sabato 18 gennaio 2025

Differenze

 



Natangelo

 



56 euro lordi

 

Più facile fare il ministro che la maschera. I requisiti: test, laurea, lingue e simpatia
CHIETI - Novantadue aspiranti al teatro Marrucino per uno stipendio di 56 euro a chiamata
DI ANTONIO D’AMORE
Quando la tv era in bianco e nero e aveva due canali, al cinema s’andava molto più spesso. Le platee erano talmente affollate da rendere necessaria la presenza di una figura chiaramente riconoscibile: la maschera. Lungi dall’essere procaci signorine come quelle nei film americani, le maschere italiane erano spesso anziani parenti dei gestori, quando non i gestori stessi, che con modi spicci, gestivano il traffico tra platea e galleria. Armati di una piccola torcia e col “vaffa” sempre pronto, erano veri vigilantes. Un po’ meglio, ma solo per la tipologia dei luoghi, erano le maschere teatrali, che, simili a hostess tra velluti e stucchi, accompagnavano i non abbonati alla poltrona o al palco. Poi le maschere sono diventate sempre più rare, fino quasi a sparire.
Eppure, è un lavoro che esercita ancora un forte richiamo: al bando per nuove maschere del Teatro Marrucino di Chieti, in poco più di un mese hanno risposto in 92. E non è un lavoro da torcia in mano, anzi, le nuove maschere dovranno gestire “Accoglienza del pubblico, controllo biglietti e/o abbonamenti d’ingresso, assistenza per la sistemazione del pubblico in platea e nei palchetti, presidio delle aree e degli accessi, controllo delle uscite di sicurezza, presidio e gestione del guardaroba, vigilanza per l’applicazione dei divieti, delle limitazioni e delle prescrizioni relativi a norme comportamentali del pubblico, vigilanza sulle strutture e sugli arredi, attuazione del Piano di emergenza, controllo e vigilanza nell’attuazione di eventuali protocolli sanitari”; non solo: dovranno anche curare “la distribuzione di materiale informativo e/o promozionale, la vendita e/o distribuzione di alimenti e bevande, pulizia degli spazi aperti al pubblico e delle aree a servizio”, fino alla “somministrazione di questionari o altri strumenti finalizzati alla verifica della Customer Satisfaction”.
Praticamente tutto quello che c’è da fare in teatro, tranne che recitare. I 92, oltre a dover essere diplomati o laureati, dovranno anche sostenere un test a risposta multipla “volto ad accertare la conoscenza delle mansioni oggetto dell’incarico, della storia del Teatro Marrucino, dell’inglese e/o francese e il livello di cultura generale“. E “nella valutazione globale saranno altresì considerati la cordialità, la correttezza nel comportamento tenuto e la capacità espositiva, il possesso eventuale di titoli di studio superiori a quello necessario per l’ammissione ed eventuali esperienze di lavoro certificabili in analoga funzione presso altre strutture teatrali o di spettacolo”. Tutto per uno stipendio di…? No, nessuno stipendio, la paga è a chiamata: 56 euro lordi alla volta, indipendentemente dal numero di ore o se si tratta di lavoro diurno o notturno, feriale o festivo.

Fischieranno le orecchie?

 

Cappellini e cappellate
di Marco Travaglio
Se ogni tanto leggiamo Stefano Cappellini è solo perché ha il pregio di riassumere tutti i tic più cretini della presunta “sinistra”, che poi è l’assicurazione sulla vita della cosiddetta “destra”. L’altro giorno il genio di Repubblica ha partorito i seguenti pensierini: “Trump e la favola del tycoon pacifista importata dai populisti di casa nostra”, “Conte si è rallegrato per ragioni che sono esattamente contrarie a tutte le linee guida di Trump, il quale ha appena minacciato di occupare militarmente il canale di Panama e la Groenlandia, di scatenare ‘un inferno a Gaza’… e ha evocato una possibile annessione del Canada, forse pacifica, magari un dpcm simil-contiano” (battutona), “Conte non è solo in questa follia sul Trump arcobaleno, sollecitata dal suo guru Travaglio”. Naturalmente nessuno ha mai detto che Trump è un pacifista arcobaleno: semmai che nel primo mandato non fece guerre, anzi ne chiuse due; che è un affarista pragmatico e ritiene le guerre un inutile dispendio di soldi, soldati, energie e un intralcio al business; che fra l’invasata intenzionata a perpetuare il conflitto perso in Ucraina e il manigoldo fautore di un negoziato di compromesso con Putin che metta fine all’inutile strage di ucraini, era meno peggio il secondo. Ma è inutile spiegare queste banalità a Cappellini, che è una sorta di Fassino minore.
Il pover’uomo aveva appena finito di scrivere le sue scempiaggini, quando gli è caduta in testa la tregua Israele-Hamas a Gaza, attribuita a Trump anche da Lucio Caracciolo (che scrive pure lui su Rep ma sa di cosa parla). Anche lì nessuno spirito missionario pro Pal: Trump vuole accordarsi con l’Arabia Saudita per stabilizzare l’area e isolare vieppiù l’Iran. Ergo non gli conviene che Netanyahu continui a massacrare i palestinesi e annetta Gaza facendo apparire i sauditi come traditori collaborazionisti. Infatti il suo rude inviato Witkoff, in cinque ore di colloquio burrascoso, ha costretto Bibi a ingoiare la fragile tregua proposta da Biden e Blinken un anno fa, ma sempre respinta. Bibi aspettava Trump, che ora è arrivato e può fare a meno di lui, mentre Bibi non può fare a meno di Trump. E, nella sua visione imperiale ma multipolare (poche potenze con le loro zone d’influenza), Trump non contempla alleati alla pari: solo sudditi. Voi capite il dramma di Cappellini, che contava i giorni per le invasioni trumpiane di Panama, Groenlandia e Canada, e si ritrova solo soletto con la tregua trumpiana: “L’inviato di Trump è stato coinvolto in tutti i colloqui. Anzi, è andato a parlare con Netanyahu per chiarire che Trump voleva l’accordo e se fosse saltato era pronto a bloccare gli armamenti allo Stato ebraico”. Lo dice Conte? Travaglio? No, Repubblica. L’hanno rimasto solo, ’sti quattro cornuti.

L'Amaca

 

Libertà per Azizi
DI MICHELE SERRA
Cecilia Sala ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma la sua ingiustificata detenzione a Teheran è servita a riaccendere qualche lampada nel buio. Tra le detenute dell’ormai famigerato carcere di Evin c’è anche Pakhshan Azizi, attivista curda condannata a morte per “ribellione”.
Più di cento deputati italiani, di tutti i partiti, hanno firmato un appello per la sua scarcerazione.
Si sa quanto valgono gli appelli: poco.
Valgono, però, quanto basta a non lasciare che certi nomi, certe storie, finiscano in quell’immenso ripostiglio polveroso che è l’indifferenza. Se oggi ci ricordiamo di Azizi — e qualcuno, magari, legge il suo nome per la prima volta — è per merito di quell’appello.
Tra le cui righe campeggia un principio, “diritti umani” (nella variante: libertà di espressione e di manifestazione pacifica) tra i meno praticati dagli umani medesimi, eppure di facile comprensione e immediata lettura: perfino l’emotività, quando la ragione faccia difetto, consente di capire all’istante l’arbitrio e la prepotenza.
Azizi, nei suoi primi cinque mesi di carcerazione, non ha potuto avere contatti con nessuno: né familiare né avvocato.
Chiunque può cogliere la ferocia di un sequestro di persona che niente ha a che vedere con un procedimento giudiziario e perfino con la carcerazione. Ci sarà pure un giudice, a Teheran, del tutto conscio dell’illegalità di una legge che cancella diritti e dignità, e si accanisce con le donne.
Se quel giudice esiste, faccia presente ai sacerdoti del suo regime che Guantanamo, in Occidente, è una vergognosa eccezione, comunque non europea. In Iran, Guantanamo è la regola. Forza Azizi, forza libertà.

A volte capita...

 




Mi è capitato di imbattermi in questa nuova produzione di Prime, Red Carpet un programma altamente demenziale condotto dalla ex ragazzina Marcuzzi, anche se lei ancora non lo sa.

Il format è di una sciatteria incredibile: alcuni cosiddetti bodyguard devono portare il cosiddetto vip ad una macchina attraverso un tappeto rosso che si srotola in vari ambienti esterni e non, facendo incontrare loro prove di coraggio.

E tutto questo farcito da vippini oramai sfioriti - Satta, Lamborghini, Marini, Malgioglio e pure la De Lellis, ma De Lellis ma chi te lo ha fatto fare? - accompagnati a turno da almeno tre bodyguard. E qui apro una parentesi: la scorta verso la macchina dovrebbe essere condotta da comici vestiti di nero come da canovaccio. Comici. Nove pietose chincaglierie senza alcuna parvenza ilare, sottaceti girovaghi alla ricerca di aria, nomi più sconosciuti di quelli snocciolati in una pulsantiera di un palazzo di una periferia cittadina: Francesco Arienzo, Awed, Herbert Ballerina, Ginevra Fenyes, Michela Giraud, Brenda Lodigiani, Pierluca Mariti, Antonio Ornano e Gabriele Vagnato, Si dirà certo: la Lodigiani è brava, son d'accordo, Vagnato diretto da Fiorello pure. Ma la domanda è: perché accettare di fare questo format triste? Per soldi? E già che ci siamo: Gialappa, anche voi non vi siete accorti della pochezza, dell'inconcludente vuoto pneumatico che circondava la Marcuzzi?

Peccato perché ormai è eclatante l'inconsistenza degli attuali comici, prova evidente è il noioso ritorno di Zelig, senza brio, senza alcuna novità.

Non sarà che... la fobia delle rappresaglie abbia bloccato comicità e satira verso l'attuale potere, inaridendo tutto?

O meglio: qualcuno di voi ha per caso visto o sentito recentemente qualche benignata, qualche beppegrillata contro gli attuali potenti? Dai su, coraggio amici. Fatevi sentire!

venerdì 17 gennaio 2025

Correva l’anno 2010


di Giuseppe D’Avanzo per Repubblica 

Berlusconi posa da liberale nei quasi 60 minuti del suo intervento. Come se davvero credesse nel liberalismo, nella pretesa di risolvere il "politico" con la discussione o immaginasse la politica come amicizia e competizione.

Come se davvero egli desiderasse «istituzioni che risolvono la concretezza e conflittualità sociale e politica nella rappresentanza parlamentare, nella produzione di leggi universali e astratte, nella separazione e nell'equilibrio dei poteri, nella differenza tra Stato e società».

Come se non ci avesse dato modo di comprendere che la politica che ha in mente è l'esatto contrario: è decisione che crea confini, differenze, esclusioni; è opposizione radicale tra un amico e un nemico; è convinzione che l'unità passa attraverso la divisione e l'ordine attraverso il disordine. Più che politica, dunque, guerra e come tutte le guerre può concludersi soltanto con l'annientamento dell'altro.

Per comprendere quanto sia fasulla la Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, cui si è costretto o è stato costretto, si deve attendere che Berlusconi affronti il capitolo giustizia. A quel tasto suona sempre sincero nei suoi desideri. Non li nasconde nemmeno questa volta. Vuole disarmare Carta costituzionale, leggi, codici, tribunali, magistratura per cancellare «l’uso politico della giustizia» che, dice, «è stato e continua a essere un elemento di squilibrio tra ordini e poteri dello Stato». Quella bestia nera in toga deve essere resa innocua ed egli cambierà le regole «nell'interesse collettivo».

Separazione delle carriere e Csm diviso in due, parità dell'accusa e della difesa che poi vuol dire pubblico ministero degradato ad avvocato dell'accusa e ridotto alla performance verbale con la polizia che sotto il controllo del governo-investiga, raccoglie prove, decide quale indagine coltivare, con quali risorse e con quanta rapidità. Lo schema garantisce impunità pro se et suis e magari offre l'opportunità di colpire a morte l'avversario molesto o l'alleato dissidente, oggi aggrediti soltanto dal Barnum mediatico che possiede o influenza. Già potrebbe bastare per ripetere che Berlusconi è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici.

Ma non basta perché, come sempre, il Cavaliere propone un'alternativa del diavolo che, per molti, ha i caratteri dell'estorsione: o mi si garantisce l’immunità o distruggo la macchina giudiziaria. In nome della riduzione del danno, del "meno peggio", egli esige di incassare un utile privato: un'immunità che lo protegga dagli assalti possibili in futuro e un'impunità che imbavagli il giudice per gli affari oscuri del passato (la corruzione di un testimone che lo salva da condanne certe; l'appropriazione indebita, la frode fiscale nell'acquisto dei diritti televisivi) e impedisca ai tribunali di confermare accuse che renderebbero il Cavaliere moralmente incompatibile con l'ufficio governativo.

Anzi, nell'occasione, Berlusconi annuncia come intende manipolare i quadri legali per fabbricarsi una legge che gli consenta di non risarcire chi (la Cir) si è visto scippare un'azienda (la Mondadori) grazie alla corruzione del giudice (Metta) che decise la controversia. Il risarcimento è stato fissato finora in 750 milioni di euro. Berlusconi imprenditore non ha alcuna voglia di pagarlo e il Berlusconi premier anticipa che «il governo presenterà a breve un piano straordinario per lo smaltimento dei processi delle cause civili pendenti». Che di straordinario in quel piano ci sia soltanto l'arroganza di chi trasforma il potere pubblico in affare privato sembra comprenderlo il capogruppo di Futuro e Libertà, Italo Bocchino. Che avverte: «Siamo favorevoli a smaltire le cause civili pendenti ma non saremo mai d'accordo con una legge che tolga la possibilità a un solo cittadino o a una sola azienda di questo Paese di avere la giustizia che aspetta dal suo giudice civile».

La Grande Recita dello Statista Saggio e Paziente, al capitolo giustizia, ci offre il piccolo Berlusconi di sempre, prigioniero del suo conflitto d'interesse, ossessionato dalla difesa di se stesso e della sua roba, incapace di declinare le ragioni e le priorità del Paese. È la conferma che il nodo che soffoca la politica italiana continuerà a essere nei prossimi mesi la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia il di lui preziosissimo patrimonio. Il presidente del Consiglio avrebbe potuto volare alto, come centinaia di migliaia di cittadini gli chiedevano.

Avrebbe potuto semplicemente dire: mi farò processare perché, credo, che la legge sia uguale per tutti. Questa volontà è la migliore garanzia della mia affidabilità di capo di governo che non vuole schiacciare con le proprie personali pene la vita degli italiani e l'interesse nazionale. Semplici parole, discorso e impegno da "paese normale" che Berlusconi non può dire né immaginare. È una impossibilità che, mentre ci ripropone le mediocri ragioni del suo impegno pubblico, lo consegna e lo imprigiona con tutta evidenza in uno stato di minorità politica. Ora -anatra zoppa - dovrà chiedere il consenso e la comprensione dell'odiato alleato, Gianfranco Fini, per ottenere con una correzione provvisoria del legittimo impedimento, e poi con una riforma della Costituzione, l'immunità di cui ha bisogno come dell'aria che respira.

Con due esiti paradossali. Berlusconi, che ha preparato la trappola che doveva liquidare per sempre il "traditore", ora deve tenerlo in vita se non vuole perire con lui. Per di più, la manovra non garantisce il buon risultato: Fini potrebbe dargli corda fino a quando non staccherà la spina del governo perché sarà pronto con il nuovo partito alle elezioni.