mercoledì 11 giugno 2025

M'inchino

 

M'inchino a questa donna, profondamente le sono grato per queste parole squarcianti un mondo micidiale nella sua cattiveria, resto basito per la sua fermezza e, soprattutto, per una visione escludente l'occhio per occhio.

GERUSALEMME
Alaa “Non provo odio Per Adam sogno in Italia una scuola senza bombe”
L’INTERVISTA DI FABIO TONACCI
La pediatra che sotto le bombe ha perso nove figli e il marito racconta il suo dolore. E la speranza per l’unico sopravvissuto
Voglio vivere in un posto bello. Un posto bello è un posto dove non ci sono le bombe. In un posto bello le case non sono rotte e io vado a scuola. Le scuole hanno i banchi, i ragazzi studiano la lezione ma poi vanno a giocare nel cortile e nessuno muore». La voce di Adam è quasi impercettibile, un fruscìo, una nenia lontana. Nella stanza dell’ospedale di Khan Younis, sua madre Alaa gli ha appena chiesto di raccontare qual è il suo sogno, ora che verrà in Italia. A Gerusalemme, da dove stiamo telefonando, si rimane sospesi e senza respiro per non perdere neanche un suono del sogno di Adam.
«Un posto bello è dove mi fanno l’operazione al braccio e il braccio funziona di nuovo. In un posto bello la mia mamma non è triste. Mi hanno detto che l’Italia è un posto bello».
Se non ci saranno intoppi, oggi la pediatra Alaa al-Najjar, 36 anni, e l’unico figlio che le è rimasto, Adam, 11 anni, lasceranno la Striscia di Gaza dopo 20 mesi di guerra. In mattinata attraverseranno il valico di Kerem Shalom insieme ad altri bambini palestinesi (in tutto 17 pazienti, 53 accompagnatori), saranno trasferitiall’aeroporto Ramon di Eilat, e infine, con uno dei tre voli predisposti dal governo italiano, atterreranno a Milano.
«Inshallah », dice Alaa. Se Dio vuole. Che per lei è la premessa di ogni intenzione.
Come sta Adam?
«È stabile. Ha una ferita alla testa che sta guarendo ma il braccio sinistro è messo male, le ossa sono fratturate e i nervi danneggiati.
Gioca con i cugini e con un tablet, mangia, preghiamo insieme. Ha bisogno di un ospedale più attrezzato. Il Nasser di Khan Younis è in una zona dove è stato emesso un ordine di evacuazione e tutti temono che verrà bombardato».
Dove sarà operato?
«A Milano, mi è stato detto che avremo un appartamento a disposizione»
E come sta lei? Lei che è la vittima della tragedia assoluta, nove figli e un marito uccisi da un raid israeliano.
«Sono giorni difficili. Ma i miei figli sono vivi. Sono in paradiso. A chi muore ingiustamente, Dio concede i più alti livelli del paradiso. Certo che sono addolorata, perché non li posso più vedere o abbracciare, però non sono preoccupata. In cielo troveranno tutto quello che non avevano a Gaza».
Sui social network qualcuno ha persino messo in dubbio il fatto che lei ne avesse dieci, di figli.
«Non mi interessa. Li ho partoriti, li ho amati e, fin quando ho potuto, li ho cresciuti. Non ne avevo dieci, neavevo undici. Sidar è morta di malattia a sette mesi. Se n’è andata in meno di 24 ore».
Ci dica qualcosa d i loro .
«Erano felici e bellissimi, prima della guerra».
Chi era il dottor Hamdi al-Najjar?
«Non era solo mio marito, era il mio migliore amico. Quando è morto in ospedale per le ferite, ho raccontato la verità ad Adam».
Ventiquattro maggio 2025, il giorno del bombardamento sulla vostra casa.
«Ricordo tutto. Ogni dettaglio, ogni minuto, ogni urlo. Ricordo gli odori. Ricordo i volti. Ma quando ricordo poi mi fa troppo male, cerco di tenere la testa occupata con Adam.
Se lo faccio, non penso».
È sempre stato con lui?
«Sì perché ha bisogno di me, per mangiare e per fare la doccia. Il mio tempo lo dedico a lui. Non voglio apparire nelle foto, non sono sui social, prima non usavo neanche il cellulare».
Adam chiede dei suoi fratelli? O di Hamdi?
«Quando è triste perché gli manca suo padre, gli ricordo che il profeta Mohammed è perfetto e si sta prendendo cura di lui. E gli dico che, nonostante tutto, deve crescere ed essere una persona buona. Quando è triste per i suoi fratelli e le sue sorelle, gli dico che è fortunato, perché è sopravvissuto.
Quando piange per il dolore al braccio, gli dico che i nostri cari non hanno provato dolore quando sono morti, e se lui sente dolore vuol dire che è vivo».
Prova odio verso chi le ha causato tutto questo?
«In tanti mi stanno consigliando di rivolgermi a una corte, a un giudice, per avere giustizia. Io rispondo che l’ho già fatto. Ho chiesto a Dio, che è l’unico giudice del mondo, di giudicare lui i responsabili».
Lei è una donna forte.
«Non sono forte, tutti mi dicono che lo sono, che sono un’eroina perché vado avanti, ma io voglio avere il diritto di non essere forte. Sono una donna a cui hanno ucciso quasi tutti i figli, quando il mio unico desiderio era proteggerli. Non solo fisicamente, volevo che nessuno ferisse i loro sentimenti. Se Dio ha permesso questa tragedia, una ragione c’è, ci deve essere. Ma non so quale sia».
Come sarà la sua vita in Italia?
«Mi aspetto di scrivere una nuova pagina della nostra vita, ma su un libro diverso. Ce la metterò tutta.
Dopo l’operazione, Adam imparerà l’italiano e studierà. Ringrazio il governo italiano e ringrazio la Repubblica . So cosa avete fatto per noi, lanciando l’appello di mio cognato Alì. Adam è contento quando sente che la gente lo ama, gli fa bene».
Ricomincerà a fare la pediatra?
«Non lo so, prima devo imparare la vostra lingua. Un giorno, forse, sì».
Cosa c’è nella sua valigia?
«Solo un libro, il Corano. I documenti. E i vestiti di Adam»
Le pesa andarsene da Gaza?
«Sono affranta. Mi lascio alle spalle tutto ciò che per me contava. Mio marito, i miei figli, l’ospedale in cui lavoravo, il mio lavoro, i miei pazienti. Due anni fa Gaza era un posto perfetto per far crescere i bambini. Adesso la gente muore di fame. Quando non di fame, di bombe. Vorremmo solo vivere in pace, andare al mare, stare in famiglia. A Gaza non c’è più nulla».
Riesce a dormire la notte?
«No»
Alaa, qual è la sua speranza?
«Realizzare in Italia il sogno di Adam. Inshallah ».

Riflessione

 

Shampoo largo
DI MARCO TRAVAGLIO
Come sempre accade quando un risultato elettorale non collima con le proprie aspettative, la tentazione è prendersela con gli elettori. Nel caso degli ultimi referendum, con quei buzzurri che non hanno votato o hanno votato No a dimezzare i tempi per la cittadinanza agli stranieri. Ora, non è affatto vero che gli elettori hanno sempre ragione. Ma la democrazia si fonda sulla convenzione che ce l’abbiano, perché decidono loro: gli elettori, non gli eletti. Il che vale tantopiù per la democrazia diretta del referendum. Se si chiamano i cittadini a rispondere a un quesito, il peggior modo di offenderli è screditare la loro risposta. O manipolarla come se si riferisse a un’altra domanda. Sulla scheda non c’era nulla che riguardasse il governo Meloni: c’erano quattro quesiti sul lavoro e uno sulla cittadinanza agli immigrati. Al netto della scarsa informazione tv, chi li ha promossi dovrebbe domandarsi perché è riuscito a mobilitare solo il 30,6% degli elettori. E poi spiegare perché, invece di illustrare i motivi per cancellare quelle cinque norme, ha spacciato il voto per un sondaggio sul governo Meloni. Che non c’entrava nulla con le norme da abrogare (il Jobs Act lo fece lo stesso Pd che ora vuole abolirlo e i tempi della cittadinanza il Pd e i radicali hanno avuto molti anni per modificarli). Infatti ora i melones usano quell’assurda propaganda referendaria per fingere di aver vinto dei referendum in cui erano coinvolti solo come guardoni.
Siccome non c’è limite al peggio, Schlein, Boccia&C. insistono a inventarsi un mini-quorum per trasformare i referendum in un test sul Campo largo, altra creatura fantasy ignota ai più. Tra i papaveri del Pd non ce ne sono due che abbiano votato allo stesso modo, per non parlare di Azione, Iv e +Europa. C’è persino chi si indigna perché il 35% dei votanti dice No alla cittadinanza accelerata per stranieri. E sono quasi tutti elettori di centrosinistra, figurarsi se avesse votato pure la destra: uno shampoo epocale. Magari gli elettori non sono illuminati come gli eletti. Ma se gli eletti li chiamano a pronunciarsi, non possono poi trattarli come dei baluba. O fare ridicole polemiche col M5S perché lì hanno lasciato libertà di voto. E dove sta scritto che dovessero dire Sì? E davvero si pensa che, se l’avessero fatto, gli elettori li avrebbero seguiti? Basta uscire dalle Ztl e parlare con le persone normali per sapere che hanno urgenze diametralmente opposte a quelle dell’élite politico-giornalistico- intellettuale che mena le danze. E non sono fascisti, ma sinceri democratici. Si può anche decidere di trattarli da fascisti e rinunciare ai loro voti. Ma non ci si può stupire se la pensano così: conoscere i propri elettori non è obbligatorio, però alle volte aiuta.

L'Amaca

 

Battersi su un ring vuoto
di MICHELE SERRA
Referendum, in Italia, è una parola che nasce importante (il 2 giugno 1946), conosce un picco di gloria negli anni Settanta del secolo scorso (legalizzazione del divorzio, 1974, e dell’interruzione della gravidanza, 1981) e muore trascurabile, dopo una deprimente stagione di impotenza.
Non ricordo da quanti anni se ne sconsiglia l’uso per la più evidente delle ragioni: negli ultimi trent’anni nessun referendum tranne uno (quello sull’acqua pubblica del 2011, e i tre apparentati) ha raggiunto il quorum. Per rendere più esplicito il quadro va aggiunto che nemmeno le elezioni europee del 2024 hanno “raggiunto il quorum”, avendo registrato un’affluenza sotto il 50 per cento.
Come si poteva sperare, dunque, di arrivare al quorum con cinque referendum osteggiati o snobbati, già in partenza, da metà della politica italiana e di conseguenza da metà dell’elettorato?
In verità, nessuno lo sperava: neppure i promotori, che sapevano benissimo che i cinque referendum avrebbero avuto una funzione puramente dimostrativa.
Dimostrare che un pezzo consistente di opinione pubblica (chi scrive tra questi) è favorevole a politiche più inclusive con gli immigrati regolari; e a tutele più rigorose per i lavoratori salariati.
Ma questo già lo si sapeva. Bastava, grosso modo, sommare i voti dei partiti di opposizione per constatare che un’opposizione, per l’appunto, esiste, e può contare su molti milioni di voti. Perché dunque trasformare una certezza (l’esistenza di un’opposizione numerosa) in una inutile sconfitta? Speriamo sia questa la domanda che si pongono, in queste ore, gli oppositori.
Faticare e lavorare per nulla non è consigliabile. Battersi a vuoto, su un ring deserto, serve magari a sentirsi combattivi, non a vincere qualcosa.