mercoledì 16 luglio 2025

Robecchi

 

In ginocchio da… L’Europa come Totò prende schiaffoni, ma mica è Pasquale
DI ALESSANDRO ROBECCHI
L’Europa si porta avanti col lavoro. L’anno prossimo, infatti, sarà il sessantesimo anniversario del famoso sketch di Totò (Studio Uno, 1966), quello in cui un energumeno lo prende a schiaffi chiamandolo Pasquale e lui si prende gli schiaffi ridendo molto e senza reagire perché, insomma, “Io mica so’ Pasquale”. Quello che sta facendo l’Unione europea davanti a un energumeno che la prende a schiaffi è più o meno la stessa cosa, e quindi noi che siamo fiduciosi europeisti, consideriamo l’attuale politica europea come un omaggio al grande principe Antonio De Curtis: “E che, siamo Pasquale, noi?”.
Riassumendo solo un annetto di sberle a mano aperta, e a grandi linee, l’Unione europea reagisce agli schiaffoni di Trump recapitandogli immensi regali, piuttosto costosi. Prima ha accettato di portare le spese per armamenti al tre per cento del Pil, con una grazia e una velocità tale che quello ha subito rilanciato al cinque per cento, e l’Europa ha detto di nuovo sì. Non avendo la capacità produttiva per fabbricare tanti cannoni, li compreremo quasi tutti dagli Stati Uniti, il che significa, in soldoni (letteralmente), che l’Unione europea ha firmato per trasferire due-tre punti di Pil nelle casse americane. Niente male. Niente male nemmeno che paesi come l’Italia finiranno a spendere più per le armi che per l’istruzione: 5 per cento per le armi, 4,1 per l’istruzione, la cui media europea è del 4,7, quindi siamo già indietro e arretreremo ancora di più. Che ce ne frega a noi, mica siamo Pasquale.
Poi si trattava di mettere una tassa sulle Big Tech, detta anche “digital tax”, che era un modo per far pagare le tasse alle grandi imprese tecnologiche, quasi tutte americane. Ma proprio nel timore di altri schiaffoni, ecco che per magia la tassa è scomparsa. Peggio: la tassa resta ma ne sono esentate proprio le imprese americane, sennò Trump ci mette di dazi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le Big Tech americane non pagheranno la tassa (grazie! prego!) e i dazi arriveranno lo stesso. Ci vuole del genio.
Ora, mentre fa i conti di quanto le costerà una sudditanza di oltre tre quarti di secolo nei confronti degli Stati uniti, l’Europa si divide. Di qua quelli che vorrebbero resistere (tipo la Francia), e di là quelli che pensano che stare inginocchiati è un po’ scomodo e si potrebbe direttamente sdraiarsi e farsi calpestare (tipo Meloni e il tedesco Merz), cioè prendersi gli schiaffoni e stare zitti e buoni per timore di altri schiaffoni. Che in questa posizione ci sia una che si definisce “sovranista” aggiunge sapore allo sketch: vuoi mettere prendere sberle a raffica dicendo che difendi la nazzzione e che sei l’amica speciale di quello che te li dà? Intanto, mentre le imprese europee soffriranno per i dazi, licenzieranno, aumenteranno i prezzi diminuendo il potere d’acquisto, il relativo benessere e le difese sociali dei cittadini europei, la signora von der Leyen e la sua zoppicante maggioranza si affannano a trovare 800 miliardi per comprare armi (che compreranno da quello che ci prende a schiaffoni).
Vabbè, dai, mica siamo Pasquale, noi.
Mentre succede tutto questo, un genocidio si consuma sotto gli occhi di tutti, con il deliberato assassinio quotidiano di donne, bambini e detenuti affamati nel campo di sterminio di Gaza a cura del miglior amico di Trump, il criminale Netanyahu, ricercato dalla Corte dell’Aia, a cui l’Italia permette impunemente il sorvolo del territorio nazionale. Niente male quest’Europa, eh? Quasi quasi era meglio Pasquale, più dignitoso.

Mai imbavagliare

 

Vieni avanti Cremlino
DI MARCO TRAVAGLIO
Dopo le rentrée, l’anno scorso, della soprano Anna Netrebko alla Scala e del direttore d’orchestra russo Valerij Gergiev a Ravello, si sperava che la ridicola ondata russofoba seguita all’invasione dell’Ucraina fosse finita. E che si tornasse a ragionare con la testa, anziché col deretano, sulla differenza fra un governo e un popolo. Inclusi gli artisti, ai quali va chiesto solo di esibire il loro talento, a prescindere dalle idee politiche, che sono affari loro (poi vorremmo vederli, i nostri intrepidi dissidenti da divano, sfidare Putin a Mosca rischiando la pelle, visto che passano il tempo a leccare il potere persino in Italia rischiando di moltiplicare stipendi e prebende). Invece le Sturmtruppen han ripreso a delirare. Gergiev, cacciato dalla Scala nel 2022, riaccolto a Ravello nel ’24 e ora invitato a Caserta, non deve esibirsi: l’ha ordinato l’ambasciata di Kiev in stereo coi trombettieri Calenda, Picierno, Sensi, Gelmini&C. Non poteva mancare Rep, che otto mesi fa turibolava la Natrebko “regina della lirica, soprano russa senza confronti, voce da brivido, piglio da diva e carisma ammaliante… scoperta dal geniale direttore Gergiev” e ora pubblica una paginata delirante della povera vedova Navalny. Che rimprovera a Gergiev persino “un concerto di propaganda sulle rovine della storica Palmira in Siria”. Ma Palmira e il suo sito archeologico erano stati occupati e distrutti dall’Isis e la riconquista russa fu salutata in Occidente come un trionfo contro il terrorismo. Persino il “liberale” Giuli vede nel concerto con Gergiev una “cassa di risonanza della propaganda russa”. Scemenze che si aggiungono al corso di Nori sul noto putiniano Dostoevskij annullato dalla Bicocca, ai balletti di Cajkovskij – altro complice del Cremlino – cancellati dai teatri, agli autori russi banditi dalla Fiera del libro per ragazzi, agli atleti russi e bielorussi fatti fuori da Olimpiadi e Paralimpiadi, alla quercia di Turgenev espulsa dal concorso Albero dell’Anno, alla Russia estromessa dalle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz (noto merito delle truppe ucraino-americane), al Moscow mule ribattezzato Kiev mule, ai gatti russi squalificati dalle fiere internazionali feline per evitare cybermiagolii da guerra ibrida.
Per la cronaca, a Caserta si esibirà anche il direttore d’orchestra israeliano Daniel Oren che nel 1982, dopo la strage di Sabra e Chatila nel Libano occupato da Israele, fu pesantemente insultato al teatro San Carlo di Napoli. Ma stavolta, per fortuna, nessuno dei fanatici che affibbiano a Gergiev le colpe di Putin si sogna di accollare a lui quelle di Netanyahu. Ora Gergiev e Oren potrebbero proporre agli organizzatori un piccolo ritocco al cartellone e dirigere insieme l’unica opera davvero in linea con i tempi: i “Pagliacci”..

L'Amaca

 

Giochi senza frontiere
di MICHELE SERRA
Dopo avere letto il notevole curriculum politico della deputata brasiliana Zambelli, del giro di Bolsonaro, condannata in Brasile a dieci anni per una brutta storia di documenti falsi per calunniare un giudice della Corte Suprema, riconosciuta spacciatrice di fake news ai danni di Lula, inseguita da un mandato di cattura internazionale e attualmente in Italia, dove si mormora stia valutando una candidatura (vedrei bene la Lega), mi sono chiesto se non sia possibile istituire, per festeggiare l’occasione, una specie di immunità parlamentare all’incontrario.
Una cosa tipo: “Signora, le concediamo asilo a patto che lei si impegni per iscritto a non fare politica, che qui di teste calde e di mestatori ne abbiamo anche troppi. Tutti i diritti di questo mondo, anche un weekend a Venezia, tranne candidarsi”. Aggiungerei anche una diffida in caso di partecipazione a talk-show che, visto il curriculum, faranno a gara per reclutarla.
Ovviamente il mio è un paradosso (lo dico per eventuali giuristi da tastiera), e non è una previsione azzardata la promozione imminente di Zambelli a esule politica e martire dei giudici comunisti, che anche in Brasile pullulano. L’aggressività un poco bulla, a destra, è vista sotto una luce quasi romantica, di indomito anticonformismo, anche se l’egemonia dei bulli è ormai un caso mondiale, e i veri perseguitati sono gli educati e i gentili. Per come vanno le cose, Zambelli potrebbe avere, qui da noi, una seconda vita, eroina dei Due Mondi come Garibaldi. Le fabbriche di fake, tra l’altro, sono multinazionali per definizione.
Zambelli, nel caso non fosse candidabile, potrebbe fare l’ad di una fabbrica del fango: meglio se da latitante, è ancora più romantico.

martedì 15 luglio 2025

Slurp Slurp!

 



Natangelo

 



Andrea e il vassallo

 

Una vita da vassallo: storia di Bocchino, neo-eroe meloniano
DI ANDREA SCANZI
È il sogno di tutti: rinascere Bocchino. Di lui non si può non amare anzitutto l’onestà intellettuale, la piacevolezza, il garbo e quel suo non essere mai tifoso. Non è facile per noi comuni mortali raggiungere i suoi livelli, ma impegnandoci possiamo quantomeno avvicinarci al Siddharta del Melonismo. Ecco alcune caratteristiche del nostro eroe.
– In primo luogo, Italo B(alb)occhino ha dimenticato buona parte del proprio passato, fatto sì di non poche cazzate (da sempre uno dei suoi marchi di fabbrica), ma anche di un’attività parlamentare finiana non immune da scatti d’orgoglio. In Bocchino esistono due tempi distinti, un “a.M” e un” d.M”: avanti Meloni e dopo Meloni. Prima egli era un pellegrino in cerca dell’agnizione, dopo egli ebbe a vedere la Luce. E quella luce era Donna Giorgia.
– Bocchino è un uomo totalmente privo di contenuti. Non sa nulla di nulla, e anche per questo è onnipresente nei migliori talk di La7. Lui crede che lo scelgano perché è bravo, ma non gli viene mai il dubbio che lo preferiscano ad altri perché le sue tesi sono così improponibili e ad minchiam che, per contrasto, tutti risultano più credibili di lui (Tutti tranne uno: Renzi. Quando Formigli li ha messi uno contro l’altro, gli spettatori non hanno potuto che sperare metaforicamente in un asteroide liberatorio).
– Non avendo contenuti, ma solo una discreta dialettica e una sconfinata faccia tosta da provocatore greve, Bocchino si limita a ripetere ogni volta il solito plot: recitare a pappagallo la linea di Fratelli d’Italia su qualsiasi tema; negare l’evidenza; frignare perché nessuno lo fa parlare in salotti dove è “sempre in minoranza”; ricordare che Meloni ha vinto le elezioni e nei sondaggi è ancora alta, dunque ha ragione lei a prescindere poiché benedetta dal lavacro popolare; infine, quando persino lui si rende conto che sta sparando delle boiate che neanche un daino sott’acido, parte con l’attacco personale a chi si trova davanti.
– Quest’ultima prassi, ormai consolidata e anzi virilmente (?) ostentata, viene adottata con tutti coloro che lo bastonano dialetticamente senza fatica (e del resto zittirlo è più facile che dribblare Acerbi). Negli ultimi mesi Bocchino ha colpito sotto la cintura un sacco di gente, da Padellaro a Rula Jebreal, da Travaglio a Landini, da Saviano (ovviamente non in presenza) a Piccolotti eccetera. Ne è sempre uscito con le ossa rotte, ma ha fatto finta di non accorgersene, magari poi andando pure a casa e dicendo agli amici (se ne ha) che ha vinto lui e li ha messi sotto tutti. Ciao core.
– Pochi giorni fa Bocchino ha insultato anche Michela Murgia. È la nuova frontiera del bocchinismo (con rispetto parlando): dileggiare anche chi non c’è più. Son soddisfazioni.
– La reazione di chiunque abbia sale in zucca e amor proprio, di fronte alla caricaturale propaganda adulatoria di Bocchino, è quella di mandarlo a quel paese senza passare dal via. Lo ha fatto Massimo Cacciari durante una puntata mitologica di Accordi&Disaccordi, e nel farlo ha dato voce ai vaffa di milioni di italiani (a stare bassi).
– Se l’onestà intellettuale fosse acqua, Bocchino sarebbe il deserto del Gobi. Per lui Meloni è la Luce, è la Madonna, è il Nobel per l’Economia in pectore. Siamo ormai al “non avrai altro Dio all’infuori di Donzelli”. Vamos!
– La sua attività servile nei confronti del governo non conosce sosta. Pur di compiacere l’esecutivo attuale, direbbe pure che la Santanché è Madre Teresa di Calcutta. Bocchino sancisce in questo senso uno scatto ulteriore rispetto a precedenti aedi del potere come Fede e Bondi, di cui è la versione più incarognita e al contempo tragicomica.
Quella di Italo B(alb)occhino è quindi una vera e propria vita da vassallo, che gli ha permesso di stare sulle palle a tutti. Probabilmente anche alla Meloni stessa. Daje Italo!

La Famigliola sabauda

 

Gli evasori pacifisti
DI MARCO TRAVAGLIO
Torna, a grande richiesta, la “pace col fisco”: il soave eufemismo in dolce stil novo che sostituisce sui media padronali espressioni più rudi, tipo “evasore beccato restituisce il maltolto”, quando c’è di mezzo un Vip. L’altro giorno Ettore Boffano ha rivelato sul Fatto che John Elkann (anche per conto dei fratelli Lapo e Ginevra) ha deciso di versare all’Agenzia delle Entrate 175 milioni di euro tra tasse non pagate e sanzioni, essendo indagato a Torino per truffa allo Stato ed evasione fiscale. Così spera di evitare il processo con la “messa in prova”: cioè a un periodo di lavori forzati socialmente utili. Libero e Giornale hanno ripreso la notizia traducendola in “pace col fisco”, ma senza spiegare chi abbia dichiarato guerra a chi. Per il Corriere Elkann “chiude la vertenza”. Gli stessi titoli alla vaselina riempirono i media quando toccò a star dello sport e dello spettacolo. E quando, vent’anni fa, la Procura di Milano fece sputare una barcata di tasse evase a Intesa San Paolo (270 milioni più interessi), Mps (260), Bpm (170), Credem (53,4), Unicredit (99). Lo Stato recuperò un miliardo di refurtiva, ma la libera stampa fece credere che fosse scoppiata la pace dopo una lunga guerra di trincea. E i banchieri evasori rivendicarono “la correttezza del proprio operato”. Ora il portavoce degli Elkann spiega che hanno sganciato 175 milioni, anzi – pardon – “raggiunto una definizione complessiva delle potenziali controversie attinenti agli oneri tributari su di essi potenzialmente gravanti”, ma “senza alcuna ammissione neppure tacita o parziale della fondatezza delle contestazioni”: solo “per chiudere rapidamente e definitivamente una vicenda dolorosa sul piano personale e familiare”. Non pagavano le tasse e soffrivano pure. Figurarsi ora che devono sborsarle tutte insieme.
Il meglio lo danno Repubblica e Stampa, che hanno Elkann come editore. Due articolini a pagina 17 e 27 con titoli memorabili: “Eredità di Marella Agnelli: intesa tra il fisco e la famiglia Elkann” e “Accordo tra il fisco e la famiglia Elkann per gli oneri sull’eredità di Marella Agnelli”. Come se l’iniziativa l’avesse presa il fisco e non la nota famiglia; e come se le tasse dovesse pagarle Marella da morta, non i nipotini da vivi. Ma nei titoli non si fa alcun cenno all’evasione fiscale: è un accordo, un’intesa sull’eredità per fare pace con quei guerrafondai del fisco a nonna morta. Anzi a donna: il portavoce la chiama “Donna Marella”, sennò poi uno pensa che fosse un uomo. Ora provateci voi, se dovete pagare una multa per divieto di sosta, a dire in giro: “Ho fatto pace col vigile”. Vi rideranno tutti dietro. Perché non siete nel giro giusto. Diceva Trilussa: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane”. Il poveraccio che evade è un evasore, il riccastro è un pacifista.