sabato 11 gennaio 2025

Dagli al Papa!

 

Per i nostri liberal il Papa, già putiniano, è anche antisemita
DI DANIELA RANIERI
I liberali d’Italia, quelli che ci insegnano il rispetto delle opinioni altrui fino al punto di dare la vita per permettere a chiunque di esprimere la propria (frase che attribuiscono a Voltaire il quale non l’ha mai pronunciata), sono tornati a bastonare Papa Francesco perché si ostina a ritenere che qualcosa a Gaza non stia andando per il verso giusto. Già a novembre Bergoglio era stato redarguito, quando uscirono le anticipazioni del libro in cui chiede alla comunità internazionale di verificare se le accuse di genocidio del popolo palestinese “formulate da giuristi e organismi internazionali” contro Israele siano fondate. L’ambasciata israeliana presso la Santa Sede aveva protestato: “Chiamare l’autodifesa con altri nomi significa isolare lo Stato ebraico”; tutti gli altri nomi per quel che il governo Netanyahu sta facendo a Gaza e in Cisgiordania, da genocidio in giù, compresi i sinonimi annientamento, sterminio, massacro, carneficina, non si possono usare, pena l’isolamento dello Stato ebraico, il cui governo sta facendo così tanto per farsi amare.
Ora la sua posizione si è ulteriormente aggravata. Il rettore dell’Università delle Religioni e delle Denominazioni dell’Iran Abolhassan Navab ha riferito a un’agenzia iraniana che il Papa gli avrebbe detto: “Noi non abbiamo problemi con gli ebrei, il nostro unico problema è con Netanyahu, che ha causato la crisi nella regione e nel mondo senza prestare attenzione alle leggi internazionali e ai diritti umani”. Frase adamantina, contenente un garbato disclaimer in teoria pleonastico, visto che neanche la mera insiemistica, per non parlare della logica, consentirebbe di sovrapporre senza scarti il lemma “Netanyahu” col lemma “ebrei”. Ma Netanyahu, su cui pende un mandato d’arresto internazionale, non si tocca. La Stampa irride il Papa, accusandolo di prestare il suo pulpito agli Ayatollah: “Quella di Bergoglio è una posizione come tante, ha valore solo per chi un valore glielo attribuisce”. Chi si crede di essere, un Capo di Stato e la guida spirituale di 1,3 miliardi di fedeli? Giuliano Ferrara lo scomunica: “Le linee rosse le ha passate tutte, e malamente”, è uno che “abbrutisce e avvilisce” la Chiesa, anzi “se ne serve” “per promuovere i risvolti più conformisti della sua teo-rumba ispirata al feticcio del popolo” (l’estetizzazione del massacro fa scorrere la penna che è una bellezza).
Il Papa ci è già passato: quando auspicò un negoziato per porre fine alla guerra in Ucraina si prese del “putiniano” dai nostri cannonieri da scrivania, tanto più dopo aver denunciato “l’abbaiare della Nato alle porte della Russia” quale causa della guerra. Galli Della Loggia sul Corriere definì la sua posizione “filo-russa”, tout court; non rilevava che il Papa avesse parlato di “massacro” e di “atto sacrilego e ripugnante” da parte di Putin. Per di più si era permesso di far portare la croce alla Via crucis a una donna ucraina e a una russa insieme (invece di farle lottare all’ultimo sangue dentro al Colosseo), irritando l’Ambasciata ucraina e l’arcivescovo di Kiev; poi di criticare il concetto di “pace giusta”, invece di fare l’elogio della bella morte atlantista, e di definire il riarmo una “follia”, quindi per i nostri interventisti acriticamente draghiani e vonderleyeniani era larvatamente un mercenario della Wagner (pre-golpe, però).
Come ieri era putiniano, oggi è antisemita. “Gli ebrei non hanno problemi con la Chiesa ma con Bergoglio”, ha detto un esponente dell’Unione delle Comunità Ebraiche italiane al nostro Vincenzo Bisbiglia, perché all’Angelus il Papa ha ribadito: “Basta colpire i civili, le scuole, gli ospedali, i luoghi di lavoro”. Avrebbe dovuto dire: Israele colpisca più civili, scuole, ospedali e luoghi di lavoro, perché 45 mila morti (ma, secondo uno studio pubblicato su Lancet, almeno 70 mila) sono pochi per placare la sete di sangue del vicario di Cristo, e perché sennò sembro un banale progressista agli occhi dei liberali intelligenti come Ferrara.

Fuck

 

Fuck checking
di Marco Travaglio
I giornaloni che strillano in stereo contro l’abolizione del fact checking da Facebook&Instagram sono come un intero bordello, dalla tenutaria all’ultima signorina, che firma petizioni per l’obbligo di illibatezza. Parlano come se oggi l’informazione, grazie ai gendarmi di Zuckerberg, fosse vergine da bugie e domani, senza il sinedrio dei Ministri della Verità, condannate alla perdizione. Fingono di non sapere alcune cosucce. 1) A colpi di algoritmi automatici e filtri umani, i social Meta sono un ricettacolo di menzogne ufficiali spacciate per verità fattuali. 2) Le fake news più diffuse e pericolose sono prodotte dai media tradizionali – giornali e tv – che, essendo perlopiù asserviti ai poteri costituiti, possono mentire in loro favore, con l’autorevolezza dell’ipse dixit di testate un tempo gloriose, senza tema di smentita e sanzione. E additare i social come sentina di tutte le bugie perché danno voce a chi non ne ha.
Ciò significa che i fatti non esistono più e tutto è opinione? Al contrario: i fatti esistono e chi li racconta e li verifica col fact checking è un benemerito: il Fatto (nomen omen) lo fa ogni giorno e continuerà a farlo. E la cronaca di un giornalista professionale non equivale a quella di un qualunque utente dei social. Ciò che non è ammissibile è che un editore – Zuckerberg e gli altri padroni del web – investa qualche amico suo del potere assoluto di sancire la Verità e impedire a chi se ne discosta di dire la sua. Oscurandolo e mettendolo a tacere. Il vero fact checking lo fanno i lettori, fidandosi di chi ritengono più credibile dopo aver vagliato le opzioni alternative. Io posso dire che Tizio mente. E, se sono autorevole e porto le prove di ciò che affermo, la mia parola varrà più di quella di Tizio. Ma non posso impedire a Tizio di dire la sua. Altrimenti non sono un fact checker: sono un censore. Nel mondo dorato del fact checking degli amici di Zuckerberg, è vietato chiamare col suo nome lo sterminio israeliano di palestinesi a Gaza, parlare degli scandali di famiglia di Biden, che tutti vedevano rincoglionito ma chi lo scriveva era un complice di Trump. Tutti sapevano che Ucraina e Nato stavano perdendo la guerra con la Russia, ma bisognava dire l’opposto, aggiungendo Mosca in default e Putin moribondo. Tutti sanno che quella di Zelensky non è una democrazia, con i partiti di opposizione fuorilegge, un solo canale tv di propaganda, la libertà di culto abolita, i Servizi dediti al terrorismo internazionale, ma guai a dirlo. Ogni volta che in un Paese Ue e Nato vince un partito anti-Ue e anti-Nato, non è perché ai cittadini ripugnano le politiche di Ue e Nato, ma perché li ha subornati Putin. E chi documenta il contrario non viene criticato, ma oscurato. Quando questa sconcezza finirà, sarà sempre troppo tardi.

L'Amaca

 

Rogitare il mondo
DI MICHELE SERRA
Sul sito online di un’agenzia immobiliare, nel quale si cercano e si trovano trilocali con vista mare, prestigiosi attici, villette a schiera a soli venti minuti dal centro e “soluzioni abitative” (è come gli immobiliaristi chiamano le case) per tutti i gusti, trovo questo titolo: “Dove si trova la Groenlandia e perché Trump vuole acquistarla”. La questione, nel testo sottostante, viene affrontata con lucida valutazione dei grandi vantaggi che quel caratteristico sito di qualche miliardo di ettari offrirebbe al suo eventuale acquirente. Mi sono quasi rasserenato: in fondo anche la Groenlandia, così come il pianeta intero, è solo una “soluzione abitativa” particolarmente spaziosa (e, in estate, molto luminosa), e se fin qui lo era solamente per i suoi circa sessantamila abitanti, quasi tutti inuit, perché escludere che possa trovare un nuovo assetto catastale e un nuovo proprietario? Allo stesso modo, un bel po’ di anni fa, si sarebbe potuta affrontare la questione polacca: “Dove si trova la Polonia e perché Hitler se la vuole annettere”. In fin dei conti l’intero pianeta, isole comprese e Amazzonia inclusa, è solo un insieme di terreni edificabili, o agricoli, o a destinazione da stabilire; è una somma di mappali, un bene disponibile per chi ha abbastanza quattrini per acquistare e mettere a profitto i suoi beni.
La guerra è solo un metodo spiccio per evitare i costi notarili per il rogito, e tutte le seccature burocratiche annesse.
In fondo siamo fortunati: siccome Trump è un immobiliarista, possiamo sperare che comperi il mondo, con regolare rogito, piuttosto che conquistarlo con le armi.

venerdì 10 gennaio 2025

Buona Fine

 



Natangelo

 



Nei meandri

 

I miliardari impiccioni
di Marco Travaglio
Ci sono un’omissione e una contraddizione, nel parallelo della Meloni fra i due affaristi impiccioni Elon Musk e George Soros. L’omissione: Musk controlla X e ha un ruolo pubblico con Trump; Soros agisce nell’ombra e non ha cariche pubbliche né media di proprietà. La contraddizione: Soros, appena premiato da Biden per le sue interferenze in Europa, ha sempre messo le sue Ong “umanitarie” e “filantropiche” al servizio delle politiche guerrafondaie Usa&Nato. Per esempio finanziando le “rivoluzioni colorate” che hanno destabilizzato l’Est post-comunista, quasi tutte sfociate in guerre sanguinose. Le prove generali sono nella Serbia di Milosevic nel 2000, dopo le bombe Nato. Nel 2003 il bis in Georgia: il presidente Shevardnadze, già ministro di Gorbaciov, straccia nelle urne il rivale Saakashvili. Che grida ai brogli e riempie l’ex piazza Lenin di Tbilisi, ribattezzata Libertà. Shevardnadze è tutt’altro che filo-russo: ha appena combattuto gl’indipendentisti in Abkhazia. Ma Bush vuol recidere ogni legame tra Georgia e Russia. Il presidente e la sua scorta vengono aggrediti e cacciati dal Parlamento dai deputati di Saakashvili, che sventola fiori in omaggio alla “rivoluzione delle rose”. Shevardnadze se ne va per evitare una strage, la Corte Suprema annulla il voto e le nuove elezioni le vince Saakashvili.
Nel 2004 tocca all’Ucraina: il premier Yanukovich, equidistante fra Nato e Russia, è eletto presidente contro il filo-occidentale Yushchenko. Che grida ai brogli e chiama i supporter in piazza Maidan con bandiere arancioni. La star è la oligarca di estrema destra Tymoshenko. Il Guardian rivelerà presto cosa c’è dietro la “rivoluzione arancione”: “La campagna è una creazione Usa, un esercizio sofisticato e brillante di branding occidentale e marketing di mass media utilizzato in quattro Paesi in quattro anni per cercare di salvare elezioni truccate e rovesciare regimi sgraditi”. E cita fra i registi i partiti e le istituzioni Usa, ma anche “l’Ong Freedom House e l’Istituto per la società aperta del miliardario Soros”. Solo a Kiev la campagna è costata 14 milioni. La Corte Suprema annulla le elezioni e vince Yushchenko, che nomina premier la Tymoshenko. La scena si ripete nel 2014: siccome gli ucraini hanno rieletto Yanukovic, parte un’altra rivolta di piazza con appoggio Usa e appositi cecchini per creare il caos. Bagno di sangue, presidente in fuga e nuovo governo filo-occidentale con quattro ministri neofascisti e tre stranieri selezionati da due agenzie finanziate dalla Fondazione Renaissance di Soros. Che si vanta di aver partecipato al casting. Poi gli otto anni di guerra civile e l’invasione russa. Queste cose la neo-atlantista Meloni dovrebbe saperle: perché non le dice?

L'Amaca

 

L’opinione dello psichiatra
DI MICHELE SERRA
Il vecchio, classico termine “incidente diplomatico” è solo un pallido eufemismo per descrivere un neopresidente degli Stati Uniti che dichiara candidamente di volersi annettere Canada e Groenlandia, nonostante il trascurabile dettaglio che si tratta di territori altrui. Difatti si ride parecchio, in giro per il mondo, di questa enormità, ma con un piccolo brivido che corre lungo la schiena, perché la figura del Capo megalomane, nella storia umana, è sempre connessa alla guerra, alla distruzione e al lutto.
In questo colonnino quotidiano (per ora de-trumpizzato) si sostiene da qualche anno che l’elemento psichiatrico, da sempre rilevante nella storia dell’umanità, sta ingigantendo la sua influenza, almeno qui in Occidente (dell’Oriente continuiamo a sapere e capire piuttosto poco), con manifeste forme di squilibrio e di aggressività purtroppo spesso confuse per vivacità, spontaneità, fine delle ipocrisie. È un vizio dei tempi quello di assolvere le intemperanze e le cattive maniere spacciandole per schiettezza: la destra populista, di questo equivoco permanente, ha fatto il suo cavallo di battaglia culturale e politico, ridicolizzando la correttezza e l’educazione (e all’occorrenza anche le convenzioni internazionali) come forme di vuoto buonismo.
Ora che il capo planetario di questa destra travolgente sta per insediarsi, sarà interessante capire se l’elemento patologico sarà ingigantito oppure calmierato dalla raggiunta condizione di potere. Certo, di qui in poi, l’opinione del politologo dovrà sempre essere affiancata dall’opinione dello psichiatra. L’una senza l’altra ha un valore molto relativo.