giovedì 1 maggio 2025

L'Amaca

 

Niente sesso siamo italiani
di MICHELE SERRA
Educazione sessuale nelle scuole, anche al liceo, solo con il consenso dei genitori. Così secondo il ministro Valditara e secondo il governo Meloni. Ne deriva l’impressione che la scuola pubblica, a partire dal suo ministro, non si sente in grado di gestire in modo autonomo e autorevole le informazioni scientifiche (biologiche e psicologiche) e gli orientamenti etici in materia. Più volgarmente, diciamo che la destra teme che il dogma, squisitamente ideologico, della “famiglia tradizionale”, possa reggere a fatica il confronto con una trattazione non dogmatica, e più empirica, dell’argomento. E dunque preferisce appellarsi “ai papà e alle mamme”, come direbbe il Salvini, per arginare la presunta deriva morale in atto.
Si capisce che la riproduzione della specie, l’eros, i rapporti affettivi tra le persone, sono una materia molto complicata. Ma è mai possibile che non esista una maniera “pubblica”, condivisa, delicata, rispettosa di tutti, per raccontare ai bambini e ai ragazzi che cosa accade in amore, e che cosa non è lecito che accada?
E quali sono i limiti invalicabili di ciascuno di noi nel rapporto con le altre persone fisiche, con il loro corpo e la loro dignità?
A questa stregua, perché non sottoporre “ai papà e alle mamme” l’intero programma scolastico? Forse che la storia non è soggetta a interpretazioni le più difformi?
Le scienze, non sono forse materia di incessante discussione, e continua evoluzione? E la letteratura e l’arte, dal momento che non c’è corrente critica combaciante con le altre, non sarà meglio anche quelle affidarle al controllo sapiente dei genitori, che magari considerano l’astrattismo arte degenerata e non vogliono esporre la figlioletta, il pargoletto, a certe oscenità?
E infine, che ce ne facciamo di una scuola pubblica che non se la sente di contrariare il genitore bigotto, la famiglia intollerante, e anzi quasi li asseconda?

mercoledì 30 aprile 2025

Rimuginamenti

 



Fantastico Grande Flagello!

 





Daiii!

 



Natangelo

 



Robecchi

 

Mondo al buio. Col black-out tutto si spegne, a parte il complottismo
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Se va via la luce, la seccatura è notevole, con diversi gradi di gravità. Per esempio è fastidioso se non avete la birra fredda, ma è ancora più fastidioso se vi stanno mettendo un bypass in sala operatoria, oppure se state in ascensore con gente antipatica e realizzare che ci dovrete stare alcune ore, o se arrivate al semaforo e quello smette di funzionare di botto (segue altro botto). Il grande black-out iberico, che ha coinvolto Spagna e Portogallo ci dice alcune cose sulle nostre società avanzatissime, che sembrano un po’ fragili, ma anche su di noi che le abitiamo, che sembriamo fragili ancora di più. Sulle cause – almeno mentre scrivo questa rubrichina – è buio fitto (per rimanere in tema) e non si capisce bene cosa abbia generato il disastro. Quel che è sicuro è che si è assistito, in poche ore, a una specie di declino immediato della società elettrica ed elettronica, interconnessa, moderna, avanzata, cablata, entrata improvvisamente in stand by. Una cosa che può capitare ovunque e in qualsiasi momento, e da cui non ci salverebbe nemmeno il divertente zainetto di resilienza consigliato dal partito della guerra europeo. Sì, certo, possono servire una radiolina e una torcia, ma si consiglia anche di saper accendere il fuoco con due legnetti, o comunicare con i tamburi e i segnali di fumo.
La cosa che ha colpito da qui, dove la luce non è andata via, è un’improvvisa impennata del complottismo, malattia diffusa e sempre più radicata tra le menti semplici o tra le menti complesse che si alimentano di sospetto e malafede. Il black-out è scattato a mezzogiorno e mezzo e non era nemmeno l’una che in tutto l’universo dei social era un esilarante rincorrersi di soluzioni già individuate, colpevoli già scoperti, condanne già emesse. Sono stati i russi, ovvio, come giuravano alcuni acutissimi osservatori geopolitici. Oppure è stata la politica green, perché vedi le rinnovabili? Col carbone non sarebbe successo. Sono stati gli hacker (con gli hacker si spiega tutto, sempre, se poi sono hacker russi si fa ambo), no, sono state le auto elettriche, no, l’errore umano, no, un sabotaggio, eccetera eccetera, che a un certo punto – viste le cazzate lette e sentite – ci si rammaricava che non fosse andata via la luce anche qui. Non ci si capacita, insomma, che le cose umane possano ogni tanto guastarsi e smettere di funzionare. Cresceva, insieme al fascino inestinguibile della dietrologia complottista, una strabiliante fascinazione medievalista, con gente che esultava per la crisi dei pagamenti elettronici, che si rammaricava per la nostra dipendenza dalle macchine, e – in soldoni – per la modernità in cui siamo immersi. Nostalgie analogiche un po’ sconcertanti, soprattutto perché espresse quasi sempre da gente che va in paranoia se il telefono scende sotto il venti per cento di carica o se le scale mobili smettono di funzionare, che parlano con Alexa per sapere se fuori c’è il sole, che consumano megawatt di energia per giocare con l’intelligenza artificiale e le cui vite, dal lavoro al tempo libero, sono governate dall’algoritmo.
Insomma, una bella lezione sull’assurdità del vivere, bella soprattutto perché l’hanno pagata gli spagnoli e non noi, e rivelatrice di una grande e infantile voglia di antico e di primordiale che si annida tra chi abita il mondo moderno. Visto? Nel Quattrocento non sarebbe successo! Bella consolazione, che però non funziona se dovete prendere un aereo o farvi una radiografia, perché anche le nostalgie, alla fine, hanno bisogno di energia elettrica.

Testa a Pera

 

Il ritorno di don Camillo
DI MARCO TRAVAGLIO
Leggendo l’incredibile intervista del cardinal Camillo Ruini al Corriere, qualcuno penserà ai suoi 94 anni. Errore: quello che parla è il Ruini di sempre, che dal 1991 al 2007 fu presidente dei vescovi italiani, là dove ora c’è la sua antitesi: Matteo Zuppi. Pare un revenant venuto dalla notte dei tempi, invece ha regnato sulla Cei fino a 18 anni fa. Dice che ora ci vuole “un Papa buono”, ma soprattutto “credente” (si vede che Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio erano cattivissimi e miscredenti). E rimprovera a Francesco di essersi “rivolto soprattutto a quanti erano distanti” e di avere “irritato chi per anni si era speso a difendere le posizioni cattoliche”. Tipo lui, per dire. “È sembrato privilegiare i lontani a scapito dei vicini”. Per carità, “è un gesto evangelico”, il che dovrebbe chiudere la questione. Se gli apostoli e discepoli di Gesù avessero predicato il Vangelo solo ai cristiani, cioè a chi già credeva, la Chiesa sarebbe rimasta in quattro gatti. Altro che “cattolica”, cioè universale. Infatti Gesù disse: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura”. Ai lontani, non ai vicini che non ne hanno bisogno. Ma a Ruini non garba neppure quel brano evangelico. E men meno la parabola del figliol prodigo, che tornò a casa dopo bagordi e dissipazioni e fu riaccolto dal padre con tutti gli onori. Infatti si schiera col fratello rosicone: “L’altro figlio protestò, così oggi c’è chi protesta nella Chiesa”. Pessime anche “certe affermazioni di papa Francesco che potevano dare l’impressione di una grande apertura, come il famoso ‘chi sono io per giudicare’ riferito alle persone omosessuali, che sembrava preludere a profonde modifiche dottrinali”. In realtà l’unica cosa a cui preludeva erano altre frasi di Gesù: “Non giudicate per non essere giudicati… Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave nel tuo?” e “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Quindi non si capisce cosa intenda Ruini quando rammenta che “l’elemento centrale della Chiesa è Cristo, non il Papa” e poi invoca un papa “credente”: credente in cosa, visto che attuare gli insegnamenti di Cristo non gli sta bene?
Il vero peccato mortale di Francesco che affiora fra le righe è il rapporto con la politica squisitamente laico, cioè evangelico (“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”), senza i collateralismi alla Ruini, il cappellano di B. che si impicciava negli affari dello Stato italiano: dalla campagna per l’astensione al referendum sull’eterologa alla vergogna del decreto per tenere Eluana Englaro attaccata alle macchine. Se è questa la Chiesa che vuole riesumare, lo ringraziamo per l’intervista: ci ha ricordato da cosa ci ha salvati Francesco e dove rischiamo di ripiombare.