domenica 19 gennaio 2025

Fuori posto

 



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Ri ri tornano!

 

Gentiloni&C. danneggiano gli interessi di noi europei
DI ELENA BASILE
Si ha purtroppo l’impressione di assistere a uno scontro tra mafie internazionali che coinvolge la politica, gli apparati burocratici, la stampa e perfino l’accademia. Non si hanno dati certi ma si può ipotizzare che da un lato vi siano i settori della finanza a cui fanno rifermento i petroliferi, la produzione, le start up, dall’altra le lobby delle armi, dei media, delle banche e assicurazioni, dell’economia dei servizi. Da un lato la cosiddetta tecnodestra di Trump e Musk, dall’altra i Democratici e i loro accoliti, gli apparati del Dipartimento di Stato e dell’Europa.
Ritorniamo al caso della liberazione della giornalista Sala che, ora che il caso è chiuso anche con la liberazione dell’imprenditore iraniano Abedini, permette alcune considerazioni. Si è trattato di uno scambio di prigionieri avvenuto rapidamente grazie all’abile avocazione del dossier a sé e al sottosegretario Mantovano da parte della premier, che ha potuto evitare i veti dell’amministrazione Usa uscente dopo l’assenso del presidente repubblicano. Trump ha tenuto a dimostrare che, al di fuori delle logiche di apparato, gli Stati che chiedono la sua protezione si rivelano vincenti.
Ma perché la direttrice del Dis Elisabetta Belloni è stata emarginata e si è poi dimessa? Rappresentava, all’interno dei Servizi, la linea della fermezza intesa a estradare l’imprenditore iraniano in base ad accuse apparse sin dall’inizio fumose, sotto diktat della “badante di Biden”, e a evitare qualsiasi tipo di negoziato per la liberazione di Sala, agnello sacrificale da lasciare nelle carceri di Teheran? Come sappiamo, questa posizione era difesa da esponenti del Pd. Sembrerebbe da escludere che la funzionaria abbia voluto rivendicare le sue personali convinzioni. La rapida carriera alla Farnesina, interna e senza incarichi di ambasciatore all’estero, non è certo stata realizzata grazie all’esercizio del libero pensiero e dello spirito critico. È quindi lecito domandarsi a chi dava conto la funzionaria contro le stesse direttive della presidente del Consiglio e della nuova amministrazione Usa? La risposta all’interrogativo potrebbe chiarire le non poche ingerenze straniere nella nostra politica e nei nostri apparati.
Come accennavo in un precedente articolo, sono ormai diversi gli interventi sulla stampa di politici e analisti contro la cosiddetta “tecno-destra”. Bene ha fatto la presidente Meloni a chiedere cosa ci sia di tanto differente tra il potere della finanza che protegge e condiziona la politica Dem americana (Soros per esempio, riconosciuto esecutore di politiche di destabilizzazione monetaria e finanziatore di rivoluzioni colorate) e quello del nuovo demone Musk. Non poteva mancare Paolo Gentiloni (su Repubblica) nel coro che difende nell’Europa odierna, i finanziamenti comuni per una difesa certamente non autonoma e un rafforzamento del mercato comune contro le letali influenze della tecno-destra. L’ex commissario conosce bene i meccanismi dell’Ue che lo hanno costretto a inchinarsi, lui, ex pPresidente del Consiglio di un Paese fondatore con 60 milioni di abitanti, al volere del lettone Dombrovskis, cane da guardia di quel neoliberismo di matrice tedesca contrastato a parole da illustri esponenti dei nostri governi, Gentiloni incluso. Il nuovo Patto di Stabilità partorito dal politico italiano contribuirà come quello vecchioa drenare risorse dai debitori verso i creditori senza riuscire ad alleviare il debito. Senza crescita e inflazione il debito si rafforza, come tutti sanno. Gentiloni non può non sapere che Montesquieu e la divisone dei poteri non hanno ancora raggiunto questa Ue , malata di deficit di democrazia ed esecutrice di politiche neoliberiste a vantaggio del capitale e delle oligarchie finanziarie, in grado di suscitare un malcontento popolare esteso che ingrassa la destra radicale. Gentiloni non può non sapere che la politica estera comune, obbedisce a diktat di oltreoceano e che un rafforzamento della difesa europea non andrà a favore dell’autonomia strategica. Il deficit di democrazia impedisce la rappresentanza dei veri interessi dei popoli.
Diventa legittimo chiedere allora a nome di chi parla l’ex commissario Ue. Non a nome del popolo europeo, che chiede Stato sociale e pace. Non a nome degli Stati Uniti, rappresentati oggi da un presidente che vuole la mediazione con l’Ucraina. È dunque il portavoce dalla vecchia amministrazione Usa che ha appena varato nuove sanzioni alla Russia e approvato nuovi rifornimenti di armi a Kiev? Ed è questo compatibile con la nostra architettura costituzionale? Appare paradossale che la cosiddetta sinistra europea, una Dc mascherata, sostenga, sotto influenza di poteri non chiari, dopo un trentennio di politiche fallite di austerità, il debito comune per aumentare le ingiustizie sociali e porre il pianeta a rischio di un conflitto nucleare.

Ritornano

 

Bomberleyen fan club
di Marco Travaglio
Atteso con la febbrile suspense che si deve al Messia, il nuovo federatore del centro, o del centrosinistra, o di qualcosa a caso, o di se stesso, al secolo Ernesto Maria Ruffini, ha alfine partorito non senza doglie la prima perla: “La maggioranza Ursula che da due legislature governa l’Europa potrebbe diventare una scelta solida per essere alternativi alla destra”. Nessuno ha avuto cuore di spiegargli che esistono due Ursula e due maggioranze Ursula: la Von der Leyen modello 2019, votata dal centrosinistra italiano e dai 5Stelle, su un programma di transizione ecologica, welfare e salario minimo; e la Bomberleyen modello 2024, votata da Pd, FI e FdI, ma non da 5Stelle e Avs, su un programma di transizione militare a spese del welfare e dell’ambiente. È l’uovo di colombo: non sapendo come battere la Meloni, il Pd la imbarca (sempreché lei sia d’accordo) e ci aggiunge pure Tajani per fare buon peso. Solo che, alleandosi con la destra, poi è arduo “essere alternativi alla destra”. Però è consolante che quell’impiastro di Ursula, sempre più impopolare in Europa, abbia ancora un piccolo fan club in Italia.
Un provvisorio inventario dei danni lo traccia Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, analizzando le demenziali politiche dell’Ue ursulina, che per fare dispetto a Mosca taglia le palle ai suoi membri e ingrassa gli Usa. L’Ucraina, che per fortuna non è membro Ue, ha fatto saltare i gasdotti North Stream fra Russia ed Europa; poi ha chiuso il rubinetto del gasdotto russo sul suo territorio; e ora bombarda l’ultimo superstite, il Turk Stream. “Se Washington – nota Gaiani – ha tutto l’interesse a privare di fornitori competitivi il mercato energetico europeo per imporci l’acquisto del suo costoso Gnl… c’è da porsi qualche domanda sul reale ruolo dell’Ue o quantomeno della commissione von der Leyen, pronta a sacrificare gli interessi dei suoi Stati membri pur di difendere quelli di Washington e Kiev”. La fine dei North Stream ha colpito la Germania e tutta l’Europa. La fine del gasdotto russo-ucraino sta rovinando soprattutto la Slovacchia (membro Ue e Nato) e la Transnistria russofona in Moldavia, ma anche l’intera Europa: il gas alla Borsa di Amsterdam sfiora i 50euro a Megawattora. E se salta pure il Turk Stream restano senza gas Turchia, Ungheria e Serbia, i primi due soci della Nato e i secondi due dell’Ue. “Se l’Ue – conclude Gaiani – non supporta la crescita degli Stati membri… occorre chiedersi quali interessi persegua e se coincidano con i nostri. Come appare chiaro dalle iniziative di Washington e Kiev, è molto rischioso continuare a delegare a simili alleati la cura dei nostri interessi”. E cita Charlotte Brontë: “Con amici così, che bisogno abbiamo di nemici?”.

L'Amaca

 

Aiuto! Voglio scendere
DI MICHELE SERRA
Immaginate, un bel giorno, di aprire il vostro frigorifero e trovare cibi che non avete mai comprato. Si sono materializzati da soli, per volontà del frigorifero stesso.
Magari vi piacciono, magarino, ma non è questo il punto. Passato lo stupore iniziale, subentra una domanda sgomentevole: da quando i frigoriferi si riempiono da soli? Perché il mio frigorifero non mi ha chiesto il permesso?
Indipendentemente da chi paga il conto di quei cibi non richiesti (io, sicuramente) chi comanda, tra me e il mio frigorifero?
Allo stesso modo: aprendo la mia pagina di scrittura come faccio ogni giorno, più volte al giorno, ho scoperto che non è più vuota. In alto a sinistra appare una nuova icona, quella di copilot, un programma di intelligenza artificiale incaricato di assistermi mente scrivo. A partire da questa Amaca.
Naturalmente, il programma si attiva solo cliccando sull’icona: ma l’icona, nonché la riga di testo che la presenta, campeggia, indesiderata, in ogni mia nuova singola pagina. Ho cercato di rimuoverla ma non è per niente facile, proverò a farlo, dopo il weekend, con l’ausilio del tecnico che mi assiste quando sto per soccombere alla tecnologia.
Resta una sensazione, greve, di intrusione. Di non libertà. Perché nel mio programma di scrittura deve apparire l’icona di copilot senza che io l’abbia richiesta, anzi senza neppure sapere che esiste? Il commercio di tecnologia ci prevede come clienti, che scelgono e adoperano solo ciò che gli serve, o come terminali passivi, come cavie di un’accelerazione ininterrotta? E su quale icona si deve cliccare, per attivare la funzione “aiuto, voglio scendere!”?

Recensione di pensiero

 

L’egemonia di Duro e il cinepanettone della finta “sinistra”
CORTOCIRCUITO - Il comico, la destra e le battute
DI SELVAGGIA LUCARELLI
“I moralisti sono la categoria che più amo. È grazie a loro se faccio tutti questi numeri in teatro. Perché s’incazzano per quello che dico e mi fanno vendere più biglietti”.
Angelo Duro spiega sinteticamente come tutti gli indignati che in questi giorni sono preoccupati per il successo del suo film “Sono la fine del mondo”, rappresentino la sua fortuna. Una fortuna basata sul nulla, tra l’altro, perché per ritenere la comicità di Angelo Duro qualcosa di “scorretto”, qualcosa che possa rappresentare “il faro dell’egemonia culturale della destra”, qualcosa – perfino – che somigli al Vannaccismo, bisogna essere molto impressionabili. O, in alternativa, Stefano Cappellini (che appunto ritiene Duro un riferimento della cultura di destra, quella che legittima il pensiero scorretto).
Qualcuno, tra i commenti a un suo video, ha scritto che Duro sembra “uno stand-up comedian americano ordinato su Temu”. Neanche su Whish, su Temu. Come a dire che nella classifica dei comici innocui non è neppure sul podio con Panariello, ma con Martufello. E in effetti le battute di Duro fanno sembrare Vannacci un nazista dell’Illinois. Per esempio, nel film un’ambientalista che fa volantinaggio si avvicina al comico e gli chiede: “Lo sai che mentre ti parlo si sta sciogliendo un ghiacciaio al Polo Nord?”. Riposta: “E allora non mi parlare, stai zitta!”. Sempre nel film Duro nota un fiocco rosa sul portone del palazzo e “Un’altra cagacazzi è nata!”. O dice a un tizio obeso, in aeroporto: “Vai a piedi a Palermo, così dimagrisci!”. Insomma, comicità ruvida e scorretta, un film violentemente anti-woke che si fa portavoce dei pensieri più biechi, razzisti, macisti e pure ageisti, visto che Duro, nel film, odia i due anziani genitori.
Certo, il fatto che la famiglia tradizionale esca piuttosto malconcia dalla storia sembrerebbe tradire la vocazione vannacciana del film, ma facciamo finta di niente, che altrimenti a Cappellini cade tutto l’impianto accusatorio. La verità è che Angelo Duro non è – prevedibilmente – Ricky Gervais, non è – prevedibilmente – Louis C.K. e, qui sta il vero dramma, non è – imprevedibilmente – neanche Pio e Amedeo. Le battute del suo film sono deboli, polverose e innocue e al massimo Duro che fa una battuta al ciccione o alla femminista può risultare un faro della prevedibilità e dell’antipatia, non certo dell’egemonia culturale della destra. Che si fa spazio utilizzando mezzi molto meno grossolani che qualche battuta scema al cinema. In realtà – questo Cappellini non l’ha realizzato – c’è molto più ammiccamento al pensiero vannacciano nei suoi editoriali che nel film del comico. Sono molto più utili al radicamento dell’egemonia culturale della destra i suoi “narcisista etico” indirizzati a Zerocalcare perché protestava contro Chiara Valerio e il suo ormai noto invito a Caffo alla fiera sui libri, o il suo dileggiare un podcast che parlava di violenza psicologica su una donna minimizzando la questione come roba da “egotici vittimisti” visto che non c’era neppure un briciolo di violenza fisica. O quando accusava Amnesty di organizzare finti presidi pacifisti che in realtà – secondo lui – nascondevano una simpatia per Hamas. E così via. Insomma, se fossi stata Giorgia Meloni io il ministero della cultura l’avrei dato più a Cappellini che a Giuli o a Duro. Giuli, presunto intellettuale, suona il flauto di Pan in mezzo a un campo di grano. Duro, presunto comico del politicamente scorretto, è l’evoluzione cinica del Cinepanettone. Cappellini è la presunta sinistra e basta. Quella che incanta e trascina più gente a destra che il piffero magico di Giuli.