mercoledì 7 maggio 2025

Fotografando il clima nefasto

 

Che bel dibattito
DI MARCO TRAVAGLIO
Non ci sono più parole, ma solo parolacce, per descrivere Netanyahu e il suo piano criminale per rioccupare Gaza e rideportare i palestinesi superstiti non si sa bene dove. Ma il mondo “libero” solo di parole si occupa: da quando Israele ha reagito alla strage del 7 ottobre sterminando 50-70 mila palestinesi e bombardando e affamando gli altri 2,4 milioni, le anime belle discutono animatamente se sia o non sia un genocidio e chi protesta sia o non sia un antisemita. E, mentre qui si chiacchiera, lì la storia è ferma a due anni fa: a parte i morti, gli ostaggi tornati a casa e la tregua violata da Israele, non è cambiato nulla. Com’era prevedibile, la “guerra” asimmetrica dell’Idf ai civili (Hamas non combatte: si nasconde e lancia razzi dai tunnel) è persa: Hamas conserva almeno 25 mila soldati, fra veterani e nuove leve gentilmente offerte da Netanyahu con i suoi massacri. Certo, ci sono anche palestinesi che contestano Hamas, ma l’assenza di speranze e prospettive aiuta il “tanto peggio tanto meglio”. E, con lo stop agli aiuti internazionali, l’unico misero welfare lo fornisce Hamas. Che fino all’8 ottobre ’23 era ai minimi storici del consenso, ma poi ha via via recuperato tra chi non vede altro sbocco che la lotta armata.
Nel 2005 un premier duro, a tratti feroce come Sharon ebbe l’intuizione di ritirare le truppe e i coloni da Gaza, per vedere se i palestinesi sarebbero riusciti a darsi una leadership e un autogoverno. La vittoria elettorale di Hamas nel 2006, seguita dal boicottaggio occidentale, innescò la guerra civile fra i suoi miliziani e quelli di Fatah. Ora, 20 anni dopo, non c’è una leadership palestinese credibile e rappresentativa: non lo è (più) Hamas, non lo è mai stato Abu Mazen con la sua cricca screditata e corrotta. E la stessa assenza di alternative credibili affligge Israele. Netanyahu non ha mai avuto una strategia su Gaza e Cisgiordania: non può annettere 5,5 milioni di palestinesi (Israele diventerebbe uno Stato a maggioranza araba) né deportarli (non li vuole nessuno). Quindi continua con la tattica: fra processi e contestazioni di piazza, anche dall’Idf e dai Servizi, tira a campare appiccando guerre ovunque. Se tacciono le armi, è spacciato. Vedremo fino a quando Trump, che l’ha già fermato sulla guerra all’Iran, gli darà mano libera. Col rischio di inimicarsi i regimi sunniti, che su Gaza devono salvare almeno la faccia per non regalare consensi a Teheran. L’unica entità da cui non ci si attende nulla è l’Ue: il Parlamento ha appena bocciato financo la richiesta di discutere della rioccupazione di Gaza. Non solo non fanno nulla, a parte armare Israele, ma hanno paura persino delle parole: qualcuno potrebbe chiedere perché per Gaza i mantra sull’aggressore e l’aggredito e sulla “pace giusta” non valgono.

L'Amaca

 

La grande fuga dalla normalità
di Michele Serra
Ho visto un bel po’ di foto del Met Gala a New York, l’evento mondano più importante dell’anno per la moda mondiale. Sono rimasto al tempo stesso ammirato ed esterrefatto dall’abbigliamento delle celebrità e delle star presenti: definizione limitante, “abbigliamento”, rispetto a performance estetiche e figurative che hanno molto poco a che fare con ciò che intendiamo per “vestiti”, e “vestirsi”. Si vedevano sfilare cartoon viventi, costumi fantasy, carri di carnevale imbastiti su una sola persona, mostri spiritosi e no, post-uomini e post-donne in fuga dal corpo umano, trasmutanti, in un gioco estremo che esclude dalle sue regole una sola dimensione: quella che potremmo chiamare, con qualche rischio, la normalità.
Ovviamente è solo uno show. L’alta moda lo è da sempre. Ma — lo dico da non esperto, chiedendo scusa agli addetti — è come se lo scopo di quel gioco non fosse più il lusso tradizionale, la dimensione principesca e/o la sua parodia cafona, che è la riccanza. Ora lo scopo — ben diverso — è la fuga. Scappare via dall’umano, come se, per estensione, la cosiddetta “cultura gender” non riguardasse la trita questione del genere — se si è maschi, femmine, altre cose. Ma riguardasse proprio avere due gambe, due braccia, una faccia, quanto basta per camminare nel mondo.
Non basta più, non interessa più avere corpi perfetti, essere donne bellissime, uomini bellissimi, giovani, famosi e ricchi: è diventato scontato, noioso. Si tende all’artificio, alla manomissione, al mai visto. E se il mai visto fosse una ragazza in jeans, struccata, un ragazzo in tuta, distratto? Che tutti si voltano, guardandoli arrivare, per la meraviglia? Quando accadrà non ci sarò più, e mi dispiace, perché sarà la rivoluzione.

martedì 6 maggio 2025

Lo so!



Eh lo so Frau Weidel, lo so! Tornare nelle fogne non è mai piacevole! Per fortuna rimarrete ancora in cantina a sognare quel bastardo dell’Imbianchino! Vamos!

Lollo è per sempre!

 

Il “barometro Lollobrigida” e il dress code di Trump-Papa


Di Selvaggia Lucarelli 

 

Quando Lollobrigida va a una fiera rilascia sempre qualche dichiarazione lisergica. L’anno scorso a Vinitaly se ne venne fuori con questa perla: “Vorrei imporre un piatto dedicato al formaggio nei menu degli esercizi di ristorazione”. Allora gli trovammo la scusa del vino, ma quest’anno, che la fiera è il TuttoFood di Milano e più che bere si mangia, a cosa ci possiamo attaccare? Forse allo stand dei “funghi”, o agli effetti collaterali di una marmellata al botulino, perché la risposta a chi gli ha domandato “Quando ha visto l’immagine di Trump vestito da Papa cos’ha pensato?” ha rotto persino lo strumento universale della misurazione delle cazzate: il famoso Barometro Lollobrigida. “Abbiamo visto leader di tante nazioni, dalla Cina all’India all’Africa, che vestono in tanti modi. Non condividiamo le loro scelte di abbigliamento, ma ragioniamo di temi concreti nell’interesse della nostra economia”, ha risposto lapidario. E così scopriamo, nell’ordine, che: 1) per lui quello di Trump con il vestito da papa non era un meme, ma proprio il dress code ufficiale della Casa Bianca; 2) per lui un presidente che si fa un fotomontaggio vestito da papa e uno che indossa abiti tradizionali del suo Paese sono la stessa cosa: in pratica Narendra Modi, con la sua lunga tunica, non è il presidente indiano, ma un tizio rimasto fuori alle selezioni per i Village People; 3) l’Africa è una nazione (forse Lollo ha studiato geografia con Luigi Di Maio); 4) nel suo immaginario i leader cinesi indossano ancora abiti tradizionali: secondo Lollo, il presidente Xi Jinping va al G20 vestito da guerriero di terracotta.

A questo punto Lollobrigida è un viaggiatore del tempo e ha partecipato alla spedizione di Marco Polo: non ci sono altre spiegazioni. E forse, in solidarietà a Trump, al prossimo Fieracavalli a Verona arriverà vestito da Re Artù.

L’Amaca


Tra la Sorbona e Mar-a-Lago

di Michele Serra 

Si sa che i francesi sono molto francesi, e dunque può anche darsi che il vertice europeo alla Sorbona per promuovere l’accoglienza dei ricercatori americani in fuga da Trump fosse un poco franco-centrico; tanto da spingere la ministra italiana dell’Università e della ricerca, Bernini, a disertare l’appuntamento, molto offesa. 

Sta di fatto che il tema — la libertà di ricerca; l’autonomia delle università; e la libera circolazione dei dati nella comunità scientifica, che è transnazionale per definizione — è talmente rilevante che non esserci espone al sospetto di anteporre un problema minore (il bon ton tra i Paesi membri della Ue) al problema maggiore, che è organizzare una risposta europea, unitaria e forte, alla stretta censoria e nazionalista di Trump.

Natangelo

 



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