venerdì 11 luglio 2025

L'Amaca

 

Parlateci voi di Bibbiano
di MICHELE SERRA
Parlateci di Bibbiano”, scrivevano sulle loro magliette i linciatori assortiti: politici, giornalisti, popolino sempre aizzabile, piccola folla manzoniana ridotta a format di Retequattro.
Parlatecene voi, adesso, di Bibbiano, viene da dire dopo che la Cassazione ha messo la parola fine a una gazzarra feroce, che trasformò alcune decisioni molto discutibili (non criminali: discutibili) di un paio di operatori sociali in un abominevole traffico di bambini, per la serie “l’Emilia rossa ruba i figli alle famiglie e li vende al miglior offerente”.
Ma non illudiamoci, nessuno chiederà scusa per Bibbiano. Non si scuseranno i politici che ci si buttarono sopra (destre e cinquestelle: il fronte ampio dei non garantisti), non i giornali e le trasmissioni tivù che quando sentono odore di manette si eccitano, ma solo se gli ammanettati sono avversari politici.
Nessuno si scuserà perché chiedere scusa, in politica, è considerata una diminuzione, a dimostrazione della vanità e al tempo stesso della fragilità della maggior parte degli eletti — così simili ai loro elettori — talmente poco saldi nelle loro ragioni da temere che basti un singolo errore, o un momento di ripensamento e di mitezza, a farle crollare. Solo ruggire: guai parlare con voce piana, con voce serena, con voce umana.
Quanto ai giornalisti, vale la triste vecchia legge tutta interna ai media: il momento dell’accusa merita i titoloni in prima pagina, è il momento del fracasso, dell’odore del sangue. Il momento della sentenza di assoluzione merita quattro righe, e non sempre. Sarebbe, in sé, un momento felice, di liberazione e di solidarietà. Qualcosa da festeggiare. Ma per i giornalisti da forca, ogni assoluzione è un lutto.

giovedì 10 luglio 2025

Lacrimo



Commovente, quasi sconquassante, disinteressata oltre ogni immaginazione questa conferenza internazionale sulla ricostruzione post bellica dell’Ucraina! Una guerra che non sarebbe dovuta iniziare, gran problema questo per gli attuali ricostruttori, e al tempo sembravano d’accordo gli attuali nemici, l’Ucraina non sarebbe entrata nella Nato. Ma quel manigoldo di Boris Johnson convinse l’ex comico a tirar dritto, con i risultati che sono davanti agli occhi di tutti. E ora, dopo miliardi dilapidati in armi, dopo migliaia di morti da ambo le parti, ecco che, come avvoltoi, capeggiati dall’infoiata Ursula, si stanno preparando a spartirsi la torta. Per solidarietà naturalmente…

Definizione

 



Natangelo

 



Vieni avanti!

 

Cretinetti
DI MARCO TRAVAGLIO
Un tempo c’era il gioco dell’estate: l’Hula hoop, lo Yoyo, il Frisbee. Ora è la volta del Mena-Tajani (con la variante cirenaica del Mena-Piantedosi). Il sagace vicepremier e ministro degli Esteri (all’insaputa dei più) prende botte da tutti: Meloni, Salvini, Marina B. e persino Pier Silvio, l’altro titolare della ditta. Tant’è che l’altro giorno si è portato avanti e si è menato da solo: “Sono il ministro degli Esteri più sfigato della storia: due guerre, guerra commerciale… Esce sempre qualcosa da fare all’ultimo momento con tutto quel che succede”. Eh sì, dura la vita del Tajani. Il lunedì ti tocca dare ordini a Netanyahu, il martedì a Khamenei, il mercoledì a Trump e Zelensky, il giovedì a Putin, il venerdì a Xi, il sabato agli europei che si scordano sempre d’invitarti e la domenica ti chiedono tutti all’unisono chi diavolo sei.
Prima di lui nel mondo non succedeva niente. Poi si scatenò l’inferno. Appena entrò alla Farnesina, raddoppiarono gli sbarchi di migranti e lui, con Crosetto, diede la colpa alla Wagner. Poi parlò con Netanyahu e gli si spalancò un mondo: “Ho discusso lunghi minuti con lui di crisi migratoria. Lui ha guardato sulla grande cartina della sala riunioni… e ha detto: ‘Voi siete circondati dal mare, per voi è molto più difficile’”. Diavolo d’un Bibi: gli bastò un’occhiata alla cartina per scoprire ciò che nessuno, men che meno Tajani, aveva mai sospettato: l’Italia è circondata dal Mediterraneo. Ma, mentre lui studiava le prime contromosse, esplose Gaza e arrivò Trump. Glielo fanno apposta, come al “cretinetti” Alberto Sordi nel Vedovo: “Non me lo dovevano riaprire il canale di Suez. Ma come: prima me lo chiudete e poi me lo riaprite proprio nel momento in cui sto speculando sulla benzina? Allora ce l’avete con me!”. Poi la mazzata di Pier Dudi, che è il Tajani di Mediaset visto che non azzecca un programma, quindi è pronto per la politica: “In FI servono volti nuovi e lo Ius Scholae non è una priorità”. Ma come: Tajani aveva appena bissato la gag dell’estate scorsa, quando si era tirato dietro il Pd e i giornaloni, salvo poi votarsi contro da solo. E il Pd e i giornaloni ci stavano ricascando, arrapatissimi dall’asse demo-forzista che già è un tutt’uno sul riarmo. Lui sfidava FdI e Lega: “Li convincerò, ma siamo pronti a votare con la sinistra”. E già si vedeva al Quirinale. Invece niente: Pier Coso gli rompe le uova nel paniere sul più bello. E lui deve rimangiarsi tutto, sennò gli salta non solo la presidenza della Repubblica, ma pure di FI: “Anche per me lo Ius scholae non è una priorità, l’ho sempre detto. Io e Pier Silvio siamo in perfetta sintonia. Magari scendesse in politica!”. Com’è umano, lei. Manca poco che neghi di chiamarsi Tajani. Ma allora ditelo che ce l’avete con lui.

L'Amaca

 

Dimentichiamoci i liberali
di MICHELE SERRA
Opportunamente, Pier Silvio Berlusconi ha stroncato sul nascere l’illusione che Forza Italia possa diventare per davvero un partito liberale (nel senso italiano classico: conservatore e democratico). Presentando i palinsesti Mediaset ha definito “non prioritario” lo ius scholae, ovvero la legge che dichiarerebbe uguali ai nostri figli i compagni di scuola dei nostri figli.
Per altro, non si capisce per quale fortunato accidente un partito fondato da un miliardario innamorato solo di se stesso e dei propri quattrini, pioniere e quasi fondatore del populismo mondiale, possa riempire in qualunque modo il più vistoso spazio vuoto della scena politica italiana: quello della destra liberale. Una destra mercatista in economia e diffidente del Welfare (come tutte le destre del mondo); e però laica, tollerante in campo culturale e aperta sul fronte dei diritti. Questa destra, già gracile nel Novecento per via della gracilità della borghesia italiana, oggi è ridotta a qualche sparuto circolo culturale.
Da un paio d’anni, senza che un solo atto concreto possa suffragare la tesi, ogni tanto salta fuori la stramba idea che Forza Italia, terza gamba di un governo dalla doppia anima nera (perfino più nera e dunque più antidemocratica e antieuropea, a ben vedere, quella della Lega che quella meloniana), possa passarsela da “liberale”. Se così fosse, il governo cadrebbe entro cinque minuti, tanto inconciliabili sono il liberalismo e il populismo di destra. Ma così non è, e che sia il proprietario del partito (è tra i beni di famiglia, per quanto costoso) a definirlo con tanta chiarezza, aiuta a soffocare sul nascere ogni illusione. Forza Italia è al governo con Meloni e Salvini perché la matrice politica è la stessa: la destra illiberale.