giovedì 27 marzo 2025

Non riesce a dir Coloni!!!

 



Natangelo

 



Daje!

 

Siamo salvi
DI MARCO TRAVAGLIO
Il nuovo idolo assoluto è il commissario europeo per la Parità, preparazione e gestione delle crisi, la belga Hadja Lahbib, che posta uno strepitoso video di istruzioni per sopravvivere alla terza guerra mondiale (lei la chiama simpaticamente “crisi”) auspicata e progettata dalla nostra nella Ue. Un capolavoro di comunicazione postmoderna. L’esordio è da piazzista di pentole: “Benvenuti a ‘Cosa c’è nella mia borsa – Edizione sopravvivenza’”. Segue un tutorial di consigli utilissimi. 1) “I miei occhiali per vedere cosa sta succedendo” (se sei miope, il fungo atomico mica lo noti). 2) “I miei documenti nella busta salva-acqua” (nel caso in cui, anziché con le atomiche e i missili ipersonici, Putin ci bombardi coi gavettoni). 3) “Non dimenticate la torcia, i fiammiferi e l’accendino” (volete la pace o la luce?). 4) “Una bottiglia d’acqua è vita” (contro le radiazioni, si raccomanda di bere molto, con buona pace di Lollobrigida). 5) “Ed ecco il mio amico speciale: il coltellino svizzero con 18 funzioni, non puoi non averlo” (i russi vanno all’assalto con le dita e le pale del 1869, noi rispondiamo con cavatappi e tagliaunghie).
6) “Ricordati le medicine, non si sa mai” (metti che, mentre le radiazioni ti sciolgono in una poltiglia verdastra, ti venga il raffreddore). 7) “Pòrtati qualcosa da mangiare: potresti avere molta fame” (la tipica sindrome da stomaco bucato, o liquefatto). 😎 “Naturalmente un po’ di contanti: nel pieno di una crisi il cash è tutto, la carta di credito potrebbe ridursi a un pezzo di plastica” (a Hiroshima e Nagasaki non ci pensarono e creparono tutti). 9) “Non scordare il caricabatterie: il telefono spento è la fine” (una telefonata allunga la vita, anche se non sai chi chiamare perché sono tutti morti, tranne te che hai la borsa col kit). 10) “E le carte da gioco: un pizzico di distrazione non guasta” (il famoso tressette col morto, anzi coi morti). 11) “Una radio”, possibilmente “piccola” (sennò ti sgamano e te la requisiscono, vedi Fantozzi e la corazzata Potëmkin). Tutto nella “borsa di resilienza”: “Ecco tutto ciò che serve per sopravvivere nelle prime 72 ore di crisi”. Poi schiatti, però dài, sono soddisfazioni: “L’Ue ha pronta la strategia per essere certi che ogni cittadino sopravviva. Sii pronto e sarai salvo”. Il video è inframmezzato dalle risate della garrula giuliva, che si diverte un mondo. Però va ringraziata, perché ci mostra in che mani è l’Ue, ove non bastassero i deliri di Ursula, Kallas&C.; e con che propaganda tafazziana prepara e rassicura i cittadini in vista del lieto evento. Questa sì che è deterrenza: pare che Putin abbia già tentato il suicidio.
Ps. Adriano Sofri, sul Foglio, intima ai “gentili ospiti di Lilli Gruber” di “ribellarsi alle falsità di Travaglio” e isolarmi. Manco fossi un condannato per omicidio.

L'Amaca

 

Speriamo nel piccione
di MICHELE SERRA
Magari ci sarà un poco di enfasi giornalistica, nella notizia: ma pare che per tre giorni, a fine giugno, Jeff Bezos abbia prenotato la città di Venezia quasi per intero. Tutti i taxi e cinque tra gli alberghi più confortevoli saranno a disposizione degli invitati al suo matrimonio, che durerà, appunto tre giorni consecutivi. Si ignora se siano comprese nel pacchetto anche le gondole e piazza San Marco.
Qualunque sia il contratto, non muore la speranza che un piccione gli caghi in testa (non è una metafora, è la concreta variante veneziana del celebre pernacchio di Eduardo ai danni del duca Alfonso Maria di Santangelo de’ Fornari).
Come i tempi moderni assomiglino sempre di più all’Ancien Règime, è cosa che non smette di meravigliarci. Pochi e riveriti padroni del mondo, masse sterminate di devoti che li venerano, di anestetizzati che non sentono e non vedono, di oppositori a capo chino e con le mani nei capelli: sono seduti su un paracarro, ai margini della strada, mentre passa il cocchio tutto d’oro del Sovrano, d’oro anche i cavalli, lastricata d’oro anche la strada, d’oro le nuvole, e un corteo smisurato di dignitari al seguito.
Oligarchie e riccanze, monopoli planetari, la privatizzazione del cosmo, nuove Versailles diffuse — non serve più costruirle, basta ordinare Venezia a la carte — macerie di guerra che diventano la materia prima di resort lussuosissimi (dunque cafonissimi), dove prima c’era un cratere con i suoi morti, ecco un tycoon con il suo drink in mano. Non resta che sperare nel piccione.

Davvero?

 

Davvero “noi” siamo migliori dei russi?

A casa nostra c’è chi parla male di quel grande Paese. Ma nei miei viaggi a Mosca mi ha sempre stupito il pregiudizio positivo nei nostri confronti. Diceva Dostoevskij: “Il tempo è meraviglioso, italiano”
COMMENTI

Quando ho cominciato a scrivere, nel ’96, c’era una voce che mi diceva, nella mia testa, “Ma vuoi scrivere un romanzo? Ma chi ti credi di essere? Ma non lo sai che sei solo una merda?”. La relazione con quella voce lì, son passati tanti anni, dura ancora. Ogni tanto lei torna fuori, lo scorso fine settimana, per esempio.

Ero a Roma, al Festival Libri Come, e Stefano Feltri mi aveva invitato alla sua trasmissione radiofonica che andava in diretta dall’Auditorium Parco della Musica, sede del Festival; mi aveva scritto, Stefano Feltri, che, siccome io avevo appena pubblicato un podcast che si intitola A cosa servono i russi, gli sarebbe piaciuto che raccontassi a cosa servono i russi all’Europa; io gli ho risposto che quello che serve all’Europa io non lo so; che non so niente di Trump, di Zelensky, di Macron, di Giorgia Meloni, che sono tutte figure che non mi appassionano mentre, non so, Vonnegut, Gogol’, Dostoevskij, Camus o Raffaello Baldini, per dire, loro, sì, mi appassionano, e che di loro avrei parlato volentieri, e che qualcosa di sensato magari sarei riuscito a dire anche sul rapporto tra scrittori russi e potere, russo, di Dostoevskij, per dire, o di Puškin, o di Boris Akunin, che è passato nel giro di cinque anni dall’essere il più celebrato e venduto scrittore russo all’essere dichiarato terrorista e estremista e essere vietato, in Russia (e una delle cose che dovevo fare, al festival di Roma, era presentare l’ultimo libro, di Akuin, L’avvocato del diavolo, appena uscito per Mondadori).

Lui mi ha risposto che andava bene e sono andato, e quando sono arrivato, c’erano anche Ginevra Lamberti e Wlodek Goldkorn, la prima cosa che ci ha fatto sentire, Feltri, è stata la dichiarazione di Giorgia Meloni su Ventotene e io ero abbastanza stupefatto e ho pensato che io, di Giorgia Meloni non avrei parlato perché a me, Giorgia Meloni, non mi interessava, e lì è saltata fuori la voce, nella mia testa, che mi ha detto “Non ti interessa Giorgia Meloni? Ma chi ti credi di essere? Ma non ti rendi conto che sei solo una merda?”, e io le ho risposto, alla voce “Ah, buongiorno, era tanto che non ci sentivamo”.

Dopo, Feltri ci ha chiesto di commentare una cosa che avevano detto Vecchioni e Scurati dal palco di una manifestazione a Roma cioè che, semplifico, noi, nel senso di noi occidentali, siamo meglio, degli altri, nel senso dei russi.

Quando è poi stato il mio turno di parlare, ho parlato per ultimo, ho detto che ero abbastanza stupefatto, dal fatto di dover commentare Giorgia Meloni, e che mi sembrava che, in un mondo sensato, non fossero gli scrittori a dover commentare quel che dicono i politici, ma, magari, il contrario, come mi sembra sia successo e succeda ancora in Russia.

Il che non vuol dire, ho detto, che quel mondo lì che a me sembra sensato sia il mondo ideale perché, per esempio, Nadežda Mandel’štam, la moglie di Osip Mandel’štam, ha scritto che suo marito, grande poeta russo che sarebbe poi morto in un gulag, le aveva detto “Da noi si uccide per la poesia – a conferma dell’eccezionale considerazione in cui è tenuta” (la citazione è tratta da Nadežda Mandel’štam, Speranza abbandonata, traduzione di Valentina Parisi e Marta Zucchelli, Milano, Settecolori 2024, p. 17).

Ecco. Io non pretendo, ho detto, che i politici italiani considerino gli scrittori italiani così come i politici sovietici consideravano i loro scrittori, ma mi sembra strano che la prima cosa che si chiede a tre scrittori sia di commentare una dichiarazione di Giorgia Meloni, mi sembra il mondo al contrario, in un certo senso.

Dopo, rispetto alla cosa che noi, europei d’occidente, saremmo meglio degli altri, io, qualche anno fa, con Nicola Borghesi, ho scritto uno spettacolo su cos’è la patria, su cosa vuol dire essere italiani, si intitola Se mi chiedono di vestirmi da italiano non so come vestirmi, e lì a me è venuto da pensare che, tra tutte le idee politiche che ho incontrato nella mia vita, la più luminosa è quella espressa da una frase di un avvocato siciliano che si chiama Pietro Gori e dice “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà”.

Dopo, mentre scrivevo quello spettacolo mi sono ricordato di quando, nel 2005, dopo degli anni che non ci abitavo più, sono tornato a Parma, e ho ritrovato una luce, per le strade di Parma, a una certa ora del giorno, che mi sembrava di nuotare, nella luce. Che poi era la luce che, quando ero un bambino, che eran le due del pomeriggio, che uscivo dal portone, dall’androne buio del condominio dove abitavo, e aprivo il portone e entravo nella luce, che era tempo – dalle due del pomeriggio fino a sera – e spazio, – da via Montebello in qua, tutto il quartiere – e lì, tutti i giorni, la promessa era così grande che mi viene da piangere, a pensarci.

E ho pensato che io, se ho una patria, unica, luminosa, per la quale nutro una riconoscenza che non riesco a esprimere, che va oltre le mie capacità retoriche, be’, quella lì è Parma.

Dopo, diventando grande io ho conosciuto un posto, la Russia, che adesso mi dicono che è il nostro nemico, che sono peggio, di noi, che noi siamo meglio.

Io, devo dire, se escludiamo Parma, che per Parma valgono delle leggi particolari, nel resto del mondo vale, per me, il discorso di Pietro Gori: la mia patria è il mondo intero.

E, nel mondo intero, io ho vissuto in Algeria, in Iraq, in Francia e in Russia e, tra tutti questi posti, nel mondo intero, quello che conosco meglio, perché lo preferisco, perché mi piace, perché mi piace da sgarbati, come diciamo a Parma, quello che conosco meglio è la Russia, e quando ho cominciato a andare in Russia sono stato colpito dall’inspiegabile pregiudizio positivo che hanno i russi nei confronti dell’Italia. Dostoevskij, a 15 anni, nel 1837, scrive a suo padre, da Pietroburgo, che “Il tempo è meraviglioso, italiano”.

Per quel ragazzo di 15 anni, che non è mai stato in Italia, “italiano” è sinonimo di meraviglioso; e Anna Achmatova, che, con Osip Mandel’štam studiava italiano per leggere Dante in originale (e Mandel’štam, in un saggio memorabile, Conversazione su Dante, dell’italiano dirà che è “la più dadaista delle lingue romanze”), Anna Achmatova, quando degli studenti inglesi la vanno a trovare e vedono un volume con i versi di Dante in italiano, le chiedono se legge Dante in originale e lei risponde “Se leggo Dante in originale? Non faccio altro”; e quando, nel 1964, Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre chiamano l’Achmatova e le dicono che, se lei è d’accordo, le sarebbe stato assegnato il premio Etna Taormina, e ci sarebbe da andare a Taormina a ritirarlo, lei risponde che è d’accordo, e è d’accordo anche per il fatto che premio viene dal paese che ha “amato teneramente per tutta la vita”.

Eco. Questo paese è l’Italia. Siamo noi.

Ecco. E concluderei dicendo che a me, devo dire, l’atteggiamento di Dostoevskij, Mandel’štam e Achmatova, verso l’Italia, piace di più di quello di Vecchioni e Scurati verso la Russia, ma sono io che son strano, chissà chi mi credo di essere.

Kit

 



Comunanza