e ufficiale e avendo trascorso la maggior parte della mia carriera a ricercare e scrivere sui crimini di guerra e sull’Olocausto, questa è stata una conclusione dolorosa da raggiungere, alla quale ho resistito finché ho potuto. Ma ho tenuto corsi sul genocidio per un quarto di secolo. So riconoscerne uno quando lo vedo”.
Le dolenti e ammirevoli parole di Omer Bartov, professore di Studi sull’Olocausto e il genocidio alla Brown University, uscite lunedì scorso sul New York Times dovrebbero coprire di vergogna non pochi dei protagonisti del discorso mediatico italiano, nel quale è ancora impossibile pronunciare la parola “genocidio” senza essere accusati di antisemitismo o di fiancheggiamento di Hamas. Ho ripreso il primo articolo in cui argomentavo (qui sul Fatto) intorno all’uso di quella parola: era il 20 novembre 2023, e il titolo del pezzo era “Genocidio termine tabù: chi ama Israele non taccia”. Non sono bastati centomila morti (ma forse sono quattro volte tanto) per riuscire a sconfiggere l’inquisizione mediatica del “troncare e sopire”. Ma oggi le massime autorità scientifiche internazionali, e soprattutto la documentabile realtà dei fatti (che avverano almeno 4, se non 5, delle condizioni stabilite dalla Convenzione sul genocidio del 1948), affermano che non ci sono dubbi: Israele sta compiendo un genocidio. Contro i fatti non valgono le opinioni, e chi nega l’evidenza del genocidio va chiamato col suo nome: negazionista, terrapiattista, impostore, propagandista, falsario.
In Italia si è arrivati a strumentalizzare perfino le posizioni di Liliana Segre e Edith Bruck, pur di scomunicare la parola “genocidio”: posizioni che meritano il massimo rispetto a causa della storia di chi le esprime. Mentre non altrettanto rispetto merita chi le usa, cinicamente. Perché impedire all’opinione pubblica italiana di comprendere cosa davvero sta succedendo a Gaza significa calpestare ogni etica del giornalismo e soprattutto significa sottrarre a quella opinione pubblica l’argomento di pressione più forte sul governo, che continua imperterrito a vendere armi a Israele. Con raccapricciante razzismo Giorgia Meloni ha aperto bocca solo quando quelle armi hanno toccato la parrocchia cattolica di Gaza, ferendo padre Romanelli: per lei le vite dei musulmani non meritavano neanche un fiato. Ma questa condotta potrà avere serissime conseguenze per il nostro Paese: l’Italia potrà essere condannata per complicità in genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite. E la Corte Penale Internazionale potrà accertare le responsabilità personali di Meloni, Tajani, Crosetto, oltre che dei vertici della Leonardo e degli altri mercanti d’armi. Una prospettiva terrificante per la reputazione e la tenuta morale del nostro Paese: una prospettiva che rende francamente incomprensibile l’inerzia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
E c’è di più. Guardare in faccia la realtà – quella di uno Stato legittimato da un genocidio, la Shoah, che commette a sua volta genocidio – dovrebbe insegnarci che nessuno è innocente dopo una decisiva prova contraria. E che il male della Shoah non fu (purtroppo) assoluto, ma relativo: relativo perché “banale” e compiuto da “uomini comuni”, e non da mostri disumani dai quali possiamo dissociarci. Per questo abbiamo passato anni a ripetere, nel Giorno della Memoria, “mai più”: perché sapevamo che sarebbe potuto succedere ancora. Ebbene, sta succedendo ora: sotto i nostri occhi. Vediamo tutto e tutto sappiamo: se non chiameremo il genocidio “genocidio”, non saremo perdonabili.

Beppismo

 

Cemento mori
DI MARCO TRAVAGLIO
Non è che Beppe Sala deve dimettersi perché è indagato per falso e induzione indebita (la vecchia concussione per induzione): è che non avrebbe mai dovuto diventare sindaco. Lo candidò nel 2016 il Pd renziano, che se ne infischiò bellamente del suo passato di city manager della giunta di centrodestra Moratti e dell’inopportunità di mandare a Palazzo Marino l’ad e commissario di Expo che dava gli appalti senza gare. Infatti Sala fu subito indagato per falso per aver taroccato le carte del mega-appalto per la Piastra, poi condannato in primo grado e salvato in appello dalla prescrizione. Ciononostante, o proprio per questo, fu ricandidato e rieletto nel 2021. E si scelse l’assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi, direttore comunale uscente della Pianificazione e valorizzazione aree, in barba alla delibera dell’Anac che vieta agli alti dirigenti pubblici di assumere ruoli politici per l’evidente conflitto d’interessi: ora su Tancredi c’è una richiesta di arresto. Poi Sala confermò a presidente della commissione Paesaggio Giuseppe Marinoni, già indagato per aver taciuto le consulenze da costruttori e progettisti di lavori esaminati dalla sua commissione: ora anche Marinoni ha una richiesta di cattura. E Sala è (di nuovo) indagato per falso perché, conoscendo i suoi conflitti d’interessi, ne attestò l’assoluta assenza. Il tutto per garantire il Partito Trasversale del Cemento fatto di politici, dirigenti, tecnici, costruttori, immobiliaristi, faccendieri, banchieri, archistar e archipippe che infesta Milano (e non solo) deturpando l’ambiente, trasformando catapecchie in grattacieli e case di tre piani in torri di venti, ingrassando i privati amici di destra, centro e sinistra a spese dei cittadini, che ci rimettono miliardi di oneri di urbanizzazione mai pagati perché mai richiesti.
Quel sistema consociativo il Fatto, con Gianni Barbacetto, l’ha denunciato per anni in perfetta solitudine, mentre tutti i media turibolavano il magna-magna alla milanese e candidavano Sala a leader del Pd, o del Centro, o a federatore di “campi larghi”, “tende riformiste” e altre minchiate. Ecco perché solo i 5Stelle chiedono le sue dimissioni, mentre il Pd, i centristi e le destre lo coprono (e quando ti difendono Fassino e Renzi hai un bel problema); perché la Lega gli aveva apparecchiato un “Salva Milano” extra large per esportare il “modello Sala” in tutta Italia; e perché Nordio ricorda al Pd che, senza la sua schiforma, a Milano “sarebbero già tutti dentro”. Come ai tempi di Tangentopoli, destra e sinistra di giorno fingevano di farsi la guerra e di notte si spartivano la torta. Il punto di contatto fra ieri e oggi è il “riformismo”, come i fini dicitori chiamano in dolce stil novo l’orgia tra politica e affari fino all’approdo più naturale: San Vittore.

L'Amaca

 

A chi tocca la prossima bomba
di MICHELE SERRA
Anche il prete di Gaza che quasi ogni sera riceveva una telefonata da papa Francesco ha avuto il suo colpo di artiglieria, nell’impazzimento progressivo della politica di Israele. Tre delle persone rifugiate in quella chiesa sono morte. Risulta sinistramente comico, come in precedenti occasioni, il comunicato del ministero degli Esteri: “Israele non prende mai di mira chiese o siti religiosi e si rammarica di qualsiasi danno arrecato a un sito religioso o a civili non coinvolti”. Molte moschee sono state bombardate a Gaza, la chiesa ortodossa di San Porfirio distrutta (diciassette morti); quanto ai “civili non coinvolti”, ne sono stati uccisi decine di migliaia, compresi bambini.
L’altro giorno era toccata alla Siria la sua dose di bombe, “per proteggere gli amici drusi”. Domani chissà quali altri obiettivi militari e civili verranno risucchiati nel parossismo bellico seguito al 7 ottobre, e largamente preceduto, in ogni modo, da una annosa politica di annessione territoriale aggressiva e ingiustificata.
In molti ci domandiamo: come è possibile che accada? Possibile che non ci sia modo di fermare il massacro? Si aggiunge una forma specifica di malessere e di sbalordimento: per molti Israele rappresenta un esperimento di democrazia e di regole in un contesto — diciamolo con un eufemismo — meno abituato. E ognuno ha ben presente la condizione di minaccia nella quale gli israeliani vivono da sempre. Ma questa condizione deve considerarsi, a questo punto, un’aggravante: lo sperpero di un doppio status , quello di paese democratico e quello di comunità assediata. La violazione dei diritti umani vale allo stesso modo chiunque la commetta: ma commetterla dall’alto di una (presunta) migliore qualità etica e politica è decisamente un’aggravante.

giovedì 17 luglio 2025

Driiiin!!!



Driiiiiin! Si è svegliata! 
È bastato che colpissero la chiesa cattolica (per carità sacrosanta esternazione) per scatenarla. Ma c’è un piccolo particolare: quando assassinano bimbi che vorrebbero sfamarsi, la ducetta dove caxxo è?