mercoledì 29 gennaio 2025

No, non torna!

 


Natangelo

 



Se tornasse lui...

 



Robecchi

 

Donald Real Estate. Gaza, il dramma trasformato in un affare immobiliare
di Alessandro Robecchi
Le immagini della marcia dei palestinesi di Gaza che, a piedi, carichi di fagotti, tornano verso case che non ci sono più, dopo aver perso tutto, oltre cinquantamila morti, il 70 per cento dei quali donne e bambini, senza più ospedali, scuole, moschee, affamati, senza niente, hanno riempito televisori e prime pagine, proprio nel Giorno della memoria. Davanti a quelle immagini, la frase-monito-preghiera “Mai più” che dovrebbe essere il vero slogan-significato del Giorno della memoria si scioglieva malamente, con un odore acre e schifoso. Poi, sono arrivate le parole di Donald Trump, il capocantiere del mondo: insomma, lì bisogna ricostruire, quelli che ci vivono sono un ostacolo, fermano lo sviluppo, la ristrutturazione (a cura e a vantaggio di chi ha raso al suolo tutto, ovviamente), quindi bisogna che si spostino. Vadano in Egitto, in Giordania, insomma, deportazione di massa (deportation è una parola di moda, per Donald). E lì ci facciamo tante villette e alberghi di lusso, che c’è pure una bella spiaggia, è un peccato che ci viva un popolo, non sarebbe meglio metterci dei coloni sionisti e tanti turisti garruli e felici?
Sulla sostanza politica della proposta Trump – fatta un po’ senza parere, come si parla della lettiera del gatto, o di imbiancare il salotto – non c’è molto da dire: spostare quasi due milioni di persone dalla loro patria a un esilio forzato in un altro Paese sarebbe la più grande pulizia etnica mai vista, non solo in questo secolo, un crimine di guerra conclamato. Senza contare che almeno due terzi dei palestinesi di Gaza hanno per padri e nonni altri palestinesi deportati e cacciati dalla loro terra durante la Nakba (“Catastrofe”) del 1948, il che – a proposito di giorni della memoria – denoterebbe una certa smemoratezza.
C’è però qualcosa che va al di là della sostanza politica di una proposta criminale che butterebbe benzina su un incendio, ed è la noncuranza, direi tra il cinico e il commerciale, con cui un signore molto ricco e molto potente vorrebbe gestire le sorti del mondo, le vite di milioni di persone, le loro discendenze. Non una cosa nuova, per l’Impero, certo, ma qui si nota un senso di veloce operatività: via di lì, che intralci, rallenti i lavori, ostacoli gli affari (si intende: i nostri affari). Oltre all’allineamento con la destra più oltranzista e genocida di Israele, c’è un elemento culturale che sgomenta forse ancora di più. Ed è quello di trasformare una quasi secolare tragedia in una faccenda di Real Estate, un’operazione geopolitico-immobiliare, cosa peraltro non nuova per gli Stati Uniti, che per costruire le loro città, verso Ovest, sterminarono e deportarono i popoli nativi dalle loro terre. Il salto spaventoso, dunque, è che una cosa che potrebbe dire il signor Gino al bar dopo tre o quattro bicchieri (“Vabbè, che si spostino!”) la dica il capo della prima (seconda?) potenza mondiale, con il suo codazzo di Stati-yes men, miliardari al seguito, potenze economiche e commerciali. Insomma, il disegno non è più nemmeno imperialista, non è nemmeno più novecentesco, ma apertamente colonialista e ottocentesco: se un popolo vive nella sua terra e a noi serve quella terra, be’, prendiamocela, e loro vadano a vivere altrove. Il mondo come un grande terreno edificabile, l’ordine di sfratto come ovvia conseguenza, la ferocia del colonialismo e la ferocia dei soldi unite nella lotta del più forte contro il più debole. Segniamocelo, per il prossimo Giorno della memoria, quando, commossi, diremo “Mai più”.

A proposito di...

 

Il contrappasso Trump
di Marco Travaglio
Il bar di Guerre stellari che chiamiamo Amministrazione Trump fa pensare a una caricaturale pena del contrappasso per tutti gli eccessi e gli errori di chi l’ha preceduta. Nell’Inferno di Dante, gli ignavi che per tutta la vita ignorarono ogni ideale sono condannati post mortem a inseguire un’insegna qualunque punzecchiati da insetti e mosconi. Gli indovini che predicevano il futuro camminano a ritroso col collo torto. I golosi che vivevano per il palato e gli altri sensi affogano nell’acqua putrida respirando puzze e ascoltando i latrati di Cerbero. I violenti bollono nel sangue sotto il tiro dei centauri. I suicidi che rifiutarono la vita umana sono degradati a quella vegetale in forma di alberi. I ladri hanno le mani intrecciate dietro la schiena e morse da orribili serpenti. Gli adulatori sono frustati sulle chiappe da diavoli e immersi fino alla punta dei capelli in un lago di sterco: avendo leccato culi per tutta la vita, sono dannati a sguazzare nel loro prodotto tipico in eterno.
Ecco: Trump e la sua ciurma sembrano fatti apposta per smascherare le ipocrisie del fighettismo “democratico”, politicamente corretto, woke e finto buono. I presidenti dem hanno cacciato un’infinità di clandestini più di Trump, e non certo con ghirlande di fiorellini, ma con lazi, schiavettoni e catene: Clinton 12 milioni (2 in più di Bush), Obama 5, Biden 3, Trump nel primo mandato solo 1,5. Eppure, se lo fanno i Dem, si chiamano “rimpatri”: se lo fa Trump, “deportazioni”. Ma l’unica differenza è che Trump non è ipocrita e non lo nasconde, anzi posta le orrende foto. E per la “cultura” woke, che bada solo alle forme non avendo mai nulla da dire sulla sostanza, puoi espellere quanti migranti vuoi: purché non li fotografi. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore. Lo stesso vale per Musk e gli altri big tech miliardari: quando ingrassavano finanziando i Dem erano i geni buoni della Silicon Valley, ora che lo fanno con Trump sono nazisti e “oligarchi” della “tecnodestra”. Fa più scandalo Musk fatto come una zucchina per lo sgangherato saluto romano e gli spot deliranti all’Afd che tutti i golpe fascisti sostenuti dagli Usa in Europa, Centro e Sudamerica, gli stragisti neri italiani coperti dalla Cia e dai suoi derivati, le milizie neonaziste arruolate, addestrate e armate dalla Nato dal 2014 in Ucraina per salvare i “valori occidentali”. Poi c’è il contrappasso sanitario, che ci precipita da un estremo (le censure sugli effetti avversi dei vaccini) all’altro (un no-vax alla Sanità e gli Usa fuori dall’Oms). E il contrappasso sulle guerre: prima fomentate e sdoganate come acqua fresca, ora prossime alla fine a ogni costo, col trionfo del più forte e le zone d’influenza (non più solo per gli Usa, anche per le altre potenze). Se il trumpismo ha un senso, è solo come espiazione.

L'Amaca

 

La rimozione dei rifiuti
DI MICHELE SERRA
Il dibattito politico-filosofico su cosa è la destra, cosa la sinistra, alla maniera ironica di Gaber o autorevole di Bobbio, è ormai pura accademia alla luce del brusco riallineamento della materia alla realtà contemporanea, che non va tanto per il sottile. Il merito, va detto, è tutto della destra, che per spiegare bene al mondo come stanno le cose ha imboccato la via dei fatti. (Mentre la sinistra si ripensa, e si ripensa, e si ripensa, una specie di moto perpetuo senza destinazione, la destra si avvale, con invidiabile allegria, della sua facoltà di non pensare: vuoi mettere il vantaggio?).
La nuova Segretaria alla Sicurezza del governo Trump, signora Kristi Noem, ha personalmente guidato, vestita da poliziotta, la prima retata contro gli irregolari a New York. Mostrando uno di questi reietti nelle mani degli agenti, ha così postato sui social: “Sacchi di immondizia come questo vanno rimossi dalle nostre strade”.
Ecco. Chiamare un uomo, sia costui un delinquente a piede libero o un povero cristo braccato come una preda, “sacco di immondizia”; e soprattutto farlo nel momento della sua massima debolezza, mentre viene portato via in manette, e della tua massima forza, tu ministro, lui ormai più niente; è, in termini di umanità, una cosa schifosa e basta. Ma in termini politici è la rivendicazione di un programma e di una mentalità. È la nuova destra trumpista che parla di sé.
E la sinistra? Uno di sinistra non oserebbe chiamare “sacco di immondizia” nemmeno la signora Kristi Noem. Non saprei dirvi se per buona educazione o per la paralizzante incertezza sul da farsi.

Semplicemente atto dovuto, ma...